Intimità personale e rispetto

coppia che balla

Foto di Daniele Febei: http://www.flickr.com/photos/danifeb/

Voglio concludere questo piccolo viaggio nell’intimità di coppia con una piccola riflessione sulla fedeltà a se stessi.

Essere fedeli a se stessi vuol dire accettare di rispettarsi nel proprio essere profondo, questo significa anche poter ritagliare uno spazio all’esistenza di questo essere profondo.

Vivere con qualcuno non significa vivere soltanto per lui. Non significa fare tutto obbligatoriamente insieme!

“Ho anche bisogno di non sentirmi invasa/o, posseduta, catturata da te, per potermi avvicinare” .. “Ho bisogno di essere libera/o di scegliere per concedermi …”

Se molti desideri sono rivolti verso il partner, alcuni di essi sono diretti verso altre direzioni.

Abbiamo tutti bisogno di questa giusta distanza:

  • Tra abbandono e vicinanza,
  • Tra dare e ricevere,
  • Tra libertà e fiducia.

Quando ognuno raggiunge la maturità di una presa di posizione sufficientemente distanziata per riconoscersi come individuo autonomo, capace di essere, prima di tutto, un buon compagno/a per sé, allora la coppia può crescere e affrontare gli alti e i bassi inevitabili, i rischi e le incrinature che si possono verificare nel tempo.

Intimità vuol dire anche poter depositare sogni e progetti di vita nelle possibilità dell’altro … con la speranza di realizzarne qualcuno con lui/lei o per sé.

Essere fedeli a se stessi è continuare a sognare i nostri sogni anche se si è in due, anzi la condivisione con l’altro può aiutarci a rendere possibili obiettivi vissuti solo nella fantasia.

Questa intimità permette di anticipare il futuro e di nutrire il presente con quella parte di immaginario che accrescerà e prolungherà lo spazio dell’incontro.

Proporsi dei sogni e realizzarne alcuni, alimentare qualche utopia, difendere cause che non resteranno senza speranza, impegnarsi insieme, sono i segni stessi della completezza di una intimità che diventa condivisione delle singole libertà.

Tra due individui che si amano esistono soprattutto le leggi del loro desiderio, del loro piacere e della loro volontà attuale di restare insieme, sia in una relazione di incontri a partire da territori differenti, sia in una relazione di continuità e di condivisione di uno stesso territorio di vita.

Al di là dell’impegno basato su una intenzionalità, il legame sarà soprattutto consolidato dalla capacità di allearsi … con l’altro.

Un legame tra due individui può essere minacciato, maltrattato, alimentato o abbellito. Può anche essere denunciato , perché capita che i sentimenti si evolvano senza un oggetto preciso, quando l’uno o l’altro dei partner non in veste più in un progetto comune.

Un legame è necessario che sia alimentato ogni giorno tramite un interrogarsi, un rimettersi in discussione o una conferma reciproca del sentimento e del progetto di sé … verso l’altro.

Intimità e accettazione

cuore harinng

L’intimità dei sentimenti corrisponde al bisogno di riconoscenza, di abbandono e di fiducia di ognuno. Essa può svilupparsi soltanto al riparo della sicurezza e di una accettazione reciproca. Si schiude solo se si favoriscono simultaneamente i tentativi di affermazione, di autonomia e di differenziazione di ciascuno.

Una delle caratteristiche della relazione di coppia passa attraverso la possibilità di progettare insieme, sia che si tratti di avere bambini, che di trovare luoghi in cui vivere o di realizzare sogni in comune.

Non si tratta di sopravvivere insieme in una relazione fredda, zoppicante da entrambe le parti o basata su rassicurazioni reciproche, per affrontare le ingiustizie o le disavventure della vita, ma piuttosto di costruire, di creare qualcosa di visibile, di palpabile in comune e di lasciare una traccia.

“Siamo vissuti nell’illusione che ognuno di noi due fosse , implicitamente, al servizio dei bisogni dell’altro. Scopro oggi”, mi ha detto una cliente durante un percorso di coppia, “quante tensioni possiamo produrre, preoccupati come siamo di non procurare dolore, nel tentativo di conservare e in un certo modo di comprare, sì , di comprare l’amore e l’affetto dell’altro”.

E’ davvero una forma di follia non rispettare i propri bisogni profondi, per il piacere o per le paure dell’altro. Numerose relazioni di coppia alimentano così nel tempo dinamiche di paura, di privazione, di auto frustrazione e, soprattutto, sentimenti vittimistici; che , come ben sappiamo, danno inizio a quei circoli viziosi vere e proprie gabbie dell’intimità e della condivisione.

Se non esisto per me stessa; come posso esistere per l’altro!!!

Sì, vivere in coppia nel tempo è in qualche modo la sfida di lasciare una testimonianza, di inscrivere un qualcosa in più nella propria esistenza. Qualche cosa in più che non sarebbe stato generato se due individui non si fossero incontrati per creare quell’entità costituita da un “io” più un “io” unici che è la coppia viva, la coppia creativa.

Su questa creazione in itinere si alimentano le forze di coesione della coppia. Esse si rigenerano così alle sorgenti del desiderio e del piacere e fanno sentire il loro influsso sull’erosione e l’usura esercitate dalle abitudini del tempo.

“ Non basta amare. Occorre che l’altro accolga, accetti e sviluppi il nostro amore ..”  J.S.

