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Il dialogo interno (parte 2)

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“Stai attento a come parli con te stesso perchè ti stai ascoltando” L.M.Hayes

Riprendiamo il discorso del post precedente ritornando all’esempio del vino rovesciato sulla tovaglia pulita. Dico a me stessa, per abitudine acquisita negli anni “ecco sono sempre la solita maldestra. Non cambierò mai”.

Proviamo ad analizzare quello che mi sono appena detta. Si tratta di una critica distruttiva, probabilmente eco delle critiche ricevute in passato, magari da mia madre, che si era stancata di lavare continuamente le cose che sporcavo. Quale è la convinzione che si nasconde dietro questa mia affermazione? Probabilmente il giudizio severo nei confronti dei miei comportamenti nasce da un’aspettativa di perfezione che in sé non ha nulla di realistico.

Per modificare la mia critica posso pormi una domanda utile allo scopo, per esempio potrei domandarmi se, davvero, ogni volta che prendo in mano un bicchiere di vino, lo rovescio sulla tovaglia. Così facendo, posso trasformare la convinzione di partenza “Ecco, sono sempre la solita maldestra. Non cambierò mai!” in una affermazione più costruttiva, “in alcuni casi mi capita di comportarmi in modo maldestro, ma posso migliorare”.

Un atteggiamento positivo ha effetti benefici perfino sul nostro stato di salute. Esiste una relazione profonda tra dialogo interno e la nostra stessa fisiologia. Un esempio: provate a ripetere più volte le parole “ti odio, ti odio, ti odio ..”. Osservate gli effetti che questa ripetizione produce sul vostro organismo: i denti si stringono, la mascella tende a serrarsi, i muscoli nella parte superiore del corpo si contraggono, il respiro accelera come pure il battito cardiaco.

Viceversa, ora provate a ripetere più volte la parola “ ti amo, ti amo, ti amo ….” E osservate l’effetto che questa frase produce su di voi. Probabilmente si aprirà un sorriso sul vostro volto, i muscoli si rilasseranno, il respiro si tranquillizzerà, il battito cardiaco tenderà a rallentare.

Si tratta di un esperimento e può darsi che le differenze tra i due stati siano lievi. Pensate però di amplificare la situazione e considerate quali meccanismi siete in grado di innescare, semplicemente cambiando il vostro dialogo interno.

Avete mai osservato l’espressione delle persone che hanno un atteggiamento negativo nei confronti della vita? Tipicamente, hanno gli angoli della bocca che tendono verso il basso, le sopracciglia sollevate verso l’alto, raramente sorridono e ,se lo fanno, è più per sarcasmi che per divertimento.

Se pensate troppo spesso a qualcosa di sgradevole, finirete per avvertire un senso di nausea, male allo stomaco, potreste perfino avere delle aritmie, o un innalzamento della pressione, o un senso di affaticamento. Ormai è assodato come il nostro stato d’animo sia in grado di influenzare le condizioni di salute, sia nel bene sia nel male. Sappiamo anche che le emozioni represse finiscono per somatizzare, trasformandosi a volte in vere e proprie patologie.

Saper usare il dialogo interno significa saper entrare in buona relazione con se stessi. Se vogliamo imparare a trasformare il continuo chiacchiericcio in uno strumento costruttivo per la nostra salute, è importante che impariamo ad ascoltarci e a non giudicarci troppo severamente.

Un suggerimento?? Iniziare a formulare domande capaci di mettere in dubbio le convinzioni limitanti, per poi proseguire con l’introduzione di concetti nuovi che portano al cambiamento.

Ecco, di seguito, alcune domande che potremmo rivolgere a noi stessi dopo aver ascoltato la “vocina interiore”:

  • Il dialogo contiene una critica o un incoraggiamento?
  • La critica è costruttiva o distruttiva?
  • Se la critica è costruttiva come potrebbe essere trasformata in modo da diventare costruttiva?
  • Come potrei ammorbidire il giudizio su me stessa?
  • Su quali convinzioni si basano le frasi del mio dialogo interno?
  • Queste convinzioni sono sempre valide o potrebbero essere espresse in modo meno rigido?

