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Il contatto corporeo: un linguaggio da recuperare

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“Nell’abbraccio – ciò che è stato spigolo, linea interrotta, groviglio – diventa di nuovo, come per miracolo, cerchio perfetto.” F.Caramagna

Il contatto corporeo rappresenta una delle dimensioni più penalizzate della comunicazione e quindi più bisognosa ad essere riabilitata e sviluppata.

Il gesto più emblematico di tale dimensione è l’abbraccio, che non va visto solo come gesto tra amanti o genitori e figli, bensì come una forma di saluto e di incontro per conoscere meglio l’altro. In alcuni popoli e culture ci si abbraccia perfino tra sconosciuti, che anzi, grazie all’abbraccio non sono più tali.

Tuttavia nel mondo occidentale il contatto corporeo e l’abbraccio sono molto poco frequenti, perfino tra parenti e amici, e quando ci si abbraccia lo si fa in maniera frettolosa, sfuggente, con il minimo di contatto fisico e di durata, quasi a manifestare una paura della dimensione corporea.

Si preferisce comunicare molto di più attraverso le parole che con il linguaggio del corpo. Eppure attraverso un abbraccio ben fatto si può entrare in sintonia con l’altro molto di più che con centomila parole.

A questo proposito ricordo l’abbraccio meraviglioso di una mia cliente, un contatto di empatia profonda, un grazie reciproco vissuto senza parole.

Secondo alcune scuole di pensiero, che appoggio in toto, l’abbraccio ha il potere di facilitare i processi di guarigione del corpo e della mente ed è fondamentale riappropriarsene.

Quindi se fa così bene abbracciarsi, perché lo facciamo così poco? Tutta colpa di alcuni tabù, che limitano il contatto corporeo a poche intime situazioni, riservando l’abbraccio al partner, a figli e genitori e pochi altri soggetti.

E’ poco probabile che nella nostra società abbracciamo una persona che incontriamo per la prima volta e se lo facessimo potremmo incontrare imbarazzo.

Ed anche laddove è consentito e tollerato, raramente ci si abbraccia con pienezza e spontaneità: l’abbraccio è il più delle volte frettoloso e con un contatto fisico limitato al minimo.

Se poi l’abbraccio è tra due individui di sesso maschile, sia pure padre e figlio o fratelli, l’abbraccio è spesso appena accennato ed energico piuttosto che affettuoso.

Già da ciò si può evincere il grande potere dei tabù che circondano questo gesto. Alla base di tutto c’è il tabù della sessualità che tende a limitare a priori ogni forma di contatto fisico. Poi abbiamo il tabù della omosessualità, di grande impatto in questo momento storico, che comunque persiste nonostante tutto. Quanti sono infatti i maschi che considerano gli abbracci qualcosa di effemminato che non si confà alla visione del forte e sicuro di sé propria della loro identità di genere, e non ditemi il contrario, salvo le dovute e benvenute eccezioni. Infine abbiamo il tabù dell’incesto che induce molti genitori a tenere a distanza i loro figli limitato l’occasione e l’intensità dei contatti corporei con essi; nel migliore dei casi c’è una certa vicinanza corporea durante la prima infanzia, che però poi si riduce molto man mano che i figli crescono.

Secoli e secoli di culture e religioni repressive nei confronti del corpo e della sessualità hanno portato la maggior parte delle persone a credere che tutto ciò che è contatto corporeo sia automaticamente sessuale, producendo così non solo persone represse sessualmente ma anche deprivate dal punto di vista affettivo.

E anche se c’è stata a partire dagli anni 60’ una profonda rivoluzione dei costumi che ha in parte riabilitato la sfera sessuale, l’abbraccio è sempre in qualche misura associato al sesso.

Questo però non è vero o almeno non solo …. Il corpo non esprime solo sesso, ma molto, molto di più, e con un abbraccio si possono comunicare e condividere emozioni, gioia di vivere, compassione, calore umano, amicizia, senso di fratellanza e sorellanza e tante tante altre cose.

