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Libertà espressivae assertività

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Comportarsi in modo assertivo vuol dire bilanciare i bisogni degli altri coi propri.
Edoardo Giusti e Alberta Testi, L’assertività, 2006 – Ed.Sovera

Le relazioni che stabiliamo con gli altri generano in noi molte emozioni e sentimenti diversi, alcuni positivi, altri negativi.

Generalmente quelli positivi sono quelli con cui riusciamo a fare meglio i conti e quelli che abbiamo più facilità a manifestare.

Le cose stanno diversamente per quanto riguarda i sentimenti negativi, cioè quelli che trovano minore occasione di espressione diretta agli altri perché più difficili non solo a gestire, ma anche a comunicare agli altri.

Tutto può emergere dal profondo di noi stessi. Ciò che fa la differenza è la capacità di discriminare il momento e il modo più opportuni in cui farlo.

La persona passiva aspetta che gli altri lo comprendano “telepaticamente”, rimugina dentro di sé, non si autosvela.

La persona aggressiva pretende di essere sempre compresa e manifesta i propri sentimenti e le proprie opinioni con la delicatezza di un caterpillar.

La persona assertiva non si nasconde. Sa che è un suo diritto esprimersi liberamente, ma allo stesso tempo è attenta ai sentimenti e alle reazioni che può generare nell’atro.

Supponiamo che tu voglia manifestare ad un’amica di essere arrabbiata con lei, perché si è presentata all’appuntamento che avevate con due ore di ritardo senza avvertire. Se comunichi il tuo disappunto, ma contemporaneamente sorridi, vuol dire che trattieni la tua emozione dietro il sorriso, mentre probabilmente il tuo stomaco si contorce . Ed è altrettanto chiaro che la tua amica verrà colpita poco dal messaggio con la conseguenza che sarà poco motivata a dare spiegazioni o scusarsi.

Quindi, in conclusione, un atteggiamento di questo genere non riuscirà a farti raggiungere il tuo scopo (esprimere la rabbia) perché ti vieti di usare mezzi più idonei come un’espressione facciale adirata o un tono di voce alterato.

Questo caso e altri simili sono molto frequenti nella vita di tutti i giorni.

D’altro canto è pur vero che vi sono persone a cui può risultare difficile esprimere anche sentimenti positivi come l’amore, la stima, l’amicizia , l’affetto. Il più delle volte sono impedimenti che provengono da condizionamenti familiari : pensiamo ad esempio a come nel passato ( e purtroppo a volte ancora oggi) il maschio veniva educato a non manifestare i suoi sentimenti “perché queste non sono cose da uomini”, oppure non doveva piangere “lo fanno solo le bambine…”; mentre le donne non potevano e non dovevano esprimere i loro bisogni e desideri amorosi e sessuali pena essere tacciate “poco di buono”.

E’ ormai dimostrato che l’emozione passa attraverso il corpo e non riconoscerla è, a lungo andare, dannoso sia per il buon funzionamento psichico della persona che per il suo ben-essere generale.

Ad esempio se io mi impedisco di esprimere le mie emozioni reali e sono apparentemente una persona che dice sempre “si”, che non si ribella, che si dimostra sempre impeccabile, in realtà do un’immagine di me mascherata e artefatta e, soprattutto, le mie emozioni possono manifestarsi in altri modi: per esempio mi ammalo di ulcera gastrica, piuttosto che esprimere la mia rabbia.

Le persone sono maggiormente assertive quando riescono a confrontarsi con le proprie emozioni, non le mascherano e sono capaci di esprimere anche le parti di sé più inibite.

Per essere assertivi è necessario essere autentici!

Solo consentendo a noi stessi di essere liberi nell’esprimerci e nel manifestarci possiamo riuscire ad affermare noi stessi ri-trovandoci …..

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Ora se ti va prova a passare in rassegna le tue abilità nell’esprimere quello che senti… rispondendo a queste domande…. Sii sempre sincero…. Ascoltati….

Sei capace di affermare ciò che pensi e senti?

In quale situazione hai maggiore facilità nell’esprimere le tue emozioni e i tuoi pensieri?

Con quali persone hai maggiore facilità nel dire ciò che pensi?

Quale atteggiamento dell’altro facilita la tua apertura?

In quali situazioni hai maggiore difficoltà nell’esprimere le tue emozioni e i tuoi pensieri?

Con quali persone hai maggiore difficoltà nel dire ciò che pensi?

Quale atteggiamento dell’altro ostacola la tua apertura?

