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Lasciare alle spalle ciò che non c’è più (II parte)

tazza

Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
Bert Hellinger,

Se sono in grado di accettare tutto quello che comporta una perdita elaborandolo nel modo “giusto” per me “gli addi” non saranno altro che un arricchimento ed una crescita.

Immagina se mi aggrappassi a quegli splendidi momenti dell’infanzia (sempre che ce ne siano stati…) che mi fanno pensare a come era bello essere bambini , o se mi sentissi confortata la ricordo dell’immaginaria sicurezza dell’utero della mia mamma, pensando che quello sia lo stato ideale. Pensa se restassi ferma a un qualche tappa precedente della mia vita e decidessi dio non proseguire. Immagina se stabilissi che alcuni momenti del passato sono talmente belli, certi legami così gratificanti, alcune persone tanto importanti che non voglio perderli, e mi aggrappassi a loro come ad una corda salvatrice, a ciò che non sono più. ….

Nonostante ciò è stato doloroso abbandonare ognuno di questi luoghi, lasciare la mia infanzia, abbandonare l’utero, lasciarsi alle spalle l’adolescenza. Ciascuno di queste azioni ha implicato delle perdite da un lato, e profitti dall’altra ma è grazie a ciò che si diventa ciò che si è.

Non esiste un profitto importante che non implichi, in qualche modo, una rinuncia, un costo emotivo, una perdita, perché questa è la verità che si scopre alla fine: che il dolore è imprescindibile dal nostro processo di sviluppo personale, che le perdite sono necessarie per la nostra maturazione e che quest’ultima, a sua volta, ci aiuta a percorrere il nostro cammino.

Quanto più ci si sgancia, tanto maggiore sarà la crescita. Più si è maturi, minore sarà la disperazione di fronte a ciò che ho perso; meno ci si tormenta per ciò che è stato, meglio si potrà continuare a percorrere il cammino.

Se sai chi sei, sarai in grado anche di abbandonare volontariamente e dolorosamente qualcosa per far posto ai nuovi desideri.

Bisogna svuotarsi per potersi riempire. Una tazza serve solo quando è vuota. Una tazza piena non ha senso perché non la si può riempire con niente. Non può dare nulla perché prima dovrà imparare a svuotarsi.

Non si è solo ciò che si possiede ma anche e soprattutto ciò che si è in grado di dare. E per questo è necessario sperimentare la perdita, il distacco e una certa dose di dolore perché si perde qualcosa anche quando si decide di proprio iniziativa di dare ciò che è nostro.

Per poter rispondere alla domanda “Chi sono?” bisogna accettare anche il vuoto, lo spazio dove, per decisione, per caso o per natura, non c’è più quello che c’era prima.

Questa è la nostra vita: disfarsi del contenuto della tazza per poterla riempire di nuovo. La nostra vita si arricchisce ogni volta che la riempiamo, ma anche ogni volta che la svuotiamo perché, quando lo facciamo, ci stiamo aprendo alla possibilità di riempirla di nuovo.

Personalmente la storia del mio rapporto con la mia crescita e con il mondo è la storia di questo ciclo dell’esperienza: entrare e uscire, riempirsi e svuotarsi, prendere e lasciare. Anche se non sempre è un processo facile. Anche se non sempre è privo di danni ……

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Per saperne di più:

Judith Viorst – Distacchi – Ed. Sperling Paperback

Lasciarsi alle spalle ciò che non c’è più (I parte)

distacchi

Alcune persone pensano che aggrapparsi alle cose le renda più forti, ma a volte si necessita di più forza per lasciare andare che per trattenere – Hermann Hesse

In alcuni momenti di questo viaggio per ri-trovare se stessi, cercando risposte, può accadere di confrontarsi con la scoperta che il “chi sono” non si sovrappone necessariamente al “chi ero” e a volte il mio “io” di oggi è completamente diverso dal mio “io” di ieri nonostante sia eredità di quest’ultimo. Questo significa che non sono colei che ero e anche che non ho accanto né le stesse cose, né le stesse persone di allora. E questo può fare male …….

