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Consapevoli di sè

consapevolezza-10

“Non era affatto debole, era straordinariamente fragile e potente come tutte le persone forti e profonde.” M.Mazzantini

Dopo il week end di formazione per Agevolatori nel Metodo Mandala-Evolutivo® in cui abbiamo lavorato ed esplorato la nostra “Ombra” e la nostra “Luce” penso che questa ulteriore riflessione sulla consapevolezza di sé ci stia come “il cacio sui maccheroni”.

Quando una persona assume la piena responsabilità di sé non ha più bisogno di servirsi della proiezione, agisce partendo da sé e dal riconoscimento delle proprie emozioni e bisogni.

Quando si diventa pienamente consapevoli non si è più vittime. Riconoscere di non essere più vittime comporta la perdita dell’illusione di onnipotenza: tutto gira intorno a me e se non gira è perché sono gli altri che non mi vedono. Illusione a cui ci siamo aggrappati per sopravvivere.

Tuttavia, per diventare responsabili di se stessi bisogno accettare la propria solitudine. Se, al contrario, vivremo con la costante paura di essere abbandonati, non vivremo e non potremo essere realmente responsabili di noi stessi. Vivremo, invece, in funzione degli altri, compiacendoli, odiandoli, rifiutandoli e soprattutto, purtroppo, dando loro il potere sule nostre emozioni.

Per riprendere in mano il potere sulle nostre emozioni, occorre riconoscere in noi le nostre parti fragili accettandole per poterle integrare. E’ necessario avere il coraggio di stare davanti a quegli aspetti della nostra personalità che preferiamo non vedere, non riconoscere come nostri. E’ necessario avere il coraggio di stare davanti a quei sentimenti ed emozioni di cui abbiamo paura, che ci procurano sofferenza, che ci creano problemi. L’obiettivo di tutto questo è il riconoscimento dei nostri piani, fisico, emotivo e mentale che solo integrati possono portarci a vivere una vita piena.

Per imparare ad amare, dobbiamo prima imparare a volere bene a noi stessi senza volerci separare da alcuna nostra parte. Il non riconoscere, il non vedere, il non ascoltare, proiettare e separare sono meccanismi che partono dalle nostre antiche ferite e che ripetuti coattivamente non fanno altro che convalidare quell’antico pensiero di non essere degni di amore.

Se non diventiamo consapevoli, ci comporteremo tutta la vita secondo il modo in cui abbiamo interiorizzato il nostro vissuto infantile e questo con il tempo diventa blocco, complesso, paura,tensione che limita la nostra esistenza, che spezza, separa la nostra personalità, impedendo il libero fluire dell’energia, del calore.

Queste parti rifiutate e non amate, poi, nel tempo, si ribellano e si trasformano in draghi.

Tutto quello che dentro e fuori di noi sentiamo come minaccioso è, in realtà, qualcosa che vuole essere riconosciuto e amato.

Essere consapevoli significa anche essere responsabili delle proprie emozioni, di quello che proviamo e non solo di ciò che facciamo.

Siamo abituati ad essere responsabili del lavoro, dei comportamenti pratici, meno per quello che sentiamo; tuttavia diventare responsabili delle proprie emozioni vuol dire diventare liberi, liberi di provare quello che desideriamo, liberi dagli altri.

In questo modo non ci sarà più alcuno a cui dare la colpa dei nostri conflitti. Ognuno di noi deciderà chi essere, che cosa provare, che cosa sentire dentro di sé, che cosa scegliere. Pienamente responsabile, pienamente consapevole.

E se non ci piaceranno le nostre reazioni emotive di fronte ad una determinata persona, in una determinata circostanza, saremo chiamati a far qualcosa per rispetto a noi stessi: scomparirà la paura e saremo liberi di chiedere ciò di cui abbiamo bisogno.

Non gettare sugli altri la tua responsabilità; è questo che ti mantiene infelice. Assumiti la piena responsabilità. Ricorda sempre: “Io sono responsabile della mia vita. Nessun altro è responsabile; pertanto, se sono infelice, devo scrutare nella mia consapevolezza: qualcosa in me non va, ecco perché creo infelicità tutt’intorno a me”. Osho

 

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liberamente tratto da: V.Albisetti “I sogni dell’anima”

Riflessioni sulla tristezza

TRISTEZZA 7

Tristezza − stanchezza che penetra nell’anima –

Stanchezza − tristezza che penetra nella carne.

