Tag: vergogna

Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

amore per sè 3

“Non c’è arma più potente di questa per la realizzazione della verità: accettare se stessi….” Swami Prajnanpad

Ho dedicato tanti post all’amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l’altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? … Provate a seguirmi passo per passo …

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un’arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il “cattivo altro” perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all’altezza o meritevole di quell’amore. Il “cattivo altro” e il “cattivo sé” sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L’urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall’aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L’odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. “Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio”, potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un’avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del “cattivo sé”: dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un’eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l’arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il “cattivo sé” è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

“Che cosa c’è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?” L’origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel “lì e allora”: “perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c’è in me qualcosa che non va”. Questo è l’unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: “se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto”.

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e “bella”  così come è.

Facendoci dubitare della nostra “bontà” fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del “cattivo sé” è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell’inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il “cattivo sé” torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la “critica interna”. Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all’attacco.

Se potessimo dare un’occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”. Ecco quello che alimenta la fissazione del “mi ama, non mi ama”. Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell’inferno di vedermi come il “cattivo sé”, inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l’altra: “la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa”; “la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene”.

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d’amore non crediamo che l’amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l’odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c’è qualcosa che non va. In tal modo la storia del “cattivo sé” diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un’approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L’autoaccettazione che può curare l’odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l’essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé …..

Sbarazzarsi della vergogna

vergogna

(immagine trovata nel web senza alcun riferimento)

Continuiamo il cammino verso la libertà occupandoci ora della vergogna.

Quando ci vergogniamo, ci svalutiamo e questo nuoce alla nostra autostima. IL nostro giudizio inoltre rafforza il senso di colpa. Ci vergogniamo e quindi ci scusiamo ulteriormente. In ultima analisi, ci scusiamo perché qualcun altro non ha avuto rispetto verso di noi.

E’ un mondo alla rovescia. Siamo stati vittima di un’ingiustizia o di un trattamento sleale e invece di provare rabbia, di ribellarci, aggiungiamo al nostro dolore una vergogna che non era nemmeno destinata a noi.

A braccetto con il senso di colpa la vergogna ci trascina in una danza macabra lontana dalla nostra personale realizzazione e lontanissima dalla libertà. Questi sentimenti ci imprigionano, ci isolano e ci derubano della nostra energia.

Quando si è dipendenti, si è ipersensibili all’atteggiamento di coloro che ci circondano, ai loro commenti, alle loro critiche e ai loro rimproveri. Ci si aspetta che verso di noi siano più clementi. Ancora una volta sono speranze vane; noi non  abbiamo il potere di cambiare gli altri. Darsi da fare per cambiare se stessi, invece, è un progetto di vita.

La vergogna si nasconde in noi e quindi sta a noi sbarazzarcene. Concedendole sempre meno spazio, la mettiamo alla porta. La vergogna si nasconde in fondo alla nostra fragilità, al nostro desiderio di perfezione e al nostro bisogno di piacere a tutti.

La vergogna ferisce la nostra dignità e ci fa credere di essere degli inferiori e dei deboli. Amplifica il nostro senso di incompetenza, la nostra insicurezza e la nostra paura di essere ancora una volta respinti.

La vergogna è un grande velo di tristezza, di impotenza e di rabbia repressa che seppellisce la nostra volontà di essere. Il suo scopo principale è quello di rafforzare il nostro atteggiamento di vittima, la nostra impotenza, la nostra passività.

Proviamo a prendere coscienza che la stima di cui abbiamo bisogno per ricostruire noi stessi non viene dall’esterno bensì da dentro di noi!

A far nascere la vergogna è la convinzione di essere sporchi, di aver perduto una forma d’orgoglio e di non meritare più il rispetto. La vera dignità rimane intatta; l’unico problema è che la vergogna la vela e la nasconde.

Incamminarsi verso la libertà significa soprattutto sbarazzarsi delle credenze errate e dei soffocanti sentimenti negativi che appesantiscono il cammino. E’ soltanto rifiutando in maniera categorica di lasciarsi insidiosamente imporre un’ingiustificata vergogna che delimitiamo il nostro territorio interiore. La vergogna è pericolosa, perché si insedia nel nostro intimo, nei nostri pensieri profondi e nella nostra privacy. E nessuno ha il diritto di venire a calpestare queste aiuole!

