Sull’ “affermatività” assertiva ….

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Dal rispetto della propria persona alla consapevolezza di sé.

Dalla consapevolezza di sé, alla capacità di affermare le proprie opinioni in modo sereno, provocando il dialogo, aprendo il confronto.

Questa è l’affermatività o in altre parole l’assertività; della quale molti pensano di poter fare a meno, soltanto perché, forse non si sono mai posti il problema di come superare certi momenti critici e quindi ritengono che essi si creino da sé.

Sappiamo che così non è: se ci veniamo a trovare in una situazione difficile, questo è accaduto, nella maggior parte dei casi, perché gli attori che stanno recitando quella scena si sono lasciati prendere la mano, e hanno barattato l’intelligenza e l’autocontrollo con una pretesa spontaneità e una totale mancanza di ascolto dell’altro.

Di fronte all’avvicinarsi di una situazione critica che può condurre allo scoppio di un litigio, abbiamo la possibilità di reagire in due modi istintivi: arretrare e cedere il campo oppure aggredire.

Nel primo caso, il fatto di lasciare l’avversario vincitore della partita, spesso senza nemmeno combattere, il più delle volte evita del tutto l’eruzione vulcanica. Non ci sarà nemmeno bisogno di questionare con veemenza perché la persona di fronte a noi probabilmente avrà già colto la nostra arrendevolezza e quindi immediatamente si approprierà della vittoria.

Sicuramente ci siamo trovati tutti, almeno una volta,  in momenti di questo genere. Con quale stato d’animo ne siamo usciti? Di certo mai appagati e soddisfatti di noi, nè sorridenti o felici. Possiamo certamente consolarci del fatto che una battaglia perduta non equivale a perdere la guerra, ma forse .. forse .. giù in fondo, c’è una vocina che protesta altre verità.

Questa non è la ritirata strategica del cavaliere intelligente, ma il rovinoso abbandono delle armi sul campo, con conseguente fuga precipitosa.

Che cosa ci ha trattenuto dal far valere le nostre argomentazioni? Ovvero, riformulando la domanda: che cosa ci ha impedito di avviare un’iniziativa di contenimento efficace dell’avversario, basandoci sulle nostre forze e convinzioni?

La risposta ognuno la può trovare dentro di sé, a patto di non mistificarla, il che renderebbe vano lo sforzo di ricerca. Ma qualsiasi risposta alla fine vogliamo darci il risultato è sempre lo stesso: una scarsa stima di sé, uno scarso rispetto per sé e quindi una profonda insoddisfazione e l’avviarsi di pensieri fissi su pesanti considerazioni della propria inefficacia ad affermare le proprie convinzioni.

Il secondo caso è l’aggressione.

Anche qui abbiamo esempi infiniti: che vanno dalla nostra vita privata, a molti interventi di vari personaggi pubblici, nei vari talk show, che sembrano aver  adottato lo stile costante dell’aggressività, mirando in modo totale allo schiacciamento definitivo dell’avversario.

La domanda potrebbe essere: ma possibile che tutto il mondo sia popolato da immondi scarafaggi e l’unico compito delle persone sia quello di dar loro la caccia per poi soddisfare il gusto macabro di schiacciare la loro nera corazza?  E ancora: la gente di fronte a noi è davvero meritevole di tanta amorevole attenzione?

Perpetuare uno stile aggressivo nei confronti degli altri è politica sterile che crea attorno a noi il vuoto assoluto. Ci sembrerà di vincere ogni battaglia e via via con il tempo, giungeremo a sentirci davvero invincibili: ma a quale prezzo?

Dimostrare una totale mancanza di ascolto degli altri non ci fa più forti, ma al contrario mostra la nostra debolezza. Chi può avere paura di mettere sul piatto le proprie opinioni per discuterle insieme a quelle altrui, se non una persona conscia della propria fragilità? Non lasciare agli altri il tempo e il modo di esprimersi può spaventare i più remissivi ma quanto varrebbe, di fronte ad un simile comportamento, girare i tacchi e lasciare il il becero urlante a sproloquiare da solo?

Il fatto è che questo genere di persone sviluppa nel tempo una propria arte dell’aggressione, affinando gli stili dell’avversario grazie ai quali ha ottenuto i maggiori successi. Per queste persone è questione di vita o di morte, perché, non conoscendo altre vie per imporsi, sanno che risulterebbero a loro volta soccombenti.

Due maniere di relazionarsi, quindi , entrambe a loro modo grezze e infelici. Entrambe testimonianza di una mancanza di equilibrio di chi le agisce, graffiando o scappando.

Il comportamento “affermativo” è la naturale conseguenza di chi ha maturato rispetto di sé e ha coltivato la consapevolezza del proprio valore. Rifiutarsi di darsi alla fuga con le pive nel sacco, così come aborrire la zampata sanguinosa dell’orso, equivale ad aver maturato la convinzione che i rapporti umani, proprio perché tra persone e non tra belve inferocite, possono venir strutturati secondo modalità in cui la dominante sia l’intelligenza.

Se il confronto nasce male e tende a deragliare, riportarlo sui binari del buon senso e del rispetto non è cosa da poco, ma tuttavia è la sola fatica che possa creare buon senso e rispetto.

Proviamo ad immaginare come si potrebbe comportare  una persona tendenzialmente aggressiva di fronte ad una persona che tende ad imporre un dialogo rispettoso delle rispettive posizioni, rifiutando di essere schiacciata come uno scarafaggio? La risposta non è automatica, ma potrebbe darsi che costui, forse per la prima volta, trovandosi di fronte qualcuno che finalmente non fugge in ritirata, si trovi disorientato.

La sua reazione immediata potrebbe essere quella di innalzare il livello del conflitto magari per misurare la capacità dell’avversario di mantenere la posizione. E questo sarà il momento di maggiore difficoltà per entrambi. Per il violento, che avrà modi di rendersi conto di quanto le sue armi, di fronte a quella persona, possano risultare spuntate. Per l’altro, perché arretrare o anche soltanto vacillare in quell’istante equivarrebbe a morte certa.

Conosciamo tutti molto bene l’esistenza di quei fili invisibili di comunicazione che sanno trasmettere i significati delle cose molto meglio di tante parole. Quanto possono comunicare un semplice sguardo o un fiero silenzio?  Spesso non serve parlare, per dimostrare ad un aggressivo che non abbiamo paura della sua stupida violenza, basta restare nella posizione fisica assunta, senza abbassare gli occhi, grattarsi nervosamente o tremare nelle mani. Fermi. Centrati, Radicati.

Tutto questo può accadere quando i pilastri portanti del rispetto di sé e della consapevolezza siano ben stabili. E allora … quanta sofferenza in meno? Quale diversa qualità della vita? Quante relazioni a rischio salvate e trasformate positivamente? E infine: quanti nuovi spunti di gratificazione che potremo regalarci con le nostre stesse mani, dai quali ricavare nuova energia e nuova forza per proseguire? …

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