Christian Bobin,

In questo momento è così … un mantello in cui avvolgo il mio animo stanco; uno scudo per proteggermi dai forti scossoni dei ricordi ; una presenza lieve e confortante che ammorbidisce i contorni, travalica i miei confini insediandosi al posto centrale del mio “qui e ora”.

Se cerco la definizione di tristezza trovo: “invasione della coscienza da parte di un dolore o di un malessere che ci impedisce di essere contenti”.

In questa definizione tre sono le parole che si accendono:  invasione – dolore – impedimento. Qualcosa che tracima dalle profondità più nascoste occupando l’anima, dolore, spesso sordo e venato di dolcezza, che  impedisce l’azione.

Quando siamo tristi nella nostra testa, tutto diventa triste in noi: il nostro sguardo, il nostro modo di camminare, il timbro della nostra voce. Di contro, non è sempre così “doloroso” essere tristi, perché vi è qualcosa di particolare nella tristezza: la dolcezza. Cosa che è alquanto unica rispetto ad altri stati d’animo: si pensi all’ostilità o all’inquietudine.

Provo ora ad addentrarmi un po’ più a fondo tra le pieghe di questa emozione ….

Ci sono molti generi di tristezze: tristezze dolci in cui siamo come anestetizzati, e questo è il mio caso ora: un confortevole ripiegamento, una sorta di “cuccia” spiegazzata che  mi difende dai rumori del mondo. Tristezze grevi che ci soffocano, e anche questo è il mio caso in questo momento di perdita: un polipo dai lunghi tentacoli che si attorciglia intorno al cuore lasciandomi senza fiato. Ci sono poi  tristezze per la sconfitta, ma anche per certe vittorie (perché ci sono stati dei vinti). E anche tristezze per il senso di colpa, quando abbiamo ferito pur amando, e tristezze per l’indifferenza, quando non amiamo più.

La tristezza alimenta molti stati d’animo complessi: sensazioni di incompletezza, in questo momento, per me, non appartenere più alla categoria di “figlia” come se un piccolo pezzo di me si fosse definitivamente staccato. Cambia il mio essere al mondo: verrò chiamata “mamma” ma non potrò mai più chiamare “mamma” e “papà”. Sensazioni di inadeguatezza, sensazioni di impostura, di solitudine. A volte anche di consolazione: dopo la fine di un amore in cui tutto è diventato complicato ci sentiamo tristi e sollevati.

Gli psichiatri, riferendosi alla tristezza, parlano di “una perdita di slancio vitale”, il mio desiderio di non fare nulla; far scorrere le ore galleggiando in uno spazio-tempo senza stimoli. E secondo gli psicologi evoluzionisti, questa è la sua funzione naturale: incitarci all’immobilità e al rallentamento quando siamo stati feriti o colpiti da un lutto, per aiutarci a riparare e a ricostruirci. Ritessere con pazienza e amore, quella parte di cellule danneggiate, private dal nutrimento della presenza, trasformando la mancanza in un più saldo legame con se stessi.

Ma il meccanismo naturale spesso si guasta. Per questo esistono tristezze più pericolose di altre. Ci sono tristezze che ci arricchiscono e tristezze che ci amputano. E qui occorre che io stia attenta per non ricadere in quel buco oscuro e senza fondo della “depressione” che a momenti alterni mi accompagna dall’adolescenza, eredità materna che attraversa, da diverse generazioni, la via femminile della mia famiglia.

“Non puoi impedire agli uccelli della tristezza di volare sopra la tua testa, ma puoi impedire che facciano il nido tra i tuoi capelli”, dice un proverbio cinese . E’ necessario quindi monitorare tutti quei fattori di rischio che potrebbero trasformare una tristezza funzionale e “sana” in una depressione.

Tra questi, per me ha grande importanza il “rimuginio” quel continuo borbottare dell’anima che mi trascina nel circolo vizioso del pensiero, dove è la mente a far da padrone a scapito del sentire. Quell’invischiamento  che mi fa stare appiccicata con lo scotch a quello che non c’è più, riandando ostinatamente con la memoria, come davanti ad una moviola impazzita, a quelle scene da “paradiso perduto” , lasciandomi ad ogni giro sempre più sfinita e un po’ più orfana.

