Categoria: Sulla comunicazione

Ricordati di Te … ora!

ricordati di te

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Voler essere qualcun altro è uno spreco della persona che sei.

Marilyn Monroe

Non aspettare più qualcosa che arrivi dall’esterno e che abbia il potere di trasformare in meglio la tua vita. Sei tu e soltanto tu che puoi fare la differenza.

Noi non siamo qui per fare numero, noi siamo qui per fare la differenza e secondo il potenziale di autostima che vogliamo impegnare, possiamo farla per noi e per la nostra famiglia, ma anche per il pianeta stesso.

Cambiare modo di guardare le cose importanti che ci riguardano comporta anche  la possibilità di ascoltarci di più e di rispondere da subito ed in maniera prioritaria alle nostre esigenze.

Tu che mi leggi sei disposta a credere che già oggi avresti tutto quello che chiedi se ieri ci avessi creduto davvero? Certo, se lo avessi fatto in precedenza, saresti giunta dove volevi, avresti già quello che dicevi di volere, faresti già quello che dicevi di voler fare. Ma non è troppo tardi!

Anzi è proprio questo il momento di crederci ancora di più, basta alzarsi e riprovarci: smettila di dire che tutto è finito per colpa di qualcun altro o della crisi. Questo è un buon modo per continuare ad adagiarsi e non far nulla perché tanto è inutile.

Spesso ci accontentiamo di quello che non abbiamo, ma non di quello che abbiamo. Alzati e vola!!! Metà delle nostre ferite si rimarginerebbero immediatamente se avessimo voglia di capire che niente è davvero perduto. Si può nascere anche più volte nel corso della stessa vita, reinventarsi, cambiare luoghi, lavori, prospettive, rimettersi alla prova, attivare la capacità di uscire da un’area di conforto in cui però non eravamo neppure capaci di essere autosufficienti e misurarsi con le nostre reali possibilità spesso non sperimentate.

Amati subito e comincia ad accettare il concetto che tu possa fornire da ora a te stessa quello che sembra mancarti. Solo tu sei in grado di farlo, perché tu sola sai che cosa è che ti manca. Solo tu puoi dargli un nome, riconoscere quel bisogno, inserirlo nelle priorità che hai e metterlo in atto.

Quella di cui sto parlando non è una vita che vedi di riflesso nelle vetrine in cui ti specchi, è la tua vita. Non sto parlando di una realtà virtuale a cui accedi collegandoti con uno schermo, non sei su “Second Life”, questa è la tua straordinaria occasione di vita. Come hai potuto in passato dimenticarti di te? Sei stata proprio tu che in certi casi hai aggiunto un “no” a tutti gli altri che in precedenza avevi ricevuto. Il tuo quello decisivo! Quel no che ancora ti sembra di non sapere, di cui non vorresti nemmeno accorgerti, che fatichi a ricordare. L’unico “no”, invece, di cui non avresti dovuto tener conto, poiché il solo tristemente invalidante, quello che non avresti dovuto dirti mai. Ma forse lo intuivi che proprio quello sarebbe stato il no più potente, il più importante, il più apparentemente irrisolvibile, proprio perché tuo. Ed è forse in quel momento che tutto si è fermato.

Ma se infelicemente eri tu a dirti di no, a frenarti, ad impedirti l’accesso, a non autorizzarti al momento giusto, proprio per questo dovrebbe essere ora più facile invertire la rotta. Sarebbe una magia se tu volessi rimediare e se volessi smettere di restare chiusa in quella stanza.

Fermati un attimo e prova a pensare: oggi nel tuo cuore che stagione è? E’ ora che decidi tu  che stagione è, non devi per forza lasciarlo fare ad un vecchio calendario che dice che è sempre inverno per te. Prova a sciogliere quell’inverno e a provare a liberarti dalla sensazione di non essere capace di prendere una vera decisione di trasformazione, senza farla seguire dai “ma” e dai “però” per ricominciare poi a dubitare di tutto.