Abbiamo visto che non possiamo fare a meno di parlare con noi stessi, ma non è detto che il dialogo interno rifletta le nostre effettive convinzioni. Prima di tutto, il dialogo interno non è la realtà. E’ parte di me, ma non è me. Potrebbe essere semplicemente, come ho detto nel post precedente, il ricordo di programmi educativi. Non ha senso perciò domandarci se ciò che stiamo dicendo sia giusto o sbagliato, in quanto il dialogo interno no ha a che fare con la realtà oggettiva, ma è strettamente legato alla nostra soggettiva percezione del mondo.

Ha senso piuttosto chiederci se sia d’aiuto o di ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi, una volta che questi siano stati chiaramente definiti.

Ogni volta che ci rendiamo conto di avere una convinzione limitante e di volerla abbandonare, perché non utile ai nostri scopi, è importante riconoscerne l’intenzione positiva. Così facendo, eviteremo di dare giudizi severi nei confronti di noi stessi e potremo intraprendere efficacemente il processo di cambiamento.

Per trasformare una convinzione, è necessario aprirsi al dubbio. Per questo le domande utili che possiamo rivolgere a noi stessi cominciano con: “e se? … è sempre vero che? ..”. Mettendo in dubbio le vecchie convinzioni, creo spazio per qualcosa di diverso, di più utile alla mia situazione attuale.

Un buon dialogo interno, per essere davvero efficace, deve essere orientato all’obiettivo, ragionando in termini di utilità. Le domande che poniamo a noi stessi sono potenti, così come il linguaggio che usiamo per formularle, perché veicolano la nostra attenzione e creano immagini, progettando il nostro futuro.

E’ meglio chiedersi “che cosa posso fare per risolvere il problema?” piuttosto che “perché non l’ho fatto prima?”. Spesso, infatti, interrogarsi sul “perché” focalizza sul passato piuttosto che sul futuro: rischiamo così di appiattirci nel rimpianto, orientandoci verso il passato piuttosto che prepararci a quello che possiamo concretamente fare ora ….

Sospendi il giudizio

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Amarci significa riunire tutte le parti di noi, creare un’armonia interiore. Per fare questo è necessario smettere di giudicarci e giudicare, bensì tenere conto di tutte le voci che provengono dal nostro essere e porle in dialogo fra loro. C’è già tutto dentro di noi.

Giudicare significa non amare. Ci giudichiamo essenzialmente perché non ci amiamo e soprattutto non ci accettiamo. Non accettandoci ci distacchiamo dal nostro cuore; non accettandoci non ci assumiamo l’intera responsabilità di noi stessi, ma solo di alcune parti di noi.

Imparare a sospendere il giudizio significa imparare a riconciliarsi con se stessi, significa fare un uso positivo della propria storia personale, qualunque essa sia; significa vivere gli errori come esperienze, trasformare gli sbagli in lezioni di vita.

Sospendere il giudizio significa anche creare, favorire la fiducia in noi stessi, la stima  e solo con questi presupposti si può vivere consapevolmente la vita. Significa imparare finalmente che qualsiasi cosa sentiamo dentro di noi ha una ragione di essere !!!!

L’ascolto profondo delle proprie emozioni, delle proprie sensazioni e dei propri sentimenti porta alla conoscenza autentica di sé.

Creare un luogo di apertura, di comprensione benevola, di sospensione del giudizio, di accoglienza incondizionata dentro di sé è il punto di partenza verso una nuova e più significativa esistenza.

E in quest’ottica ecco che il processo diventa più importante della meta; lo scopo del viaggio di crescita interiore è il viaggiare, il “come” viaggiare, non l’arrivo o la fine del viaggio che in realtà non ci sarà mai.

Stare aperti ed in ascolto di se stessi per sentire le proprie paure, le rabbie, i dubbi, le sofferenze, le gelosie, per sentire anche le parti sgradevoli di noi, significa vivere da veri esseri umani. Il collegarci con queste parti ci aiuta a trasformare in positivo i blocchi, i complessi, le nevrosi che, anche se in modo spesso inconscio, abbiamo costruito in noi.