Sull’intimità …

INTIMITA

Vorrei oggi occuparmi un po’ di “coppia” e vista l’esperienza che sto vivendo nel seguirne una in un percorso di Counseling, voglio postare questo brano tratto dal libro “Ritrovarsi” (non a caso il mio blog si chiama così) di Edoardo Giusti . Ancora una volta tutto parte da noi , se non ci amiamo, se non ci ritroviamo, se non entriamo in intimità  con noi sviluppando quel rapporto unico e speciale con noi stessi come possiamo pensare ad andare verso l’altro aspettandoci che sia l’altro a colmare le nostre lacune ???? “Non si può donare ciò che non si ha …”

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 […] Il senso di intimità è quasi sempre legato ai vissuti d’amore, amicizia, vicinanza, come espressione di attaccamento e di approfondimento.

La parola intimità, infatti, deriva dal latino “intimus”, un qualcosa di molto più interiore: un nucleo essenziale e segreto, il cui accesso è riservato a pochi eletti.

Esistono modalità e gradazioni differenti nell’espressione dell’intimità, legate sia ai diversi stili culturali che al sesso. Gli uomini, ad esempio, esprimono più apertamente l’intimità nell’amicizia, quando aumenta la distanza fisica; mentre, per la donna, essa è, in ogni caso, favorita da una distanza ravvicinata (contatto visivo, tattile). Tuttavia in comune vi è sempre un clima di calore umano e un senso di appartenenza, che agevolano il dispiegarsi dei sentimenti, sia nel rapporto d’amore passionale, che nella relazione d’amicizia profonda.

La base di sviluppo dell’intimità è data da una profonda e bilaterale partecipazione del proprio vissuto privato, da cui nascono reciproca compatibilità e senso di solidarietà.

Il vivere se stessi e l’altro come un “essere contigui” è alimentato da una intensa voglia di scambiarsi “informazioni” cognitive, affettive e di comportamento reciproco. In sostanza, ci si rivela all’altro nella propria interezza, preoccupandosi più di ciò che si riesce a dargli, che di ciò che gli si può prendere.

L’assenza di questa atmosfera, che caratterizza l’intimità, genera senso di solitudine, isolamento ed alienazione, non eliminati dal semplice convivere….. la vicinanza “geografica”, infatti, non restituisce quel particolare gusto dell’interdipendenza emotiva, dell’essere insieme nel mondo, affini e diversi nello stesso tempo, dato dall’intimità..

Altra componente fondamentale all’intimità è il Gioco. Non esiste relazione intima – d’amore o d’amicizia – senza il momento del gioco, senza l’abbandono ludico che nasce spontaneamente da una naturale regressione liberatrice e creativa. Ma perché nasca l’abbandono, occorre un presupposto essenziale e questo è la fiducia: una fiducia profonda prima di tutto in sé e di conseguenza negli altri e nella vita in genere. L’intimità, infatti, è un processo interpersonale, ma anche intrapsichico. “Non si può essere intimi con un altro se non lo si è con se stessi” a livello sia cognitivo che affettivo. Più riusciamo a conoscere il nostro “intimus”, meglio possiamo, “essere con” l’altro, crescendo interiormente attraverso l’esperienza dell’incontro ravvicinato.

La resistenza a sperimentare insieme l’interezza reciproca nasce, invece, da due paure fondamentali: il timore di “fondersi”, perdendo la propria identità, e quello di vivere il momento depressivo derivante da una eventuale separazione/abbandono. Entrambe riconducono alla essenziale paura di sentire, pensare, ri-sperimentare il Non Essere (solitudine – vuoto – nulla). L’incapacità di gestire l’ansia (della perdita/separazione) ci porta ad avere tanti “segreti”, a diffidare dell’altro, che viene vissuto come necessità costante, ma anche come minaccia sempre presente.

Non si può donare ciò che non si ha. Questo concetto così banale e così ovvio si applica, però, e con profonda, indiscussa validità anche alla relazione d’amore: possiamo trasmettere amore all’altro esclusivamente in proporzione all’amore che abbiamo per noi stessi. L’amore inoltre costituisce l’esperienza soggettiva per eccellenza, cosicchè ognuno di noi tende a costruire il proprio “stile” d’amore secondo priorità diverse, adatte a soddisfare i propri bisogni di sicurezza, affettività, emozioni, gioco, ragionevolezza ed erotismo. Così come è unico l’individuo, unico è il singolo stile d’amore; ma come vi è affinità tra diversi individui, altrettanto è possibile identificare alcune costanti preminenti, come denominatori comuni nei diversi stili d’amore. Anche se, a livello ideale, si vorrebbe ottenere il tutto e il meglio da una relazione, in realtà possiamo notare che, nell’arco della vita, pur attraverso i vari cambiamenti di crescita, ognuno ha creato le proprie relazioni d’amore secondo un modello che tende a ripetersi, privilegiando l’uno o l’altro elemento relazionale, nel desiderio o nell’attuazione del rapporto.

In questa società ad evoluzione costante, mantenere continuità di tempo in un rapporto intimo richiede sia arte che scienza, al di là delle naturali predisposizioni. Le poche relazioni che trasudano uno stato complessivo di felicità durevole, sono riuscite  ad integrare la passione con l’amicizia. Pur mantenendo una certa individualità, la ricerca e l’investimento energetico reciproco erano sul NOI. Queste persone riconoscevano che talvolta l’IO ne risentiva, ma il successo del NOI ripagava ampiamente questi occasionali sacrifici personali. Così la coppia funzionava con vitalità in una atmosfera di intimità profonda, ricca di attenzione e rispetto reciproci, in cui i partners erano affascinati l’uno dall’altro, con sentimenti di esclusività e una calda attrazione sessuale.

