La sindrome di Peter Pan (III parte)

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Eccoci arrivati alla parte finale di questo breve viaggio all’interno della Sindrome di Peter Pan , quel particolare comportamento psicologico che si manifesta negli adulti ed è caratterizzato da un comportamento infantile ed un rifiuto di qualsiasi tipo di responsabilità.

L’ultima paura da analizzare è “la paura di entrare in una nuova fase”.

Ci sono nella vita certi momenti in cui è necessario assumere un ruolo diverso, cambiando contesto sociale, passando gradualmente da adolescenti ad adulti, da celibi o nubili a sposati, da marito o moglie a padre o madre e così via.

L’accesso ad una nuova fase avviene di solito grazie ad un processo per gradi, mediante tradizionali riti di passaggio che ci aiutano nella transizione verso il nuovo ruolo. Sono le cerimonie, come i fidanzamenti e i matrimoni, che rendono ufficiale il cambiamento: in questi casi viene dichiarato pubblicamente l’inizio della nuova fase.

Le mutate condizioni di vita contemplano nuovi doveri e responsabilità aggiuntive, ma soprattutto modificano la posizione della persona nella società.

Generalmente i genitori trovano molto difficile accettare che i figli mettano su famiglia e il drago proverbiale della suocera rientra esattamente in questa situazione.

Una donna riesce a fatica a compiere il mutamento da madre (e quindi numero uno nella vita del figlio) a suocera (e perciò numero due); tutti i difetti che le suocere vedono nelle nuore altro non sono che il loro modo di dire al figlio: “non avresti dovuto lasciarmi perché sono ancora io la numero uno”. La madre cioè si tiene aggrappata al vecchio ruolo e rifiuta di mollare la presa anche se la situazione è cambiata. Dal momento che il figlio è stato il punto focale della sua vita è comprensibile che il suo andar via di casa le provochi un turbamento emotivo, e tuttavia, prima o poi, la conversione di ruolo deve realizzarsi.

E’ il forte timore di dover abbandonare uno stile di vita familiare, con tutte le assicurazioni emotive connaturate, che spinge molte persone a resistere al cambiamento. La futura suocera teme di perdere il figlio e di non essere più indispensabile, Peter Pan ha paura di perdere la voglia di divertirsi e di intraprendere nuove avventure, cose che lui associa all’infanzia; entrambi si preoccupano perché si basano sul presupposto, pessimista, che con l’inizio del nuovo ciclo la vecchia fase dovrà essere completamente abbandonata: ma la realtà non è questa.

Anche se muteranno alcuni aspetti, altri rimarranno invariati: Peter Pan lascerà il Paese Che Non C’è, ma il suo spirito di avventura lo indirizzerà verso luoghi capaci ugualmente di soddisfare il suo bisogno di libertà. Invece di perdere i vecchi amici, sarà capace di farsene dei nuovi. La suocera acquista una figlia e le rimane più tempo libero per sviluppare altri interessi, diventando così una donna più attraente.

Riassumendo la Sindrome di Peter Pan è un trauma che blocca lo sviluppo emozionale del bambino.

In altri termini, la persona colpita cresce normalmente, la sua intelligenza si sviluppa ma il suo cuore resta bloccato nell’infanzia, come Peter Pan che vive immerso in un mondo meraviglioso, lontano dai problemi dei grandi. Ed è proprio così che  questa sindrome appare all’inizio dell’età adulta.

L’origine della sindrome è da ricercarsi  nella più tenera infanzia,  che  rappresenta il periodo durante  il  quale  ogni  individuo  costruisce  il  proprio  equilibrio  emotivo.  Di  solito  è  l’amore trasmesso  dai  genitori  che  permette  lo  sviluppo  di  questa  armonia.   Quindi  all’origine  della sindrome potrebbe  esserci una  carenza affettiva: chi durante  l’infanzia,  è  stato  poco  amato, crescendo può sviluppare un malessere. Una  volta  diventato  adulto,  l’individuo  che  ha  vissuto  questo  trauma  durante  l’infanzia,  avrà difficoltà a gestire i propri sentimenti. Si tratta dunque, di una paura cronica che le persone  estranee alle emozioni degli adulti vivono quotidianamente e che spesso genera  tensioni con gli altri. La minima osservazione diventa un ostacolo enorme da superare.