Le parole nuove, ma antiche sono: unione e armonia tra mente, cuore e spirito; tra corpo, psiche e anima, tra i bambini e gli adolescenti che siamo stati e gli adulti che siamo ora; tra la parte femminile e quella maschile che si trovano dentro di noi.

E’ necessario dunque saper sostare di fronte a se stessi, ma essere anche amorevoli e accoglienti nei confronti di noi stessi. Le nostre parti sgradevoli sono lì a indicarci le vie più nascoste, ma nello stesso tempo molto feconde, per conoscere noi stessi, per continuare il nostro viaggio interiore, per renderlo pieno.

Occorre conoscere la notte per poter apprezzare appieno il giorno.

Occorre conoscere la sete per poter apprezzare l’acqua.

Occorre sapere di dover morire per dare significato alla vita.

Quando non ci accettiamo per tutto quello che siamo, quando non andiamo a vedere che cosa c’è nell’altro emisfero di noi, nella parte oscura, in ombra, nascosta, siamo portati ad esprimere giudizi.

Ci sentiamo infelici, insoddisfatti, annoiati, insicuri.

Ci identifichiamo solo in una o qualche parte di noi, non ci conosciamo come unità, come armonia …

 

 

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liberamente tratto da:

V.Albisetti – I Sogni dell’anima – Ed.Paoline

Abbasso il giudizio: i vantaggi dell’accettare gli altri

GIUDIZIO 2

“Prima di giudicare una qualsiasi persona, cammina nei suoi mocassini almeno per tre lune” Proverbio indiano

La tentazione di esprimere giudizi su quello che sono o fanno le persone non può ovviamente esistere se non a partire dalla nostra stessa esperienza. Possiamo vedere negli altri solo quello che abbiamo imparato a vedere in noi ….

E’ il cosiddetto meccanismo della proiezione che ci fa attribuire agli altri sentimenti o intenzioni che in realtà appartengono a noi.

Questa tendenza a vedere il mondo attraverso le nostre difficoltà personali dipende in parte dall’importanza che il nostro ego assume nel nostro funzionamento psichico: l’ossessione dolorosa di sé, che caratterizza le persone con problemi di autostima le espone ampiamente a questo rischio.

E in contropartita questa visione auto centrata porta ad un impoverimento della nostra visione del mondo, e quindi di noi stessi.

In effetti nella tendenza a giudicare è implicita quella di chiusura all’esperienza. Si riempie il mondo di sé anziché di lasciarsi riempire, informare, educare da lui. Di conseguenza il mondo ci sembra fossilizzato, “è sempre la stessa cosa”, le persone sono “sempre le stesse” (e quasi sempre deludenti). Spesso, invece, è il nostro modo di capirle che è sempre identico.

L’effetto della tendenza ad etichettare è ben noto in psicologia: una volta che abbiamo espresso un giudizio su qualcuno è difficile ricredersi, perché tutte le nostre azioni ulteriori saranno a quel punto influenzate da tale giudizio. Tenderemo, quindi, a memorizzare quello che confermerà la nostra etichettatura , e a rifiutare quello che non la confermerà.

E’ quello che si definisce una prospettiva di “pensiero selettivo”: scegliamo preferibilmente le informazioni che confermano le nostre convinzioni e le nostre preferenze..

Contrastare l’effetto dell’etichettatura richiede sforzi ben organizzati. E la cosa più semplice, piuttosto che dover rivedere sistematicamente i nostri giudizi, consiste nel non giudicare subito, troppo in fretta. Altrimenti saremo vittime di un effetto di priorità: la prima convinzione che si radicherà resterà la più solida sul lungo periodo, anche nel caso di una successiva invalidazione.

