Contro la consapevolezza: strategie elusive e motivi di fuga

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“ Se scegliamo di vivere alla cieca, abbiamo buoni motivi per avere paura ….”  N.Branden

Diverse sono le strategie elusive che mettiamo in atto per sfuggire alla consapevolezza; la più semplice consiste nel non sforzarsi di dirigere il flusso della consapevolezza. Gettiamo le armi decidendo di lasciarci trasportare passivamente dalle associazioni mentali. La nostra mente diventa una nave senza nessun timone che vaga passivamente trasportata dalla corrente.

Un’altra forma di elusione della consapevolezza è la resa passiva alle emozioni : paura, dolore, rabbia diventano più grandi di noi e ci imprigionano. Questo è molto diverso dall’essere testimoni consapevoli di quello che proviamo cercando di vivere con chiarezza le emozioni che proviamo momento per momento senza lasciarci sommergere. E’ possibile provare emozioni intense e nello stesso tempo conservare una totale chiarezza di pensiero, stare nel “qui e ora” consapevoli di quello che si sta provando.

Senza voler suggerire una dicotomia intrinseca tra emozioni e coscienza è facile, spesso, osservare che per molti i sentimenti e le emozioni rappresentano un rifugio dalla realtà. Queste persone agiscono partendo dal presupposto che, fino a quando restano assorbite dalla paura, dal dolore, dalla rabbia , eviteranno di pensare, connettere e agire responsabilmente.

“Ho paura – fermate il  mondo”, “soffro – qualcuno faccia qualcosa”, “sono furiosa- che nessuno osi sfidarmi”. In questo stato mentale, sentimenti ed emozioni equivalgono alla non consapevolezza, al volersi nascondere per evitare di prendersi la responsabilità del sentire.

Esercitare una consapevolezza mirata è un lavoro che richiede fatica; d’altro canto esiste una cosa molto semplice che si chiama avversione per la fatica. La conosciamo tutti molto bene, perché ciascuno di noi vi soccombe almeno una volta ogni tanto. Se permettiamo a noi stessi di soccombervi spesso, sia come legittima forma di riposo, sia come indulgenza temporanea verso noi stessi, ma senza intenzione di evitare per sempre quello che sappiamo di dover affrontare, in genere non ci crea nessun danno. Ma se adottata come stile di vita, o reazione abituale, questa politica è autodistruttiva.

La politica della passività ci lascia addosso la sensazione di essere impreparati di fronte a molte sfide e occasioni della vita, e soprattutto non ci permette di coltivare la nostra autonomia.

La paura è un altro dei motivi che rallentano la presa di consapevolezza. Esistono molte cose di cui si può teoricamente aver paura, ad esempio:

  • Paura della nostra fallibilità. Teniamo presente tuttavia che arrendersi alla paura di scegliere o prendere decisioni è essa stessa una scelta o una decisione e come tale avrà delle conseguenze.
  • Paura di assumersi delle responsabilità. Se la nostra priorità più alta non è raggiungere degli obiettivi, ma evitare di essere ritenuti colpevoli o responsabili di qualcosa, nella vita non realizzeremo mai nulla. Il timore che non osiamo sfidare diventerà la nostra prigione e determinerà i limiti della nostra esistenza.
  • Paura di affrontare la verità sui nostri pensieri, emozioni e comportamenti. Chiunque abbia fatto con successo percorsi di crescita conosce sicuramente l’importanza dell’accettazione di sé. Quando accettiamo e facciamo nostro ciò che siamo; quando digeriamo il fatto che i nostri pensieri, emozioni e comportamenti sono, almeno nel momento in cui hanno luogo, espressioni di noi stessi; quando ci apriamo all’autoconsapevolezza; quando smettiamo di giudicare e cominciamo a vedere; allora diventiamo più forti e diventiamo più integri.
  • Paura di essere sopraffatti dal proprio mondo interiore. La paura di restare sommersi e di perdere la capacità di funzionare se permettiamo a noi stessi di essere “troppo consapevoli” non ha nessun fondamento nella realtà. Questa è una preoccupazione che ho sentito molto spesso da clienti spaventate dalla loro stessa rabbia. A volte, quando questa rabbia non riconosciuta comincia ad affiorare, si chiedono se non stanno “impazzando”. Quando, e se, permettono a se stesse di guardare in faccia le loro emozioni, senza agire contro di esse in maniera distruttiva, ma cercando vere soluzioni alla loro frustrazione, di solito finiscono per sentirsi più padrone di se stesse e più equilibrate. Ogniqualvolta riusciamo ad integrare una parte di noi che si era in qualche modo separata, il risultato è una sensazione di maggior interezza.

Se viviamo consapevolmente non voltiamo le spalle alla vita: l’abbracciamo. E vedremo che, così facendo sarà naturale per noi abbracciare anche la continua evoluzione della consapevolezza stessa. Perché la vita è crescita, movimento, espansione, spiegamento, slancio dinamico.

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