Se riusciamo a configurarci il “senso di coppia” come una sorta di convivenza psichica, vediamo che si traduce in un vissuto di essere/avere “un compagno nella stanza a fianco”. Come quando vivendo sotto uno stesso tetto – contenuti dunque in un medesimo “interno” – ciascuno può operare da solo in una determinata stanza, ma nella calda consapevolezza che l’altra stanza NON E’ VUOTA, bensì ricca di un’altra presenza, non obbligata, ma in ogni momento liberamente raggiungibile e liberamente allontanabile. Così nella coppia psicologicamente matura, la consapevolezza della propria esistenza di coppia costituisce la “casa” calda e gratificante, il rassicurante interno/intimus “collettivo”. Ciascuno dei partners si sente allora contenuto in esso contemporaneamente sapendo di poter entrare/uscire dalle “stanze” (l’intimus individuale) secondo le rispettive libere esigenze. Anche uscendone, infatti, la “casa” permane come punto di riferimento e di continuità. In tal modo la sicurezza della agibilità dell’Altro placa la “fame di simbiosi” e rende capaci di vivere “fuori” di lui – cioè autonomi – e al tempo stesso a lui disponibili, in quanto liberi.[…]

 ……. se ti va continua a seguirmi in questo viaggio …… a domani 🙂

Tratto da :

E.Giusti – “Ritrovarsi” – ed.Armando

Avere relazioni consapevoli (2° parte)

relazioni consapevoli

“La consapevolezza è un processo al quale tutti noi siamo chiamati ad aderire: nessuno ci ha educati all’amore, nessuno ci ha insegnato ad AMARE. Semplicemente, ognuno di noi ha come modello di relazione quello dei genitori e, più o meno inconsciamente, tende a vivere le sue relazioni affettive o replicando il primo o creandone uno diametralmente d opposto. Quello che ci hanno insegnato con la nostra educazione (il comportarci bene, l’avere buone maniere, avere regole e valori), non è assolutamente sufficiente. La mancanza di consapevolezza è una delle cause dell’infelicità umana che ci porta sempre a fare gli stessi errori perché vengono ignorati i meccanismi sottostanti. Spesso non siamo neppure consapevoli dei nostri bisogni affettivi e delle nostre paure e nella relazione di coppia, proprio dove questi vengono maggiormente amplificati, questa non conoscenza porta a enormi sofferenze”

(http://www.buonerelazioni.it/2011/02/07/la-consapevolezza-nelle-relazioni-damore/)

Quando entriamo in una relazione amorosa lo facciamo con aspettative e desideri più o meno espliciti. Sappiamo bene quali sono i nostri? E quelli del nostro partner? E sappiamo bene che nessuno è su questa terra per rimarginare le nostre ferite ? E che è necessario chiedere al partner se vogliamo che i nostri bisogni siano soddisfatti?

Molti tutto questo non lo sanno, o preferiscono evitare di saperlo, e, se qualcosa li turba, si aspettano dal loro partner completa disponibilità e comprensione illimitata senza esplicitare nulla. Non si rendono conto che anche il loro partner ha lo stesso desiderio, e neppure di quanto raramente riesca a soddisfarlo. Psicologicamente non si sono mai evoluti oltre lo stadio della relazione genitore-figlio, che è essenzialmente asimmetrica : il figlio prende, il genitore dà incondizionatamente.

Tutti noi abbiamo la responsabilità all’interno di una relazione; è necessario avere ben chiaro se la qualità dello scambio ci soddisfa e in caso contrario , se pensiamo che ci siano margini di recupero confrontarci, dialogare. L’intento deve essere quello di imparare qualcosa, crescere e non di giustificare i propri comportamenti . Difendere a tutti i costi le nostre posizioni è contrario alla consapevolezza.

Parlate con due persone innamorate da anni e scoprirete che agiscono nei confronti dell’altro con un alto livello di attenzione. Non danno mai nulla per scontato. Rimangono consapevoli dei valori e dei tratti che li hanno fatti innamorare inizialmente, e li rilevano nei loro incontri e nel loro interagire di ogni giorno. Hanno mantenuto la capacità di vedere e apprezzare. Il loro amore è attivo mentalmente. Se, al contrario, si è passivi mentalmente, nessuna eccitazione può durare, né l’amore romantico, né nessun altra passione. Se la passività mentale è la normalità e la consapevolezza attiva l’anormalità, l’idea di un amore durevole può essere percepita solo come un illusione, e la nostra condizione abituale è la noia.

Se amiamo consapevolmente sappiamo che il modo in cui reagiamo al partner comporta un continuo processo di scelta. Se il mio compagno esprime un desiderio, sono consapevole di come reagisco e di effettuare una scelta. Se il mio compagno esprime un bisogno, qualunque cosa io scelga di fare, la faccio consapevolmente. Inoltre, non eleggo il mio umore del momento ad autorità massima o guida infallibile delle mie reazioni.

A volte, nonostante tutta la mia buona volontà, non riesco a fare quello che il mio partner mi chiede, ma questo non mi impedisce di trattare i suoi desideri con rispetto. Posso comunicargli che lo amo anche quando non mi sento di assecondarlo.

Ognuno di noi mette nell’amore un diverso livello di consapevolezza. Alcuni, la minoranza, ce ne mettono moltissima, ma la maggioranza tollera in quella che dichiara essere la relazione più importante della propria vita un livello di non-consapevolezza veramente scioccante. Per queste persone, la “casa” è dove vanno a riposare dalla faticosa giornata di lavoro.

Amare consapevolmente non significa sottoporre la relazione ad una continua analisi. Spesso questa “analisi” è un esercizio che ha ben poco a che fare con la consapevolezza. Bisogna invece saper Vedere ed Ascoltare. Prestare attenzione. Dare un chiaro feedback. Osservare le proprie emozioni e quelle del partner. Osservare la qualità della comunicazione. Notare il carattere della relazione così come viene ricreata ogni giorno.