Quanti figli e genitori sono stati privati e continuano a privarsi della bellezza e del potere benefico del contatto corporeo e dell’abbraccio in nome di anacronistici tabù? Quante persone evitano, per gli stessi motivi, il contatto umano con i loro simili, contatto che pure è riconosciuto dagli studiosi cine uno dei fondamentali bisogni dell’uomo?

Ad ogni modo non sono solo i tabù sessuali che ci precludono l’abbraccio: vi sono anche le nostre paure e diffidenze verso gli altri, che spesso immaginiamo potenzialmente ostili o comunque maldisposti nei nostri confronti.

Molte persone hanno un idea del mondo come di un luogo assolutamente ostile, dove è bene fidarsi di pochissime persone, tenendo le distanze da tutti gli altri Tuttavia anche se in questo momento visto lo scenario che ci circonda questo timore è comprensibile, provare ad avvicinarsi con un abbraccio potrebbe far capire, meglio di qualunque discorso, che in realtà i temuti altri sono esseri umani come noi, con gli stessi nostri timori e bisogni e allora le paure si allontanano e subentra anzi un senso di familiarità, di simpatia e magri di amicizia ….. utopia?

Intanto di seguito vi propongo un esercizio per reimparare l’arte dell’abbraccio; questo è da fare in coppia magari iniziando con il vostro partner o con l’amica o l’amico del cuore ….

Tutto l’esercizio va fatto senza parlare e ad occhi chiusi.

Si inizia mettendosi in piedi uno di fronte all’altro chiudendo gli occhi. Si fanno un paio di respiri lenti e profondi quindi si torna a respirare normalmente e si cercano le mani dell’altro prendendole gentilmente tra le proprie.

Si sta così, mani nelle mani, senza parlare, semplicemente sentendo le mani dell’altro e lasciando affiorare in modo spontaneo le sensazioni che provengono da questo contatto: sentitene la forma, la sensazione di calore o fresco e nello stesso tempo lasciate che i corpi si rilassino sempre di più.

Rimanete in questa posizione per una decina di secondi.

Dopo questa prima fase avvicinatevi ancora di più all’altro e, lasciando le mani libere, abbracciatevi lentamente e con gentilezza.

Trovata una posizione comoda e un buon contatto corporeo rilassatevi e abbandonateci all’abbraccio, senza fare movimenti.

Lasciate affiorare in modo spontaneo le sensazioni che provengono dal vostro corpo.

Dopo una decina di secondi spostate l’attenzione sulla respirazione e cercate gradualmente di sincronizzarla con quella del partner fino a prendere aria assieme e ad espirare assieme.

Abbracciati e respirando all’unisono si può avvertire un senso di intimità e di calore umano molto intenso e piacevole, al quale possiamo abbandonarci a volontà: non ci sono limiti di tempo ….

Quando uno dei due sente di voler smettere, lo farà capire all’altro staccando lentamente le mani dalla schiena e allontanandosi gentilmente fino a riprendere la distanza iniziale…..

Un consiglio: non riaprite bruscamente gli occhi ma riprendete piano piano contatto con quello che vi circonda e ricordate di ringraziare l’altro …..

“Nessuno è troppo grande per un abbraccio. Tutti vogliono un abbraccio. Tutti hanno bisogno di un abbraccio.” Leo Buscaglia

La comunicazione dell’anima: simpatia, compassione empatia …

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“Ogni relazione significa definire se stessi attraverso l’altro e definire l’altro attraverso se stessi” Robert Laing

Vorrei soffermarmi questa mattina su un importante aspetto della comunicazione: l’arte di percepire le somiglianze con l’altro vibrando all’unisono con quanto ci viene detto.

La comunicazione umana si svolge su vari livelli: intellettuale,emozionale, corporeo e a ciascun livello prevale un particolare tipo di codice.

Il linguaggio verbale è il più distaccato dei codici ed è utile soprattutto per comunicare a livello intellettuale riguardo a fatti e situazioni esteriori, esso si occupa principalmente del contenuto della comunicazione : certo, può anche essere usato per parlare di emozioni, tuttavia dire “ti amo” non è mai come sorridere, abbracciare o baciare la persona amata ….