Il dolore è un evento imprescindibile e fa parte della nostra crescita. Tutte le sensazioni associate alla tristezza sono normali, nessuna esperienza costituisce di per sé una malattia, nessuna è minaccia della nostra integrità.

Può darsi che in un determinato momento, di fronte ad una specifica situazione, una persona reagisca attraversando un processo di grande sofferenza. Ma è anche possibile che la stessa persona, o un’altra, in un momento diverso ma comunque simile, attraversi un altro tipo di dolore, molto più grande e intenso.

E’ giusto così: il vissuto di ciascuno di fronte ad un dolore è una questione unica e personale.

Prendiamo alcune migliaia di persone e tingiamo i loro pollici con la vernice nera. Chiediamo poi loro di lasciare le impronte sulla parete. Ciascuna sarà diversa, non ce ne saranno due uguali, perché non esistono due persone con le stesse impronte digitali.

Tuttavia, hanno tutte caratteristiche simili che ci permettono di studiarle e sapere di più sul loro conto. Ognuno dei nostri dolori, al pari delle impronte, è unico e ogni modo di affrontarlo è irripetibile.

Nonostante ciò, ogni dolore somiglia, in alcuni punti, a tutti gli altri dolori e questi tratti comuni ci consentono di capirli maggiormente. Di fatto “aiutare” qualcuno in un momento di dolore significa lasciar libero chi soffre di esprimere le proprie emozioni, qualunque esse siano, a suo modo e con i tempi di cui necessita. Noi counselors, insieme a psicologi e psicoterapeuti concordiamo sul fatto che la possibilità di trovare una forma d’espressione del vissuto interiore aiuta ad alleviare il dolore di coloro che stanno attraversando questo cammino.

Potremmo chiederci perché mai una persona dovrebbe pensare che si separerà dalle cose? Ci sono molte cose che una persona tiene con sé per tutta la vita. A quelle potremmo aggrapparci tranquillamente, sapendo che staranno al nostro fianco fino all’ultimo minuto. Sarebbe bello se non fosse per il fatto che è impossibile.

Questo è il primo insegnamento dell’essere adulti! E se non vogliamo accettare questo ci illuderemo fingendo finte eternità possibili. Inoltre, quanto si può godere di qualcosa per la quale si ha l’estrema paura di  perderla????

Poniamo il caso che ci sia un oggetto sulla mia scrivania fatto di un materiale caldo e splendido al tatto. Supponiamo che lo tenga saldamente tra le mani per paura che qualcuno me lo voglia rubare ; che succederebbe se il pericolo (anche se immaginario) continuasse a incombere ed io continuassi a tenere strettamente l’oggetto fra le mie mani?

In primo luogo mi renderei conto che non c’è più nessuna possibilità di godere al tatto di ciò che stringo (provaci adesso, metti qualcosa con forza tra le mani e stringi. Guarda se riesci a percepire come è al tatto. Non puoi. L’unica cosa che puoi sentire è che lo stai afferrando, che stai cercando di evitare che si perda).

La seconda cosa che potrebbe accadere, tenendolo strettamente fra le mani, è sentire dolore (continua ad afferrare l’oggetto con forza in modo che nessuno possa portartelo via e osserva cosa succede).

Ho ottenuto ciò che volevo però lungo la strada ho rinunciato a tutta la felicità che veniva dalla  relazione con l’oggetto in sé.

Questo è quello che succede insistendo con la stupida necessità di possedere quello che non ci appartiene più: che sia una qualunque idea ritenuta baluardo o una qualsivoglia relazione, inclusi i legami più stretti, con i genitori, figli o partner.

Di fatto ciò che fa sì che i miei vincoli transitino attraverso spazi godibili è, continuando nella metafora, potere aprire la mano. Imparare a non vincolarmi nell’odiosa maniera di conquistare, controllare o stringere ma piuttosto lasciarsi andare ad una situazione di vero incontro con l’altro senza timore di provare in seguito dolore.

