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MIO: possesso o identità?

IO SONO MIA

Darò subito una mia personale preferenza, mi piace l’uso del termine se riferito all’identità personale, piuttosto che all’appartenenza. Dunque “mio” non nel senso del possesso, ma dell’identificazione.

Nell’accezione più comune del possesso, l’aggettivo è costantemente, e spesso a ragione, bistrattato e censurato. Non sta bene rimarcare il possesso e questo lo impariamo fin da bambini. E’ quasi sempre considerato dagli adulti un segno di egoismo, di prepotenza e di mancanza di considerazione per gli altri.

Tuttavia non è bene eccedere con le colpevolizzazioni associando al termine solo aspetti egoistici di prevaricazione. Infatti non possiamo dimenticare che, nel corso dello sviluppo evolutivo, l’uso del “mio” risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria identità che piano piano emerge nel suo costituirsi come entità autonoma.

E’ quindi, a mio parere, necessario che gli educatori, anche per trasmettere ai bambini dei sani principi di autotutela, insegnino loro a confrontarsi con gli altri arrivando anche a battersi per rivendicare i propri diritti. Ovviamente tutto questo senza che venga meno il reciproco rispetto. Diciamo che potrebbe essere un’educazione all’assertività, caratteristica comunicativa fondamentale per il buon vivere nel pieno riguardo dei propri e altrui bisogni.

Questo perché se noi trasmettiamo ai bambini, riguardo all’uso del “mio”, solo una sorta di avversione che contrasta con il loro naturale istinto di autoaffermazione, faremo crescere individui inibiti e timorosi che faticheranno a riconoscere la loro potenzialità e a trovare uno spazio di libera espressione.

Se andiamo un po’ più a fondo, staccandoci dal mero significato di possesso di cose tangibili, l’uso del “mio” porta con sé una importante familiarità con la propria intimità.

Dentro ciascuno di noi c’è un mondo prezioso da scoprire e vivere, al quale solo noi abbiamo accesso, in cui è tutto rigorosamente “mio”.

E’ uno spazio che va preservato perché è lì che nasce e cresce la nostra autonomia.

L’uso del possessivo, poi, entra prepotentemente di “diritto” nelle relazioni amorose. E questa è una consuetudine che dovrebbe inquietarci, perché rimanda ad una modalità poco sana di intendere i legami.

A mio parere non esiste un’espressione più avvilente di una dichiarazione d’amore che assume la forma di un atto di proprietà: “sei Mio”, “sei Mia”.

Sarebbe bene ribellarci a queste parole, invece di pensare che esse rappresentino l’aspetto più alto di un sentimento d’amore: “per te esisto solo io, per me esisti solo tu”. Senza considerare che in realtà esse esprimono la presa di possesso della nostra individualità, uno scippo ingiustificato a prescindere da ogni sentimento possa esserci sotto.

Ammettiamo pure che, nelle relazioni sentimentali, non sempre il desiderio di “possedere” l’altro sottenda necessariamente ad una logica di potere; a volte a più a che fare con un bisogno di fusione totale, almeno all’inizio. Credo comunque sia importante prestare maggiore attenzione al linguaggio e alle sue implicazioni, per non venire meno al rispetto dell’identità dell’altro.

Al contrario, nell’accezione che preferisco, come ho detto all’inizio, l’aggettivo “mio” contiene un preciso richiamo all’identità e alla responsabilità personale.

In questo caso “Mio” mi identifica, parla di me, mi caratterizza come persona unica. Ha la funzione di delimitare il mio confine, indispensabile per evitare di disperdermi, di confondermi o farmi invadere dall’ambiente circostante così da poter conservare i tratti propri della mia personalità.

“Mio” potrà quindi voler dire: “So chi sono, mi riconosco, mi tengo in considerazione perché conosco il mio valore e la mia unicità”.

Il sottotitolo di tutto questo diventa quindi “abbasso l’omologazione”. Conosciamo tutti l’intensità delle pressioni a cui veniamo sottoposti costantemente dai vari mezzi di comunicazione che dettano precise tendenze e propongono continuamente modelli a cui conformarci per sentirci integrati e “uguali”.