Vi è quindi una sorta di  rifiuto di calarsi nel mondo con le limitazioni che questo comporta. Egli è un essere perfetto che vive in un suo mondo ideale: è vivace, curioso, brillante;ed  ha un’inestinguibile sete di novità,  di esperienze. Inoltre  è egocentrico, impaziente, “al di là del bene e del male”,  incapace di fare i conti con la realtà ma è anche  ottimista, impulsivo, incostante. Vive in un mondo che non esiste, l’Isola che non c’è, e non ha nessuna intenzione di abbandonarla, anzi, essa rappresenta per lui l’unica realtà possibile.

Nel suo mondo egli è il padrone assoluto e tutto esiste unicamente per lui, in funzione dei suoi desideri e dei suoi umori. L’unica cosa che conta è stare bene, ed essere felici ma soprattutto  non avere bisogno di nulla e di nessuno. Egli è perfetto in se è una sorta di “ Dio”  a cui tutto è dovuto e davanti a cui il mondo s’inchina ammirato.

Le piccole banalità quotidiane, le fastidiose difficoltà della vita gli scivolano addosso.

Il “Puer Aeternus” non ha dolori o affanni, quindi non li può riconoscere nell’altro: una battuta, uno scherzo, ed ecco che se ne va, pronto per un nuovo gioco.  Tutto gli è permesso, senza alcun limite, tempo, spazio e possibilità sono concetti non compresi. Se vuole qualcosa, lo vuole subito, e non contempla la possibilità di non essere esaudito, anzi, non contempla nemmeno il dover chiedere per ottenere.

Egli usa l’intelligenza, ed è estremamente attento al mondo esterno: ma l’attenzione può venire distorta,  nel  tentativo  di  difendersi  da  ciò  che  può  essere  spiacevole.  Attenzione  non necessariamente vuol dire consapevolezza, anzi: qui è spesso un attenzione selettiva che elimina alcuni aspetti di realtà, e porta quindi ad una percezione distorta dell’esperienza.

Il rifiuto della banalità è evidentemente un modo per confermare la propria unicità; la solitudine, l’individualismo e il non adattamento alle regole sociali sono tentativi di alimentare l’ideale di sé.

Talora  accade che il Puer si trasformi in quello che Hillman  chiama Senex (l’anziano),  che il sognatore si trovi ad affrontare la dura realtà, ed assuma un atteggiamento cinico, disilluso e meschino  rinnegando  come  stupidi  sogni  giovanili  la  propria  parte  fanciullesca. Evidentemente questa non è un’evoluzione, bensì il precipitare nella polarità opposta, il rifiutare la parte di sé spensierata in nome di un  amaro materialismo.

Certamente per evolvere, il Fanciullo dovrà affrontare il proprio aspetto ombra, quindi dovrà integrare quegli elementi di concretezza, senso pratico, che appartengono al Senex.

Ciò che davvero manca al nostro Peter Pan è la capacità di amare. Entrare nei rapporti significa esporsi al rischio di soffrire e la fuga dal dolore è quanto di più caratteristico del Puer. Nel suo mondo, naturalmente, il dolore non esiste. Questo però  implica mantenere la distanza, da una parte di sé innanzitutto, e poi dall’altro.

Nella lotta fra emozione e pensiero, quest’ultimo è il vincitore assoluto. Tuttavia, dare spazio all’emozione significa sperimentare la pienezza della vita. In questo senso, il Puer non vive, poiché non è connesso al cuore. La sua vita è nella testa, nelle idee e  nella fantasia. Il potere del sentimento è negato. Egli deve abbandonare l’egocentrismo e calarsi in quegli aspetti della realtà che cerca con tutto se stesso di evitare, una realtà fatta di sofferenza ma anche di profondo nutrimento.

Peter Pan può crescere solo aprendo gli occhi sull’altro. La sua evoluzione passa necessariamente per la scoperta del dolore dentro di sé, che aprirà le porte all’amore.

Egli deve imparare ad amare, innanzitutto se stesso, nella propria pienezza di essere umano, facendo  i  conti  con  i  limiti,  il  dolore,  la caducità.  Da  qui,  egli  potrà  vedere  l’altro  e  amarlo, riconoscere se stesso nell’altro.

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