A lungo andare la continua ripetizione di questi pensieri e i conseguenti stati d’animo di che ne derivano finiscono per solidificarsi: gli stati d’animo si aggregano dando vita ad una sensazione di tristezza e deprivazione continua e pervasiva . Le pulsazioni della tristezza si amplificano e finiscono per entrare in risonanza. Tutto il passato, il presente e il futuro si mettono a vibrare dello stesso dolore, che finisce per diventare dolore di vivere. E’ la tristezza anticamera della mia depressione che incomincia ad allontanarmi dalla vita stessa.

A poco a poco la mia visione del mondo, e di me nel mondo, comincia ad alterarsi in modo sempre più duraturo. La mia capacità di affrontare la vita inizia ad incepparsi. A questo punto la tentazione di arrendermi è grande, smettere di lottare e abbandonarmi alla depressione vista come un rifugio.

Quindi come poter affrontare la tristezza schivando il pericolo che si possa trasformare in un pozzo senza fondo?

Essere prudenti con la dolcezza di essere tristi => il gusto della tristezza può essere per certe persone (ed io sono fra queste) molto seducente. E’ necessario quindi stare attenti e cercare di delimitare i nostri stati di “spleen”. Questo non significa non avere più stati d’animo tristi, il dolore qualunque esso sia va attraversato bagnando bene i piedi nelle sue acque, bisogna però evitare di consegnarci indefinitivamente tra le sue braccia.

Individuare subito dentro di noi il passaggio alla modalità di rimuginio => renderci conto che stiamo scivolando in questa modalità è la prima tappa per contrastarla: e per fare questo è fondamentale un’attenta osservazione, senza giudizio, di tutti gli stati d’animo e movimenti emotivi che si scatenano dentro di noi.

Accettare l’imperfezione e soprattutto la “finitudine” => è necessario accettare il fatto che nelle nostre vite esistono dei cantieri che non vengono mai portati a termine e imparare che questo non è un fallimento o di incompetenza: è semplicemente il fatto che siamo vivi e abbiamo una vita normale che non può essere controllata in ogni sua parte. E anche accettare il fatto che siamo esseri finiti e che la parola “fine” in tutte le sue diverse sfaccettature fa parte della nostra vita e forse, a pensarci bene, è ciò che rende così  prezioso ogni attimo di vita.

Alla fine tornare sempre verso la felicità => la felicità di essere vivi  è il solo antidoto profondo e durevole per ogni tipo di tristezza, e in questo momento di ripiegamento ed elaborazione del mio  dolore sono sicura che …… ” Cuore, ci sarà un tempo in cui ti rifarai di questo vuoto, e giovani parole si tufferanno su di te e le carezze faranno nidi e le speranze metteranno semi nuovi. E il tuo battito tornerà a essere potente e condiviso…” F.C.

Sulla consapevolezza dei nostri bisogni e desideri …

WISHES

Quando invito i miei clienti a parlare dei propri bisogni e desideri, rimango spesso colpita da quanto diventano goffi, esitanti. E’ molto raro che rispondano subito con chiarezza. Spesso invece è come se lottassero contro una specie di divieto interiore che impedisce loro di sapere o dichiarare quali sono i loro bisogni e desideri più profondi.

Ma come si può vivere o agire con efficacia senza conoscerli?

Questa difficoltà nell’affermare i propri bisogni può essere dovuto a svariati motivi.

Uno può essere che da bambini queste persone abbiano ricevuto dai genitori messaggi del tipo: “Senti piccolo, eccoti la bella novità: la vita non gira intorno a te. La vita non gira intorno ai tuoi bisogni o desideri, ma intorno a quelli degli altri. Tu non conti niente, sei solo un piccolo ingranaggio ..”.

Oppure, quando le necessità e i desideri di un bambino vengono ignorati troppo a lungo, il dolore diventa talmente insopportabile che questo, per sopravvivere, impara a reprimerli, a seppellirli lontano dalla coscienza, cercando rifugio nella non-consapevolezza.

