Ancora qualche autosabotatore …

autosabotatore 6

Forse con i miei post seriali annoierò qualcuno tuttavia penso che sia importante, nel cammino per ri-trovarsi, conoscere quanto più possibile il paesaggio che stiamo andando ad esplorare e anche se la mappa non è il territorio è sempre meglio possederne una che andare alla cieca …..

La continua autoaccusa  =>

L’autoaccusa differisce dall’autoresponsabilizzazione nel senso che ad essere chiamate in causa non sono le possibili conseguenze di una situazione generate dal nostro comportamento, bensì una focalizzazione a monte sulla causa di un evento, della quale ci appropriamo.

E’ come se avessimo bisogno di usurpare un posto e di collocarci all’origine di un evento per colpevolizzarci di aver fatto o non fatto, detto o non detto. Le conseguenze delle nostre azioni non vengono considerate in termini di responsabilità, bensì servono solo ad alimentare il nostro senso di colpa. “E’ per causa mia che …”

Nell’autoaccusa il fulcro del discorso è la persona stessa e non quello che è successo; parlare di sé invade l’intero spazio di una situazione, al punto che talvolta ci si interessa alla persona che si accusa più che alla persona che ha subito il danno.

Paradossalmente la mancanza di amore e di autostima ha la tendenza ad alimentare parecchie autoaccuse: “E’ successo per colpa mia … non avrei mai dovuto”.

“E’ tutta colpa mia” non è troppo lontano da “è tutta colpa del fato, del destino” pronunciato ogni volta che fa comodo fomentare un’autostima già molto scarsa. Autoaccusandosi, questi auto-sabotatori sottraggono all’altro la sua responsaibilità o le conseguenze delle sue scelte e, soprattutto, concentrano l’attenzione sulla loro persona, in particolare l’attenzione che deriva dagli altrui tentativi di rassicurarli e di non farli sentire in colpa dimostrando loro che non sono responsabili.

Riflessioni …

Più inizio ad amarmi e a rispettarmi, meno ho bisogno di attribuirmi un valore sacrificandomi …

Prendere tutto sul serio, troppo sul serio =>

Bisognerebbe trovare una parola che descriva chi non riesce a perdonarsi per colpe mai commesse! Si tratta di uomini o donne che rimpiangono amaramente dentro di loro di non aver osato, di aver rifiutato, di essersi vietati e che rimuginano sulle occasioni nelle quali avrebbero potuto, avrebbero dovuto, avrebbero fatto tutto quello che non hanno fatto. Da quel che sembra niente li può aiutare ad essere meno infelici. Per queste persone, semplicemente accennare ad un evento felice è cosa sospetta, perché rammenta loro tutto  ciò di cui si sono privati.

Un “serioso cronico” è una persona che non sa ridere, che pèrende tutto quello che le si dice e che accade intorno a lei con una serietà talmente inflessibile da diventare penosa per chi la circonda.

Una persona di questo tipo non sopporta che in un incontro vi sia anche il minimo accenno di gioia o di piacere. Nulla lo fa ridere o lo distoglie dalla sua ieratica serietà. Per lui la vita è irrimediabilmente seria ragion per cui non va presa alla leggera.

Riflessioni …

Chi non sa sorridere di se stesso non conosce il piacere di ridere per un nonnulla, semplicemente per il piacere di ridere …

 

La pratica del pensiero magico =>

Il pensiero magico è una modalità di rappresentazione divisa dal pensiero logico e razionale; consiste nel credere che la realtà si adegui alle proprie aspettative o che il pensiero trasformerà la realtà per permettere di evitare una delusione, di superare una difficoltà, di risparmiarsi un obbligo o di sfuggire un rifiuto.

Il pensiero magico domina la mente del bambino e in numerose circostanze si protrae fino all’età adulta: “Se prendo un bel voto”, pensa il bambino, “magari questa sera il papà non litiga con la mamma”

Questo tipo di pensiero si manifesta spesso all’inizio di una storia d’amore: “Se quel piccione si posa ancora una volta sul bordo della ringhiera sono sicura che lui mi telefonerà per propormi di uscire …”.

Che il pensiero magico sia presente nell’infanzia è del tutto comprensibile, considerato l’immenso divario tra i mondo dell’infanzia e la realtà della vita. Tale pensiero permette al bambino di affrontare quella parte di ignoto e di mistero che lo circonda: “il nonno se n’è andato in paradiso; anche io un giorno ci andrò e così ci rivedremo e continueremo a parlare di orsi e di balene ..”.

