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Grazie mente, oggi non gioco!

la mente

Giudicare è uno dei modi più comuni con cui la nostra mente accresce il nostro malessere ; ma ce ne sono moltissimi altri.

Di seguito un elenco di domande e commenti comuni che la mente fa, i quali spesso suscitano o intensificano delle emozioni spiacevoli.

“Perché mi sento così?”

Questa domanda ci predispone a passare in rassegna tutti i nostri problemi, uno per uno, per vedere si riusciamo a identificare quello che ha causato le nostre emozioni. Naturalmente, questo ci fa stare peggio, perché crea l’illusione che la nostra vita sia fatta solo di problemi. Inoltre fa perdere un sacco di tempo in pensieri spiacevoli  (e questo processo ci aiuta in qualche modo pratico? Ci aiuta a fare qualcosa per migliorare la nostra vita?)

In genere ci si fa questa domanda perché si pensa che, se si riesce a trovare il motivo per cui si sta così “male” si riuscirà a trovare un modo per sentirsi meglio. Purtroppo questa strategia è quasi sempre controproducente; nella maggior parte dei casi non è importante “perché” esattamente sono emerse le emozioni spiacevoli; quello che conta è “come” si reagisce a da esse..

Il fatto fondamentale è sempre lo stesso: proviamo quello che proviamo! Quindi, se riusciamo ad imparare ad accettare le nostre emozioni senza per forza doverle analizzare, ci risparmieremo un sacco di tempo e fatica.

“Cosa ho fatto per meritarmi questo?”

Questa domanda ci predispone a dare la colpa a noi stessi. Rimastichiamo tutte le “brutte” cose che abbiamo fatto per cercare di capire perché l’universo abbia deciso di punirci. In questo modo finiamo per sentirci indegni, inutili, cattivi o inadeguati.

“Perché sono così?”

Questa domanda ci porta a frugare in tutta la storia della nostra vita alla ricerca dei motivi per cui siamo come siamo. Spesso l’unico risultato di questa domanda è rabbia, risentimento e scoraggiamento.

“Non ce la faccio!”

Fra le variazioni sul tema ci sono “Non lo sopporto!”, “E’ troppo per me”, “Avrò una crisi di nervi” e via dicendo. Sostanzialmente, la nostra mente ci sta dicendo che siamo troppo deboli per reggere la situazione e che se continueremo a sentirci come ci sentiamo ci accadrà qualcosa di brutto. (E’ una storia utile a cui prestare attenzione?)

“Non dovrei sentirmi così”

Questo è un classico. Qui la nostra mente contesta la realtà. La realtà è questa: in questo preciso momento proviamo quello che stiamo provando. Ma la nostra mente dice: “La realtà è sbagliata! Non dovrebbe essere così! Basta! Datemi la realtà che voglio io!”

Questa specie di lite con la realtà non si conclude mai a nostro favore. E serve a cambiare qualcosa?

“Vorrei non sentirmi così”

Pia illusione: uno dei passatempi preferiti dalla mente (“Vorrei avere più fiducia in me stessa”, “Vorrei non essere cos’ ansiosa”). Così possiamo passare ore e ore a immaginare quanto la nostra vita potrebbe essere migliore se soltanto provassimo emozioni diverse. (E questo ci aiuta ad affrontare la vita che conduciamo oggi?)

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Basti dire che il sé pensante ha molti modi per acuire direttamente i nostri stati d’animo negativi o per farci perdere un’enorme quantità di tempo a ruminare inutilmente su di essi.

Quindi d’ora in avanti, cogli la tua mente sul fatto quando cerca di agganciarti con domande e commenti di questo tipo. Poi rifiutati semplicemente di stare al gioco. Ringraziala per aver cercato di sprecare il tuo tempo e concentrati invece su qualche attività utile o significativa.

Può esserti utile dire: “Grazie mente, ma oggi non gioco …!”