Il modo per non soffrire “di più” non è amare “di meno”, cercando di non compromettersi affettivamente con niente e con nessuno, ma imparare a non rimanere legati a ciò che non c’è più.

Impegnarsi a godere di quello che si ha in ogni momento e fare il possibile perché sia meraviglioso finchè dura. Non vivere oggi pensando a quanto è stato bello ieri, ma sforzandosi di rendere entusiasmante quello che avviene ora.

Restare ancorati a ciò che accade in ogni momento presente, non a ciò che è stato. Restare legati a ieri significa vivere schiavo del passato, coltivando ciò che non è più.

Che succede se una persona trae vigore dal riscoprire ogni giorno la sua relazione con l’altro? Che succede se ci obblighiamo a rinnovare l’impegno con l’altro quotidianamente piuttosto che una volta per sempre? Per molti, timorosi, insicuri e intransigenti, la relazione diventerà un vincolo poco impegnato, per me è esattamente il contrario: non bisogna attaccarsi ad una persona, situazione o relazione, come una cozza su uno scoglio, e se domani ciò che dà tanto piacere finisce, essere in grado di prendere la decisione di lasciarlo andare, ma finchè non arriva quel momento ( e non è detto che deve arrivare per forza) cercare di impegnarsi completamente.

Essere chi sono è correre il rischio di percorrere senza paura questo cammino “bagnato di lacrime” perché oltre alle persone che uno perde ci sono situazioni che si trasformano, legami che cambiano, tappe della propria vita che si superano, momenti che finiscono e ognuno di essi rappresenta una perdita da elaborare …..

…… continua nel prossimo post

Consapevolezza, distacco e assenza di giudizio: il giusto mix per ri-trovarsi

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“Quando sai cosa stai facendo, allora puoi fare quello che vuoi” M.Feldenkrais

Facendo seguito a vari post su questo tema, vorrei oggi inoltrarmi su una riflessione più approfondita sugli ingredienti necessari per una buona conoscenza di sé: la consapevolezza – il distacco e l’assenza di giudizio.

Spesso si usa il termine “autoconsapevolezza” come sinonimo di “autoconoscenza” in realtà non sono la stessa cosa. “Autoconsapevolezza” è la capacità di dirigere coscientemente l’attenzione verso ciò che avviene fuori e dentro di noi; “autoconoscenza” è la capacità di collegare correttamente i dati raccolti mediante la consapevolezza.

Oltre al saper osservare è necessario, poi, sapersi guardare intorno, imparando a cogliere quei segnali che le altre persone o le circostanze della vita hanno in serbo per noi. Infatti ogni cosa che ci succede, ogni incontro è una esperienza che, piacevole o spiacevole che sia, può insegnarci qualcosa su noi stessi.

Ogni situazione che ci troviamo a vivere è come uno specchio in cui, se sappiamo osservare bene, possiamo vedere riflesse parti di noi che al momento non conosciamo ancora.

Ecco quindi che di fronte ad ogni evento della vita sarebbe opportuno chiederci “che cosa posso imparare da questo? Con quale parte di me che ancora non conosco mi mette in contatto?”.

Queste domande ci mettono in comunicazione con le due parti in cui si divide la “consapevolezza”, quella “interiore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene dentro di noi, nello stesso momento in cui avviene (“qui e ora”) e quella “esteriore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene fuori di noi, nel preciso istante in cui avviene.