Con questo presupposto, “mio” allora potrà assumere il significato di “non convenzionale”, maggiormente “unico”, proprio di una persona che ha una propensione a differenziarsi per affermare la propria inconfondibile Essenza.

Perciò rivendichiamo pure “mio e di nessun altro”, nel senso migliore del termine!

liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” ed. Urra

Sulla dipendenza affettiva

dipendenza affettiva

Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma, a poco a poco, ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore. (Paulo Coelho)

Le persone che si amano sognano di essere una cosa sola. Diventare uno, dei due che erano, delle due metà divise, è quello che cercano continuamente di realizzare.

La fusione con l’altro è il punto cieco verso il quale si viene risucchiati e richiamati. E’ come un canto delle sirene. Irresistibile ai più che sono stati inchiodati dall’aver riconosciuto il volto dell’altro. Fondersi. Quello che si tenderà a fare sarà costruire un rapporto simbiotico, esclusivo. Un rapporto nel quale si chiude fuori tutto, ci si ripiega all’interno, l’uno verso l’altro, l’uno lo specchio dell’altro, l’uno e l’altro senza confini, disciolti, annullati, fusi.

In tutto ciò c’è un lato nero, una voragine che inghiotte fino a farci sparire dentro. Si chiama annullamento. L’annullamento totale di sé nella relazione ha poi un fratello gemello : il possesso, padre della gelosia morbosa di cui ho trattato in post precedenti (Qui  Qui e Qui)

E’ così che la bolla non è più il giardino segreto degli amanti ma diventa una gabbia, un’ angusta prigione, all’interno della quale i due che si amano consumano un teatrino drammatico di soprusi, violenze psicologiche, tirannie, aggiustando ciascuno i conti con il proprio passato e con i propri fantasmi.

L’annullamento totale di se stessi in una storia, in un’altra persona, ha un nome: dipendenza affettiva. Essa è un disturbo psicologico vero e proprio al pari della dipendenza da droghe o da fumo o alcol.

La dipendenza annida le sue radici nella storia personale di ognuno, nei legami parentali e nei conseguenti schemi affettivi da questi lasciati in eredità (Pattern di attaccamento e conseguenti Modelli Operativi Interni).

Che cosa è la dipendenza affettiva? Siccome esistono molte definizioni, molte sottili varianti di questo disturbo, voglio far riferimento a quella data da una scrittrice che amo molto Lucia Extebarria nel suo libro “Io non soffro per amore” :”la dipendenza affettiva è una dipendenza psicologica ed emotiva manifestata da certe copie legate da un vincolo strettissimo e poco equilibrato, privo dei requisiti necessari per costruire un rapporto sano: rispetto, stima, onestà ed empatia. Sono rapporti che si basano quindi su una dipendenza (dipendenza di uno dei membri della coppia nei confronti dell’altro, o dipendenza reciproca). Dipendenza che si nutre dall’insicurezza e dalla paura di affrontare la solitudine che ci affligge”.

Una approfondita analisi di tale patologia è stata effettuata dal sociologo Antony Giddens, il quale nel suo libro “Dipendenza affettiva” ne ha evidenziato accuratamente alcune specifiche caratteristiche:

L’ebrezza => chi è dipendente affettivamente prova una specie di euforia a contatto con la persona che ama, che gli è indispensabile per stare bene

La dose => chi è dipendente cerca dosi sempre maggiori dell’altro, del tempo da spendere con lui, della sua presenza. L’assenza dell’altro è percepita come insopportabile, si ha la sensazione di esistere solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e tangibili. La necessità di aumentare la dose fa chiudere la coppia al resto del mondo. Tutto viene chiuso “fuori”, persino le normali attività quotidiane sono trascurate, l’latro è l’unica ragione di vita.

La perdita dell’IO => chi è dipendente perde la propria identità, perde qualunque capacità critica su se stesso, sull’altro e sulla relazione. L’altro è irrinunciabile, è colui dal quale dipende tutto, anche la vita stessa.