Una delle cose più significative da osservare è la gestione dei conflitti. Nei momenti di frizione, chi fa che cosa? Si cerca di trovare una soluzione o un colpevole? Si prova a capire o ci si critica a vicenda? Le differenze vengono viste con benevolenza o con paura ed ostilità? Che cosa è più importante: proteggere il rapporto o giustificare se stessi? Se ci si allontana, chi fa il primo passo per ri-avvicinarsi? Che cosa fa l’altro nel frattempo?

Se quello che vediamo non ci piace, possiamo provare comportamenti diversi. Ma questa possibilità esiste solo se vediamo con chiarezza i nostri comportamenti attuali. Se la radice di tutti i mali è la negazione della realtà, la radice di tutte le virtù è il rispetto di essa.

Quanto sei consapevole tu che leggi queste righe? Stai facendo un paragone con la tua vita? Oppure l’intero discorso fluttua nel regno remoto e prudente dell’astrazione?

Anche in questo caso possiamo osservare la relazione reciproca tra autostima e vivere consapevolmente: più la nostra autostima è alta, più è probabile che operiamo consapevolmente all’interno della relazione amorosa. E più operiamo consapevolmente, più alimentiamo la nostra autostima. Ecco perché una relazione può essere veicolo di crescita personale. Accettando questa sfida, si cresce anche come persone …..

Ricordiamoci che “la premessa fondamentale è che tutte le nostre relazioni sono basate su quella che abbiamo con noi stessi. Non possiamo infatti imparare ad amare gli altri se non riusciamo ad amare noi stessi” (http://www.buonerelazioni.it/2011/02/07/la-consapevolezza-nelle-relazioni-damore/)

Avere relazioni consapevoli

RELAZIONE 1

 Photo by: http://www.flickr.com/photos/richardstep/7438002534/

Il livello di consapevolezza con cui trattiamo gli altri varia in funzione della natura del rapporto. Razionalmente, più la relazione è importante per noi, più vi prestiamo attenzione; in questo modo se amiamo e ne siamo coscienti (cioè se non siamo solo ciecamente infatuati), capiamo quella persona sicuramente meglio di quanto non capiamo chiunque altro.

A qualunque livello di intimità, uno dei modi per trasmettere il nostro rispetto ad un altro essere umano è mettere consapevolezza nell’incontro; cioè vederlo, ascoltarlo e rispondergli in modo che l’altro si senta compreso. Al contrario, con la distrazione  trasmettiamo mancanza di rispetto, come dire: “tu, i tuoi pensieri e le tue emozioni non siete degli della mia attenzione.

Abbiamo una profonda necessità di essere visti, capiti e apprezzati in modo coerente con la nostra percezione di noi stessi. E’ così che sperimentiamo una forma di oggettività sul nostro io e le sue espressioni, vale a dire una forma di autoaffermazione.

La necessità di questa esperienza è insita nella nostra natura umana, e quando viene frustrata ne risentono la crescita e il benessere generale.

Quando i bambini vengono trattati non come persone, ma come oggetti fastidiosi o buffi gocattoli, si sentono invisibili e la loro autostima spesso soccombe. Se un uomo sente di essere visto dalla moglie non come un essere umano ma come un oggetto di successo o una macchina dalle grandi prestazioni, oppure quando una moglie si sente vista dal marito non come una persona ma come un oggetto sessuale o un trofeo, il risultato è un senso di invisibilità, e la relazione ne soffre.

Il grido muto: “quando parli con me, per favore, vedimi” significa: “quando parli con me, per favore, siine consapevole”.

Quando mettiamo nell’incontro con un altro un alto livello di consapevolezza, ci accorgiamo di quello che dice, del suo aspetto e del sottotono emotivo della sua comunicazione. Registriamo molte più informazioni del contenuto letterale delle sue parole. Ma nel contempo siamo consci anche delle nostre parole e del nostro sottotono emotivo, nonché dei molteplici segnali che noi stessi inviamo. Sarebbe ingenuo pensare che gli altri reagiscano solo, e ricevano solo, le nostre dichiarazioni verbali. Quindi, se agiamo con attenzione, riconosciamo la complessità dei nostri scambi, e le nostre reazioni riflettono in vari gradi la nostra consapevolezza.

Non tutti gli incontri richiedono tuttavia questo livello di concentrazione; è il contesto a determinare il giusto livello di consapevolezza.

Domandiamoci: che cosa vuol dire agire consapevolmente in una relazione amorosa?

Amare un altro essere umano significa conoscere e amare la sua persona. Questo presuppone un impegno a vedere e capire l’oggetto del nostro amore. L’”amore” senza vista e conoscenza è una contraddizione di termini. Come posso di dire di amarti se non ti vedo, non so chi sei e non mostro nessun desiderio di saperlo? Sarebbe come dire: “per favore, non distrarmi con la realtà di quello che sei. Sono tutta presa dal mio sogno di te”.

Molti hanno una relazione con, o sposano, non una persona, ma una fantasia, e poi se la prendono con quella stessa persona perché non è all’altezza della loro fantasia. Evitano di esaminare i processi mentali che li hanno portati a selezionare proprio quel partner preferendo prendersela con un mondo in cui la strada della non-consapevolezza non porta alla soddisfazione finale.

Le ragioni per cui ci innamoriamo di una persona sono molte complesse, e non tutte prontamente accessibili alla coscienza. Uno dei piaceri degli innamorati è proprio quello di cercare a livelli sempre più profondi i tratti del partner che li ispirano e li eccitano. Questo processo può andare avanti per anni e diventare una fonte incessante di piacere e di crescente intimità.

