Rompere la gabbia della “dipendenza affettiva” imparando a credere in se stessi.

dipendenza affettiva 10

Vorrei ora allargare un po’ il concetto trattato nei post precedenti, visto anche le esperienze con alcune clienti che mi dicono : “ si, si, ho capito tutto a livello teorico , consapevolezza, accettazione, prendersi cura della nostra parte bambina, etc.etc. …. Ma in pratica, come faccio????” Lungi da me fare di questo post una ricetta da applicare alla lettera , ribadisco il Counselor non da consigli e soprattutto non ha la bacchetta magica , è una maniera per riflettere insieme su cosa siano le cose da recuperare per vivere finalmente una vita piena e autonoma.

Al primo posto metterei la “solitudine” o meglio imparare a fare amicizia con la propria solitudine.

Pensare a se stessi, dedicarsi del tempo rappresentano aspetti dimenticati dal dipendente affettivo. Per queste persone solitudine significa terrore di vivere nel dolore dell’abbandono.

Questa stessa solitudine può però essere percepita diversamente, in primo luogo accettando che a piccole dosi possa fare bene e che possa essere un invito ad accogliere la possibilità di ricentrarsi su di sé.

E’ possibile percepirla come una penosa attesa, ma anche fare lo sforzo di considerarla un appuntamento con se stessi, un’occasione d’oro di fermarsi, tornare a inquadrarsi, costringersi a porsi delle domande e vedersi così come si è.

A meno di vivere sotto permanente tutela di qualcun altro, i momenti di solitudine sono inevitabili. E allora, perché non prendere il toro per le corna e trasformare questi momenti d’orrore in occasioni di crescita? Questi faccia a faccia con se stessi possono convertirsi veramente in qualcosa di davvero positivo. La solitudine diventa così l’occasione per porsi delle domande e di prendere coscienza degli schemi nei quali ci siamo insabbiati.

Quando non è un’alleata naturale, la solitudine fa paura. E’ lo stress della novità. Di uno sconvolgimento delle nostre abitudini di vita. La paura di sé si aggiunge a quella dell’isolamento e dell’oblio. Le prime settimane sono le più dolorose. Non c’è nessuno a motivarci. A stimolarci, a dirci cosa fare e cosa pensare.

Non c’è nessuno!

E’ un periodo in cui si è soggetti alla disorganizzazione. Il corpo si fossilizza in una forma di paralisi emotiva che ci rende incapaci di qualsiasi azione. E’ il buco nero, il grande vuoto. Ci si sente come in un vicolo cieco.

La nostra energia, che proveniva essenzialmente dagli altri, sembra averci abbandonato. Prima di avvertire i benefici di una solitudine scelta, ci travolgono l’angoscia, la paura, il malessere e i pensieri negativi. Poi, rapidamente si instaura la noia. Le giornate e le persone che incontriamo cominciano ad apparirci noiose. Gli svaghi che amavamo perdono di interesse. A questo stadio, ancora non ci rendiamo conto che siamo noi ad essere diventati noiosi e senza interesse. Essendo stati troppo indaffarati a occuparci degli altri, non siamo mai andati alla scoperta dei nostri interessi. Siamo allora preda della malinconia; tutto ben presto diventa complicato, inutile, pesante.

Ci intristiamo nella nostra solitudine. Si affaccia lo spettro della depressione che, di fatto, è un desiderio di espansione dell’essere. Arrivati a questo punto, abbiamo l’impressione di non aver più alcuno scopo.

Di fronte a noi stessi capiamo di non saper più bene dove ci troviamo, soffriamo in continuazione, dubitiamo seriamente della nostra capacità di vedere le cose in un colore diverso dal nero. Siamo faccia a faccia con noi stessi.

E’ ora, quindi, di infrangere il silenzio, di iniziare una conversazione amichevole con il nostro io. E’ soprattutto il momento di uscire a fare una passeggiata, di mettere in ordine in dispensa, di rispolverare i progetti che avevamo messo  da parte, di riordinare il guardaroba, le nostre pratiche, le foto, la rubrica del telefono, quella dei compleanni, di riscoprire il quartiere, l’associazione che ci interessa, la videoteca.

Da quanto tempo abbiamo messo da parte il parrucchiere e l’estetista? Quel negozio di libri d’occasione, quella boutique che vende i vestiti che ci piacevano tanto, quel panificio artigianale, quel bar con i cornetti così buoni? E di ritorno dalle commissioni, eccoci con nuovi libri da riordinare che ci fanno riscoprire perle dimenticate in fondo ad una scatola, disegni che non facciamo più, musica che riscopriamo … è l’inizio di un meraviglioso pellegrinaggio sulle orme dei nostri personali archivi: quello che eravamo prima di abbandonare noi stessi.

Questa vecchia cassetta ci ritrasmette la voglia di andare ad acquistare nuovi CD, di osare una serata di ballo e se nessuno ci porta, tanto meglio, sarà una vera immersione nel proprio sé!

Impregnato di tutte queste ricchezze l’Io cresce, il nostro sorriso riaffiora, l’ansia si acquieta per lasciare il post al piacere di scoprirsi. Non abbiamo più bisogno di piacere a qualcuno, non abbiamo nulla da perdere e tutto da scoprire.

Approfittiamo dunque di questi momenti di solitudine per occuparci di noi. Così facendo, ci ricolleghiamo a quello che siamo veramente, cioè ESSERI UNICI, pieni di desideri, in grado di prendersi cura di se stessi, pieni di bisogni e sempre più capaci di soddisfarli.

La solitudine apre la porta ad una nuova amicizia con qualcuno di meritevole e di particolare che ci siamo presi il tempo di frequentare: noi stessi. Questo essere prezioso, che la solitudine ci ha permesso di incontrare  nuovamente, sarà l’essere più fedele, quello che ci seguirà per tutta la vita.

In questo modo il peso della solitudine diventa più leggero perché la trasformiamo in un appuntamento con ciò che siamo …..

Continua nel prossimo post ….

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