Eccoci di nuovo ai principi basilari dell’accettazione: gradualmente, regolarmente, abituarsi a osservare e accettare quello che osserviamo , a volte con generosità lasciando sempre un margine , evitando di “sputare sentenze” prima di conoscere i fatti. Poi rifletterci, e se esprimiamo un giudizio, farlo in modo preciso e provvisorio “ per il momento, riguardo a questo, poso pensare questo”. Alla fine, agire, passando dal risentimento  alla discussione, al confronto.

L’accettazione degli altri è un atteggiamento correlato con un maggior livello di benessere globale in chi lo pratica. Ne consegue quindi un circolo virtuoso: se sto bene, sarò più portato alla benevolenza, questa benevolenza a sua volta mi fa bene.

D’altra parte, l’apertura psicologica è correlata con l’autostima: migliore sarà quest’ultima, più ci aiuterà a osservare senza fare confronti, invidiare o giudicare, più ci consentirà di trarre profitto dalle esperienze della vita, di avere una maggiore flessibilità e capacità di adattamento a nuovi ambienti.

Una buona autostima, che passa anche attraverso l’evitamento del giudizio affrettato, può così essere uno strumento per bonificare il reale e può anche succedere che le persone ci “deluderanno” un po’ meno ….

Sul “senso di colpa” e sul “dovere” …

senso di colpa2

I concetti di “senso di colpa” e di “dovere” generano ripetute e profonde sofferenze in noi, poiché intrappolano il nostro slancio vitale invece di promuoverlo. La difficoltà a prendere coscienza di cosa il senso di colpa e il dovere nascondono, nasce dal fatto che entrambi, sono animati dalle migliori intenzioni: “E’ mio dovere…”, “Dovrei …”.

Io stessa ho per lungo tempo funzionato nella colpa e nel dovere e conservo di quel periodo della mia vita l’impressione di una profonda divisione. Ogni persona poi che ho incontrato, nella mia professione di Counselor, affermava anch’essa di sentirsi divisa e lacerata.

Il senso di colpa non solo ci ostacola, ma ci blocca e ci consuma interiormente. Se non ce ne prendiamo cura, può trasformarsi in una palude, in un pantano dentro il quale la nostra vita sprofonda e rimane invischiata inesorabilmente.

Il senso di colpa è una combinazione di diversi meccanismi disfunzionali tra cui:

  • Giudizio => su se stessi, sugli altri, sulla situazione o sulla vita: “Sono un egoista, dovrei …”
  • Credenze e pregiudizi => nei confronti di se stessi, degli altri, della situazione, della vita: “I miei figli non ce la faranno mai da soli . Devo …”
  • Pensiero binario => “per prendersi cura degli altri ci si deve scollegare da se stessi ..”
  • Linguaggio deresponsabilizzante => “Bisogna, è così! In veste di buona madre, buon capo, buona insegnante, ecc…., devo …”
  • Insicurezza affettiva => per mancanza di autostima e per dipendenza dallo sguardo degli altri: “Dovrei farlo, altrimenti cosa penseranno di me?”
  • Incapacità di accettare la nostra diversità e la nostra unicità => “Tutti gli altri fanno così. Non mi sembra giusto fare diversamente”.
  • Difficoltà a dire e accettare i “No” => “Quando dico sì, ma in realtà penso no, mi sento in colpa nei confronti di me stessa, perché non mi rispetto. Quando dico no, e lo penso, mi sento in colpa nei confronti dell’altro, perché non è gentile da parte mia …” “Quando l’altro mi dice no, mi sento in colpa verso di lui perché non avrei dovuto fargli la mia richiesta: l’ho disturbato, ce l’avrà con me … Mi sento in colpa anche nei miei confronti. Perché mi faccio sottomettere subito, senza nemmeno provare a continuare la discussione in modo deciso e sereno ..”

Contrariamente alle nostre credenze abituali il senso di colpa non è un sentimento, bensì un giudizio: non ci sentiamo colpevoli, ci giudichiamo colpevoli.

Secondo i nostri usi, le nostre tradizioni morali e il nostro sistema giudiziario, i colpevoli vanno messi in prigione. Così, la parte di noi che giudichiamo colpevole è agli arresti. Non stupisce, quindi, che la nostra vitalità sia ostacolata, immobilizzata. Siamo allo stesso tempo prigionieri e carcerieri della nostra colpa.