Ma all’inizio della relazione in genere possiamo chiederci: che cosa mi piace e mi stimola di più in questa persona? Che cosa mi piace dei suoi progetti? Che cosa ammiro nel suo carattere? Ho delle riserve, dei dubbi? Se sì, a quale proposito e come posso verificarli? Che cosa non mi piace e che importanza ha per me nella scala dei miei valori? Che cosa sembriamo avere in comune, e perché penso che sia così? In cosa potremmo essere incompatibili e perché penso che sia così?

Forse non riusciremo mai ad elencare tutti gli elementi che ci ispirano amore e attrazione, ma questo non deve fermare i nostri tentativi di identificarne quanti più possibile, perché è uno dei modi in cui cresce l’amore e l’intimità, sempre che la relazione abbia una base solida e sana……

se ti è piaciuto questo post seguimi domani per la seconda parte ….. 🙂

L’altra parte della mela …..

androgino platone

“Per duemila anni, ho camminato verso di te

Per entrare in questa stanza, e restare vicino a te”

Sainko Namtchylak

L’incontro con l’altro porta con sé un’indicibile nostalgia di qualcosa che non si conosce. Uno struggimento, dolcissimo, di ciò che nemmeno si sa. L’altro ci mancava già prima, ancora di conoscerlo. Questa sensazione sottile appartiene intimamente all’innamoramento.

Di solito, infatti, si sente proprio quello, un nitido, preciso senso di appartenenza profonda che va oltre la ragionevolezza della situazione. Qualcosa che trascende il momento reale, che si avvicina all’idea di un destino, di una chiamata inevitabile, di una necessità: un appuntamento.

Dovevamo incontrarci. Dovevamo incontrarci perché era scritto, perché prima eravamo uniti e poi ci hanno divisi e adesso finalmente ci siamo ritrovati.

E voilà, ci siamo, ecco il buon vecchio mito platonico dell’androgino, quello che sta alla base di tutta la storia , romantica e struggente, dell’anima gemella.

Il mito è noto. Platone, nel Simposio, lo racconta più o meno così.

All’inizio non c’era distinzione tra i sessi. Eravamo Uno, l’androgino perfetto. Bruttarello in verità. Con quattro braccia, quattro gambe, due volti su un’unica testa e due organi genitali. Poi un giorno l’androgino, per superbia e ambizione, si ribella agli dei e tenta addirittura di dare l’assalto al cielo. Zeus lo punisce duramente: lo divide a metà, costringendo da quel momento gli uomini – nati da questo taglio – a vagare perennemente in cerca della propria metà perduta. Il desiderio sta esattamente lì nella separazione. E’ perché siamo separati che ci cerchiamo e ci cerchiamo continuamente.

Bisogna ammetterlo, la storia dell’anima gemella è una bella fregatura. Perché pone almeno un paio di problemini. Primo: se è uno, e solo uno, il nostro perfetto corrispettivo, che facciamo se putacaso non riusciamo a trovarlo? Che ne facciamo, eventualmente, di tutti i surrogati che ci si parano davanti? Secondo: posto che l’abbiamo trovato, il nostro corrispettivo originario, dove andiamo a sbattere la testa se per caso – ed è un caso quanto mai probabile – lo dovessimo perdere?

I più pragmatici diranno che se l’abbiamo perduta, allora non era davvero la nostra metà, perché altrimenti saremmo rimasti uniti, come una cosa sola. Si sa, però, che queste considerazioni razionali a poco valgono: la sensazione di aver perduto l’Unico amore è qualcosa di davvero sconvolgente, uno strazio che non ha uguali.

Il mito dell’anima gemella è una trappola romantica di prima grandezza. E’ una trappola infida perché succede proprio così: di fronte ad un certo paio di occhi, un certo giorno, con quella certa luce, in quel certo posto non possiamo eludere l’idea fantastica che proprio quegli occhi abbiano a che fare, in modo misterioso ed inspiegabile, con noi. Che ci sia qualcosa che ci riguarda, lì dentro. E che vogliamo andare a vedere a tutti i costi cosa è.

Freud, è noto, dice che in amore noi amiamo un oggetto perduto. Che nell’amore adulto ricerchiamo, inconsciamente, l’oggetto d’amore dell’infanzia. La madre.

Anche per i neuroscienziati la memoria richiamata dall’altro è memoria dei primi mesi di vita. Le emozioni impresse durante la primissima infanzia dal rapporto con le persone che si sono prese cura di noi sono così potenti da influenzare tutta la nostra vita emotiva successiva, le nostre reazioni e le nostre scelte.

Gli occhi dell’altro,allora, ci parlano forse lo stesso linguaggio senza parole che abbiamo usato da neonati, nella culla, scambiando segnali con gli occhi di nostra madre.

L’altro arriva e riattiva il fantasma del nostro passato: il ruolo della memoria nell’attrazione è fondamentale. C’è effettivamente un “prima e altrove” e sta nella nostra infanzia.

“Nasciamo da una separazione da cui non ci riprendiamo più, e da allora facciamo di tutto, disponiamo ogni cosa, pensiamo, respiriamo, immaginiamo, corriamo dei rischi, amiamo, portandoci sempre dietro l’assurdità di essere nati e di essere soli, di essere stati due e di essere uno solo” (A.Dufourmantelle)

Non ce la ricordiamo più, l’abbiamo rimossa, ma è questa separazione originaria, una specie di perdita iniziale che va ben oltre la madre, a produrre forse la realtà più intima del desiderio e dell’amore.

Amiamo, inseguiamo qualcosa che è sempre stato perduto, ed sempre stato desiderato come tale. Bellissimo. Struggente ….

La fine di una relazione: sconfitta od opportunità di crescita?

coppia scoppia

Oggi, sempre più coppie si costituiscono e si costruiscono sui … pezzi di una coppia precedente.