Un altro motivo può essere un trauma che porta i bambino a percepire la vita come così spaventevole e pericolosa da spingerlo a soffocare, una volta adulto, qualunque forma di affermazione di sé, non parliamo poi di esprimere, quello che gli serve e che desidera.

Un ulteriore motivo è che, quando sperimentiamo desideri in contrasto con il concetto che abbiamo di noi stessi, rendiamo a negargli e disconoscerli: ad esempio un uomo adulto può avere bisogno di carezze e coccole che non permetterà mai a se stesso di ammettere perché fa a pugni con il suo concetto di mascolinità e autonomia.

In un modo o nell’altro, spesso bisogni e desideri importanti vengono sepolti vivi. Questo però non vuol dire che cessino di esistere. Significa, semmai, che influenzano i nostri sentimenti e il nostro comportamento in modi in cui non ci accorgiamo neppure.

Per esempio, il bisogno non riconosciuto di carezze e coccole si può manifestare in una continua ricerca di soddisfazione sessuale, in quanto il sesso è l’unica forma di contatto fisico che la persona in questione ritiene accettabile.

Oppure il bisogno di comprensione e visibilità che sono un diritto di nascita del bambino possono manifestarsi nell’adulto con l’ossessione di essere “compiacente” e “popolare” a tutti i costi.

Un esercizio che propongo ai miei clienti è di completare le seguenti frasi (di seguito riporterò anche alcune risposte):

Se mettessi il 5% di più di consapevolezza nei miei bisogni più profondi ….

  • Saprei quali sono
  • Potrei prendermi meglio cura di me stesso
  • Non mi arrabbierei con gli altri perché non indovinano il mio bisogno

Se mettessi il 5% di più di consapevolezza nei miei desideri più profondi ….

  • Saprei che il mio lavoro non mi basta
  • Mi rimetterei a studiare
  • Lascerei il lavoro e aprirei un0attività tutta mia
  • Riprenderei a suonare

Se qualcuno mi avesse insegnato che i miei desideri e bisogni contano …

  • Sarebbe l’infanzia di un altro e non la mia
  • La mia vita sarebbe diversa
  • La mia vita non sarebbe tutta obblighi e doveri
  • Avrei pensato di più a quello che conta veramente per me

Se trattassi con rispetto i miei bisogni e i miei desideri …

  • Non piacerei a nessuno
  • Non avrei amici
  • La gente direbbe che sono egoista

Leggendo queste risposte quali conclusioni trarreste? Non trovereste, forse, che ascoltare e onorare i propri desideri può essere non tanto un atto di indulgenza verso se stessi, quanto di vero e proprio coraggio?

Trattare bisogni e desideri con un minimo di rispetto, combattere per loro, prenderli seriamente, è per molti una sfida formidabile e spaventosa.

Spesso è molto più facile seppellirli, rinunciare persino alla capacità di riconoscerli, praticare il sacrificio di sé. Per fuggire alla responsabilità, oppure per sentirsi accettata la gente vende pezzetti di anima ogni giorno.

Alcuni sono dei veri e propri maestri in questo tipo di resa e sacrificio.

Quando non siamo in contatto con i nostri bisogni e desideri, affrontiamo la vita senza remi e senza timone. La nostra non-consapevolezza è pericolosa, per noi stessi e spesso anche per gli altri. Siamo ciechi alle radici delle nostre azioni, mossi da forse che non comprendiamo.

Nel nostro stato di intorpidimento psichico , possiamo arrivare persino a dire che la nostra mancata connessione con bisogni e desideri rappresenti la “spiritualità del distacco”, ma una spiritualità raggiunta attraverso la non-consapevolezza è una contraddizione di termini.

… ti aspetto al prossimo post ….

Accettare i propri sentimenti….

accettare i propri sentimenti

Proseguendo nel cammino per ri-trovarsi un’altra tappa fondamentale è l’accettazione dei propri sentimenti qualunque essi siano.

Molto spesso le persone tendono a nascondere aspetti di sé di cui non vanno fiere e che hanno a che fare con l’esperienza di alcune emozioni quali il dolore, la rabbia, la paura, la gelosia, la sofferenza…

Come ha sottolineato Jung queste parti di noi tenute nascoste vanno a costituire la nostra “Ombra” e sono condizionate dal timore profondo che la loro manifestazione sarebbe criticata o avrebbe conseguenze terribili e spaventose.