Cosa potresti fare ora per segnare un punto a tuo favore? …. Prenditi un piccolo impegno…. Ora … Adesso ….

 

Sull’ “affermatività” assertiva ….

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Dal rispetto della propria persona alla consapevolezza di sé.

Dalla consapevolezza di sé, alla capacità di affermare le proprie opinioni in modo sereno, provocando il dialogo, aprendo il confronto.

Questa è l’affermatività o in altre parole l’assertività; della quale molti pensano di poter fare a meno, soltanto perché, forse non si sono mai posti il problema di come superare certi momenti critici e quindi ritengono che essi si creino da sé.

Sappiamo che così non è: se ci veniamo a trovare in una situazione difficile, questo è accaduto, nella maggior parte dei casi, perché gli attori che stanno recitando quella scena si sono lasciati prendere la mano, e hanno barattato l’intelligenza e l’autocontrollo con una pretesa spontaneità e una totale mancanza di ascolto dell’altro.

Di fronte all’avvicinarsi di una situazione critica che può condurre allo scoppio di un litigio, abbiamo la possibilità di reagire in due modi istintivi: arretrare e cedere il campo oppure aggredire.

Nel primo caso, il fatto di lasciare l’avversario vincitore della partita, spesso senza nemmeno combattere, il più delle volte evita del tutto l’eruzione vulcanica. Non ci sarà nemmeno bisogno di questionare con veemenza perché la persona di fronte a noi probabilmente avrà già colto la nostra arrendevolezza e quindi immediatamente si approprierà della vittoria.

Sicuramente ci siamo trovati tutti, almeno una volta,  in momenti di questo genere. Con quale stato d’animo ne siamo usciti? Di certo mai appagati e soddisfatti di noi, nè sorridenti o felici. Possiamo certamente consolarci del fatto che una battaglia perduta non equivale a perdere la guerra, ma forse .. forse .. giù in fondo, c’è una vocina che protesta altre verità.

Questa non è la ritirata strategica del cavaliere intelligente, ma il rovinoso abbandono delle armi sul campo, con conseguente fuga precipitosa.

Che cosa ci ha trattenuto dal far valere le nostre argomentazioni? Ovvero, riformulando la domanda: che cosa ci ha impedito di avviare un’iniziativa di contenimento efficace dell’avversario, basandoci sulle nostre forze e convinzioni?

La risposta ognuno la può trovare dentro di sé, a patto di non mistificarla, il che renderebbe vano lo sforzo di ricerca. Ma qualsiasi risposta alla fine vogliamo darci il risultato è sempre lo stesso: una scarsa stima di sé, uno scarso rispetto per sé e quindi una profonda insoddisfazione e l’avviarsi di pensieri fissi su pesanti considerazioni della propria inefficacia ad affermare le proprie convinzioni.

Il secondo caso è l’aggressione.

Anche qui abbiamo esempi infiniti: che vanno dalla nostra vita privata, a molti interventi di vari personaggi pubblici, nei vari talk show, che sembrano aver  adottato lo stile costante dell’aggressività, mirando in modo totale allo schiacciamento definitivo dell’avversario.

La domanda potrebbe essere: ma possibile che tutto il mondo sia popolato da immondi scarafaggi e l’unico compito delle persone sia quello di dar loro la caccia per poi soddisfare il gusto macabro di schiacciare la loro nera corazza?  E ancora: la gente di fronte a noi è davvero meritevole di tanta amorevole attenzione?

Perpetuare uno stile aggressivo nei confronti degli altri è politica sterile che crea attorno a noi il vuoto assoluto. Ci sembrerà di vincere ogni battaglia e via via con il tempo, giungeremo a sentirci davvero invincibili: ma a quale prezzo?

Dimostrare una totale mancanza di ascolto degli altri non ci fa più forti, ma al contrario mostra la nostra debolezza. Chi può avere paura di mettere sul piatto le proprie opinioni per discuterle insieme a quelle altrui, se non una persona conscia della propria fragilità? Non lasciare agli altri il tempo e il modo di esprimersi può spaventare i più remissivi ma quanto varrebbe, di fronte ad un simile comportamento, girare i tacchi e lasciare il il becero urlante a sproloquiare da solo?

Il fatto è che questo genere di persone sviluppa nel tempo una propria arte dell’aggressione, affinando gli stili dell’avversario grazie ai quali ha ottenuto i maggiori successi. Per queste persone è questione di vita o di morte, perché, non conoscendo altre vie per imporsi, sanno che risulterebbero a loro volta soccombenti.

