Scegliere la libertà di scegliere i nostri stati mentali

stati d'animo

Nessuno sceglie consapevolmente di essere di cattivo umore; quindi, se a volte lo siamo, ci sarà un motivo indipendente dalle nostre preferenze: come possiamo fare?

I nostri stati mentali sono fenomeni naturali, come noi stessi lo siamo. Tuttavia sono fenomeni diversi da altri, in quanto non sono determinati in modo necessario: lo snodo della libertà di scelta ci rende liberi dall’automatismo cui sottostà il resto della natura.

Il nostro sentirci “in un certo modo” dipende dai giudizi che noi diamo ad ogni cosa, dalle nostre opinioni e credenze, e possiamo osservarlo in quanto fenomeno e osservare anche un livello ulteriore: il nostro continuo avere preferenze intorno al nostro stesso “modo di essere”. Ci arrabbiamo e ci infastidisce essere arrabbiati, ad esempio, dato che preferiremmo essere calmi e distaccati. E preferiremmo anche che questa nostra preferenza fosse già senz’altro realizzata nella pratica della nostra vita.

Notiamo anche come l’”osservazione” stabilisca più livelli di esperienza e di stati mentali, nel nostro stesso vissuto, e come noi stessi ci sentiamo nel ruolo dell’Osservatore.

Ci sentiamo vittime del nostro umore, o ci accorgiamo del nostro potere nei suoi riguardi, di come questo abbia a che fare con il nostro focalizzarci su alcuni aspetti e significati che assegniamo all’esistenza? Ci accorgiamo della nostra libertà di scelta? La usiamo?

E’ davvero possibile cambiare consapevolmente i nostri stati mentali?

Non ci riusciremo di certo dicendoci “non prendertela” sforzandoci di sentire diverso.

Se scegliamo di lavorare sui nostri stati mentali come possiamo rimanere autentici? Un autentico essere umano si occupa della sua crescita personale, riflette sui suoi automatismi, migliora e impara nuovi modi di porsi. Eccentrici a noi stessi come siamo, con le nostre preferenze intorno alle nostre stesse preferenze, possiamo prenderci cura dei nostri stati mentali in modo autentico solamente da tipico essere umano inquieto.

Nell’osservare il nostro modo di essere con noi stessi, proviamo a cambiare la nostra maniera di porci e sentirli: distacchiamoci quanto basta per riuscire a vederli, e nel distaccarci possiamo sentire che, se anche sono parte della nostra attuale esperienza, non è necessario che ci identifichiamo con loro.

Possiamo ad esempio sentirci incerti sul da farsi; possiamo osservare l’esperienza dell’incertezza e osservare che ci innervosiamo, dato che preferiremo non essere incerti, per cui ad un livello ulteriore ci diciamo “dovresti essere meno incerta”. Possiamo, quindi, osservare questi livelli come se non fossero i nostri.

Ci sono stati mentali emozionali che non abbiamo volentieri: rabbia, paura e alcuni che abbiamo volentieri: gioia, soddisfazione, contentezza.

Dal punto di vista evolutivo i primi sono dei salvavita, necessari alla sopravvivenza molto più dei secondi. Nel nostro occuparci dei nostri stati mentali per prima cosa è allora utile riconoscerne il valore.

La nostra mente scandaglia continuamente l’ambiente in cui ci troviamo e segnala ogni minimo indizio di cambiamenti che possano metterci in pericolo. A volte ci sentiamo in difficoltà e non capiamo perché. Stiamo in guardia, la mente ha percepito qualcosa che giudica diverso da quello che le pare adatto per potersi sentire a suo agio. Possiamo allora osservare il nostro bisogno di stare in guardia, renderci conto che è nostro e comportarci di conseguenza, stando dalla nostra parte con distacco.

Nel decidere di fare uso della libertà di scegliere i nostri stati mentali assegneremo altri significati, una volta identificati con l’osservazione distaccata e una volta descritto in maniera non giudicante quello che avviene, come fosse un fenomeno di scienza naturale da studiare in laboratorio.

Che la nostra mente sappia osservare i propri stati mentale e, nel farlo, occuparsene con accettazione e sollecitudine è un fenomeno naturale. Spesso tuttavia lo fa in maniera critica, quando, ad esempio, ci diciamo “non dovrei sentirmi così”.

Questa affermazione che esprime un dovere rispetto ad un modo di sentirci è inutile: l’emozione è un segnale, si tratta di capire come la nostra mente la produce, sulla base di quali bisogni e giudizi. Se ci critichiamo per come ci sentiamo, alla sensazione in sé si aggiunge invariabilmente un senso di impotenza, dato che non è possibile riuscire a “sentirci in un modo x” sulla base del senso del dovere.

Tuttavia se la mente è in grado di stabilire un dialogo interno critico e distruttivo ne può stabilire anche uno costruttivo e amorevole, e quindi accettante di quel che al momento è-come-è. Ed è proprio nell’osservare i nostri stati mentali come un fenomeno che riconosciamo e accettiamo in quanto fenomeno, che possiamo occuparcene esplorandoli.

Così in questo modo attraverso l’osservazione fenomenologica siamo liberi dagli influssi del mondo: le cose che ci accadono non sono la causa di come ci sentiamo, lo sono i significati che noi diamo ad esse.

La mente è libera e vive in un mondo suo, ricco di alternative e significati. Posso allora scegliere la libertà di coltivare “modi di essere” adeguati alle mie preferenze, ad esempio un atteggiamento curioso, interlocutorio e di restare aperta ai segnali emozionali che mi aiutano ad orientarmi nel mondo, accettando anche le emozioni meno piacevoli.

La libertà di scegliere è sempre potenzialmente a disposizione e chi sceglie la libertà di scegliere è tendenzialmente libero dai condizionamenti!

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Liberamente tratto da:

L.Scarpa – “Liberi di scegliere “ – Ed. La Meridiana

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