Ci vergogniamo di noi perché ci hanno mentito sulla nostra persona. Ci sono stati tenuti nascosti tantissimi aspetti belli e non si è preso il tempo di sottolineare i nostri punti di forza.

A furia di vergognarci e di sentirci in colpa, ci isoliamo. Nutriamo un senso di insicurezza nei confronti del mondo esterno. Ci diciamo che, a casa nostra, nessuno può farci del male.

Man mano che sprofondiamo in un isolamento rivendicato dalla vergogna, cresce la difficoltà a instaurare rapporti con persone nuove. Si finisce con il credersi contagiosi e indesiderabili e non c’è nessuno ad affermare il contrario.

Come uscirne??? Imparando ad amarci. A forza di amarci e di volerci bene, compiamo scelte di vita nelle quali non c’è posto per sentimenti distruttivi.

Iniziamo le grandi pulizie tra i nostri pensieri. Prendiamoci il tempo di comprendere che siamo persone di valore, degne di amore e che soprattutto hanno il diritto di sbagliare.

La vergogna può essere sostituita dalla tenerezza lasciando così il posto ad esperienze valorizzanti. La vergogna che proviamo è spesso un profondo sentimento di ingiustizia, impotenza, rabbia e tristezza.

Sbarazzandoci delle false credenze e dell’ingiustificato senso di colpa permettiamo a emozioni più “sane” di venire alla luce. Emozioni che nascono dal nuovo senso di fiducia che proviamo nei nostri confronti, fiducia che ,vincendo la vergogna e il senso di colpa , ci fa ri-trovare il senso del nostro essere nel mondo …..

“ La vergogna non è essere inferiori all’avversario,

è essere inferiori a se stessi …” M.Mandchoue

e il cammino non è ancora concluso …..

Manifestare la ferita

ferita anima

L’odio verso se stessi alimenta il risentimento e la violenza contro gli altri in una maniera abbastanza prevedibile: cerchiamo di trasferire i nostri cattivi sentimenti su altre persone in modo da sentirci meno cattivi.

Scaricare l’aggressività sugli altri è un sistema classico per provare ad alleviare la vergogna e il non amore verso se stessi che spesso vengono fuori nella relazione. Come ad esempio una moglie che fa un a secca osservazione la marito perché guida troppo veloce. Se lui la prende come un rimprovero, si può scatenare la sua critica interna; allora, per difendersi dal sentimento del cattivo sé, trasforma invece lei nel cattivo latro. Controbatte, biasimandola perché lo tormenta. Adesso è lei a provare il sentimento del cattivo sé e per schivare la critica prova a sua volta a fare di lui il cattivo altro: “perché sei sempre così sulla difensiva?”. Lui ribatte:”perché sei sempre così critica?”.

Questo è quello che le coppie fanno tutto il tempo: lanciarsi il cattivo sé come una patata bollente. Non fa meraviglia quindi che ai coniugi interessi tanto avere ragione anche se ciò distrugge il loro rapporto. Avere ragione infatti è un modo per cercare di deviare gli attacchi della critica con il suo odio verso se stessi e la sua vergogna paralizzante.

Detto questo possiamo anche riconsiderare tutti quei “difetti” che ci paiono pesanti stigmate inscritte dentro di noi, come sintomi del fatto che non si sa di essere amati.

E così la gelosia sorge soltanto da una mancanza di fiducia nell’essere amati: in qualche modo la vita ama gli altri più di me. Analogamente l’egocentrismo. L’arroganza e l’orgoglio sono tentativi di renderci importanti o speciali, un trucco per nascondere la mancanza di vero amore verso noi stessi. L’egocentrismo è un modo per tentare di far sì che il mondo ruoti intorno al “me”, per compensare una paura sotterranea di non essere in fondo affatto importante. Se ci sentissimo amati, senz’altro non ci capiterebbe mai di non avere importanza.

