Comunicare: che guaio!!

comunicare 2

Sempre più mi capita che si siedano di fronte a me persone che hanno come disagio fondamentale il “comunicare” specialmente per quanto riguarda i rapporti affettivi (di coppia, amicali ..) : “Non sono capace a dire questo …..”, “non riesco a dire quello …”, “come faccio a dirgli che …”, “lui/lei non capisce che …”, “lei/lui  dovrebbe comprendere che io …”, “lei si lamenta, si lamenta ma cosa vuole dirmi? …”, “ lui non ascolta, parlo al vento …”, “è inutile che parli, lui appena inizio sbuffa …”, “l’unica soluzione tenersi tutto dentro …”, e potrei andare avanti all’infinito.

E allora … leggete un po’ qua …..

“Non ne posso più! Non ce la faccio a reprimere costantemente il bisogno di parlare dei miei problemi seri e difficili, tenendomi rispettosamente da parte per evitare di dare fastidio, vivendo la mia vita in solitudine per non disturbare, senza il conforto di una comprensione a cui non chiedo soluzioni ma solamente ascolto e partecipazione”.

“Non ne posso più! Non ce la faccio ad ascoltare perennemente i suoi guai e la sua disperazione, chiusa ad ogni prospettiva favorevole della vita, il suo pessimismo e le sue idee distruttive, l’ansia su ogni cosa, il perenne bisogno di essere sul palcoscenico come un personaggio tragico e al tempo stesso indifeso”.

Parla una coppia immaginaria, ma sono sicura che, senza sforzo eccessivo, potremo riconoscere in essa, anche solo in parte, molte persone a noi note o , nell’una o nell’altra posizione, noi stessi.

Le due posizioni sono strane, poiché denunciano insieme l’insofferenza per il comunicare e il desiderio di comunicare. Di solito questo porta ad una situazione di intrappolamento nella quale desideriamo stare con l’altro, ma non tolleriamo il modo in cui l’altro sembra voler impostare e mantenere la relazione.

Osserviamo anche che i due stili dei nostri personaggi immaginari sono molto differenti. Di fronte ai “problemi”, per non sentirsi solo a portare i propri pesi, il primo personaggio sembra chiedere all’altro di “ascoltare”, di partecipare e condividere senza avanzare pretese. Il secondo personaggio, invece, chiede di non essere caricato di malesseri irrisolvibili e di poter trovare una prospettiva di speranza che renda meno pesante il fardello dei problemi che condivide con l’altro.

Proviamo ora a dare ragione all’uno e all’altro, senza curarci di voler trovare una soluzione.

Ha ragione il primo personaggio.

Accade sempre così: quando hai problemi gravi e cerchi di accettarli e conviverci, chi ti vuole bene potrebbe almeno ascoltarti, anziché obbligarti a tenerli dentro, con il rischio di scoppiare. Ma è così difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltarti senza pretendere di cambiarti. La verità è che non si può parlare o che lo si può fare stando sempre attenti a quello che si dice. Come se gli altri non si accorgessero di come sono difficili certe situazioni, di come ci si sente soli quando si vivono esperienze come la mia!

Eppure non voglio diventare così pessimista da rinunciare del tutto a parlare, voglio litigare e ribellarmi. L’amore ,l’affetto, l’amicizia vanno dunque bene sino a quando non ci si disturba? E pensare che io, invece, sono sempre così disponibile ad ascoltare! E poi non chiedo soluzioni, solo affetto. No, bisogna insistere. Chi non sa ascoltare imparerà!

Ha ragione il secondo personaggio.

Anche se si ama una persona non è detto che bisogna diventare come una spugna che ne assorbe sempre il male. E poi io cosa me ne faccio di tutto il malessere che l’altro si ostina a mettere dentro di me con la scusa di “sfogarsi”? C’è spesso un grande egoismo nell’affetto, una sordità ai bisogni di chi ti vuole aiutare, una specie di desiderio di farti a polpette senza pudore, di caricarti come un asino e non volere neppure ascoltare qualche timido consiglio. Spaventa un malessere che non trova pace, che non vede neppure un piccolo indizio di uscita. Ma cosa posso fare veramente? Devo davvero soccombere e sentirmi uno straccio sotto i suoi pesi che non può o non vuole alleggerire o devo invece reagire, rimproverare, turarmi le orecchie??? Non posso e non voglio diventare una vittima di chi amo. Questo è un amore a senso unico ed io non sono masochista.

Come possiamo notare ci siamo trovati di fronte a posizioni inconciliabili, a un irrigidimento che non preannuncia alcunché di buono. La prospettiva di questo conflitto ci appare quella di una rottura del rapporto oppure (come spesso accade) di un suo protrarsi nel malessere e nell’incomprensione, in una infelicità dolorosa e accanita.

Le due verità, infatti, contengono verità affettive importanti, che non si lasciano “convincere” facilmente a cambiare. Solo una valutazione degli effetti negativi potrebbe indurre i nostri personaggi a imboccare con prudenza e speranza nuovi stili di rapporto. Ma per fare questo è necessario che si riconoscano due importanti principi affettivi:

  • Nessuno può svolgere a lungo funzioni di aiuto verso un’altra persona senza ottenere in cambio qualcosa. Non possiamo quindi pretenderlo, se non per brevi periodi e per questioni di emergenza.
  • Raramente (o forse mai) è possibile aiutare qualcuno cercando di farlo cambiare così come noi vorremmo. L’aiuto che possiamo dare è invece quello di aiutare la sua capacità di stare bene anche indipendentemente dalle nostre opinioni.

A volte, quindi, aiutare può significare prendere le distanze dall’altro e accettare che egli si distanzi da noi. Questo, naturalmente, ci può anche un po’ spaventare, perché temiamo che questo processo di indipendenza possa interferire con equilibri consolidati e metta a rischio la nostra relazione con lui.

Anche se, sicuramente leggendo questo post, non abbiamo fatto passi risolutivi, possiamo tuttavia sentirci un po’ meglio, poiché i due principi affettivi sopra riportati ci possono permettere di iniziare a cambiare registro. Può accadere allora che il primo personaggio cominci a pensare così: “Chissà quanto ti pesa ascoltare sempre le stesse cose tremende che sento dentro di me. I tuoi suggerimenti, allora, significano che tu le senti veramente per quello che sono e cerchi di indicarmi qualche strada per stare meglio. Non importa se non ci riesci, ma capisco che mi vuoi bene e ciò di per sé mi fa stare meglio”

E il secondo personaggio, a sua volta “Certo, per comportarti così devi proprio vedertela brutta … mi racconti queste cose difficili perché vedi in me qualcuno che può veramente capirti o ascoltarti. Forse posso un po’ evitare di darti consigli o di volerti far cambiare opinione, perché mi sento libero di fare quello che veramente posso e distanziarmi un po’ da te, quando sono stanco. So che mi capisci e che senti la mia vicinanza. Anche se non è perfetta …”

Non è detto che cambiare sia semplice, ma in fin dei conti i nostri personaggi ( e noi stessi molte volte nella vita) partono dal non poterne più della situazioni in cui si trovano. Può essere allora stimolante valutare nuove possibilità. In fin dei conti, quel che serve loro non è lo smettere di amarsi, ma il potersi distanziare un po’ per evitare di trasmettersi troppo malessere in un periodo di crisi e per recuperare energie da investire nuovamente nella relazione.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

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