Ricordiamo, infatti, che ogni tipo di giudizio rinchiude, limita, blocca, e così facendo, impedisce di entrare in contatto con la realtà, che invece è sempre in movimento e in via di cambiamento.

In fondo, la colpa ci rinchiude e ci impedisce di essere veramente responsabili. Dicendoci “Mi sento in colpa per …” pensiamo di ascoltarci, mentre invece ci scolleghiamo da noi stessi. Se ci ricolleghiamo possiamo sentirci lacerati, divisi, delusi, in collera, a disagio nei confronti dei nostri bisogni di responsabilità, di attenzione, di rispetto, di solidarietà ..

Tuttavia un’analisi sincera delle emozioni e dei bisogni che coesistono, ci potrà aiutare a riconciliare i due lati di noi stessi che sono in conflitto.

Questa riconciliazione, a sua volta, stimolerà la dinamica della responsabilità, che ci permetterà di uscire dalla palude o dalla prigione.

Quando non seguiamo la nostra strada, soffriamo. Se non ascoltiamo la nostra sofferenza e non ce ne prendiamo cura, la vita ci lancia dei segnali sempre più forti per risvegliare la nostra coscienza, per sopperire alla nostra distrazione.

Immaginate di volere svegliare una persona che sta dormendo. Inizierete a sussurrargli qualche parola all’orecchio, poi, se ancora non si sveglia, parlerete ad alta voce. Se dorme ancora, la sfiorerete lievemente con la mano. Se rimane addormentata, la scuoterete vigorosamente. Se dopo tutto questo, dorme ancora, la tirerete giù dal letto gridando: “Svegliati!”.

Noi siamo la persona che dorme, e la vita ci invita al risveglio, alla coscienza, con dolcezza. Se non diamo ascolto alla dolcezza, la vita, non tarderà a svegliarci in qualsiasi altro modo …..

Scegliere la libertà di scegliere i nostri stati mentali

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Nessuno sceglie consapevolmente di essere di cattivo umore; quindi, se a volte lo siamo, ci sarà un motivo indipendente dalle nostre preferenze: come possiamo fare?

I nostri stati mentali sono fenomeni naturali, come noi stessi lo siamo. Tuttavia sono fenomeni diversi da altri, in quanto non sono determinati in modo necessario: lo snodo della libertà di scelta ci rende liberi dall’automatismo cui sottostà il resto della natura.

Il nostro sentirci “in un certo modo” dipende dai giudizi che noi diamo ad ogni cosa, dalle nostre opinioni e credenze, e possiamo osservarlo in quanto fenomeno e osservare anche un livello ulteriore: il nostro continuo avere preferenze intorno al nostro stesso “modo di essere”. Ci arrabbiamo e ci infastidisce essere arrabbiati, ad esempio, dato che preferiremmo essere calmi e distaccati. E preferiremmo anche che questa nostra preferenza fosse già senz’altro realizzata nella pratica della nostra vita.

Notiamo anche come l’”osservazione” stabilisca più livelli di esperienza e di stati mentali, nel nostro stesso vissuto, e come noi stessi ci sentiamo nel ruolo dell’Osservatore.

Ci sentiamo vittime del nostro umore, o ci accorgiamo del nostro potere nei suoi riguardi, di come questo abbia a che fare con il nostro focalizzarci su alcuni aspetti e significati che assegniamo all’esistenza? Ci accorgiamo della nostra libertà di scelta? La usiamo?

E’ davvero possibile cambiare consapevolmente i nostri stati mentali?

Non ci riusciremo di certo dicendoci “non prendertela” sforzandoci di sentire diverso.

Se scegliamo di lavorare sui nostri stati mentali come possiamo rimanere autentici? Un autentico essere umano si occupa della sua crescita personale, riflette sui suoi automatismi, migliora e impara nuovi modi di porsi. Eccentrici a noi stessi come siamo, con le nostre preferenze intorno alle nostre stesse preferenze, possiamo prenderci cura dei nostri stati mentali in modo autentico solamente da tipico essere umano inquieto.