Dietro tutte le nostre parti buie sta il dolore di un cuore ferito. Ci comportiamo “male” perchè interiormente soffriamo. E soffriamo perché la nostra natura è fondamentalmente aperta e tenera. La buona notizia è che tutte le cose di cui ci vergogniamo, tutti i nostri cosiddetti “peccati” sono soltanto tigri di carta. Guardate il ringhio della tigre e troverete un bambino triste , solo e disperato che si sente scollegato dall’amore.

Il percorso dall’odio per se stessi all’amore per se stessi presuppone incontrare, accettare e accogliere l’essere che siamo. Questo inizia con il permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza senza giudizio e critica. Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza può essere un’impresa molto difficile, dal momento che nessuno ci ha mai insegnato come relazionarci in modo sincero e diretto con quello che proviamo. Fare la nostra esperienza vuol dire conoscere e assumere attivamente quel che proviamo ed aprirci ad esso.

Il fatto di entrare consapevolmente in contatto con un sentimento “Sì, è questo il sentimento che c’è”, inizia a liberarci dalla sua morsa. Se possiamo aprirci alla nostra paura e concentrare la  nostra attenzione sull’esperienza dell’apertura in sé, alla fine potremmo scoprire qualcosa di meraviglioso: la nostra apertura è più potente degli stessi sentimenti. L’apertura alla paura è molto più grande e forte della paura in sé. Questa scoperta ci mette in relazione con la nostra capacità di forza, stabilità e comprensione riguardo a qualsiasi cosa stiamo attraversando e questa è “sofferenza consapevole”.

Non importa quanto dolorosi e spaventosi possono apparire i nostri sentimenti, la nostra volontà di confrontarci con essi fa emergere la nostra forza e ci conduce ad un orientamento più positivo nei confronti della vita.

Come le immobili profondità oceaniche stanno nascoste sotto le onde in tempesta sulla superficie delle acque, così il potere della nostra vera natura resta nascosto dietro i nostri turbinosi sentimenti. Combatterli ci fa solo agitare sulla superficie tempestosa; agitarci tra le onde ci impedisce di andare al di sotto di esse e di accedere al potere, al calore e all’apertura del cuore.

Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza, invece, ci consente di cavalcare o scivolare sulle onde invece che farcene portare via. In questi momenti ci siamo, ci siamo per noi stessi, per come ci sentiamo proprio ora e questo è un profondo atto di amore verso se stessi.

In che modo quindi fare amicizia con i nostri sentimenti esattamente come sono in questo momento indipendentemente dalla loro difficoltà?

Prima cosa cominciare a riconoscere quello che sta succedendo senza giudizio e senza cerca di liberarsene.

Adesso concedere ai sentimenti di essere lì dando loro tutto lo spazio di cui hanno bisogno in questo modo si permette al sentimento di esistere, così com’è, senza tensioni o resistenze.

Ora possiamo andare un po’ oltre e provare a vedere se possiamo aprirci fino a provare direttamente il non amore, senza innalzare alcuna barriera contro di esso.

Un passo ulteriore sta nell’entrare con la nostra consapevolezza proprio nel centro del sentimento, ammorbidendoci in esso così da essere tutt’uno con l’emozione.

Se la ferita del non amore è un dolore non digerito dall’infanzia, allora permettere a noi stessi di sperimentarlo con una presenza incondizionata è un modo per digerire il vecchio dolore.

Essere presenti a noi stessi in questa maniera è un atto d’amore che pare la porta verso le nostre più profonde risorse. Quando ci mostriamo alla nostra esperienza, il nostro essere si mostra a noi, in questo modo si fa l’esperienza di “tornare a casa da noi stessi” mettendoci così in contatto con tutte le nostre risorse.

Tornando a casa da noi stessi e dalle nostre risorse, scopriamo quello che è più vero di qualsiasi giudizio si possa esprimere su di sé: che andiamo bene some siamo e scoprire questo aiuta ad apprezzare la nostra vita pur con tutte le sue difficoltà.

Permettere a noi stessi di avere la nostra esperienza è la porta d’accesso all’accettazione e all’amore di sé …..

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: