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Dinamica della preoccupazione e delle inquietudini.

ansia

“La mia mente non fa altro che scannerizzare il futuro! E’ come un radar sempre in funzione, che cerca di vedere le seccature in arrivo prima ancora che siano arrivate”, così mi raccontava un giorno una mia cliente a cui avevo chiesto di trovare una metafora che descrivesse il suo continuo stato di pre-occupazione.

La pre-occupazione è in effetti un rimuginio rivolto verso il futuro. E’ costituita da un concatenarsi di stati d’animo negativi e dolorosi riguardo a quello che potrebbe accadere ( ma quando si è oltremodo ansiosi si sopprime il condizionale e si dice “quello che accadrà”) in un futuro più o meno prossimo.

La sequenza di pensiero disfunzionale messa in atto dalla pre-occupazione è stata largamente studiata dai cognitivisti:

  1. Si producono costantemente ipotesi su eventuali pericoli futuri
  2. Si scambia l’ipotesi per una certezza
  3. Si reagisce come se essa fosse realtà.

Nel corpo e nel cervello dell’ansioso non c’è differenza tra pensare un problema ed averlo. Se  mi metto a pensare alla mia morte, a poco a poco il mio corpo e la mia mente reagiranno come se dovessi morire presto.

Tuttavia, ad un certo punto, questa tensione di tutto il nostro essere diventa troppo dolorosa: allora cerchiamo di allontanarcene, provando a scacciare le nostre inquietudini, cosa che non funziona affatto, pensando a qualcosa di altro, o buttandoci in una qualsiasi attività. Ma, dal momento che questa distanza rappresenta un “controllo” meno efficiente del problema, ci ricaschiamo. E ci ricaschiamo continuamente.

Questo continuo movimento di avvicinamento ed evitamento a cui è stato dato il nome di “flip-flap delle preoccupazioni” è descritto in maniera superba da Woddy Allen, sagace interprete dei meccanismi dell’animo umano: “credo che il mio esaurimento peggiori. La mia asma anche. Quando respiro si sentono dei sibili e la testa mi gira sempre più. Soffoco fino a sentirmi mancare. La mia stanza gronda umidità ed io ho continui brividi e palpitazioni cardiache. Ho anche notato che non ho più asciugamani puliti. Fino a quando andrà avanti tutto questo?”

Il brano riportato sopra è un bell’esempio di uno dei meccanismi dello humor che è tipico dell’ansia: non appena si comincia ad avvicinarsi troppo a quello che fa paura, cambiare subito argomento e abbassare la tensione con una battuta di spirito. Abbiamo la sensazione di poter controllare la preoccupazione solo con la fuga; ma, d’altro canto, subito dopo inconsciamente non siamo tranquilli all’idea di lasciarci alle spalle dei problemi irrisolti. Quindi ci ritorniamo sopra, ma è troppo dura, e allora torniamo a fuggire e così all’infinito ….

Perché non impariamo niente dalla vita??? Tutti abbiamo visto e sperimentato che un sacco di volte la nostra inquietudine non è servita a nulla: vuoi perché non c’era nessun pericolo, vuoi perché non era poi così tremendo e siamo riusciti a sopravvivere.

L’inquietudine è un po’ come l’adesione ad una fede. E’ un po’ vero per tutti gli stati d’animo, che tendono a farci aderire ad una visione del mondo, ma sembra sia più evidente per gli stati d’animo ansiosi. Per esempio diffidiamo molto di più dei nostri stati d’animo collerici per paura di quello a cui potrebbero portarci, e individuiamo più facilmente i nostri stati d’animo tristi, perché appesantiscono il nostro corpo e frenano le nostre azioni.

L’ansia, invece, sa perfettamente come sussurrarci all’orecchio: “io sono tua amica, non sono altro che prudenza, lucidità, vigilanza. Abbi fiducia. Vai avanti insieme a me!”.

Il credo degli ansiosi è:

  • Il mondo è pieno di pericoli e minacce
  • Io sono fragile e quelli che amo sono fragili
  • E’ possibile sopravvivere, o aumentare le possibilità di sopravvivenza, all0unica condizione di adottare tutte le precauzioni adeguate.