Ancora sul senso di colpa

senso di colpa 3

“Ho la conoscenza, ma agisco sotto la costrizione del mio essere” ( Euripide)

Visto che il post precedente sul “senso di colpa” ha sollevato un grande interesse, posto un’altra riflessione sullo stesso argomento questa volta unito al concetto di autostima. La “colpa” sentimento che sta alla base di molti disagi ed è spesso causa di azioni disfunzionali che ci allontanano sempre più dall’obiettivo ben-essere ……

Lo scopo di un lavoro su se stessi, come potrebbe essere un percorso di Counseling, è quello di sviluppare un concetto di Sé positivo cercando di ri-tessere i passaggi emotivi mancati in modo da essere in grado di fronteggiare i passaggi della vita indipendentemente dall’approvazione o disapprovazione esterna.

Lungo la strada verso questo obiettivo, il modo in cui consideriamo il nostro comportamento, i criteri con cui lo giudichiamo e il contesto in cui lo osserviamo assumono un’ importanza fondamentale, specialmente nei momenti in cui tendiamo a rimproverarci e a sentirci colpevoli.

Parlando di assertività, cioè la capacità che permette ad una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i suoi diritti senza ignorare quelli altrui, spesso si teme che mettendola in atto si possa incorrere in un potenziale rischio di perdita dell’affetto e dell’approvazione da parte degli altri.

Il timore di mostrarsi assertivi deriva anche dalla paura del conflitto e dalla scarsa accettazione dell’assertività dell’altro.

La paura della disapprovazione, delle critiche e del rifiuto da parte di persone considerate importanti è una delle cause dei nostri “sensi di colpa” ed è il fondamento del risentimento che spesso ne è alla base.

Per liberarsi dai sensi di colpa occorre essere onesti verso se stessi, riconoscendo la rabbia e il risentimento legati al fatto di vivere secondo le aspettative altrui e non le proprie, esprimendo costruttivamente i propri sentimenti nei confronti degli altri.

Quando il nostro comportamento entra in conflitto con quello che consideriamo giusto e non sappiamo con chiarezza “per chi” è giusto e quale criterio stiamo usando (nostro o altrui), perdiamo il rispetto per noi stessi. Le nostre azioni riflettono sia quello che siamo, sia quello che pensiamo di essere. I sensi di colpa per gli errori commessi non sono produttivi, tanto meno riparativi.

Se ci autopuniamo invece di acquisire consapevolezza, la nostra autostima diminuisce. E’ importante considerare il contesto in cui si è verificato il comportamento e i motivi per cui in quel momento quella ci è sembrata la migliore tra le scelte possibili. Un’altra reazione frequente è quella di negre l’accaduto e le sue conseguenze. Piuttosto che negare è proficuo invece entrare in profondità nel contesto in cui l’”errore” si è verificato, chiedersi quali bisogni si cercava di soddisfare con quel comportamento e quali erano eventuali alternative che in quella circostanza sono state scartate.

Le nostre azioni sono sempre legate allo sforzo di sopravvivere, di proteggerci, di evitare la paura e il dolore, di nutrirci, di mantenere il nostro equilibrio e di crescere. Anche quando commettiamo un errore o ci comportiamo in maniera autodistruttiva, a qualche livello cerchiamo di prenderci cura di noi stessi.

Quando riusciamo a perdonarci i nostri errori, possiamo compiere azioni riparative e il nostro comportamento migliora, mentre se continuiamo a condannarci implacabilmente, il nostro comportamento, come la nostra autostima tendono a peggiorare. Essere comprensivi e benevoli verso se stessi non significa negare le proprie responsabilità, ma sentirsi in colpa non rappresenta una virtù: in realtà lascia passivi ed impotenti. Un atteggiamento costruttivo richiede di non arrendersi ai sensi di colpa, bensì di emanciparsi da essi.

Accettare la nostra fallibilità “vuol dire accettare le nostre imperfezioni, imparare a perdonare ed a riconciliarsi con se stessi più e più volte. Accettarsi non come alibi per continuare ad operare nell’errore e nella distruttività, ma come impegno a migliorarsi”.