Ciascuno dei partner annientato o deluso, scottato o entusiasta, tenta una nuova alleanza, con un desiderio di riuscire secondo le delusioni o le scoperte precedenti.

E’ interessante il fatto che, per potersi legare, ci si sciolga da un attaccamento non soltanto ad una persona, ma anche ad un sistema relazionale. E’ indispensabile essere vigili nei confronti del rischio di ripetizioni o di illusioni che portiamo con noi.

Dalla maggior parte delle persone, un divorzio, una separazione, una rottura sono vissuti per lo più come una sconfitta dolorosa. Inscrivono profondamente il dubbio sul nostro valore, sulla nostra capacità di essere amati, feriscono a volte irrimediabilmente le nostre speranze di impegnarci in una nuova relazione sentimentale.

E questo non soltanto da chi si sente l’oggetto del rifiuto o dell’abbandono, ma anche da parte di chi lascia.

Una verità su cui porre l’attenzione è che non sono i sentimenti che tengono unite due persone, bensì la qualità della relazione che esse si possono reciprocamente offrire.

Al di là dell’incontro basato sull’attrazione, su sentimenti ed emozioni riconosciute o su scelte inconsce, costruire una relazione che duri si dimostra un compito superiore alle possibilità di molti. Perché siamo  troppo spesso degli infermi della relazione.

Bisogna dirlo e a maggior ragione soprattutto in questo periodo urlarlo: a volte esiste un tale terrorismo relazionale, una vera e propria violenza endemica in certe relazioni amorose e di coppia , da indurre (purtroppo ancora troppo spesso non si trova il coraggio …) l’uno o l’altro dei partner a “salvarsi la pelle”, a rinunciare o a fuggire una relazione che lo distrugge o lo divora.

Mi racconta una cliente: “non ne potevo più, diventavo pazza a sopportare tutti i giorni le sue critiche, le sue osservazioni e le sue accuse. Nulla di quello che facevo gli andava bene. Mi aggrappavo alle mie convinzioni, speravo in un miracolo. Ricevevo il più piccolo regalo di non aggressione come un regalo, una carezza, ma quasi subito arrivava la doccia fredda … Era tempo che mi rispettassi ..”

E un’altra: “Non ridevo più, mi sentivo vecchia e logorata, soprattutto logorata. Non si riusciva a trovare un accordo su nulla, desideri, bisogni, progetti, tutto sembrava in opposizione. Avevo la sensazione di passare accanto alla vita. I miei obiettivi erano modesti, non cercavo la felicità, ma soltanto di potermi guardare al mattino senza disperazione …”

Se la decisione è stata presa e non esiste speranza di un possibile accordo, chi chiede la separazione e si mobilita a questo scopo dovrà definirsi chiaramente, impedire all’altro di aprlare su di lui/lei e confermare la sua scelta di fronte ai tentativi di colpevolizzare, di aggredire moralmente, di screditare … da parte dell’altro.

La separazione, le perdite, gli abbandoni, se non si inscrivono nel risentimento, nel rancore o nell’accusa contro l’altro o nella disistima di se stessi, possono permettere ad un uomo e ad una donna di accedere ad un nuovo modo di vita, di essere uomo o donna in modo diverso.

Vedersi di nuovo individui interi. Rinnovare il contatto con la parte migliore di sé. Trovare nuove risorse e una maggiore capacità di stare meglio con se stessi.

Ogni separazione contiene il rischio di una ferita narcisistica, che rovina o distrugge l’immagine che uno ha di se stesso.

Ma possiamo anche comprendere che l’altro ci lasci, la maggior parte delle volte, per se stesso. Chi chiude una relazione lo fa in funzione di quello che è, di quello che è diventato, anche se si dà l’alibi che tutto è successo “a causa dell’altro”.

Possiamo liberarci dall’immaginazione onnipotente (di origine infantile) per cui tutti i comportamenti, i sentimenti o le decisioni di una persona, anche vicina, dipendano da noi.

Ciò che concorre poi a trasformare quella che appare in un primo tempo come una sconfitta, è la capacità che abbiamo o non abbiamo di “prenderci cura” di due elementi, l’uno affettivo, l’altro relazionale, che ci legano alla persona che se ne va.

Prenderci cura dei sentimenti , talvolta profondi, che proviamo ancora per la persona che ci lascia o che noi lasciamo. La relazione in ciò che ha avuto di buono, di stimolante, di vivo prima che si rovinasse.

Dobbiamo riconoscere, in effetti, che siamo incredibilmente abili nel maltrattare e sminuire i sentimenti che continuano ad esistere in noi anche quando non corrispondono più a quelli dell’altro.

Trasformare quello che appare a prima vista una sconfitta in esperienza di vita, è un segno di tenerezza nei confrontii di noi stessi.

Facendo questo, il terreno è a volte sufficientemente libero, lavorato e seminato per accogliere la possibilità di un nuovo incontro, per tentare l’avventura di una coppia, non più soltanto da sognare, ma da costruire in due.

L’ostinazione nel proseguire un relazione ormai esaurita ….

lasciarsi 1

Molto spesso i rapporti “alla deriva” continuano a causa del senso di conforto e di sicurezza che la familiarità offre unita alla paura di stare da soli. Ciò detto accade sovente che, quando la persona osa interrompere un rapporto ormai esaurito, si renda conto dell’infondatezza dei suoi timori provando, invece, un alleggerimento e un n uovo senso di vitalità ed energia.

Altri, invece, perseverano nella relazione sperando di poterla migliorare. Eppure, troppo spesso il torpore erode la forza vitale stessa del rapporto, facendo affievolire ogni speranza di cambiamento.

Altri ancora un giorno si accorgono all’improvviso che stanno vivendo e dormendo accanto a qualcuno che non amano più, e riescono a trovare dentro di sé, nell’esigenza di difendere la propria energia vitale, il coraggio di andarsene.