Questa percezione di un mondo pericoloso implica ovviamente un estremo desiderio di evitare il minimo rischio.

Certo, le basi di questo credo comportano una parte di verità, ma solo una parte; proviamo quindi a rimodularle:

  • E’ vero, il mondo è pericoloso, ma soprattutto in determinati momenti e in determinati luoghi, ve ne sono altri in cui possiamo sentirci al sicuro.
  • E’ vero che siamo fragili e adottare qualche precauzione è utile, ma non al punto di adottare tutte le precauzioni possibili e vivere sotto una campana di vetro
  • E’ vero che stando attenti aumentiamo le nostre possibilità di sopravvivenza; è inutile tuttavia farne un’ossessione che deteriorerebbe la nostra qualità di vita, facendoci sopravvivere a lungo, ma chiusi nella gabbia della iper-protezione.

La nostra inquietudine dura anche perché noi la coviamo, la alimentiamo chiudendoci nelle nostre convinzioni. Diventiamo intolleranti ad altre visioni del mondo.

Quando siamo invischiati in stati d’animo ansiosi, tendiamo a provare stupore o collera di fronte alle persone allegre, a quelle che non si preoccupano, agli ottimisti: le vediamo unicamente come persone a cui manca qualcosa, l’intelligenza o la lucidità, ma non come persone che hanno qualcosa più di noi, per esempio una propensione per la felicità.

Ci piace immaginare che non abbiano avuto a che fare con la preoccupazione per un caso fortunato “la vita li ha favoriti”, per negazione “fanno come gli struzzi”, o per stupidità “non hanno mai capito nulla di come va il mondo”.

Non riusciamo a goderci la vita e non riusciamo a capire come gli altri possano farlo: “ho qualcosa di meglio da fare che rallegrarmi: preoccuparmi! E’ più importante! E’ più utile!”

E’ curioso questo complesso di superiorità che ci invade quando siamo sotto l’influsso delle nostre pre-occupazioni. In quei momenti qualcuno che veda le cose più serenamente di noi è uno che non si cura di nulla, vale a dire un incosciente. Un povero miscredente che non ha capito il nostro credo.

Un’altra mia cliente in un giorno di particolare scoramento mi diceva: “l’ansia vince sempre”. Io non credo che siamo condannati a vederla sempre vincere, ma, di fatto, accogliere che gli stati d’animo di ansia, inquietudine siano sempre lì pronti ad entrare nelle nostre vite come ospiti indesiderati che ci sforzeremo comunque di ascoltare  …….

Una teoria del vivere ….

teoria del vivere

“Non si può fare a meno di aver continuamente presenti i problemi: se li abbandoni, quando ci ripensi è peggio …” Molti pensano così alla vita. Tutti attraversiamo momenti in cui i pericoli e le preoccupazioni occupano per intero la nostra emotività e i nostri pensieri. Possiamo allora sentirci timorosi, come bambini che stanno rintanati, oppure avere l’impressione di essere come soldati appostati dietro le fortificazioni, impossibilitati ad allentare la guardia, destinati per sempre ad attendere l’arrivo del nemico.

Non vi è nulla di strano o di sbagliato in questi sentimenti; è importante però capire che si tratta di nostre opzioni, di modi di essere che adottiamo per affrontare la vita e non, come spesso crediamo, di ineluttabili necessità generate dalle pur reali difficoltà del vivere. Sono strategie di sopravvivenza.

In questo modo possiamo anche pensare che c’è talvolta un po’ di esagerazione nei nostri pensieri, che il continuo orientamento ai pericoli ed ai problemi rischia di farci sfuggire felicità, soddisfazioni, emozioni anche se si sa che prima o poi i barbari potranno premere ai confini.

La capacità di vivere momenti (o anche lunghi periodi) di felicità e serenità fa parte delle potenzialità affettive dell’essere umano. Essa è collegata ad una sorte di “fiducia di base” che non tutti possediamo in modo uguale e che si genera in fasi precocissime della vita, ma che può essere aiutata a svilupparsi anche in seguito, e non ha nulla a che vedere con la superficialità o l’ottimismo a tutti i costi.