Esci dall’ordinarietà a cui ti eri uniformata, tu sei speciale, unica, irripetibile. Ricordati di te, che ci sei, che puoi contare su di te ogni volta che vuoi. Più ti ricorderai di farlo e più capirai che veramente ogni giorno non solo merita di essere celebrato, ma è proprio questo atteggiamento che potrà diventare un modo assolutamente fantastico di predisporti a vivere la tua esistenza riempiendola di significati.

Che cosa è ad un passo, oggi, per te? Che cosa sta arrivando? Che cosa si allontana? Che cosa puoi lasciare andare per far posto al nuovo? Che cosa vuoi che si avvicini e che cosa vuoi che si allontani?

Pochezza, improvvisazione, inadeguatezza, la sensazione di non essere come gli altri, di aver sbagliato in più occasioni importanti ti avevano lasciato una sottile e scarsa considerazione di te, che ti avevano candidato alla convinzione che le tue capacità fossero scarse e i tuoi progetti irrealizzabili. Quando ci si guarda dentro per costruire un passaggio da un equilibrio preesistente a uno nuovo da conquistare si avverte una sorta di confusione che dirige l’attenzione verso cose che importanti non sono. La gente capisce poco che può avere tutto e che tutto dipende da sé, che si decida di perdere o di vincere è la medesima cosa per l’Universo.

Quello che cambia e che crea la differenza è invece solo l’energia di chi ha scelto e la sua motivazione. Molti hanno difficoltà ad accettare che basta crederci per farcela e allora, non autorizzandosi a ricevere tutto, prendono i loro sogni e allo scopo di ridurli li smembrano dividendoli per dieci e accontentandosi di quello che resta. Ma c’è anche chi divide i propri sogni per cento o anche per mille e quindi si accontenta veramente di molto poco in rapporto alle proprie possibilità.

Come hai potuto dimenticarti di te. Dove e quando è cominciato tutto ciò? Da quanto tempo? Hai abbandonato te stessa e poi soffrivi perché ti sembrava che tutti non vedessero l’ora di abbandonarti a loro volta, mentre eri solo tu che lo avevi fatto.

Eri come una “principessa addormentata” che di tanto in tanto si “baciava da sola” per non lasciarsi andare per sempre e per riprendere a vivere. Hai lasciato che gli altri occupassero i tuoi spazi e in certi casi li hai regalati cedendoli, fingendo di non essere interessata. Ma soprattutto ti sei allontanata da sola dalle occasioni che avrebbero potuto migliorare la tua situazione e dalla tua stessa attenzione, a volte con pretesti inconsistenti.

E’ nella nostra natura di uomini e donne mettersi alla prova, ma chi ha la capacità di generare una vita può anche trasformare la propria ogni volta che vuole.

Magari ci siamo convinti che quella persona che avevamo incontrato era così unica che l’impegno per averla avrebbe giustificato la cessione del nostro potere, dell’ordine che avevamo dato alla nostra vita, ai nostri talenti, alle nostre idee e convinzioni.

Allora evitiamo di farlo ancora, da adesso ricordiamoci di noi senza rinunciare più a noi stessi e alle nostre possibilità!!!

Tutti i poteri dell’universo sono già dentro di voi. Siete voi che vi siete coperti gli occhi con le vostre mani. Vi lamentate che è buio. Siate consapevoli che intorno a voi non ci sono tenebre. Togliete le mani dai vostri vostri occhi e apparirà la luce, che era lì da un’eternità.

Swami Vivekananda

Sul linguaggio

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“L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro”. (P.Watzlavick)

1° assioma della comunicazione: non è possibile non comunicare. La comunicazione è fatta di parole e di silenzio. Le convinzioni si esprimono attraverso il linguaggio e questo è in grado di produrre una vera e propria magia.

