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Sviluppare il “Testimone”

MENTE CHE PARLA 1

La nostra crescita interiore dipende totalmente dalla realizzazione che il solo modo di trovare pace e felicità, e qui sta il paradosso, consiste nello smettere di pensare a se stessi!

Mi spiego meglio.

Siamo pronti a crescere veramente quando ci renderemo conto che l’Io, quella voce che parla incessantemente dentro di noi spesso rimbambendoci, non sarà mai contento. C’è sempre qualcosa che lo infastidisce.

Se ci chiedessimo onestamente quale è stata l’ultima volta in cui non c’era assolutamente nulla che ci creasse disturbo, cosa risponderemmo?

Prima di incontrare il nostro problema attuale, c’è stato sicuramente un problema diverso e risolto questo ne arriverà un altro. Sembra quasi che ci divertiamo a scovare problemi per poi avere mille scuse ai nostri comportamenti e alle nostre lamentele.

In conclusione non riusciremo mai a liberarci dei nostri problemi finchè non ci sganciamo da quella parte interiore di noi che non fa altro che crearne di nuovi.

Proviamo a cambiare strada: quando ci affligge un problema non chiediamoci “cosa devo fare? Ma piuttosto “quale parte di me è infastidita da ciò?”

Se desideriamo debellare questo circolo vizioso del “creo un problema – risolvo – creo un altro problema” dobbiamo comprendere come mai una determinata situazione ci appare come un problema.

Dopo aver individuato la parte afflitta, chiediamoci “chi vede questo?” Questa semplice domanda potrebbe essere la chiave di svolta: il fatto stesso di determinare e “vedere” la parte in sofferenza, significa che non siamo noi l’afflizione. Il processo del vedere richiede, infatti, un rapporto soggetto-oggetto. Il soggetto in questione lo chiameremo il “testimone” poiché è colui o colei che vede quello che sta accadendo. L’oggetto è ciò che vediamo, in questo caso il nostro fastidio/sofferenza interiore.

La sola vera soluzione è quella di porsi nel fulcro di coscienza del “testimone” cambiando così la nostra prospettiva che ci porterà dal ricercare esternamente la soluzione all’entrare dentro noi stessi, unico posto dove poter mettere fine a ciò che ci affligge.

Per essere veramente liberi interiormente è necessario essere in grado di osservare oggettivamente i nostri problemi anziché perderci in essi. E’ impossibile trovare alcuna soluzione mentre siamo smarriti nell’energia del problema che ci porta ad avere “re-azioni” causate più dall’ansia, paura o rabbia al posto di “azioni” volte alla risoluzione della difficoltà che ci troviamo a vivere.

Quando raggiungeremo una chiarezza sufficiente, ci renderemo conto che il vero problema consiste nel fatto che dentro di noi c’è qualcosa che è in grado di manifestare un problema quasi nei confronti di tutto. Il primo passo, quindi, è quello di affrontare quella parte di noi “creatrice incessante di problemi e difficoltà”.

Passare cioè da una “coscienza della soluzione esterna” ad una “coscienza della soluzione interna”.

A questo punto molti di voi potrebbero chiedermi “esiste davvero un modo per lasciare andare quella parte di noi che vede tutto come un problema?”

A prima vista potrebbe sembrare impossibile, ma non lo è.

Esiste realmente una parte di noi che è in grado di prendere distanza dal nostro melodramma personale, ed è quella che più sopra ho chiamato “testimone”. Colui che vede e che nota i cambiamenti che hanno luogo dentro di noi. Esiste un punto di separazione tra noi e la nostra rabbia, paura, etc. un luogo dove porsi a osservare quello che accade. Proviamo con il restare consapevoli di essere consapevoli di quello che sta accadendo e ci troveremo a guardare con curiosità la personalità di un essere umano, con tutti i suoi punti di forza e le sue debolezze che sa dire su tutto quello che prendiamo in considerazione “Mi piace. Non mi piace. Questo è bene. Questo è male”. Parla, parla, parla in continuazione e le siamo talmente appiccicati che nemmeno ci accorgiamo che le sue parole ci stanno ipnotizzando. E’ come se lì con noi ci fosse qualcuno, una sorta di “coinquilina/coinquilino” che non ci lascia un momento soli.