Ci siamo. Possiamo tracciare, a grandi linee, il ritratto del drogato d’amore, che presenta tutti i sintomi, né più né meno, del tossicodipendente o dell’alcolista. Alla persona dipendente viene la crisi d’astinenza, se l’altro si allontana troppo, se si crea una minima distanza, se non è a portata d’occhio o almeno di telefono.

Una persona dipendente deve mantenere sempre un contatto, meglio se fisico: entra nei ristoranti dando la mano all’amato, lo sbaciucchia, pretende a sua volta di essere sbaciucchiata e rassicurata, continuamente, in pubblico e non.

Una persona dipendente non farà più niente se non in compagnia dell’altro: cancellerà impegni e interessi, sfronderà il cerchio delle amicizie fino a renderlo inesistente, chiuderà la coppia a doppia mandata per paura che qualcosa interrompa la magia unica e meravigliosa che lei e il suo innamorato stanno vivendo.

E’ evidente che la dipendenza impone un gioco delle parti. C’è uno dei due, di solito la donna, che si annulla. E l’altro che le fa fare sostanzialmente tutto quello che vuole. Spesso c’è uno che è ridotto ad un burattino, e l’altro che muove i fili. Non è uno schema così preciso, ovviamente, perché i nodi che intrecciano vittima e carnefice sono sempre abbastanza complicati e ambivalenti.

Tra chi detta le condizioni e chi subisce si crea, una forma di co-dipendenza che rende anche il carnefice dipendente dalla sua vittima. Chi subisce, la vittima, si annulla nell’altro e nella relazione, perde completamente la propria identità, cancella se stesso, i propri bisogni e necessità. La vittima non vive senza il suo aguzzino. Ma l’aguzzino a sua volta non può fare a meno, per affermare se stesso, di colui che sta annientando.

Quello che lega due persone tenute insieme da un rapporto del genere è un nodo strettissimo, un vincolo molto difficile da spezzare, una storia dettata da due profonde insicurezze che si incastrano, drammaticamente, alla perfezione.

….. e il discorso continua se mi vorrai seguire per un po’ ….

” Vi è più volere di quanto si creda nella felicità …” E.A. Chartier

Ossessione – Delirio – Possesso

gelosia ossesso

Nel post precedente abbiamo visto la misura di una buona gelosia; siamo arrivate a constatare che un po’ di gelosia è sopportabile, anzi ti dimostra che l’altro ci tiene, che ti vede, che ti vuole. Troppa ti mette la corda al collo e ti fa sentire in prigione, sotto assedio, sotto inquisizione. Però sull’idea di un po’ e di troppo non è affatto semplice intendersi. Quanto è un po’? quanto è esattamente troppo? Come si stabilisce se uno è malato e se è solo innamorato? Quale è il limite tra normalità e patologia?

Per fare un po’ di chiarezza possiamo riferirci a quelli che sono considerati i principali tipi di gelosia patologica.

DELIRIO DI GELOSIA o “SINDROME DI OTELLO” => il geloso delirante è paranoico. E’ completamente abitato dalla convinzione che l’altro lo tradisca, cerca continuamente indizi e prove ma in effetti la sua gelosia è impermeabile ad ogni confronto con la realtà, anche se questa dovesse dimostrargli inconfutabilmente che si sta sbagliando. Tenta in ogni modo di strappare la confessione al partner e attua rimedi contro la sua supposta infedeltà restringendone l’autonomia o assoldando investigatori. Il comportamento del geloso delirante non è teso alla scoperta di qualcosa, che si pensa già di sapere, ma piuttosto a far ammettere all’altro la colpa. Da qui una continua richiesta di confessioni assillanti, portate avanti talvolta in modo reiteratamente subdolo, altre volte con l’arma del ricatto, talvolta infine ricorrendo alla coercizione e alla violenza fisica. L’ammissione del tradimento viene presentata sempre come «La Medicina» che porrà fine ai tormenti e ai dubbi che ne conseguono. Talvolta il partner accusato, nella speranza di porre fine ad una situazione insostenibile, ammette un magari inesistente tradimento. Lungi dal placarsi il delirante, che ha finalmente avuto la conferma delle sue certezze, intensifica la sua aggressività e tenta di far ammettere ulteriori infedeltà. Questo tipo di gelosia può giungere ad atti violenti nei confronti del partner o del presunto amante.