Fin da bambini ci viene insegnato che è bene nascondere alcune emozioni e che esprimere le proprie “debolezze” emotive ci può esporre al rischio di essere vulnerabili.

I messaggi che abbiamo ricevuti sottesi a questa credenza sono:

  •  Non mostrare i tuoi sentimenti
  • I tuoi sentimenti possono spaventare gli altri
  • E’ pericoloso manifestare le tue emozioni

La paura di esprimere le proprie emozioni è ancora più netta, poi, se si è cresciuti in quei contesti familiari in cui sentimenti come odio e rabbia sono stati banditi. Ne consegue, quindi, che fin dall’infanzia si radica la convinzione di essere persone diverse da tutte le altre per cui sbagliate proprio perché si hanno fantasie o sentimenti negativi e inaccettabili.

 Una delle esperienze di cui le persone hanno più paura è quella del dolore.

Accettare se stessi significa accettare anche il dolore che può esserci dentro di noi e che spesso ha radici molto antiche. A volte ci rifugiamo nell’evitamento e nella negazione come difese che ci consentono di non far emergere i sentimenti dolorosi.

Quando proviamo un dolore intenso, fisico o psicologico questo prende tutta la nostra attenzione, rendendo difficile ricordare quando la sofferenza non c’era e immaginare di poter di nuovo sperimentare sensazioni positive.. E’ come se il dolore cancellasse tutto il passato e il possibile futuro. Siamo talmente presi nel gorgo del dolore e della paura che non ci rendiamo conto che esso viene ad ondate ed il nostro unico pensiero è rivolto a: quanto sarà forte? Quanto durerà? Sopravviverò?

Siamo davanti ad una scelta : cogliere l’opportunità di ri-conoscere la propria sofferenza attraverso i vissuti dolorosi, com-prenderne il significato integrandoli nella propria vita oppure ripiegare ancora una volta nella fuga lasciando questi aspetti nell’Ombra.

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A questo punto ti invito a provare il seguente esercizio: se ti trovi in un momento della tua vita in cui stai sentendo dolore e sofferenza per qualcuno o qualcosa prova a farti queste domande:

  • In quale parte del tuo corpo senti il tuo dolore e la tua sofferenza?
  • Se le tue lacrime potrebbero parlare cosa direbbero?
  • Cosa ti impedisce ti accettare questo dolore?
  • Cosa ti impedisce di superare questo dolore?

Prendi un foglio di carta e senza pensare troppo inizia a scrivere per almeno 15 minuti, non rileggere subito quello che hai scritto….

Prendi un altro foglio, sceglie un colore che senti in questo momento ti appartiene e prova a dare una forma al tuo dolore…..

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 Se si ha paura di soffrire, si finisce per soffrire di paura. Solo accettando il dolore possiamo verificare che l’onda fa il suo corso, alternandosi ad intervalli meno intensi che permettono il recupero dell’energia e del coraggio e che  ci ricordano “che passerà…” E’ d’aiuto in questi momenti usare affermazioni positive come : “quello che sento non è quello che sono…” piuttosto che concentrarsi su pensieri negativi come “durerà per sempre…”.

Per concludere: è fondamentale non negare i propri sentimenti, non rimproverarsi ed essere punitivi con se stessi, piuttosto cerchiamo di ascoltare i loro messaggi domandandosi se esiste un modo per soddisfare i propri bisogni senza entrare in conflitto con i propri valori. Dare la priorità al nostro bisogno più importante, senza giudicarsi per i nostri desideri contraddittori, significa riappropriarci della nostra interezza.

Anche quando abbiamo difficoltà ad accettare le nostre emozioni è comunque importante riconoscere le nostre resistenze: il primo passo per uscire da una situazione comincia proprio da dove ci troviamo.

Ri-conoscendo le nostre resistenze aumentiamo la consapevolezza e questo è un passo fondamentale verso l’integrazione.

Siete invidiosi?

INVIDIA

Niente paura: l’invidia è uno dei sentimenti più diffusi. Se scopriamo quale è la nostra invidia prevalente, possiamo capire qualcosa in più delle nostre debolezze e dei nostri bisogni affettivi.

