L’ascolto del dolore

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“L’uomo dovrebbe imparare ad affrontare il dolore perché non è tutto da gettare via. C’è un dolore che tormenta e uno che matura. Un dolore che distrugge e un altro che avvisa per tempo di ciò che occorre fare.” Romano Battaglia

Un altro post, di questo blog, sul dolore che in questo periodo di profonda crisi politica, sociale, economica sembra essere prepotentemente alla ribalta, declinandosi in tutti i suoi aspetti. Primo fra tutti la perdita di identità , quel sottile tarlo , di colpo diventato realtà, di non appartenere a se stessi …..

Molte persone scoprono di vivere una vita in-autentica, mentre desiderano vivere pienamente, o almeno sentirsi vive. La loro rinascita è sempre preceduta da una lunga sofferenza; in molti casi, al dolore in un primo momento è negata dignità e valore. Si impongono di non pensarci o si sforzano di convincersi che tutto vada bene. Se la raccontano, come si dice.

Vari anestetici sono disponibili allo scopo, con nomi commerciali quali: “sono io quella sbagliata”, “c’è chi sta peggio di me”, “sono infelice perché corro dietro a fantasie”, “sono troppo sensibile e mi lamento per cose da poco”, “sono io che chiedo troppo”.

Molti sono i convincimenti con cui si cerca di anestetizzare il dolore, dai più popolari: “ma si, va beh, fa lo stesso”, “non importa”, al più filosofico “la felicità che io cerco è in realtà un’illusione” e al rassegnato “in fondo le mie amiche stanno peggio di me”.

Tali anestetici sono spesso iniettati in vena, a titolo di aiuto, proprio dalle persone che ti vogliono bene, o dovrebbero volertene. Tuttavia, anch’esse vanno capite: farsi carico dell’altrui dolore è molto disturbante. Bisogna amare molto chi sta male, per condividere la sua sofferenza e attraversare insieme la lunga e oscura notte del “perché sono infelice e cosa devo fare per non esserlo più”.

Ci vuole grande forza per lasciarsi investire dal dolore altrui, dargli un senso, partecipare al disorientamento di chi soffre. E non tutti hanno questa forza.

E così minimizza le parole del dolore, facendole apparire sciocche, esagerate , superficiali . E’ più facile tergiversare, far finta di non capire, non dare peso, scoraggiare, far balenare i pericoli che il cambiamento potrebbe provocare.

Ma se il dolore non è accolto e se non si trovano le parole esatte per dirlo, è costretto ad aprirsi nuovi varchi, a cercare sbocchi anche laddove non saprebbe consentito.

Il passaggio decisivo è smettere di fuggire, lasciare che la sofferenza non ci risparmi, permetterle di diffondersi fino a sentirne la ferita profonda. Rifiutare le facili anestesie, sentire, percepire, vivere il dolore. Trattarlo come un utile campanello d’allarme, piuttosto che un ospite indesiderato.

Spesso il dolore dell’identità negata genera un sommovimento interiore, una ribellione di cui si intuisce l’enorme potere deflagrante, in grado di destabilizzare la situazione personale. Il vulcano che si riaccende è l’immagine più adeguata. La persona percepisce di avere dentro di sé una bomba con la miccia accesa. Molti si propongono di spegnerla, immergendola nell’acqua della rassegnazione, del senso di colpa che in realtà nascondono un’oggettiva complicità con il male che ha generato l’infelicità.

La perdita della propria identità si comunica spesso alla coscienza con immagini che alludono alla morte. La più classica è la sensazione di soffocamento, di mancanza d’aria, di spazio vitale.

Ma anche la sensazione di vivere in un sarcofago, di indossare un abito che non è il proprio. Non diversamente dal sentirsi spenti, insensibili e anestetizzati e dal non doversi fare più alcuna domanda e farsi andare bene tutto, per non soffrire.

Domina una sensazione di appiattimento, di perdita generale di interesse per la vita.

Molte volte mi raccontano anche la sensazione di estraneità alla propria storia personale: di aver fatto molte cose , ma per costrizione, per senso del dovere, senza un’intima partecipazione. E comunque non per quello che sono o eseguendo cose “che non mi appartengono, in cui non mi riconosco”.

Il cambiamento, e lo ripeto ancora,  richiede di stare dentro al proprio dolore, sentirlo, lasciarsene invadere, lasciarlo entrare e dargli un nome.

La consapevolezza, è bene saperlo, è sempre figlia del dolore …..

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