Il fatto di perseverare in relazioni ormai esaurite può essere il risultato di un rapporto genitore-figlio debole, impersonale o formale, segnato da una repressione dell’amore genitoriale. Questo tipo di inibizione comprende di solito uno o più dei seguenti aspetti:

  • Cultura familiare che privilegia le buone maniere e la forma
  • Repressione delle manifestazioni d’amore e mancanza di spontaneità al riguardo: il genitore non dice mai al bambino “ti voglio bene” o “sei un amore”, o lo fa molto di rado
  • L’amore è limitato a piccoli gesti affettuosi, come ad esempio l’offerta di cibo
  • Il bambino non si sente adeguatamente aiutato quando è angosciato
  • Il bambino sente che i genitori non condividono la sua gioia o addirittura viene criticato per essersi sovraeccitato

Il messaggio implicito che arriva al bambino è che, nel caso in cui dovesse provare grandi emozioni, come rabbia, angoscia o cocente delusione, i suoi genitori non sarebbero in grado di rispondere adeguatamente. Spesso per effetto di come sono stati trattati da bambini, questi genitori non sono in grado di affrontare le emozioni più intense dei figli, e pertanto si allontanano da loro (fuga) o li criticano (attacco). Come risultato, il bambino impara che le forti emozioni sono pericolose e minacciose e devono essere bloccate.

Non stupisce quindi che bambini educati in questo modo crescendo riescano ad instaurare solo rapporti emotivi superficiali. Da adulti potranno sposarsi, avere dei bambini, un buon lavoro, ma non riusciranno mai ad arricchire il loro rapporto con una intimità spontanea e/o condividendo con il partner le loro sensazioni più profonde riguardo a se stessi, la vita e il partner stesso.

Alcune persone, invece, mantengono rapporti ormai in via d’esaurimento in età adulta sempre per motivi che affondano nell’infanzia, ma di tenore ben diverso. Queste persone hanno assistito a troppi spaventosi sfoghi vulcanici di una figura genitoriale. Da questo hanno anch’esse imparato che le emozioni forti sono pericolose. Pertanto, le reprimono in se stessi privilegiando rapporti caratterizzati da un blando investimento emotivo perché vi si sentono più al sicuro. Tuttavia, come abbiamo visto nel post precedente, ironicamente è proprio questa “sicurezza” a privare una relazione della sua forza vitale.

Un altro esempio di relazione che può trascinarsi per forza d’inerzia è la relazione simbiotica dove entrambi i partner hanno una tale fobia del conflitto da “concordare” di avere gli stessi punti di vista sulla vita, le stesse sensazioni sulle persone che li circondano, le stesse opinioni su politica, società, cultura. Ciò significa poter tener ben lontana dalla loro relazione quella cosa pericolosa che risponde al nome di “conflitto”.

In una relazione simbiotica i due partner si fondono sotto molti aspetti in una persona sola. Possono persino cominciare a dire cose come “noi pensiamo”, “noi sentiamo” etc … Alcune coppie simbiotiche hanno anche, letteralmente o metaforicamente, un qualche “rifugio” cui possono accedere solo loro, sbarrando la porta ad ogni altra avventura o esplorazione.

Alcune relazioni simbiotiche sopravvivono a lungo perché entrambi i partner amano trascorrere un sacco di tempo a lagnarsi degli altri, trasferendo in tal modo sugli altri tutte le sensazioni di rabbia, rancore e amarezza che provano l’uno nei riguardi dell’altro, collusi a giocare a “tu e io contro il mondo”.

Nel caso in cui , però, uno dei due dovesse mai  rompere il tacito accordo di non concordare su tutto, e osasse comportarsi in modo diverso o esprimere un’opinione diversa, potrebbe suscitare l’indignazione della’altro. Quest’ultimo potrebbe prorompere in un “Come osi dire/pensare questo? Hai infranto il nostro patto!”. Sarebbe come far esplodere una bomba nel rapporto. La ricaduta potrebbe essere tanto esplosiva e violenta da distruggere la relazione stessa.

Concludendo, spesso è difficile valutare la qualità di una relazione importante. Di conseguenza, è arduo decidere se convenga mantenerla e lavorarci su o chiuderla e passare oltre. Da una parte c’è il rischio di allontanarsi da un rapporto fondamentalmente arricchente perché non corrisponde ad una immagine fiabesca e idealizzata di come dovrebbe essere una relazione intima. Dall’altro, quello di perseverare in un rapporto sempre più povero di emozioni soltanto perché sicuro e confortevole.

Ricordiamoci, tuttavia, che per vivere pienamente è necessario osare e il coraggio di lasciare andare quello che ci accorgiamo essere diventato una zavorra è la condizione necessaria per poter godere del cammino ……

“Aprendo la porta di servizio, Colin rabbrividì alla ventata

di aria fresca proveniente dal mondo esterno …” Cook

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liberamente tratto da:

M.Sunderland – Disegnare le relazioni – ED.Erickson

Relazioni alla deriva

LASCIARSI

“ Ci vuole una grande abilità per capire quando una cosa è finita …” Polste

I rapporti finiti o in via di esaurimento sono quelli in cui nessuna delle due parti prospera, quotidianamente segnati da troppe comunicazioni disturbate, affievolite e senza interesse. Può ancora esserci dell’affetto genuino, ma nel rapporto è rimasta ormai troppo poca musica ….

Alcuni di questi rapporti sono anche affetti da una sterilità emotiva che nel corso del tempo può propagarsi su ogni cosa, soffocando qualsiasi possibilità di uno scambio significativo.