Il linguaggio non verbale, come abbiamo visto nell’esempio sopra, è molto più partecipe e comunica con molta più intensità della parola. Esso si occupa della parte relazionale della comunicazione, esprime la nostra personalità e le nostre emozioni, parla prevalentemente di noi stessi e dei nostri stati interiori e ci avvicina all’altro.

Proseguendo nel nostro viaggio verso l’altro a mano a mano che la distanza si riduce entriamo in una dimensione sempre più intima e profonda che è quella del con-tatto. Toccarsi, abbracciarsi o guardarsi intensamente negli occhi sono forme di comunicazione che non solo suscitano particolari sensazioni fisiche ma stimolano anche parti più profonde del proprio essere mettendole in risonanza con le rispettive parti dell’altro.

Il con-tatto è comunicazione dell’anima, ci permette di entrare in relazione con l’essenza più profonda di chi ci sta di fronte: sentire noi stessi nell’altro e l’altro in noi.

Il primo livello del con-tatto è la simpatia intesa nel suo significato etimologico dal greco syn=stesso e pathos= sentire,soffrire => “stesso sentire”, “stesso soffrire”, la simpatia nasce quando i sentimenti o le emozioni di una persona provocano simili sentimenti anche in un’altra, creando uno stato di “sentimento condiviso”,cominciamo a sentirci attratti da quella persona perché troviamo tante affinità con noi stessi. La capacità di condividere emozioni, di rendersi scambievolmente partecipi del sentire dell’altro, è un elemento insostituibile per la piacevolezza delle relazioni e per quell’intima e indicibile sensazione del “sentirsi accolti e capiti”.

Un’altra dimensione del contatto si esplica nella compassione intesa anch’essa nel suo significato etimologico cum=con e pathos= sentire, soffrire => sentire assieme, soffrire assieme cioè la capacità di entrare in contatto con il sentire dell’altro a prescindere dalla somiglianza e affinità. Molto usata in ambito religioso la compassione ha assunto con l’andare del tempo l’accezione di “aver pena per la sofferenza dell’altro” , distaccandosi così dal suo significato originario. Anche per questo motivo gli psicologi hanno avvertito il bisogno , per descrivere determinati processi, di usare un concetto più neutro libero da connotazioni religiose: l’empatia dal greco empatheia “sentire dentro”.

L’empatia è un sentire l’altro senza confonderlo con il sé; è un processo volontario e consapevole in cui dopo aver sospeso ogni giudizio ci si immedesima nell’altro, ci si mette nei suoi panni, si avvertono eventuali risonanze con le proprie emozioni, mantenendo però la necessaria consapevolezza dei confini tra la propria identità personale e quella dell’altro.

E’ necessario distinguere l’empatia tout court che descrive una esperienza spontanea di immedesimazione con l’altro, dall’empatia usata dal Counselor nel suo lavoro con il cliente. Attraverso questo tipo di empatia, fondamentale per l’instaurarsi dell’alleanza, non ci si perde nell’altro, pur sentendolo dentro di sé, compartecipando del suo sentire; si è aperti ma nello stesso tempo centrati in se stessi in modo che in qualsiasi momento è possibile distinguere cosa è l’altro e cosa siamo noi . In questo modo non si rischia di affogare nelle emozioni dell’altro, è possibile sentirle vestendo i suoi panni ma anche staccare in qualsiasi momento l’interruttore e tornare in noi stessi.

Possiamo definire questa modalità di empatia un cocktail di compassione + comprensione + non identificazione , una esperienza di condivisione emotiva abbinata ad una raffinata mediazione cognitiva. Una relazione in cui non solo si sentono dentro di sé le emozioni di un’altra persona, ma se ne ha anche una profonda comprensione, senza peraltro perdersi nella identificazione con l’altro.

Questa unione di compassione, comprensione e non identificazione è una “conditio sine qua non” per comprendere davvero le opinioni, i punti di vista, i vissuti, le motivazioni, gli atteggiamenti dell’altro, senza sovrapporre il proprio punto di vista soggettivo né interpretare alla luce dei propri valori.

Questo in una “relazione d’aiuto”, come può essere un percorso di counseling favorisce l’autoesplorazione, la fiducia e il desiderio di comunicare del cliente che sentendosi compreso e accolto incondizionatamente potrà iniziare a sviluppare quella sicurezza necessaria per spiccare il volo….

Sul linguaggio

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“L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro”. (P.Watzlavick)

1° assioma della comunicazione: non è possibile non comunicare. La comunicazione è fatta di parole e di silenzio. Le convinzioni si esprimono attraverso il linguaggio e questo è in grado di produrre una vera e propria magia.

Il potere evocativo del linguaggio è davvero sorprendente. Tutti noi abbiamo associato alcune parole a esperienze più o meno piacevoli: il solo pronunciarle o sentirle pronunciare può suscitare in noi sentimenti di simpatia oppure di profondo rigetto. Le parole infatti si ancorano facilmente alle situazioni e alle esperienze. Spesso questa loro caratteristica è usata per evocare sentimenti produttivi: basta pensare all’abitudine di creare slogan particolarmente accattivanti per “fare squadra”, per favorire il senso di appartenenza ad un team o un gruppo di lavoro.

Quando diciamo “lapsus freudiano” intendiamo quel fenomeno particolare per cui le parole ci escono dalla bocca inconsapevolmente, rivelando schemi di pensiero che esistono nella parte più profonda di noi.

Le parole sono una rappresentazione delle nostre esperienze mentali. Rappresentano, come dice Noam Chomsky  la struttura superficiale che, a sua volta, trasforma la struttura profonda. Ciò significa che il linguaggio ha il potere di plasmare le nostre stesse esperienze e di trasformare la realtà.

La realtà in sé è così complessa che, fin da quando veniamo alla luce, costruiamo, attraverso cancellazioni, generalizzazioni e distorsioni, un nostro modello di mondo.

E’ il linguaggio a rappresentare la Mappa o il Modello del mondo, che ricordiamoci bene NON è il territorio ( leggi qui), con cui possiamo comunicare agli altri le nostre esperienze. Questa nostra abilità linguistica sarebbe la cosiddetta marcia in più che gli esseri umani hanno e che ci ha consentito di progredire fino ai livelli attuali.

D’altra parte gli esseri umani devono essere opportunamente istruiti all’uso del linguaggio perché, se mal utilizzato, può essere fonte di incomprensioni.

“Nessuna cosa è buona o cattiva, è il pensiero che la rende tale” (W.Shakespeare); per questa ragione è così importante ampliare continuamente le nostre mappe. Più ampia è la mappa, più scelte abbiamo a disposizione.

Conosciamo la realtà attraverso le nostre percezioni sensoriali, ma queste non sono sufficienti. Gli esseri umani hanno anche una rete interna di conoscenze e di informazioni come le convinzioni e i valori. La nostra rete interna di conoscenze crea un altro insieme di filtri che orientano i nostri sensi, effettuando cancellazioni, distorsioni e generalizzazioni dei dati che arrivano al cervello.

Se diventiamo più consapevoli del potere che hanno le parole sui nostri pensieri e comportamenti, allora possiamo comprendere meglio i nostri filtri e decidere quali lasciare andare, perché di ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Le parole hanno il potere di dare una cornice alla nostra esperienza.

Prendiamo questi due informazioni:

  1. questo lavoro è ben remunerato;
  2. questo lavoro è molto impegnativo.

Dicendo “questo lavoro è ben remunerato “ma” è molto impegnativo” l’attenzione viene portata sulla seconda affermazione. Al contrario se diciamo” questo lavoro è ben remunerato “anche se” molto impegnativo”, l’accento è posto sulla prima affermazione.

Entrambe le affermazioni si trovano sullo stesso piano, a parità di importanza, se la frase che usiamo è “questo lavoro è ben remunerato ed è molto impegnativo”.

Quando invece la cornice viene applicata a contesti diversi, ci troviamo di fronte ad uno “schema linguistico”. Molte persone, ad esempio, utilizzano lo schema “ma” tendendo ad enfatizzare sempre l’aspetto negativo di ogni questione. Questa abitudine influenza moltissimo il comportamento e il tipo di scelte che si faranno di conseguenza.

Ecco dunque un modo semplice per cambiare uno schema limitante in uno schema potenziante: abituarsi a sostituire l’espressione “ma” con l’espressione “anche se”.

Quando non si ha fiducia sufficiente in se stessi per affrontare un cambiamento si è soliti dire, per esempio, che “si può fare tutto sicuramente ma bisogna superare molti ostacoli e darsi tanto da fare”. Scoraggiante vero ??

Proviamo a sostituire le parole e osserviamo cosa succede: “si può fare tutto sicuramente anche se bisogna superare molti ostacoli e darsi tanto da fare”. Il valore che questa seconda affermazione assume è molto motivante. Porta l’attenzione sul fatto che “si può fare tutto sicuramente”.

Le parole servono per incorniciare, perciò cambiare le parole equivale a cambiare la cornice. Due tipiche cornici sono la cosiddetta “cornice-risultato” contrapposta alla “cornice-problema”. Cona la prima siamo focalizzati sull’obiettivo che vogliamo raggiungere, mentre, con la seconda, continuiamo a indirizzare il problema senza risolverlo.

Le domande tipiche che si pongono utilizzando una cornice-problema sono:

“Quali sono le cause del problema”

“Di chi è la colpa?”

“Dove sono gli errori?”

“Che cosa è andato storto?”

Le tipiche domande che si pongono utilizzando la “cornice-risultato” invece sono:

“Che cosa voglio ottenere?”

“Come posso raggiungere l’obiettivo?”

“Di quali risorse dispongo?”

Per affrontare con successo un qualunque problema, la cornice-risultato è molto più efficace della cornice-problema. Se dico “voglio smettere di fumare perché fa male alla salute”, sto considerando il problema e avrò scarse probabilità di successo. Aumenterò invece le probabilità di raggiungere l’obiettivo, adottando uno schema più potenziante, come: “voglio migliorare la mia salute e adottare uno stile di vita equilibrato”

Le parole riescono a trasformare l’esperienza. Come? Accade esattamente ciò che succede con un quadro, quando si cambia cornice. La cornice adeguata valorizza il dipinto. Una cornice più ampia mette in luce dettagli importanti.

Ampliando la visione o adottando punti di vista differenti, le cose cambiano aspetto, a volte drasticamente.

Edward De Bono, il guru del pensiero laterale, nel suo libro “Sei cappelli per pensare” usa una simpatica metafora per rappresentare i sei diversi punti di vista che aiutano a risolvere i problemi in modo creativo ed efficace. Ogni cappello ha un colore diverso e, a ciascuno di essi, corrisponde una cornice diversa. Non esiste un cappello migliore di un altro: ciascuno, preso singolarmente, ha sia vantaggi che svantaggi. E’ l’insieme dei cappelli che aiuta a trovare la soluzione migliore: un altro modo per dire che una mappa più ampia offre maggiori possibilità di scelta.

Il linguaggio arriva sia all’emisfero sinistro (la parte logica e razionale del cervello), sia all’emisfero destro. Le parole agganciano l’inconscio e l’inconscio non comprende le affermazioni negative. Ecco perché il linguaggio è così inefficace quando esprimiamo concetti che al proprio interno contengono una negazione.

Dire “NON aver paura!” è sufficiente per evocare la paura stessa.

Se criticate qualcuno mettendo in evidenza quello che NON va bene, porterete l’attenzione del vostro interlocutore sugli aspetti negativi del problema, allontanando, di fatto, ogni possibile soluzione. Fatto sta che, in generale, siamo più esperti nel fare critiche distruttive, con tutte le conseguenze che ben conosciamo.

E che dire poi delle critiche distruttive che ci vengono rivolte? Come possiamo uscirne positivamente, senza riportare ferite inguaribili? L’unico modo per uscire da questa trappola consiste nel considerare l’intenzione positiva che può nascondersi dietro ad una valutazione che, così come viene espressa, potrebbe ferirci. Quello che rende distruttiva la critica sta nel significato che vogliamo attribuirle. Se prendiamo tutto come un attacco personale, è evidente che saremo particolarmente vulnerabili.