Il potere evocativo del linguaggio è davvero sorprendente. Tutti noi abbiamo associato alcune parole a esperienze più o meno piacevoli: il solo pronunciarle o sentirle pronunciare può suscitare in noi sentimenti di simpatia oppure di profondo rigetto. Le parole infatti si ancorano facilmente alle situazioni e alle esperienze. Spesso questa loro caratteristica è usata per evocare sentimenti produttivi: basta pensare all’abitudine di creare slogan particolarmente accattivanti per “fare squadra”, per favorire il senso di appartenenza ad un team o un gruppo di lavoro.

Quando diciamo “lapsus freudiano” intendiamo quel fenomeno particolare per cui le parole ci escono dalla bocca inconsapevolmente, rivelando schemi di pensiero che esistono nella parte più profonda di noi.

Le parole sono una rappresentazione delle nostre esperienze mentali. Rappresentano, come dice Noam Chomsky  la struttura superficiale che, a sua volta, trasforma la struttura profonda. Ciò significa che il linguaggio ha il potere di plasmare le nostre stesse esperienze e di trasformare la realtà.

La realtà in sé è così complessa che, fin da quando veniamo alla luce, costruiamo, attraverso cancellazioni, generalizzazioni e distorsioni, un nostro modello di mondo.

E’ il linguaggio a rappresentare la Mappa o il Modello del mondo, che ricordiamoci bene NON è il territorio ( leggi qui), con cui possiamo comunicare agli altri le nostre esperienze. Questa nostra abilità linguistica sarebbe la cosiddetta marcia in più che gli esseri umani hanno e che ci ha consentito di progredire fino ai livelli attuali.

D’altra parte gli esseri umani devono essere opportunamente istruiti all’uso del linguaggio perché, se mal utilizzato, può essere fonte di incomprensioni.

“Nessuna cosa è buona o cattiva, è il pensiero che la rende tale” (W.Shakespeare); per questa ragione è così importante ampliare continuamente le nostre mappe. Più ampia è la mappa, più scelte abbiamo a disposizione.

Conosciamo la realtà attraverso le nostre percezioni sensoriali, ma queste non sono sufficienti. Gli esseri umani hanno anche una rete interna di conoscenze e di informazioni come le convinzioni e i valori. La nostra rete interna di conoscenze crea un altro insieme di filtri che orientano i nostri sensi, effettuando cancellazioni, distorsioni e generalizzazioni dei dati che arrivano al cervello.

Se diventiamo più consapevoli del potere che hanno le parole sui nostri pensieri e comportamenti, allora possiamo comprendere meglio i nostri filtri e decidere quali lasciare andare, perché di ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Le parole hanno il potere di dare una cornice alla nostra esperienza.

Prendiamo questi due informazioni:

  1. questo lavoro è ben remunerato;
  2. questo lavoro è molto impegnativo.

Dicendo “questo lavoro è ben remunerato “ma” è molto impegnativo” l’attenzione viene portata sulla seconda affermazione. Al contrario se diciamo” questo lavoro è ben remunerato “anche se” molto impegnativo”, l’accento è posto sulla prima affermazione.

Entrambe le affermazioni si trovano sullo stesso piano, a parità di importanza, se la frase che usiamo è “questo lavoro è ben remunerato ed è molto impegnativo”.

Quando invece la cornice viene applicata a contesti diversi, ci troviamo di fronte ad uno “schema linguistico”. Molte persone, ad esempio, utilizzano lo schema “ma” tendendo ad enfatizzare sempre l’aspetto negativo di ogni questione. Questa abitudine influenza moltissimo il comportamento e il tipo di scelte che si faranno di conseguenza.

Ecco dunque un modo semplice per cambiare uno schema limitante in uno schema potenziante: abituarsi a sostituire l’espressione “ma” con l’espressione “anche se”.

Quando non si ha fiducia sufficiente in se stessi per affrontare un cambiamento si è soliti dire, per esempio, che “si può fare tutto sicuramente ma bisogna superare molti ostacoli e darsi tanto da fare”. Scoraggiante vero ??

