La sindrome di Peter Pan (II parte)

isola che non c è

Occupiamoci ora della terza paura che sta alla radice del complesso del “puer aeternus”: la paura di dire di no.

Il compromesso rappresenta un ingrediente vitale della società in quanto rende possibile ad un grande numero di persone di vivere insieme ed interagire in maniera costruttiva.

Fare compromessi significa negoziare affinchè si possa ottenere almeno parzialmente quello che si vuole. I problemi sorgono quando ci compromettiamo in situazioni inaccettabili, quando la parola “compromesso” diventa un eufemismo per l’incapacità di dire di “NO”.

Se non riusciamo assolutamente a dire di No, non stiamo prendendo sul serio i nostri bisogni, o noi stessi, e gli altri se ne accorgeranno e ci tratteranno di conseguenza.

Si tratta, quindi, come negli altri casi, di un atteggiamento di autonegazione indice di crescita interrotta.

All’inizio, il mondo di un bambino si limita ai familiari più stretti, genitori, fratelli o sorelle; essi sono tutto quello che ha, e il suo obiettivo principale è quello di essere amato e accettato. Farà, quindi, di tutto per ottenere il loro amore, giungerà perfino a rinnegare i propri sentimenti di odio e di rabbia se l’amore dovuto gli appare difficile da ottenere. Il bambino non può permettersi di mostrare quei sentimenti negativi perché in quel caso i genitori gli vorranno meno bene; di qui, quindi, la sua disponibilità a tollerare ogni scortesia e ingiustizia nella speranza che un giorno la sua pazienza sia ricompensata.

Ma se il tempo passa e la situazione non cambia, la rabbia si accumula e, nel caso non venga mai esternata, essa troverà sfogo interiore provocando frustrazione e, in ultima analisi, depressione.

Da adulto, questo bambino sarà una persona incapace a riconoscere i propri bisogni, e anche se si troverà in una posizione in cui gli sarà possibile soddisfare le sue necessità, non saprà farlo perché non ha mai imparato a rispettare se stesso.

La ferma convinzione che esprimere la propria rabbia sia un errore porta alla frustrazione e all’abito mentale per cui ci si accontenta di quello che si ottiene, con la conseguenza che perfino una piccola quantità di affetto ci sembrerà meglio di niente.

Eccoci alla “paura dell’autorità”.

Peter Pan si rifugia nel suo “Paese Che Non C’è” per sfuggire ad un mondo dominato dalle mamme e dalle tate in cui i bambini devono obbligatoriamente seguire le regole stabilite dagli adulti. Ribellandosi al mondo dei grandi, raduna un gruppo di ragazzi e ne diviene il capo, diventando lui stesso la figura che incarna l’autorità dettando le regole.

Grazie al suo carattere onirico, nel Paese Che Non C’è tutto si svolge senza intoppi, e nessuno del gruppo si ribella mai all’autorità di Peter : è il numero uno naturale perché solo lui possiede poteri magici e quindi non deve temere critiche e opposizioni; il suo talento e le sue capacità lo collocano su di un piano superiore e lo pongono per diritto naturale nella posizione di eroe del suo mondo.

Ma questo è proprio il modo in cui un bambino considera i suoi genitori: creature divine dotate di conoscenze infinite, innumerevoli abilità e poteri magici. Ciò è ben comprensibile se pensiamo che un bambino non ha in pratica nessuna conoscenza, abilità o potere proprio e deve perciò avvertire un senso di meraviglia nei confronti dei grandi e delle loro capacità. Quando si è piccoli l’autorità dei genitori viene di solito accettata di buon grado; tuttavia, l’illusione dell’onniscienza e dell’onnipotenza degli adulti si scontrerà un giorno con la realtà. Per Peter Pan, però, questo processo non avviene mai.

Crescendo, i bambini imparano molte cose e cominciano ad aggiustare il tiro sulle capacità dei grandi, perdendo la loro ammirazione per i genitori; questo processo può risultare doloroso per entrambe le parti e i ragazzi finiscono per non essere più disposti ad accettare l’autorità senza discutere. Inoltre sono bravissimi a rilevare i comportamenti contraddittori e incoerenti dei genitori e li fanno subito notare con grande imbarazzo dei grandi.

Punire costantemente i figli perché ci hanno criticato non aiuta comunque a salvarci la faccia, anzi, suscita solo rabbia. Più sono rigide le regole imposte e più sarà la delusione dei figli quando si accorgeranno che anche i genitori le violano e più aspramente li giudicheranno. Se non ci sono margini di accomodamento per circostanze straordinarie , il mondo viene diviso in giusto e sbagliato, in bianco e nero, in bene e in male, e quando l’ordine viene sconvolto si verificano conseguenze spiacevoli.

La maniera di porsi di fronte all’autorità da parte di una persona riflette la maniera in cui i genitori si sono serviti con quella stessa persona della loro posizione di figure dotate di autorità.

Un’avversione generalizzata per l’autorità è indice di un arresto nella crescita personale ad un certo momento dell’infanzia o dell’adolescenza. Se non riponiamo fiducia in noi stessi, avremo la sensazione di non saper controllare quello che ci accade, sentendoci in balia di tutti quelli che stanno sopra  di noi.

Anche se quando diventati adulti riusciamo a riconoscere i difetti dei superiori, seguiteremo tuttavia a temere la loro disapprovazione; malgrado, quindi, le nostre paure e il desiderio di sfuggire di fronte all’autorità, questo non sarà mai possibile nella realtà perché ovunque andiamo, qualunque professione facciamo, qualsiasi vita possiamo condurre, ci troveremo sempre, prima o poi, a dover fare i conti con persone che occupano una posizione superiore alla nostra.

E dato che la nostra stima personale sarà ad un livello minimo, automaticamente promuoveremo la maggioranza delle altre persone ad un grado di autorità superiore e visto che non proveremo rispetto per noi stessi, gli altri ci tratteranno in maniera irrispettosa il che rafforzerà il nostro senso di inferiorità ….. eccoci quindi intrappolati nel circolo vizioso senza via d’uscita …..

Ci ritroviamo nel prossimo post con l’ultima paura e le considerazioni finali ……

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