GELOSIA OSSESSIVA => ricollegabile ad un disturbo ossessivo compulsivo. Qui è il dubbio a farla da padrone. Questo tipo di gelosia è quella che induce il geloso a trasformarsi, senza posa, in un detective a tempo pieno che può impiegare nelle attività di ricerca delle infedeltà del partner il più e il meglio del suo tempo. I gelosi ossessivi riconoscono l’infondatezza dei loro sospetti, arrivano anche a vergognarsene, ma sono, loro malgrado, trascinati e sommersi dalla tormentosità del dubbio. Così c’è chi sottopone tutti i giorni la moglie a martellanti interrogatori, chi controlla minuziosamente la castità del suo abbigliamento o la corrispondenza del partner e chi magari anche la biancheria intima alla ricerca di attività sessuali illecite. Queste persone riescono a rendersi conto delle loro esagerazioni, ma «non ce la fanno» a cambiare condotta, né a scacciare dalla propria mente certi pensieri pur sentiti come assurdi.

SINDROME DI MAIRET => è una gelosia di confine tra normalità e patologia. Chi la prova è posseduto stabilmente dall’idea di essere tradito, ci pensa continuamente, tuttavia riesce a mantenere aperto e costante un confronto con la realtà.

La gelosia che è riconducibile a questi tre tipi è un sentimento che è finito fuori dai confini di quello che è “normale” e, sicuramente da quello che è accettabile.

La gelosia che appartiene a questa griglia, soprattutto se ci riferiamo ai primi due punti, è quella di chi azzera e nega l’alterità dell’altro per possederlo completamente. E’ fatta di sospetti che rifiutano qualsiasi prova contraria, di convinzioni deliranti che non hanno fondamento nel reale, di continui pedinamenti, controlli incrociati, interrogatori. Questa gelosia è “troppo”.

E’ quella malsana e aberrante di chi dice: mi appartieni, faccio di te quello che voglio, ti annullo, ti nego il diritto di essere altro. Che altrimenti detto suona sinistramente: “ti nego il diritto di esistere”.

Il possesso non c’entra mai con l’amore. Nel possesso non si può mai realizzare un incontro che si possa definire tale.

E non solo la gelosia “cattiva” avvelena e manda a rotoli le storie ma miete vittime, nel senso più concreto del termine. Si uccide trascinati da questo sentimento che troviamo in cima alle statistiche relative alle cause di omicidi. Sono agghiaccianti, pure, gli ultimi dati relativi alle violenze domestiche subite dalle donne a opera del partner e dell’ex, imbizzarrito e accecato dalla gelosia, in preda all’istinto di cancellare definitivamente l’altro.

La gelosia maneggiata con cura, sempre. C’è qui, come in qualunque altra faccia dell’amore e del desiderio, un solo concetto che vale in senso assoluto e in qualunque declinazione lo si consideri: il rispetto autentico dell’alterità dell’altro.

Se si tiene bene a mente , come un perno portante, la convinzione che l’altro è altro da noi, si potrà sicuramente sbagliare, ma difficilmente i danni saranno devastanti, difficilmente si farà carne da macello della storia e della persona.

Cosa si può aggiungere di altro sulla gelosia? Che c’è da imparare a coltivare una certa capacità di osservarsi e che quindi è sempre necessaria una buona dose di criticità nel rispondere ai modelli e agli stereotipi. Che non è vero che più ami e più sei autorizzato a fare quello che ti pare e nemmeno il contrario, che siccome ami allora devi sopportare, devi soffrire, devi patire.

Che un aiuto serio e competente è necessario se il “mostro con gli occhi verdi”, come lo ha chiamato Shakespeare, ci rosicchia il cuore, ci rende pazzi, ci impedisce non solo di amare ma di vivere ……

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