Proviamo a sostituire le parole e osserviamo cosa succede: “si può fare tutto sicuramente anche se bisogna superare molti ostacoli e darsi tanto da fare”. Il valore che questa seconda affermazione assume è molto motivante. Porta l’attenzione sul fatto che “si può fare tutto sicuramente”.

Le parole servono per incorniciare, perciò cambiare le parole equivale a cambiare la cornice. Due tipiche cornici sono la cosiddetta “cornice-risultato” contrapposta alla “cornice-problema”. Cona la prima siamo focalizzati sull’obiettivo che vogliamo raggiungere, mentre, con la seconda, continuiamo a indirizzare il problema senza risolverlo.

Le domande tipiche che si pongono utilizzando una cornice-problema sono:

“Quali sono le cause del problema”

“Di chi è la colpa?”

“Dove sono gli errori?”

“Che cosa è andato storto?”

Le tipiche domande che si pongono utilizzando la “cornice-risultato” invece sono:

“Che cosa voglio ottenere?”

“Come posso raggiungere l’obiettivo?”

“Di quali risorse dispongo?”

Per affrontare con successo un qualunque problema, la cornice-risultato è molto più efficace della cornice-problema. Se dico “voglio smettere di fumare perché fa male alla salute”, sto considerando il problema e avrò scarse probabilità di successo. Aumenterò invece le probabilità di raggiungere l’obiettivo, adottando uno schema più potenziante, come: “voglio migliorare la mia salute e adottare uno stile di vita equilibrato”

Le parole riescono a trasformare l’esperienza. Come? Accade esattamente ciò che succede con un quadro, quando si cambia cornice. La cornice adeguata valorizza il dipinto. Una cornice più ampia mette in luce dettagli importanti.

Ampliando la visione o adottando punti di vista differenti, le cose cambiano aspetto, a volte drasticamente.

Edward De Bono, il guru del pensiero laterale, nel suo libro “Sei cappelli per pensare” usa una simpatica metafora per rappresentare i sei diversi punti di vista che aiutano a risolvere i problemi in modo creativo ed efficace. Ogni cappello ha un colore diverso e, a ciascuno di essi, corrisponde una cornice diversa. Non esiste un cappello migliore di un altro: ciascuno, preso singolarmente, ha sia vantaggi che svantaggi. E’ l’insieme dei cappelli che aiuta a trovare la soluzione migliore: un altro modo per dire che una mappa più ampia offre maggiori possibilità di scelta.

Il linguaggio arriva sia all’emisfero sinistro (la parte logica e razionale del cervello), sia all’emisfero destro. Le parole agganciano l’inconscio e l’inconscio non comprende le affermazioni negative. Ecco perché il linguaggio è così inefficace quando esprimiamo concetti che al proprio interno contengono una negazione.

Dire “NON aver paura!” è sufficiente per evocare la paura stessa.

Se criticate qualcuno mettendo in evidenza quello che NON va bene, porterete l’attenzione del vostro interlocutore sugli aspetti negativi del problema, allontanando, di fatto, ogni possibile soluzione. Fatto sta che, in generale, siamo più esperti nel fare critiche distruttive, con tutte le conseguenze che ben conosciamo.

E che dire poi delle critiche distruttive che ci vengono rivolte? Come possiamo uscirne positivamente, senza riportare ferite inguaribili? L’unico modo per uscire da questa trappola consiste nel considerare l’intenzione positiva che può nascondersi dietro ad una valutazione che, così come viene espressa, potrebbe ferirci. Quello che rende distruttiva la critica sta nel significato che vogliamo attribuirle. Se prendiamo tutto come un attacco personale, è evidente che saremo particolarmente vulnerabili.

Concludendo, il trucco consiste nell’usare prospettive diverse, mettersi nei panni dell’altro per comprendere le intenzioni positive e considerare la situazione con un inquadratura diversa.