Concludendo, il trucco consiste nell’usare prospettive diverse, mettersi nei panni dell’altro per comprendere le intenzioni positive e considerare la situazione con un inquadratura diversa.

Secondo gli Indiani d’America “prima di giudicare qualcuno devi camminare per tre lune nei suoi mocassini”, questo significa immedesimarsi nell’altra persona, cercando di coglierne la situazione e le sensazioni, guardando il mondo attraverso la sua mappa. Solo così sapremo cogliere quelle intenzioni positive che stavano dietro ad un comportamento altri menti inspiegabile, specialmente utilizzando parametri e filtri presi da una mappa diversa.

Comunicare: che guaio!!

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Sempre più mi capita che si siedano di fronte a me persone che hanno come disagio fondamentale il “comunicare” specialmente per quanto riguarda i rapporti affettivi (di coppia, amicali ..) : “Non sono capace a dire questo …..”, “non riesco a dire quello …”, “come faccio a dirgli che …”, “lui/lei non capisce che …”, “lei/lui  dovrebbe comprendere che io …”, “lei si lamenta, si lamenta ma cosa vuole dirmi? …”, “ lui non ascolta, parlo al vento …”, “è inutile che parli, lui appena inizio sbuffa …”, “l’unica soluzione tenersi tutto dentro …”, e potrei andare avanti all’infinito.

E allora … leggete un po’ qua …..

“Non ne posso più! Non ce la faccio a reprimere costantemente il bisogno di parlare dei miei problemi seri e difficili, tenendomi rispettosamente da parte per evitare di dare fastidio, vivendo la mia vita in solitudine per non disturbare, senza il conforto di una comprensione a cui non chiedo soluzioni ma solamente ascolto e partecipazione”.

“Non ne posso più! Non ce la faccio ad ascoltare perennemente i suoi guai e la sua disperazione, chiusa ad ogni prospettiva favorevole della vita, il suo pessimismo e le sue idee distruttive, l’ansia su ogni cosa, il perenne bisogno di essere sul palcoscenico come un personaggio tragico e al tempo stesso indifeso”.

Parla una coppia immaginaria, ma sono sicura che, senza sforzo eccessivo, potremo riconoscere in essa, anche solo in parte, molte persone a noi note o , nell’una o nell’altra posizione, noi stessi.

Le due posizioni sono strane, poiché denunciano insieme l’insofferenza per il comunicare e il desiderio di comunicare. Di solito questo porta ad una situazione di intrappolamento nella quale desideriamo stare con l’altro, ma non tolleriamo il modo in cui l’altro sembra voler impostare e mantenere la relazione.

Osserviamo anche che i due stili dei nostri personaggi immaginari sono molto differenti. Di fronte ai “problemi”, per non sentirsi solo a portare i propri pesi, il primo personaggio sembra chiedere all’altro di “ascoltare”, di partecipare e condividere senza avanzare pretese. Il secondo personaggio, invece, chiede di non essere caricato di malesseri irrisolvibili e di poter trovare una prospettiva di speranza che renda meno pesante il fardello dei problemi che condivide con l’altro.

Proviamo ora a dare ragione all’uno e all’altro, senza curarci di voler trovare una soluzione.

Ha ragione il primo personaggio.

Accade sempre così: quando hai problemi gravi e cerchi di accettarli e conviverci, chi ti vuole bene potrebbe almeno ascoltarti, anziché obbligarti a tenerli dentro, con il rischio di scoppiare. Ma è così difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltarti senza pretendere di cambiarti. La verità è che non si può parlare o che lo si può fare stando sempre attenti a quello che si dice. Come se gli altri non si accorgessero di come sono difficili certe situazioni, di come ci si sente soli quando si vivono esperienze come la mia!

Eppure non voglio diventare così pessimista da rinunciare del tutto a parlare, voglio litigare e ribellarmi. L’amore ,l’affetto, l’amicizia vanno dunque bene sino a quando non ci si disturba? E pensare che io, invece, sono sempre così disponibile ad ascoltare! E poi non chiedo soluzioni, solo affetto. No, bisogna insistere. Chi non sa ascoltare imparerà!