La tendenza a giudicare le proprie caratteristiche ed il proprio comportamento mina il senso di autostima, poiché sancisce l’impossibilità al cambiamento e va a rinforzare la giustificazione per la propria passività: “nessuno mi amerà mai”, “non riesco mai bene”. Per migliorare l’autostima dobbiamo invece imparare a vivere senza le scuse dei “non posso”, “non sono capace”, “sono fatta così”. I sensi di colpo ci tengono legati all’inattività senza darci l’opportunità di sperimentare nuovi  comportamenti “è colpa mia”, “sono una delusione”, “sono sempre stata così”, “così è la vita”, “non posso cambiare”: il messaggio implicito è: “non aspettatevi niente da me”.

A qualcuno l’infelicità risulta familiare, anche se non piacevole. Come potrebbe diventare la nostra vita senza la depressione e l’infelicità che ci isolano e ci proteggono? La felicità richiede di più in termini di consapevolezza, impegno ed investimento di energia.

Anche la persona migliore del mondo, se mai esista, prima o poi andrà incontro ad un errore. L’errore e la fallacità sono parte dell’uomo e della sua crescita. Basti pensare che uno dei principali metodi con cui apprendiamo fin da piccoli è proprio quello per “tentativi ed errori”. I nostri errori non ci sottraggono valore come persone e non indicano che siamo individui degni di disprezzo. Perdonarsi significa riconoscere quelle che sono le nostre caratteristiche negative, le nostre debolezze, le nostre paure e accettarle come parte di noi. Solo così può essere possibile cercare di trasformarle in positivo.

Se sapremo perdonare noi stessi, lo sapremo fare anche con gli altri.

Se lo sappiamo fare con gli altri è ora che iniziamo a farlo anche con noi stessi…….

E per chi volesse approfondire ulteriormente:

Lucio Della Seta –  “Debellare il senso di colpa”  – Ed. Marsili

Sull’autoboicottamento ….

autosabotatore

Diventare maggiormente consapevoli del terrorismo relazionale che possiamo esercitare su noi stessi significa cercare di capire meglio tutto il male che rischiamo di farci con sincerità accecante.

Fin dagli albori dell’umanità, l’uomo è sempre stato un temibile predatore, sia per gli altri sia per se stesso. Ad essere forse diversi sono i metodi di questa predazione. Sono diventati più precisi, più sofisticati, più efficienti, soprattutto nei confronti della violenza e del male che possiamo infliggere a noi stessi o agli altri.

Per alcuni arrischiarsi ad essere felici pare costruire un’incongruenza oppure una calamità. Si adopereranno dunque a maltrattare se stessi con un bel po’ di costanza. Per un auto predatore, infatti, fare del male a se stesso, alimentare in un modo o nell’altro le proprie sofferenze, graffiare le proprie ferite, nutrire le proprie delusioni e cogliere al volo un determinato evento o pretesto per sminuire se stesso rappresenta talvolta un’attività a tempo pieno.

“Comunque sia, so che quello che faccio non servirà a niente e quindi non intendo darmi da fare per riuscire. So già che il mio lavoro è inutile….” Esiste il male che ci facciamo a causa delle scelte di vita, delle decisioni, delle azioni compiute che si rivelano catastrofiche; esiste anche il male che alimentiamo coltivando pensieri tossici e rimuginando su insoddisfazioni , risentimento o rancore.

Si tratta di “produzioni proprie” coltivate con molta cura, creatività, tenacia. Esiste altresì, di conseguenza, il male che facciamo a coloro che amiamo, che ci amano e che ci sono vicino nel momento in cui scoprono la loro impotenza di fronte all’incredibile energia che impieghiamo per alimentare la nostra scontentezza, mantenere in vita la nostra angoscia o crogiolarci nel nostro malessere.

Vivere con un inveterato auto distruttore o essergli costantemente vicino risulta sempre assai pesante per gli altri, che si sfiancano a prestare vari tipi di aiuto, rassicurazione e saggi consigli, invariabilmente uno meno dissuasivo dell’altro.

Bene o male facciamo tutti ricorsi all’autosabotaggio, possediamo addirittura degli auto sabotatori preferiti che sono all’opera fin dall’infanzia. Per alcuni questi auto sabotatori risalgono così indietro nel tempo che vengono confusi con le proprie origini e considerati parti di se stessi, come se fossero codificati nei geni, insiti nel carattere o nella personalità.