Nell’osservare il nostro modo di essere con noi stessi, proviamo a cambiare la nostra maniera di porci e sentirli: distacchiamoci quanto basta per riuscire a vederli, e nel distaccarci possiamo sentire che, se anche sono parte della nostra attuale esperienza, non è necessario che ci identifichiamo con loro.

Possiamo ad esempio sentirci incerti sul da farsi; possiamo osservare l’esperienza dell’incertezza e osservare che ci innervosiamo, dato che preferiremo non essere incerti, per cui ad un livello ulteriore ci diciamo “dovresti essere meno incerta”. Possiamo, quindi, osservare questi livelli come se non fossero i nostri.

Ci sono stati mentali emozionali che non abbiamo volentieri: rabbia, paura e alcuni che abbiamo volentieri: gioia, soddisfazione, contentezza.

Dal punto di vista evolutivo i primi sono dei salvavita, necessari alla sopravvivenza molto più dei secondi. Nel nostro occuparci dei nostri stati mentali per prima cosa è allora utile riconoscerne il valore.

La nostra mente scandaglia continuamente l’ambiente in cui ci troviamo e segnala ogni minimo indizio di cambiamenti che possano metterci in pericolo. A volte ci sentiamo in difficoltà e non capiamo perché. Stiamo in guardia, la mente ha percepito qualcosa che giudica diverso da quello che le pare adatto per potersi sentire a suo agio. Possiamo allora osservare il nostro bisogno di stare in guardia, renderci conto che è nostro e comportarci di conseguenza, stando dalla nostra parte con distacco.

Nel decidere di fare uso della libertà di scegliere i nostri stati mentali assegneremo altri significati, una volta identificati con l’osservazione distaccata e una volta descritto in maniera non giudicante quello che avviene, come fosse un fenomeno di scienza naturale da studiare in laboratorio.

Che la nostra mente sappia osservare i propri stati mentale e, nel farlo, occuparsene con accettazione e sollecitudine è un fenomeno naturale. Spesso tuttavia lo fa in maniera critica, quando, ad esempio, ci diciamo “non dovrei sentirmi così”.

Questa affermazione che esprime un dovere rispetto ad un modo di sentirci è inutile: l’emozione è un segnale, si tratta di capire come la nostra mente la produce, sulla base di quali bisogni e giudizi. Se ci critichiamo per come ci sentiamo, alla sensazione in sé si aggiunge invariabilmente un senso di impotenza, dato che non è possibile riuscire a “sentirci in un modo x” sulla base del senso del dovere.

Tuttavia se la mente è in grado di stabilire un dialogo interno critico e distruttivo ne può stabilire anche uno costruttivo e amorevole, e quindi accettante di quel che al momento è-come-è. Ed è proprio nell’osservare i nostri stati mentali come un fenomeno che riconosciamo e accettiamo in quanto fenomeno, che possiamo occuparcene esplorandoli.

Così in questo modo attraverso l’osservazione fenomenologica siamo liberi dagli influssi del mondo: le cose che ci accadono non sono la causa di come ci sentiamo, lo sono i significati che noi diamo ad esse.

La mente è libera e vive in un mondo suo, ricco di alternative e significati. Posso allora scegliere la libertà di coltivare “modi di essere” adeguati alle mie preferenze, ad esempio un atteggiamento curioso, interlocutorio e di restare aperta ai segnali emozionali che mi aiutano ad orientarmi nel mondo, accettando anche le emozioni meno piacevoli.

La libertà di scegliere è sempre potenzialmente a disposizione e chi sceglie la libertà di scegliere è tendenzialmente libero dai condizionamenti!

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Liberamente tratto da:

L.Scarpa – “Liberi di scegliere “ – Ed. La Meridiana

Sbarazzarsi della vergogna

vergogna

(immagine trovata nel web senza alcun riferimento)

Continuiamo il cammino verso la libertà occupandoci ora della vergogna.