Quando è esaurita una relazione non va più da nessuna parte. Le due persone non nutrono più una curiosità di base l’una verso l’altra o un reale interesse per  quello che l’altra potrebbe stare pensando o provando. Non ci sono più conversazioni oneste e significative, ci si tiene dentro troppe cose. Tutti i pensieri e le emozioni più intime non vengono più condivise.

In qualche modo si manda avanti il rapporto ma la relazione ha perso la sua anima.

Ci sono poi rapporti in cui uno dei partner è contendo di vivere con un investimento emotivo blando e sicuro e l’altro invece desidera ardentemente ravvivare e vivere con passione. Quest’ultimo è profondamente consapevole di quello che manca nella  sua relazione e del fatto che nessuno dei due stia realmente crescendo in essa. Può capitare, quindi, che inizialmente una delle due persone tragga profitto dalla relazione , ma che in seguito il fatto di stare con l’altro soffochi la sua forza vitale.

In altri casi, la sensazione di andare alla deriva, di non andare da nessuna parte insieme, uccide gradualmente il rapporto. Alcune persone hanno il coraggio di parlare di questo, altre invece no permangono nella speranza illusoria che qualcosa possa cambiare da sola …

La soluzione???? Esplicitare il disagio, affrontare il problema esprimendo e riconoscendo la crescente sensazione di alienazione e la conseguente perdita di interesse verso l’altro.

Ma come si arriva a tutto questo???

Una relazione può guastarsi nel tempo dopo che troppi sforzi per stabilire un contatto sono falliti, troppi tentativi di avvicinarsi all’altro sono andati nel verso sbagliato, troppe espressioni di sofferenza sono rimaste inascoltate, troppe emozioni non comunicate.

Altri rapporti cominciano ad andare alla deriva perché entrambi i partner hanno tacitamente concordato di non esprimere mai disaccordo nei confronti dell’altro. Nel tentativo di mantenere buona la relazione non si sono mai concessi alcuna espressione di rabbia o risentimento.

Alcuni dicono, e sono quelli che mi fanno più paura, :” Abbiamo un rapporto fantastico. Non litighiamo mai”., e negano decisamente di aver mai avuto pensieri o impulsi distruttivi nei confronti del partner. Questo accade spesso perché si ha paura di questi impulsi, ritenendoli troppo pericolosi per poterli non solo esplicitare ma anche pensare. Il risultato è che nel giro di poco tempo l’intensità emotiva della relazione va scemando. Alla fine, la collera repressa può finire per rendere impossibili sia l’amore che il sesso.

Spesso, una relazione comincia a ristagnare, a spegnersi o si esaurisce del tutto a causa di un accumulo di sentimenti di rabbia e risentimento inespressi, che la privano della sua linfa vitale. In altre parole, al di sotto dell’apparente “piacevolezza” del apporto arde un focolaio di emozioni inespresse che lo prosciuga della sua energia.

Nell’Analisi Transazionale si parla di “raccolta punti” per indicare il modo in cui le persone accumulano tacitamente rancori nei confronti del partner. A livello superficiale si mostrano affabili nei loro riguardi, ma una volta raccolti punti a sufficienza passano alla cassa, chiedendo il divorzio, instaurando una relazione extraconiugale o uscendo dalla porta per non tornare più.

Quando due persone cercano di ingannare se stesse, aggrappandosi al pensiero che, a parte poche e trascurabili noie, entrambe nutrono solo un sentimento d’amore l’una verso l’altra, rivelano una incapacità di comprendere la condizione umana. La realtà, naturalmente, è che dove c’è amore forte, le inevitabili sofferenze che ci si ritroverà a vivere saranno altrettanto forti, semplicemente in virtù dell’enorme importanza che riveste per entrambe le parti l’altra persona. Se questo dolore non viene espresso e affrontato, può trasformarsi in un muro d’odio ….

Segue nel prossimo post …..

Dalla fusione al triangolo

io tu noi

Figura tratta da http://vitadicoppia.blogosfere.it/2011/06/la-coppia-e-formata-da-un-io-e-un-tu-cioe-da-due-individualita.html

E’ tipico dei comportamenti umani sfidare le leggi della logica per evadere nell’irrazionale. Le tappe della vita a due non si sottraggono a questa regola. Esse si possono misurare anche con curiose equazioni algebriche.

Vivere in coppia sul piano relazionale vorrà dire infatti essere capaci di passare dall’uno al tre. Si tratterà di uscire dallo stadio iniziale della fusione e della simbiosi in cui 1 + 1 = 1.

Si giungerà così allo stato di differenziazione in cui 1 + 1= 2 per arrivare alla fine ad una fase di triangolazione basata su interazioni e scambi nati da una possibilità di confronto nella quale 1 + 1 + la relazione= 3

Vivere in coppia significherà correre il rischio di comunicare, ma anche di mostrare di essere in grado di impegnarsi. Questa scelta riunisce, in un campo di forze preciso e molto più potente del semplice sommarsi di due decisioni. Io mi impegno a partire dalla mia storia, conosciuta o sconosciuta, dalla mia situazione di oggi e per il domani.

Mi impegno a partire da quella che io sono in questo momento e per quello che sto già diventando. Nello stesso tempo, mi impegno in un legame con la persona di oggi e con quello che tale persona sarà domani.

Andare fino in fondo nell’amore, vuol dire andare verso maggiori differenze, correre il rischio di scoprire la ricchezza, le insufficienze e talvolta le mediocrità dell’altro.

Trovare la giusta distanza, la giusta lunghezza d’onda tra intimità personale e intimità condivisa è una delle chiavi vincenti della coppia.

L’armonia non è fare tutto insieme, ma poter condividere insieme il massimo, osando vivere talvolta per sé …. fuori dalla vicinanza immediata dell’altro-.