Proviamo a passare un’intera giornata osservando ogni singola azione di questo personaggio. Cominciamo dal mattino e cerchiamo di fare caso a quello che dice in ogni situazione. Limitiamoci solo ad osservare cercando di essere coscienti dell’intera esperienza, per poter vivere consapevolmente ciò che sta accadendo.

Spesso la “voce” salta da un argomento all’altro in un chiacchiericcio incessante che offusca tutto quello che ci circonda.

Un buon modo per renderci conto della nostra coinquilina interiore è quello di farne una personificazione esterna, ossia di trasformarla in una persona in carne ed ossa dandole un corpo e poi decidere di passare con lei una intera giornata, cercando di non farla smettere di parlare.

Lasciamo che sia una persona che afferma all’esterno esattamente quello che la voce della nostra mente esprime all’interno di noi.

Proviamo a pensare: come ci sentiremmo se qualcuno all’esterno cominciasse davvero a parlarci nel modo in cui si esprime la nostra voce interiore? Che rapporto imposteremmo con una persona che apre bocca per dire tutto ciò che dice la nostra voce mentale?

Nel giro di pochissimo tempo, sono sicura, che diremmo a quella persona di andarsene e di non tornare mai più; invece quando la nostra coinquilina interiore prende continuamente la parola non le diciamo mai di andarsene.

Come possiamo liberarcene?

Primo punto è che non c’è alcun a speranza di liberarsene finchè non lo vogliamo realmente. Se vogliamo liberarci è necessario prima raggiungere la sufficiente consapevolezza che in questo modo la vita non ci appartiene. Dobbiamo riprendercela impossessandoci sempre più profondamente del nostra essenza interiore, restando fermi nella centratura del “testimone”, lasciando andare la presa che la nostra mente abituale esercita su di noi.

Questa è la nostra vita: rivendichiamola!

 

 

liberamente tratto da:

M.A.Singer – Spicca il volo – Ed.BIS

 

 

 

Analizzare o comprendere … riflessioni sparse

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Pensare positivamente non significa “sezionare” all’infinito le cose, perché questo ci porterebbe facilmente ad accusare gli altri e a giustificare noi stessi.

Finalità e nuovo punto di partenza è la “comprensione”. Quella comprensione globale, olistica, che può diventare una sorta di solvente universale.

Analizzare non sempre aiuta. Proviamo ad abbandonare l’abitudine, più o meno radicata in noi tutti, di cercare le cause dei problemi presso gli altri o nel “sistema”. Anche se questo fosse vero (e spesso lo è, almeno in parte), questo pensiero non ci porta lontano: non ci aiuta a risolvere nulla, anzi ci blocca nella passività.

Se invece ci chiediamo: “quale è il contributo che ho dato a creare o a mantenere in vita questo problema?” siamo più disposti a cercare delle soluzioni. Soluzioni nuove, creative anche paradossali. Che potrebbero sembrare insignificanti rispetto all’importanze del problema, ma che potrebbero benissimo funzionare.

E’ difficile andare d’accordo con qualcuno? Lo sarà certamente meno quando si prova a comprendere davvero l’altro: i suoi punti di vista, le sue caratteristiche, i suoi condizionamenti. Se la comprensione all’inizio è difficile, è comunque doveroso partire da un punto fondamentale: il rispetto. Da lì si arriverà a poter augurare di cuore ogni bene, nonostante le diversità e le divergenze.

E’ inutile dire. “il tale mi ha fatto arrabbiare”. Siamo stati noi a lasciare che qualche cosa scatenasse in noi emozioni negative; abbiamo dato il nostro accordo e la nostra collaborazione.