Tuttavia, quando in età adulta questo pensiero diventa il principale sistema di rappresentazione, in qualche modo ci infantilizza e ci trattiene nella persistente illusione che la soluzione è negli altri , oppure solo nella nostra volontà senza che dobbiamo entrare in azione per modificare la situazione nella quale ci troviamo.

Il pensiero magico rappresenta un freno alla responsabilizzazione e rischia di spingerci a scrollarci di dosso la responsabilità di fronte alla realtà, imprigionandoci in uno stato di perenne attesa “del provvidenziale zio d’America, del caso o degli dei” che invochiamo e che si occuperanno di dar forma al nostro futuro.

Riflessione …

Spetta a me di accettare di essere responsabile del modo in cui affrontare quello che si presenta nella mia vita. Non ho potere su quello che mi accade, che viene toccato, risvegliato o ferito dentro di me, ma il modo in cui lo affronto è responsabilità mia. Se mi affido troppo alla magia dei miei pensieri, dovrò comunque interrogarmi sulle mancanze, le carenze o le pecche che l’immaginario mi permette di colmare…..

Appropriarsi dell’infelicità altrui =>

Per alcuni, prendere su di sé il dolore altrui, appropriarsi dell’altrui infelicità e tentare di porvi rimedio rappresentano attività a tempo pieno. Tuttavia, soffrendo al posto dell’altro, identificandosi nelle difficoltà di un amico o di uno sconosciuto, queste persone si risparmiano di occuparsi di loro stesse, evitando così di doversi concentrare sui propri interrogativi e sulle proprie ferite.

Chi mette in atto la tecnica della spugna si inquina, perché assorbe ogni cosa, buona o meno buona. Di conseguenza, nel suo intimo (trasformato in pattumiera vivente) non c’è più ninete di buono!

Naturalmente è necessario non confondere questi auto sabotatori con chi prova una vera compassione, il quale ha ben chiara la differenza tra ciò che accade all’altro e ciò che prova lui: emozioni, amore e disponibilità verso una persona che vive una sofferenza o una difficoltà. Compassione che è al tempo stesso desiderio non di prendere su di sé l’infelicità, bensì di essere presente, di accompagnare la persona che soffre per permetterle di superare la prova.

Appropriandosi invece dell’infelicità o delle difficoltà altrui, questi individui rendono la loro vita più interessante, più dinamica, la fanno uscire dalla monotonia o dalla banalità.

Riflessioni …

Non è prendendo su di me la sofferenza altrui che allevio questa sofferenza. Tutt’al più mi evito di trovarmi di fronte alla mia …

 

La vertigine del successo e la tanto invitante tentazione del fallimento =>

Alcuni non riescono a sopportare il successo. Sono capaci di mettere in moto energie e risorse notevoli per tentare di ottenere un risultato, di raggiungere un obiettivo, di guadagnare parecchio denaro o di ottenere quello che desiderano. Poi quando il risultato previsto è stato acquisito si comportano come se il successo riuscisse loro insopportabile.

Assieme al successo, all’obiettivo raggiunto, si instaura un insidioso meccanismo di sabotaggio: un concatenamento di coincidenze sfortunate e di decisioni non adatte, avventate o inconsapevolmente incaute che si riveleranno disastrose e produrranno un crollo, sfociando alla fine in un fallimento che paradossalmente verrà vissuto come un sollievo da chi lo ha messo in moto.

In alcuni si manifesta quasi un bisogno compulsivo di inimicarsi il mondo intero, di essere rifiutati dall’ambiente. Puntano a scatenare tuoni e fulmini per riuscire a ritrovare tutte le loro possibilità, attingere ad ogni loro risorsa. Tutto accade come se, di fronte all’incomprensione del mondo, il loro intero potenziale si risvegliasse.

Il fatto di emarginarsi di “avere tutto il mondo contro”, alimenta un’autoimmagine attraverso la quale tentiamo di imporci agli altri, di dar prova che siamo migliori di quanto gli altri pensano. E’ questo il prezzo attraverso il quale viene attuata la differenziazione, nel caso in cui essa si sviluppi a partire da un’identità dal profilo vago e poco delimitato.

Riflessioni …

A chi farò del male se mi arrischio a riuscire?

Chi metterò in difficoltà se mi arrischio ad essere felice?

Chi si sentirà costernato se sono me stesso?

… e ce ne sarebbero molti altri … forse è meglio fermarsi qui ….!!

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