La fiducia di base ci rende speranzosi non tanto e non solo circa il buon esito delle nostre traversie, attuali o future, quanto nel fatto che in quelle traversie sapremo trovare il modo, pur soffrendo, di realizzare, per quanto possibile, compiti importanti della nostra vita o di cavarcela, ricostruendo sulle ceneri di quello che è andato perduto.

In qualche modo la fiducia di base ci facilita la vita perché non ci costringe ad occuparci continuamente della morte.

Già perchè il punto è questo, la paura della morte. Tutti moriamo e tale destino biologico è anche un evento affettivo presente in infinite forme nelle nostre emozioni.

Alla morte ci prepariamo inconsapevolmente nel corso di tutta la nostra vita. Ad essa non abbiamo nulla da opporre tranne la nostra stessa capacità di vivere e di lasciare nella vita qualcosa di noi.

Abbiamo una tensione interna a sopravvivere sia nella specie attraverso i figli, sia nella cultura e nella memoria tramite i ricordi, le ricchezze, gli affetti, i frutti del nostro talento o della nostra creatività. Possiamo quindi dire che vivere bene è in qualche modo collegato ad una pacificazione con l’idea della morte.

La vita ci presenta infinite morti sotto forma di perdite, sconfitte, disillusioni, rovesci, eventi che ci costringono a ricominciare, a sentire l’abbandono, l’incertezza, la solitudine, il fallimento.

Per alcuni questi accadimenti possono assumere la tinta fosca di un destino atroce, di una persecuzione malevola ed è facile che a questo proposito venga elaborata una teoria del vivere in cui vengono eliminate o ridotte al minimo la possibilità di piacere e felicità. Una teoria in cui è bene “non illudersi” ed è pertanto opportuno mantenere alzata la guardia, vivendo ogni momento come se stesse già accadendo quello che si teme potrà accadere. In questo modo l’infelicità viene utilizzata come una barriera immunitaria di fronte al rischio dell’attesa e della disillusione. Meglio vivere nello scontento che affrontare i rischi di un brusco disincanto.

Tuttavia credo che nessuno possa dire che la realtà sia veramente come il sogno. Il sogno è il motore della vita, ma è fatto per spingerci e per motivarci, quasi mai per essere realizzato così come è.

In fin dei conti, aver realizzato i propri sogni significa quasi sempre aver trovato una strada per sentirci amati, capaci, in pace con se stessi e questo avviene percorrendo vie impreviste, affrontando l’incertezza e il dolore come aspetti inevitabili ma utilizzabili per cambiare e per crescere.

E poi i sogni sono come i bambini: possiamo aiutarli, proteggerli, accudirli, ma dobbiamo anche affidali alla vita se vogliamo che crescano …

I problemi sono occasioni positive

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“Dietro ogni problema c’è un’opportunità” Galileo Galilei

Avere dei problemi è indice che le cose non stanno andando secondo i piani prestabiliti. Si dice che una situazione è problematica quando viene sconvolto lo svolgimento degli avvenimenti che avevamo programmato. Abbiamo la percezione che le cose stiano andando male quando non riusciamo ad ottenere precisamente quello che vogliamo nel tempo esatto in cui lo vogliamo, mentre gli imprevisti mettono immediatamente a rischio l’intera impresa. O per lo meno ci comportiamo come se lo facessero: ci arrabbiamo, ci irritiamo, ci sentiamo tristi e frustrati se la vita non ci assicura graziosamente la realizzazione rapida e senza intoppi dei nostri desideri.

Ma è questo l’unico modo di reagire ai problemi? Di sicuro non è quello migliore!

Avere delle difficoltà non è così allarmante come crediamo, anzi di solito si rivela utile per molti aspetti.

La causa del panico sta nella nostra immaginazione che inizia a lavorare in eccesso, quando incontriamo un ostacolo abbiamo la tendenza ad abbandonarci alla disperazione, comportandoci come se l’intera faccenda dovesse fallire: di qui la pre-occupazione, il nervosismo e la disposizione alla rinuncia.

Se pensiamo a tutte le centinaia di volte in cui abbiamo in contrato difficoltà, spesso superandole, è strano rilevare come ci dimostriamo incapaci a non agitarci ogni volta che si presenta un nuovo problema.