Quando ci vergogniamo, ci svalutiamo e questo nuoce alla nostra autostima. IL nostro giudizio inoltre rafforza il senso di colpa. Ci vergogniamo e quindi ci scusiamo ulteriormente. In ultima analisi, ci scusiamo perché qualcun altro non ha avuto rispetto verso di noi.

E’ un mondo alla rovescia. Siamo stati vittima di un’ingiustizia o di un trattamento sleale e invece di provare rabbia, di ribellarci, aggiungiamo al nostro dolore una vergogna che non era nemmeno destinata a noi.

A braccetto con il senso di colpa la vergogna ci trascina in una danza macabra lontana dalla nostra personale realizzazione e lontanissima dalla libertà. Questi sentimenti ci imprigionano, ci isolano e ci derubano della nostra energia.

Quando si è dipendenti, si è ipersensibili all’atteggiamento di coloro che ci circondano, ai loro commenti, alle loro critiche e ai loro rimproveri. Ci si aspetta che verso di noi siano più clementi. Ancora una volta sono speranze vane; noi non  abbiamo il potere di cambiare gli altri. Darsi da fare per cambiare se stessi, invece, è un progetto di vita.

La vergogna si nasconde in noi e quindi sta a noi sbarazzarcene. Concedendole sempre meno spazio, la mettiamo alla porta. La vergogna si nasconde in fondo alla nostra fragilità, al nostro desiderio di perfezione e al nostro bisogno di piacere a tutti.

La vergogna ferisce la nostra dignità e ci fa credere di essere degli inferiori e dei deboli. Amplifica il nostro senso di incompetenza, la nostra insicurezza e la nostra paura di essere ancora una volta respinti.

La vergogna è un grande velo di tristezza, di impotenza e di rabbia repressa che seppellisce la nostra volontà di essere. Il suo scopo principale è quello di rafforzare il nostro atteggiamento di vittima, la nostra impotenza, la nostra passività.

Proviamo a prendere coscienza che la stima di cui abbiamo bisogno per ricostruire noi stessi non viene dall’esterno bensì da dentro di noi!

A far nascere la vergogna è la convinzione di essere sporchi, di aver perduto una forma d’orgoglio e di non meritare più il rispetto. La vera dignità rimane intatta; l’unico problema è che la vergogna la vela e la nasconde.

Incamminarsi verso la libertà significa soprattutto sbarazzarsi delle credenze errate e dei soffocanti sentimenti negativi che appesantiscono il cammino. E’ soltanto rifiutando in maniera categorica di lasciarsi insidiosamente imporre un’ingiustificata vergogna che delimitiamo il nostro territorio interiore. La vergogna è pericolosa, perché si insedia nel nostro intimo, nei nostri pensieri profondi e nella nostra privacy. E nessuno ha il diritto di venire a calpestare queste aiuole!

Ci vergogniamo di noi perché ci hanno mentito sulla nostra persona. Ci sono stati tenuti nascosti tantissimi aspetti belli e non si è preso il tempo di sottolineare i nostri punti di forza.

A furia di vergognarci e di sentirci in colpa, ci isoliamo. Nutriamo un senso di insicurezza nei confronti del mondo esterno. Ci diciamo che, a casa nostra, nessuno può farci del male.

Man mano che sprofondiamo in un isolamento rivendicato dalla vergogna, cresce la difficoltà a instaurare rapporti con persone nuove. Si finisce con il credersi contagiosi e indesiderabili e non c’è nessuno ad affermare il contrario.

Come uscirne??? Imparando ad amarci. A forza di amarci e di volerci bene, compiamo scelte di vita nelle quali non c’è posto per sentimenti distruttivi.

Iniziamo le grandi pulizie tra i nostri pensieri. Prendiamoci il tempo di comprendere che siamo persone di valore, degne di amore e che soprattutto hanno il diritto di sbagliare.

La vergogna può essere sostituita dalla tenerezza lasciando così il posto ad esperienze valorizzanti. La vergogna che proviamo è spesso un profondo sentimento di ingiustizia, impotenza, rabbia e tristezza.