“Io comunque sono sempre stata così. Fin da piccola tutto mi scivolava dalle dita. Credevano che fossi maldestra, ma non è vero, occorre una certa abilità per incrinare un piatto o un piattino senza romperli! Io ho il terrore di tenere qualcosa in mano per più di tre minuti. Ad ogni modo, occorre rinnovare le stoviglie, vero???”.

Gli auto sabotatori che potremmo anche chiamare “guastafeste della vita” oppure nemici interiori” sembrano funzionare in maniera indipendente dalla nostra volontà, paiono addirittura dotati di una perseveranza e tenacia eccezionale. Sono loro che inquinano la nostra esistenza e ci trascinano verso direzioni e decisioni per nulla corrispondenti ai nostri desideri o scelte di vita.

Questi atteggiamenti,comportamenti, pensieri affiorano nei momenti più imprevedibili, dopodiché si ancorano e sembrano inamovibili. Tutto ha inizio con delle idee che “spuntano” nel momento peggiore, offuscando la nostra lucidità, sviando la nostra volontà , agendo in maniera del tutto indipendente, facendoci nel contempo credere che siamo stati noi a scegliere.

Questi auto sabotatori si impongono, prendono possesso della nostra mente, mascherano le nostre decisioni, si infiltrano nelle nostre parole e azioni invadendo il nostro presente.

L’autosabotatore, ben insediato in noi da anni, ha vari volti. Può presentarsi con la voce del buon senso e della ragione oppure, al contrario, con la voce angosciata o seducente di un neonato, di un bambino in ansia, di un adulto fragile, smarrito, che ha bisogno di essere rassicurato e tranquillizzato, di un adolescente ribelle che cerca di affermarsi o di un esperto la cui esperienza non si può mettere in dubbio.

Altre volte l’autosabotatore può comparire accompagnato dall’immagine di un genitore colpevolizzante o critico, che dispensa ordini: “Devi … non puoi fare … devi sentirti in dovere … non puoi assolutamente sottrarti …” La gamma delle ingiunzioni che ci spingono a fare quello che non vogliamo è assai varia e persuasiva.

L’autosabotatore gioca principalmente con i dubbi, le paure e il senso di colpa, ma anche con l’immagine di sé. In questo senso, è in grado di alimentare una “bella immagine” che abbiamo bisogno di conservare dentro di noi, per noi stessi o per gli altri. E’ l’immagine del buon padre, della buona madre, del buon impiegato, del buon figlio o della figlia perfetta che abbiamo interiorizzato e che per anni continuiamo a nutrire e a coltivare.

Si tratta di immagini in genere alimentate da paure immaginarie, poco reali così come lo è la maggior parte delle paure. Paura di dire, di non dire, di fare, di non fare e soprattutto di essere visti “come non vorremmo” o eticchettati in maniera peggiorativa.

Per la maggior parte dei auto sabotatori l’origine risiede nella precoce sedimentazione, dentro di noi, di certe mancanze. Mancanza d’amore, mancanza di fiducia, mancanza di speranza, mancanza di prospettive positive, mancanza di punti di riferimento visibili, concreti e di confini sicuri.

Rimanere aggrappati ad una situazione di mancanza e farne una fissazione suscita in genere frustrazioni e angoscia, rivendicazioni e collera, violenza verso gli altri e verso se stessi. Ecco perché  ogniqualvolta riusciamo a riconoscere il bisogno che si cela dietro la mancanza, gli auto sabotatori diminuiscono e magari spariscono.

Quello che pertanto è necessario effettuare è un lavoro di risistemazione degli eventi che hanno strutturato la nostra vita, un lavoro che ci permetterà di capire meglio tutto quello che abbiamo alimentato in noi di negativo e, nello stesso tempo, lasciarlo andare.

Affinchè questo non rimanga solo un pio desiderio, dobbiamo individuare i nostri auto sabotatori, facendolo ci sentiremo più dinamici e , cosa importantissima, svilupperemo un maggior rispetto verso noi stessi ….

E allora al lavoro ….. quali sono i tuoi autosabotatori ????

Continua a seguirmi se ti va di saperne di più ….

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