Ha ragione il secondo personaggio.

Anche se si ama una persona non è detto che bisogna diventare come una spugna che ne assorbe sempre il male. E poi io cosa me ne faccio di tutto il malessere che l’altro si ostina a mettere dentro di me con la scusa di “sfogarsi”? C’è spesso un grande egoismo nell’affetto, una sordità ai bisogni di chi ti vuole aiutare, una specie di desiderio di farti a polpette senza pudore, di caricarti come un asino e non volere neppure ascoltare qualche timido consiglio. Spaventa un malessere che non trova pace, che non vede neppure un piccolo indizio di uscita. Ma cosa posso fare veramente? Devo davvero soccombere e sentirmi uno straccio sotto i suoi pesi che non può o non vuole alleggerire o devo invece reagire, rimproverare, turarmi le orecchie??? Non posso e non voglio diventare una vittima di chi amo. Questo è un amore a senso unico ed io non sono masochista.

Come possiamo notare ci siamo trovati di fronte a posizioni inconciliabili, a un irrigidimento che non preannuncia alcunché di buono. La prospettiva di questo conflitto ci appare quella di una rottura del rapporto oppure (come spesso accade) di un suo protrarsi nel malessere e nell’incomprensione, in una infelicità dolorosa e accanita.

Le due verità, infatti, contengono verità affettive importanti, che non si lasciano “convincere” facilmente a cambiare. Solo una valutazione degli effetti negativi potrebbe indurre i nostri personaggi a imboccare con prudenza e speranza nuovi stili di rapporto. Ma per fare questo è necessario che si riconoscano due importanti principi affettivi:

  • Nessuno può svolgere a lungo funzioni di aiuto verso un’altra persona senza ottenere in cambio qualcosa. Non possiamo quindi pretenderlo, se non per brevi periodi e per questioni di emergenza.
  • Raramente (o forse mai) è possibile aiutare qualcuno cercando di farlo cambiare così come noi vorremmo. L’aiuto che possiamo dare è invece quello di aiutare la sua capacità di stare bene anche indipendentemente dalle nostre opinioni.

A volte, quindi, aiutare può significare prendere le distanze dall’altro e accettare che egli si distanzi da noi. Questo, naturalmente, ci può anche un po’ spaventare, perché temiamo che questo processo di indipendenza possa interferire con equilibri consolidati e metta a rischio la nostra relazione con lui.

Anche se, sicuramente leggendo questo post, non abbiamo fatto passi risolutivi, possiamo tuttavia sentirci un po’ meglio, poiché i due principi affettivi sopra riportati ci possono permettere di iniziare a cambiare registro. Può accadere allora che il primo personaggio cominci a pensare così: “Chissà quanto ti pesa ascoltare sempre le stesse cose tremende che sento dentro di me. I tuoi suggerimenti, allora, significano che tu le senti veramente per quello che sono e cerchi di indicarmi qualche strada per stare meglio. Non importa se non ci riesci, ma capisco che mi vuoi bene e ciò di per sé mi fa stare meglio”

E il secondo personaggio, a sua volta “Certo, per comportarti così devi proprio vedertela brutta … mi racconti queste cose difficili perché vedi in me qualcuno che può veramente capirti o ascoltarti. Forse posso un po’ evitare di darti consigli o di volerti far cambiare opinione, perché mi sento libero di fare quello che veramente posso e distanziarmi un po’ da te, quando sono stanco. So che mi capisci e che senti la mia vicinanza. Anche se non è perfetta …”

Non è detto che cambiare sia semplice, ma in fin dei conti i nostri personaggi ( e noi stessi molte volte nella vita) partono dal non poterne più della situazioni in cui si trovano. Può essere allora stimolante valutare nuove possibilità. In fin dei conti, quel che serve loro non è lo smettere di amarsi, ma il potersi distanziare un po’ per evitare di trasmettersi troppo malessere in un periodo di crisi e per recuperare energie da investire nuovamente nella relazione.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

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