Di regola, la vita non va liscia, sia per i “falliti” sia per le persone di successo. L’unica differenza fra queste due categorie è che i perdenti rinunciano a lottare, mentre i vincenti tengono duro.

Visto che, quindi, non possiamo far altro che riconoscere l’esistenza degli ostacoli che si possono frapporre alla realizzazione dei nostri piani, abbiamo sempre la possibilità di trarne comunque un vantaggio. I problemi fanno parte della vita quotidiana e come tali è necessario che siano accettati; meno si resiste loro e più sapremo mantenere la calma, il che ci permetterà di affrontarli in maniera migliore.

E’ come mettersi in cammino per giungere al castello dei sogni dovendo superare continuamente le barricate lungo la strada. Potete farvi innervosire colpendo a mani nude l’ostacolo, oppure potete osservarlo attentamente escogitando il modo per venirne a capo.

E’ di legno o di cemento? C’è una fessura da qualche parte attraverso la quale potete insinuarvi senza doverlo smantellare? Potete scavalcarlo, aggirarlo o spostarlo? Riflettete un po’ sulle possibili soluzioni che avete, cercando di sprecare meno energia emotiva possibile sul problema particolare, riservandone la maggior parte per perseguire l’obiettivo finale.

E’ evidente che, se vogliamo risolverli , i problemi è necessario affrontarli, ma non diamo loro più importanza di quella che meritano. Continuiamo a tenere bene in vista l’obiettivo finale e lo raggiungeremo certamente, a prescindere dagli ostacoli che dovremo scavalcare, abbattere, travolgere o aggirare.

Una volta imparato a trattare costruttivamente i problemi e le difficoltà si vedrà che essi esercitano su di noi un effetto positivo: gli alti e bassi della vita ci mantengono duttili e ci aiutano a sviluppare nuove abilità, ci inducono ad adottare prospettive differenti e ci rafforzano nella sicurezza di poter gestire gli eventi.

Se consideriamo i problemi come una sfida, non come una minaccia, sapremo servircene a nostro vantaggio facendone pietre miliari sulla strada verso una vita felice e realizzata.

Sollecitudine … Apprensione … Iperattaccamento

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Essere apprensivi nei confronti degli altri, dei problemi e delle cose o di sé è la causa di ansia più comune. Accade spesso che si sviluppi un attaccamento eccessivo verso gli oggetti delle nostre attenzione o che ci si identifichi eccessivamente con essi, che si tratti di una persona cara, di una faccenda professionale, del proprio aspetto o di ciò che ci potrebbe accadere.

L’eccesso di identificazione ha luogo quando si investe in modo sproporzionale il senso del proprio valore su una persona o una questione. Quando avviene questo, qualunque sia l’oggetto dell’identificazione, le nostre attenzioni si trasformano in apprensione. Siamo sempre preoccupati o ansiosi e diamo fondo alle nostre energie.

Uni dei primi passi nel processo di trasformazione dell’ansia consiste nel comprendere la differenza fra “essere solleciti” ed “essere apprensivi”.

Quando la fondamentale esigenza umana di occuparsi di ciò che ci circonda esce dai suoi confini naturali, si finisce o per sviluppare un’attenzione ossessiva o per non interessarsi a sufficienza.

La natura ha programmato la nostra sollecitudine verso quello che ci circonda direttamente nel DNA. In molte specie questo è associato alla cura della prole.

Le attenzioni verso gli altri generano un senso di sicurezza e danno vita ad un rapporto, un legame positivamente vitale. Quando questo equilibrio naturale viene spezzato e si generano sentimenti di estrema preoccupazione mista ad ansiosa incertezza, ecco che si scivola in quell’eccesso di attenzione detta apprensione.

Molti hanno compiuto questo passo, trasformando la naturale attenzione verso gli altri in un pesante fardello di preoccupazioni e ansia, quando non in una fonte di manipolazione.

La sollecitudine è una nobile qualità, ma esagerare, correndo di continuo per sostenere ritmi inumani nel timore di ciò che potrebbe accadere se ci si ferma o si rallenta, alla fine logora, prosciuga la nostra energia e compromette la nostra vitalità.