Tra i sentimenti più diffusi e, tuttavia, meno dichiarati, l’invidia può aspirare a occupare un posto in primo piano. Basta che ci guardiamo intorno, fuori e dentro noi stessi, per scoprirla nelle sue diverse forme e tonalità.

Cosa è l’invidia? E’ un dolore verso noi stessi, una fitta al cuore che coglie di fronte a quello che non abbiamo, per ciò che non siamo. E’ un motore di trasformazioni nobili della persona, poiché invita a crescere, a migliorare, a mettersi in pari con i propri progetti di vita quando ci si accorge di essere rimasti indietro. Ma è anche la segreta ispiratrice di malanimi, di difficoltà a stare serenamente con gli altri.

La si ammette malvolentieri per via di quel suo tono particolare: acido, ingeneroso, lamentevole, aggressivo. Un tono che ci mette in cattiva luce. E’ dunque un sentimento da elaborare, da non lasciar trasparire in modo diretto.

Tuttavia combattere l’invidia può essere un’impresa titanica, a volte destinata a fallire se non si comprendono le ragioni della nostra tendenza ad essere invidiosi.

Viviamo in un mondo che mette  tutti in competizione. I modelli del successo sociale e professionale sono sempre più fondati sulla possibilità di esibirsi attraverso segnali di ricchezza, di notorietà, di prevalenza sugli altri.

La competizione per la vita può allora diventare una continua ricerca di questi segnali di successo. Oppure gli sforzi per crescere possono essere indirizzati a prevalere su qualcuno, a essere più “in vista” di quelle determinate persone che ci appaiono immeritatamente più favorite di noi nel lavoro, nelle amicizie, nell’amore …

Consideriamo due modelli affettivi dell’invidia:

  • Un modello che si fonda su affetti della relazione tra madre e bambino molto piccolo: esso ci ispira un’invidia per gli oggetti di consumo e per l’amore. Questo tipo di invidia ci spinge a desiderare molti beni materiali, oppure ci spinge a ricercare una posizione sempre centrale nelle relazioni con gli altri (quasi a testimoniare che la vita, la “mamma”, ci ha proprio nel cuore, guarda solo noi, ci illumina con il suo sguardo amoroso e ci riempie di beni preziosi). Si tratta di un’invidia che si collega ad un’angoscia di esclusione, al timore di non essere amati. Quando si prova questo tipo di sentimento non si riesce a tollerare di stare in posizioni di “contorno”, poiché ci si sente esclusi in maniera troppo cocente. Non si accetta neppure che agli altri possano capitare cose belle e fortunate, poiché ci si sente messi in secondo piano, rispetto a loro dal “destino”.
  • Un modello che si fonda sulla relazione tra padre e bambino durante la crescita: in esso l’invidia si rivolge alle capacità degli altri. Si soffre per sé quando si incontra qualcuno più bravo, più colto, più abile, più brillante o affascinante … etc. E’ un’invidia che rode, soprattutto perché si accompagna a mai sopiti timori di non essere adeguati, all’altezza, capaci. Fa temere di essere lasciati nell’angolino con il cappello dell’asino in testa. La paura è quella di essere scaricati definitivamente, di perdere la prospettiva del futuro a causa di una sorta di sentenza di incapacità.

Vediamo dunque come il “dolore per noi stessi”, che è la vera natura dell’invidia, ci dice molto su come siamo fatti e su quale è la ferita prevalente che ci portiamo dietro.

Quale è la nostra invidia? Se lo scopriamo, possiamo anche capire qualcosa in più delle nostre debolezze e dei nostri bisogni affettivi. Uscire dalle invidie può allora significare imparare a tollerare un po’ di esclusione senza morirne, per crescere e migliorare. Imparare a guadagnare l’amore, a seguire i propri talenti, diventando così veramente “capaci”.

E se si è già (o ci si sente) capaci e fortunati? Allora è bene essere sensibili alle invidie altrui, per non far male (e soprattutto per non farsi male!). Forse un po’ di generosità permette a tutti, invidiosi e invidiati, di vivere meglio ….

“ E di innumerevoli afflizioni è generoso il mondo,

ma i morsi dell’invidia sono tra le ferite più

sanguinose, profonde, difficili, da rimarginare

e complessivamente degne di pietà ..”

D.Buzzati

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