Secondo gli Indiani d’America “prima di giudicare qualcuno devi camminare per tre lune nei suoi mocassini”, questo significa immedesimarsi nell’altra persona, cercando di coglierne la situazione e le sensazioni, guardando il mondo attraverso la sua mappa. Solo così sapremo cogliere quelle intenzioni positive che stavano dietro ad un comportamento altri menti inspiegabile, specialmente utilizzando parametri e filtri presi da una mappa diversa.

Comunicare: che guaio!!

comunicare 2

Sempre più mi capita che si siedano di fronte a me persone che hanno come disagio fondamentale il “comunicare” specialmente per quanto riguarda i rapporti affettivi (di coppia, amicali ..) : “Non sono capace a dire questo …..”, “non riesco a dire quello …”, “come faccio a dirgli che …”, “lui/lei non capisce che …”, “lei/lui  dovrebbe comprendere che io …”, “lei si lamenta, si lamenta ma cosa vuole dirmi? …”, “ lui non ascolta, parlo al vento …”, “è inutile che parli, lui appena inizio sbuffa …”, “l’unica soluzione tenersi tutto dentro …”, e potrei andare avanti all’infinito.

E allora … leggete un po’ qua …..

“Non ne posso più! Non ce la faccio a reprimere costantemente il bisogno di parlare dei miei problemi seri e difficili, tenendomi rispettosamente da parte per evitare di dare fastidio, vivendo la mia vita in solitudine per non disturbare, senza il conforto di una comprensione a cui non chiedo soluzioni ma solamente ascolto e partecipazione”.

“Non ne posso più! Non ce la faccio ad ascoltare perennemente i suoi guai e la sua disperazione, chiusa ad ogni prospettiva favorevole della vita, il suo pessimismo e le sue idee distruttive, l’ansia su ogni cosa, il perenne bisogno di essere sul palcoscenico come un personaggio tragico e al tempo stesso indifeso”.

Parla una coppia immaginaria, ma sono sicura che, senza sforzo eccessivo, potremo riconoscere in essa, anche solo in parte, molte persone a noi note o , nell’una o nell’altra posizione, noi stessi.

Le due posizioni sono strane, poiché denunciano insieme l’insofferenza per il comunicare e il desiderio di comunicare. Di solito questo porta ad una situazione di intrappolamento nella quale desideriamo stare con l’altro, ma non tolleriamo il modo in cui l’altro sembra voler impostare e mantenere la relazione.

Osserviamo anche che i due stili dei nostri personaggi immaginari sono molto differenti. Di fronte ai “problemi”, per non sentirsi solo a portare i propri pesi, il primo personaggio sembra chiedere all’altro di “ascoltare”, di partecipare e condividere senza avanzare pretese. Il secondo personaggio, invece, chiede di non essere caricato di malesseri irrisolvibili e di poter trovare una prospettiva di speranza che renda meno pesante il fardello dei problemi che condivide con l’altro.

Proviamo ora a dare ragione all’uno e all’altro, senza curarci di voler trovare una soluzione.

Ha ragione il primo personaggio.

Accade sempre così: quando hai problemi gravi e cerchi di accettarli e conviverci, chi ti vuole bene potrebbe almeno ascoltarti, anziché obbligarti a tenerli dentro, con il rischio di scoppiare. Ma è così difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltarti senza pretendere di cambiarti. La verità è che non si può parlare o che lo si può fare stando sempre attenti a quello che si dice. Come se gli altri non si accorgessero di come sono difficili certe situazioni, di come ci si sente soli quando si vivono esperienze come la mia!

Eppure non voglio diventare così pessimista da rinunciare del tutto a parlare, voglio litigare e ribellarmi. L’amore ,l’affetto, l’amicizia vanno dunque bene sino a quando non ci si disturba? E pensare che io, invece, sono sempre così disponibile ad ascoltare! E poi non chiedo soluzioni, solo affetto. No, bisogna insistere. Chi non sa ascoltare imparerà!

Ha ragione il secondo personaggio.

