Amore-dono …. Amore-bisogno…

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Il nostro modo di amare risente non solo del rapporto che abbiamo avuto con  nostro padre, ma anche del contributo della dea personale che governa la vita psicologica di ognuna di noi. Ci sono dee vergini e dee dipendenti e ci sono due tipi di amore: amore-dono e amore-bisogno.

Questi tipi di amore si collocano lungo un continuum e ognuna di noi occupa, in vari momenti della vita, diversi posti su questa linea, ai cui estremi opposti si trovano il dono e il bisogno.

L’amore-bisogno è quello che ci ha legato a nostra madre, sin da quando siamo nate: amo l’Altro perché ne ho bisogno per vivere, così come da neonata avevo bisogno del latte materno, sono sempre affamata di amore, questo mi spinge a volerne sempre di più e a vivere nel terrore perenne di perdere chi mi “nutre”.

L’amore-dono nasce invece dal piacere di condividere con l’Altro la mia gioia personale di esistere. E’ un sentimento che non nasce dall’altro e non ha necessariamente bisogno di un soggetto d’amare.

L’amore è abbondanza, come dice Osho, “significa avere nel cuore infinite melodie da cantare, che qualcuno ascolti o no è irrilevante”.

Quando per l’amore-bisogno dipendi dall’Altro, ne diventi schiava e nascono rapporti-prigioni; questo uccide il legame sentimentale perché nessuno ama essere schiavo e si sviluppa, inevitabilmente, una insoddisfazione profonda e sotterranea, sia nel carceriere che nel carcerato.

Il criterio che ci permette di distinguere tra una dipendenza affettiva e un sano sentimento amoroso, come più volte ho trattato in questo blog, è il tipo di relazione che esiste nella coppia: se il rapporto è doloroso, insoddisfacente, umiliante, autodistruttivo ma non riusciamo a troncare siamo di fronte ad una dipendenza.

Questo accade perché abbiamo aspettative non realistiche, dovute alla nostra ferita antica, su quello che l’altro vuole/può darci; si crea così un rapporto sbilanciato: il dipendente è mosso dall’ansia e dal bisogno ossessivo di essere rassicurato, e questo lo porta inevitabilmente, ad essere insistente ma più insegue, più l’altro scappa perché ha paura di essere soffocato.

In questo tipo di amore ogni distacco, anche di poche ore, è vissuto come un abbandono e una perdita di identità che spinge a “perseguitare” (dal latino per-seguire= seguire con costanza) l’amato, perché non si tollera né la distanza né l’assenza. Si crea così un circolo vizioso, “né con te né senza di te”: non posso stare con te per il dolore, l’umiliazione, l’insoddisfazione, ma non posso stare senza di te perché mi sento perduta.

E’ a causa della vulnerabilità, implicita nell’innamorarsi, che tra gli amanti si crea un inevitabile rapporto di dipendenza. Innamorarsi implica necessariamente, la rinuncia parziale dell’autonomia: cessiamo di essere totalmente autosufficienti, abbiamo bisogno di essere corrisposte dall’altro per sentirci piene di senso. Amare è la più coraggiosa delle espressioni di fiducia: non possiamo amare veramente se non lasciamo entrare con fiducia, nel nostro intimo, il cavallo di Troia, pur sapendo che forse una notte gli arcieri usciranno dalla sua pancia per distruggere il nostro cuore.

L’innamoramento totalizzate/patologico, è quello in cui il nostro oggetto d’amore ha il potere di renderci assolutamente felici, ricambiandoci, o definitivamente infelici, rifiutandoci, facendoci rivivere una relazione simile a quella avuta con il proprio genitore, nell’infanzia.

Questo che noi chiamiamo innamoramento è, più propriamente, definibile come fissazione/ossessione, mentre quando si ama davvero ci si aiuta reciprocamente ad essere liberi di esprimere se stessi, in modo autentico, nella relazione e non prigionieri di un legame assoluto.

Amore come “dono” vuol dire aiutare l’altro ad essere così pieno del proprio Sé da non dover trasformare noi, e il rapporto con noi, in un bisogno da soddisfare eternamente.

Amore-dono vuol dire, quindi, essere così colma d’amore per la propria vita da volerlo donare senza condizioni a chi lo vuole accogliere; mentre quando amiamo con “bisogno” imploriamo l’amore-cibo, bussando a tutte le porte con una ciotola vuota in mano, destinate a provare rabbia e dolore perché la porta non si apre o il cibo non è sufficiente.

Per riuscire a passare dall’amore-bisogno, amore da mendicante, all’amore-dono, amore da imperatrice, è importante comprendere che la “solitudine” è un concetto vissuto molto diversamente dalle varie donne: se siamo “imperatrici” la solitudine è per noi “l’Essere con se stesse”, la piacevole sensazione di pienezza esistenziale che proviamo quando siamo in compagnia di noi stesse, mentre se siamo “mendicanti” la solitudine ci appare come “mancanza” e nasce dal sentire che solo la vicinanza con l’altro mi rende completa, senza l’altro mi sento perduta.

Il filo d’Arianna che può portarci fuori dal labirinto della dipendenza è proprio ri-trovare quella fiducia in noi stesse, nelle nostre capacità, nella nostra voglia di vivere la vita con pienezza ed autonomia, imparando ad Ascoltarci , seguendo il ritmo del nostro cuore e lasciando che prima di tutto  esso si riempia di Amore per noi ……

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