Per fare questo è necessario il “distacco”, ovvero, l’atto del percepire come se lo facesse un’altra persona non coinvolta. Per quanto riguarda la “consapevolezza interna” ad esempio sentire nitidamente le sensazioni corporee, le proprie emozioni, osservare il fluire dei propri pensieri, avvertire i bisogni. In ugual modo servirsi dello stesso “io osservatore” per la “consapevolezza esterna”: dunque osservare i fenomeni fisici, atmosferici e ancora di più quelli relazionali, ossia, i comportamenti, le espressioni, gli sguardi delle persone con cui interagiamo, ascoltarne le parole ma anche le tonalità della voce e le pause, avvertirne empaticamente le emozioni, cogliere le loro reazioni alle nostre parole e comportamenti.

Proviamo a considerare la consapevolezza come un punto di vista neutrale come un testimone che osserva dall’esterno qualcosa in cui non è in alcun modo coinvolto. Per arrivare a tale neutralità è necessario “sospendere il giudizio” ossia: osservare senza giudicare. Porsi con mente aperta libera da pregiudizi, condizionamenti e credenze che possono distorcere la nostra prospettiva.

Consapevolezza => sapere con, è la condizione in cui la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto di noi stessi, in un uno coerente. È quel tipo di sapere che dà forma alle azioni della nostra vita rendendole autentiche.

Non solo ….. rendendoci coscientemente conto dei nostri bisogni si sapranno, poi, meglio riconoscere e accettare quelli degli altri; accogliendo le proprie emozioni si potranno accogliere più facilmente quelle degli altri; riconoscendo i propri schemi e le proprie maschere si potranno accompagnare più semplicemente gli altri a liberarsi delle loro e tutto questo ci porterà ad instaurare relazioni più sincere e costruttive.

Si tratta dunque di un processo evolutivo circolare, in cui l’esteriorità rimanda all’interiorità e questa di nuovo alla prima e così via fino ad una completa e cosciente integrazione tra queste due sfere dell’esistenza.

E in questo processo circolare di progressiva coscienza di sé si amplia la nostra visuale e di conseguenza muta anche il nostro rapportarci agli altri. Parallelamente si presta più attenzione a se stessi e agli altri al di là degli schemi consueti, rendendosi conto che ciò che accade realmente nel “qui e ora” non è ciò che “dovrebbe accadere” in base alle proprie teorie e aspettative.

Spesso crediamo di vedere le cose come realmente sono, mentre le percepiamo distorte dai nostri schemi mentali, dalle nostre speranze e paure. Non si tratta di fare a meno degli schemi bensì di utilizzare schemi sufficientemente flessibili, essendo disponibili in ogni momento a rivederli e all’occorrenza abbandonarli.

In ultimo, per essere davvero consapevoli è necessario affrancarsi il più possibile da pregiudizi, condizionamenti, credenze che possono distorcere la nostra percezione. Questa è la prima fase di ogni serio percorso verso la consapevolezza per un vivere più consono alla nostra unica e irripetibile natura

 

La fine di una relazione: sconfitta od opportunità di crescita?

coppia scoppia

Oggi, sempre più coppie si costituiscono e si costruiscono sui … pezzi di una coppia precedente.

Ciascuno dei partner annientato o deluso, scottato o entusiasta, tenta una nuova alleanza, con un desiderio di riuscire secondo le delusioni o le scoperte precedenti.

E’ interessante il fatto che, per potersi legare, ci si sciolga da un attaccamento non soltanto ad una persona, ma anche ad un sistema relazionale. E’ indispensabile essere vigili nei confronti del rischio di ripetizioni o di illusioni che portiamo con noi.

Dalla maggior parte delle persone, un divorzio, una separazione, una rottura sono vissuti per lo più come una sconfitta dolorosa. Inscrivono profondamente il dubbio sul nostro valore, sulla nostra capacità di essere amati, feriscono a volte irrimediabilmente le nostre speranze di impegnarci in una nuova relazione sentimentale.

E questo non soltanto da chi si sente l’oggetto del rifiuto o dell’abbandono, ma anche da parte di chi lascia.

Una verità su cui porre l’attenzione è che non sono i sentimenti che tengono unite due persone, bensì la qualità della relazione che esse si possono reciprocamente offrire.

Al di là dell’incontro basato sull’attrazione, su sentimenti ed emozioni riconosciute o su scelte inconsce, costruire una relazione che duri si dimostra un compito superiore alle possibilità di molti. Perché siamo  troppo spesso degli infermi della relazione.

Bisogna dirlo e a maggior ragione soprattutto in questo periodo urlarlo: a volte esiste un tale terrorismo relazionale, una vera e propria violenza endemica in certe relazioni amorose e di coppia , da indurre (purtroppo ancora troppo spesso non si trova il coraggio …) l’uno o l’altro dei partner a “salvarsi la pelle”, a rinunciare o a fuggire una relazione che lo distrugge o lo divora.

Mi racconta una cliente: “non ne potevo più, diventavo pazza a sopportare tutti i giorni le sue critiche, le sue osservazioni e le sue accuse. Nulla di quello che facevo gli andava bene. Mi aggrappavo alle mie convinzioni, speravo in un miracolo. Ricevevo il più piccolo regalo di non aggressione come un regalo, una carezza, ma quasi subito arrivava la doccia fredda … Era tempo che mi rispettassi ..”

E un’altra: “Non ridevo più, mi sentivo vecchia e logorata, soprattutto logorata. Non si riusciva a trovare un accordo su nulla, desideri, bisogni, progetti, tutto sembrava in opposizione. Avevo la sensazione di passare accanto alla vita. I miei obiettivi erano modesti, non cercavo la felicità, ma soltanto di potermi guardare al mattino senza disperazione …”

Se la decisione è stata presa e non esiste speranza di un possibile accordo, chi chiede la separazione e si mobilita a questo scopo dovrà definirsi chiaramente, impedire all’altro di aprlare su di lui/lei e confermare la sua scelta di fronte ai tentativi di colpevolizzare, di aggredire moralmente, di screditare … da parte dell’altro.

La separazione, le perdite, gli abbandoni, se non si inscrivono nel risentimento, nel rancore o nell’accusa contro l’altro o nella disistima di se stessi, possono permettere ad un uomo e ad una donna di accedere ad un nuovo modo di vita, di essere uomo o donna in modo diverso.

Vedersi di nuovo individui interi. Rinnovare il contatto con la parte migliore di sé. Trovare nuove risorse e una maggiore capacità di stare meglio con se stessi.

Ogni separazione contiene il rischio di una ferita narcisistica, che rovina o distrugge l’immagine che uno ha di se stesso.

Ma possiamo anche comprendere che l’altro ci lasci, la maggior parte delle volte, per se stesso. Chi chiude una relazione lo fa in funzione di quello che è, di quello che è diventato, anche se si dà l’alibi che tutto è successo “a causa dell’altro”.

Possiamo liberarci dall’immaginazione onnipotente (di origine infantile) per cui tutti i comportamenti, i sentimenti o le decisioni di una persona, anche vicina, dipendano da noi.

Ciò che concorre poi a trasformare quella che appare in un primo tempo come una sconfitta, è la capacità che abbiamo o non abbiamo di “prenderci cura” di due elementi, l’uno affettivo, l’altro relazionale, che ci legano alla persona che se ne va.

Prenderci cura dei sentimenti , talvolta profondi, che proviamo ancora per la persona che ci lascia o che noi lasciamo. La relazione in ciò che ha avuto di buono, di stimolante, di vivo prima che si rovinasse.

Dobbiamo riconoscere, in effetti, che siamo incredibilmente abili nel maltrattare e sminuire i sentimenti che continuano ad esistere in noi anche quando non corrispondono più a quelli dell’altro.

Trasformare quello che appare a prima vista una sconfitta in esperienza di vita, è un segno di tenerezza nei confrontii di noi stessi.

Facendo questo, il terreno è a volte sufficientemente libero, lavorato e seminato per accogliere la possibilità di un nuovo incontro, per tentare l’avventura di una coppia, non più soltanto da sognare, ma da costruire in due.

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