Il tira e molla dell’anima ….

TIRO ALLA FUNE

Lo stress dannoso, quello che ci fa ammalare si produce quando la momentanea stimolazione e la conseguente tensione divengono una condizione cronica, persistente e quantitativamente insopportabile per l’organismo.

Questa persistenza, però, non avviene, come potremmo pensare, a causa di una stimolazione continua, bensì in conseguenza di un ripetuto e logorante … tira e molla.

Contrariamente a ciò che comunemente si ritiene, infatti, non è l’esposizione ininterrotta alla tensione e alla stimolazione a stressare. Piuttosto è il continuo passaggio da uno stato di tensione a uno stato di rilassamento che mina le nostre difese indebolendoci e logorandoci.

Un’attività che ci pone di fronte a continue sollecitazioni, non solo non è una condizione stressante, ma è una caratteristica naturale della vita stessa, che è un flusso senza interruzioni. Noi invece ci chiudiamo in attività ripetitive e insopportabili, solo per sognare di staccare la spina appena possibile e sprofondare nel “dolce far niente”. Questa strada però ci porta rapidamente a non sopportare più nulla: qualsiasi cambiamento ci opprime e precipitiamo nella depressione.

Chi sa esercitare la propria creatività, al contrario, può fare tantissime cose insieme e per lunghi periodi senza assolutamente soffrirne, ma anzi, traendone energia e nutrimento vitale.

Ci sono delle analogie evidenti tra quello che succede in natura e nell’uomo; così quando sottoponiamo un materiale, ad esempio il ferro, a operazioni ripetute di allungamento e di ritorno allo stato iniziale, il materiale gradualmente mostrerà un indebolimento e perderà la sua elasticità fino a spezzarsi, allo stesso modo nell’uomo gli effetti di rottura accadono soprattutto quando abbiamo l’idea assurda di programmare il nostro “funzionamento” cerebrale, ovvero ilo nostro lavoro o, peggio ancora, la nostra vita.

Certamente tutto l’organismo funziona secondo un ritmo (il cuore, il respiro, il sonno e la veglia…) ma si tratta di un ritmo spontaneo e fluido. Noi invece pretendiamo di stabilire a priori quando far lavorare la mente e quando metterla a riposo, facendo così un’operazione del tutto innaturale.

Quando la nostra vita viene scandita da un ritmo forzato e sempre uguale a se stesso finisce per assomigliare a quell’antica e terribile tortura chiamata la “goccia cinese”.

Crediamo di staccare e di riposarci, per esempio per il week-end, ma è come se il nostro cervello stesse in penosa attesa della prossima goccia, uguale alla precedente, ovvero di quando riprenderà il solito tran-tran. Magari non ne siamo consapevoli ma dentro di noi il meccanismo dello stress funziona così.

Se imponiamo al cervello di staccare e di riattaccare lo spremiamo al massimo e poi, come se fosse una bisaccia, pretendiamo che si rilasci e si riempia fino all’orlo. E’ assurdo!

Ecco allora la scoperta più grande: l’inattività e il cosiddetto “dolce far niente” non sono utili come antistress. L’inattività il più delle volte risulta l’anticamera della noia e questo atteggiamento mentale può diventare depressogeno. In che modo dovremmo riposarci allora? … Cercando riposo nell’azione!!!

(per saperne di più aspettate il prossimo post……)

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