Sbarazzandoci delle false credenze e dell’ingiustificato senso di colpa permettiamo a emozioni più “sane” di venire alla luce. Emozioni che nascono dal nuovo senso di fiducia che proviamo nei nostri confronti, fiducia che ,vincendo la vergogna e il senso di colpa , ci fa ri-trovare il senso del nostro essere nel mondo …..

“ La vergogna non è essere inferiori all’avversario,

è essere inferiori a se stessi …” M.Mandchoue

e il cammino non è ancora concluso …..

Abbasso il giudizio: i vantaggi dell’accettare gli altri

giudizio 1

” .. Noi non vediamo le cose per come sono

le vediamo per come siamo noi..”

Talmud

La tentazione di esprimere giudizi su quello che sono o fanno le persone non può ovviamente esistere se non a partire dalla nostra stessa esperienza. Possiamo vedere negli altri solo quello che abbiamo imparato a vedere in noi ….

E’ il cosiddetto meccanismo della proiezione che ci fa attribuire agli altri sentimenti o intenzioni che in realtà appartengono a noi.

Questa tendenza a vedere il mondo attraverso le nostre difficoltà personali dipende in parte dall’importanza che il nostro ego assume nel nostro funzionamento psichico: l’ossessione dolorosa di sé, che caratterizza le persone con problemi di autostima le espone ampiamente a questo rischio.

E in contropartita questa visione auto centrata porta ad un impoverimento della nostra visione del mondo, e quindi di noi stessi.

In effetti nella tendenza a giudicare è implicita quella di chiusura all’esperienza. Si riempie il mondo di sé anziché di lasciarsi riempire, informare, educare da lui. Di conseguenza il mondo ci sembra fossilizzato, “è sempre la stessa cosa”, le persone sono “sempre le stesse” (e quasi sempre deludenti). Spesso, invece, è il nostro modo di capirle che è sempre identico.

L’effetto della tendenza ad etichettare è ben noto in psicologia: una volta che abbiamo espresso un giudizio su qualcuno è difficile ricredersi, perché tutte le nostre azioni ulteriori saranno a quel punto influenzate da tale giudizio. Tenderemo, quindi, a memorizzare quello che confermerà la nostra etichettatura , e a rifiutare quello che non la confermerà.

E’ quello che si definisce una prospettiva di “pensiero selettivo”: scegliamo preferibilmente le informazioni che confermano le nostre convinzioni e le nostre preferenze..

Contrastare l’effetto dell’etichettatura richiede sforzi ben organizzati. E la cosa più semplice, piuttosto che dover rivedere sistematicamente i nostri giudizi, consiste nel non giudicare subito, troppo in fretta. Altrimenti saremo vittime di un effetto di priorità: la prima convinzione che si radicherà resterà la più solida sul lungo periodo, anche nel caso di una successiva invalidazione.

Eccoci di nuovo ai principi basilari dell’accettazione: gradualmente, regolarmente, abituarsi a osservare e accettare quello che osserviamo , a volte con generosità lasciando sempre un margine , evitando di “sputare sentenze” prima di conoscere i fatti. Poi rifletterci, e se esprimiamo un giudizio, farlo in modo preciso e provvisorio “ per il momento, riguardo a questo, poso pensare questo”. Alla fine, agire, passando dal risentimento  alla discussione, al confronto.

L’accettazione degli altri è un atteggiamento correlato con un maggior livello di benessere globale in chi lo pratica. Ne consegue quindi un circolo virtuoso: se sto bene, sarò più portato alla benevolenza, questa benevolenza a sua volta mi fa bene.

D’altra parte, l’apertura psicologica è correlata con l’autostima: migliore sarà quest’ultima, più ci aiuterà a osservare senza fare confronti, invidiare o giudicare, più ci consentirà di trarre profitto dalle esperienze della vita, di avere una maggiore flessibilità e capacità di adattamento a nuovi ambienti.

Una buona autostima, che passa anche attraverso l’evitamento del giudizio affrettato, può così essere uno strumento per bonificare il reale e può anche succedere che le persone ci “deluderanno” un po’ meno ….

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