Anche se si ama una persona non è detto che bisogna diventare come una spugna che ne assorbe sempre il male. E poi io cosa me ne faccio di tutto il malessere che l’altro si ostina a mettere dentro di me con la scusa di “sfogarsi”? C’è spesso un grande egoismo nell’affetto, una sordità ai bisogni di chi ti vuole aiutare, una specie di desiderio di farti a polpette senza pudore, di caricarti come un asino e non volere neppure ascoltare qualche timido consiglio. Spaventa un malessere che non trova pace, che non vede neppure un piccolo indizio di uscita. Ma cosa posso fare veramente? Devo davvero soccombere e sentirmi uno straccio sotto i suoi pesi che non può o non vuole alleggerire o devo invece reagire, rimproverare, turarmi le orecchie??? Non posso e non voglio diventare una vittima di chi amo. Questo è un amore a senso unico ed io non sono masochista.

Come possiamo notare ci siamo trovati di fronte a posizioni inconciliabili, a un irrigidimento che non preannuncia alcunché di buono. La prospettiva di questo conflitto ci appare quella di una rottura del rapporto oppure (come spesso accade) di un suo protrarsi nel malessere e nell’incomprensione, in una infelicità dolorosa e accanita.

Le due verità, infatti, contengono verità affettive importanti, che non si lasciano “convincere” facilmente a cambiare. Solo una valutazione degli effetti negativi potrebbe indurre i nostri personaggi a imboccare con prudenza e speranza nuovi stili di rapporto. Ma per fare questo è necessario che si riconoscano due importanti principi affettivi:

  • Nessuno può svolgere a lungo funzioni di aiuto verso un’altra persona senza ottenere in cambio qualcosa. Non possiamo quindi pretenderlo, se non per brevi periodi e per questioni di emergenza.
  • Raramente (o forse mai) è possibile aiutare qualcuno cercando di farlo cambiare così come noi vorremmo. L’aiuto che possiamo dare è invece quello di aiutare la sua capacità di stare bene anche indipendentemente dalle nostre opinioni.

A volte, quindi, aiutare può significare prendere le distanze dall’altro e accettare che egli si distanzi da noi. Questo, naturalmente, ci può anche un po’ spaventare, perché temiamo che questo processo di indipendenza possa interferire con equilibri consolidati e metta a rischio la nostra relazione con lui.

Anche se, sicuramente leggendo questo post, non abbiamo fatto passi risolutivi, possiamo tuttavia sentirci un po’ meglio, poiché i due principi affettivi sopra riportati ci possono permettere di iniziare a cambiare registro. Può accadere allora che il primo personaggio cominci a pensare così: “Chissà quanto ti pesa ascoltare sempre le stesse cose tremende che sento dentro di me. I tuoi suggerimenti, allora, significano che tu le senti veramente per quello che sono e cerchi di indicarmi qualche strada per stare meglio. Non importa se non ci riesci, ma capisco che mi vuoi bene e ciò di per sé mi fa stare meglio”

E il secondo personaggio, a sua volta “Certo, per comportarti così devi proprio vedertela brutta … mi racconti queste cose difficili perché vedi in me qualcuno che può veramente capirti o ascoltarti. Forse posso un po’ evitare di darti consigli o di volerti far cambiare opinione, perché mi sento libero di fare quello che veramente posso e distanziarmi un po’ da te, quando sono stanco. So che mi capisci e che senti la mia vicinanza. Anche se non è perfetta …”

Non è detto che cambiare sia semplice, ma in fin dei conti i nostri personaggi ( e noi stessi molte volte nella vita) partono dal non poterne più della situazioni in cui si trovano. Può essere allora stimolante valutare nuove possibilità. In fin dei conti, quel che serve loro non è lo smettere di amarsi, ma il potersi distanziare un po’ per evitare di trasmettersi troppo malessere in un periodo di crisi e per recuperare energie da investire nuovamente nella relazione.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

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