Lo stesso vale per le eccessive preoccupazioni nei confronti degli altri, un tipo comune di apprensione: possono essere controproducenti, perché spesso fanno sentire gli oggetti delle nostre eccessive attenzioni soffocati o manipolati, il che li può indurre a respingerci.

Strettamente connesso con l’apprensione è l’iperattaccamento: la sollecitudine diventa perché si ha paura di perdere ciò a cui tanto si tiene, oppure può manifestarsi nei confronti di persone, luoghi, cose, perché motivato dalla continua ricerca di segnali di conferma che gli altri ci apprezzano.

Questo incessante sforzo volto ad ottenere sempre reazioni positive nei nostri confronti può generare un perenne stato di ansia. L’iperattaccamento da un lato tende a spossare chi ne è fatto oggetto, dall’altro rende il soggetto ipersensibile all’altrui approvazione, inducendolo a controllare eccessivamente, coloro cui tiene, soffocando la propria pace e sicurezza interiore.

Il circolo vizioso si innesca quando ci si identifica eccessivamente con un ruolo, una situazione, una persona cui si tiene molto. Ci si comincia a preoccupare e a volere che le cose vadano in un certo e unico modo, attaccandosi a quel risultato al punto da non riuscire più a scorgere altre opzioni; non si riesce più a “mollare” la questione, la situazione, la persona oggetto delle attenzioni, trasformandosi in un vero assillo.

E, ironicamente, il risultato è normalmente l’opposto di quello desiderato: la persona che si vorrebbe più vicina si allontana e ci evita. “Ma come!” ci si stupisce “Con tutte le attenzioni che le ho dedicato!”.

Questo ciclo di autodistruzione è insidioso, perchè l’apprensione e l’iperattaccamento sono come un morbo contagioso che può diffondersi rapidamente agli altri e infettare come un vero e proprio virus emozionale.

Quando si guarda al mondo attraverso le lenti di una eccessiva identificazione, dell’apprensione e dell’iperattaccamento, si tende immediatamente a schierarsi sulla base di informazioni incomplete. E’ proprio attraverso questo meccanismo che si alimenta la crescente epidemia di stress, ansia e depressione. Il risultato è spesso il cieco rifiuto di comprendere il punto di vista altrui, fenomeno alla base di molti conflitti.

Se si desidera aiutare coloro che si amano, occorre innanzitutto partire da se stessi. Se non li teniamo sotto controllo apprensione ed iperattaccamento tendono ad evolvere in un’abitudine radicata ed ecco che le nostre energie emozionali vengono logorate e, giorno dopo giorno, la qualità della nostra vita si deteriora.

Un quadro emozionale mediocre riduce la pienezza della vita a qualcosa di meccanico: le giornate diventano grigie, si riducono l’allegria e la pace interiore e si perde in modo significativo la propria capacità di adattamento creativo. Si diventa così stressati e ansiosi da finire per sentirsi del tutto inefficaci o, dopo aver esagerato nel senso opposto, ormai incapaci di dedicare attenzione e cure nella giusta misura.

Occorre tuttavia distinguere: una cosa sono la preoccupazione, l’apprensione e l’iperattaccamento, altra cosa sono il vigoroso coinvolgimento emotivo e la passione nei confronti di un obiettivo, atteggiamenti che, invece, aprono la mente e stimolano la creatività. L’ansia, al contrario, ottunde la mente e può ritardare il conseguimento di un obiettivo o annullare la soddisfazione per averlo raggiunto.

Un atteggiamento apprensivo in un’area, inoltre, spesso comporta negligenza in un ‘altra: un po’ come lo schiacciare un pallone da un lato per aumentarne la pressione da quello opposto. Questo squilibrio nell’affrontare i diversi aspetti della vita può a dar luogo a piccoli inconvenienti e seccature in grado di inquinare la gioia di vivere.

Come diceva Winston Churchill: “A rovinare la vita degli uomini è una stringa della scarpa che si strappa”.

Lo stress è essere assediati da mille piccole cose. Non sai quante ne riesci a gestire prima di crollare ……

 

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