Tuttavia abbiamo anche diverse alternative, per esempio quella di ammettere che avvertiamo l’insorgere di una emozione negativa, ma poi scartarla (consapevolmente) perché comprendiamo che inutile e dannosa. In questo modo non avremo risentimenti verso l’altra persona e non ci troviamo neppure a dover perdonare, né lui né noi stessi, per una situazione spiacevole o una incomprensione.

Osservazione

Spesso un malumore, anche improvviso, guasta il clima. Se non si comprende l’origine del malumore è più difficile ricucire lo strappo. Ma pensate cosa succede quando fate una indigestione. Se passate in rassegna gli ultimi cibi che avete mangiato, riuscite ad individuare facilmente quello che vi ha creato problemi, perché il solo ricordo aumenterà il senso di nausea.

Nello stesso modo potete chiedervi che cosa è successo subito prima che insorgesse il vostro stato di disagio, il vostro malumore. Magari una frase o anche solo una parola o un gesto vi hanno ricordato un evento spiacevole che potrebbe essere lontano nel passato e che forse non ha nulla a che vedere con la persona o il contesto attuale. Comunque , vedere che cosa avete “agganciato” dissolverà la nube; vi aiuterà a tornare più sereni e a giudicare obiettivamente la situazione e la persona che avete di fronte.

Provate ad osservare la realtà sempre senza dare etichette o giudizi. Prendete semplicemente atto di quello che si trova lì, come emozione o come pensiero. Dentro di voi potete dire all’emozione o al pensiero “va bene, ho notato che sei lì” e poi andare oltre in quello che state facendo.

Avete mai osservato i gesti e i modi di dire ripetitivi che quasi ognuno di noi ha? Può trattarsi di un intercalare come “cioè”, “dunque”, “in pratica”, “in realtà” o molti altri, o vezzi come sbuffare, aggrottare la fronte, accarezzarsi il mento o i capelli, mordersi le labbra o le unghie, schioccare le dita etc…  Queste abitudini hanno tutte un significato più profondo di quanto appare a prima vista , fanno parte del linguaggio non verbale proprio di ogni persona e possono essere rivelatori, più di mille parole, della qualità del pensiero. Provate ad osservare semplicemente, senza assegnare giudizi, quelle parole e quei gesti . Osservateli negli altri e in voi stessi vi potranno aiutare a comprendere molto di voi stessi e di chi avete davanti.

Azione

“Ogni cosa a suo tempo”, recita un antico adagio. La corretta sequenza è: Osservare, Decidere, Agire. Ma ci sono momenti in cui rischiamo di re-agire. Quel che facciamo cioè non è determinato dalla nostra volontà ma è semplicemente la risposta automatica ad uno stimolo esterno. E’ in questi momenti che rischiamo di agire in modo irrazionale ed emotivo.

Pertanto, tutte le volte che abbiamo la sensazione di non essere noi a scegliere come agire, attendiamo. Prendiamo tempo senza timore di esprimerlo.

O, se ci sentiamo troppo agitati per parlare in modo pacato, ritiriamoci. Attendiamo: il famoso “contare fino a dieci” nasconde una profonda saggezza.

Agire infatti non è qualcosa di automatico. Quando lo diventa può danneggiarci. Prendiamo ad esempio una persona che mangia come un automa, senza neppure rendersene conto. E’ facile che non si accorga di mangiare troppo e oberare così il suo organismo di un superlavoro di digestione e magari di un peso eccessivo.

Oppure potrebbe mangiare troppo in fretta, arrivando all’acidità gastrica e infine all’ulcera. O ancora potrebbe non accorgersi di mangiare cose che le fanno male.

Se avesse scelto di mangiare con calma e attenzione, concentrandosi esclusivamente su quell’azione in quel momento, avrebbe potuto evitare parecchi guai.

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