Due maniere di relazionarsi, quindi , entrambe a loro modo grezze e infelici. Entrambe testimonianza di una mancanza di equilibrio di chi le agisce, graffiando o scappando.

Il comportamento “affermativo” è la naturale conseguenza di chi ha maturato rispetto di sé e ha coltivato la consapevolezza del proprio valore. Rifiutarsi di darsi alla fuga con le pive nel sacco, così come aborrire la zampata sanguinosa dell’orso, equivale ad aver maturato la convinzione che i rapporti umani, proprio perché tra persone e non tra belve inferocite, possono venir strutturati secondo modalità in cui la dominante sia l’intelligenza.

Se il confronto nasce male e tende a deragliare, riportarlo sui binari del buon senso e del rispetto non è cosa da poco, ma tuttavia è la sola fatica che possa creare buon senso e rispetto.

Proviamo ad immaginare come si potrebbe comportare  una persona tendenzialmente aggressiva di fronte ad una persona che tende ad imporre un dialogo rispettoso delle rispettive posizioni, rifiutando di essere schiacciata come uno scarafaggio? La risposta non è automatica, ma potrebbe darsi che costui, forse per la prima volta, trovandosi di fronte qualcuno che finalmente non fugge in ritirata, si trovi disorientato.

La sua reazione immediata potrebbe essere quella di innalzare il livello del conflitto magari per misurare la capacità dell’avversario di mantenere la posizione. E questo sarà il momento di maggiore difficoltà per entrambi. Per il violento, che avrà modi di rendersi conto di quanto le sue armi, di fronte a quella persona, possano risultare spuntate. Per l’altro, perché arretrare o anche soltanto vacillare in quell’istante equivarrebbe a morte certa.

Conosciamo tutti molto bene l’esistenza di quei fili invisibili di comunicazione che sanno trasmettere i significati delle cose molto meglio di tante parole. Quanto possono comunicare un semplice sguardo o un fiero silenzio?  Spesso non serve parlare, per dimostrare ad un aggressivo che non abbiamo paura della sua stupida violenza, basta restare nella posizione fisica assunta, senza abbassare gli occhi, grattarsi nervosamente o tremare nelle mani. Fermi. Centrati, Radicati.

Tutto questo può accadere quando i pilastri portanti del rispetto di sé e della consapevolezza siano ben stabili. E allora … quanta sofferenza in meno? Quale diversa qualità della vita? Quante relazioni a rischio salvate e trasformate positivamente? E infine: quanti nuovi spunti di gratificazione che potremo regalarci con le nostre stesse mani, dai quali ricavare nuova energia e nuova forza per proseguire? …

Il sintomo come segnale di allarme

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La consapevolezza di attraversare una crisi esistenziale presuppone la capacità di un’osservazione critica di sé. Ugualmente, il riconoscere il proprio stato si smarrimento esige la presenza dentro di sé di un referente affidabile che ci consenta di prendere coscienza del concetto di mancare di Identità o di averla persa.

In realtà chi si trova a vivere un periodo di confusione il più delle volte non se ne rende conto e quello che avverte sono, quasi sempre, solo una serie di sensazioni corporee che segnalano e accentuano lo stato di sofferenza. Queste sensazione corporee “negative” sono quello che chiamiamo “Sintomi”.

Quale è il meccanismo alla base di tutto questo? E quale è la funzione del sintomo? Sostanzialmente il sintomo è un segnale di allarme.

Come dice Henri Laborit biologo filosofo ed etologo francese, quando un individuo si trova in uno stato di stress eccessivo, deve aggredire l’ambiente, fonte dello stress, o fuggire da esso. Ma quando è incapace di attuare una di queste soluzioni, allora si inibisce e sviluppa un sintomo.

I sintomi fisiologici fello stress: gola chiusa, collo teso, respiro corto, polso accelerato, inducono nella persona uno stato di ansia che prepara l’organismo a reagire ad una aggressione, con il fenomeno attacco/fuga.

Distrutto o evitato l’elemento aggressore, ritrovato un ambiente sicuro, l’individuo potrà tirare il famoso “sospiro di sollievo”, mentre il suo organismo recupererà l’equilibrio necessario al rilassamento e alla ripresa.

Quotidianamente ognuno di noi si trova a vivere un’ampia gamma di situazioni stressanti e di conseguenza reagirà di volta in volta con l’aggressione o con la fuga.

Esempi tipici di attacco all’ambiente sono ad esempio i comportamenti aggressivi di un padre o di una madre nei confronti dei figli, dei più grandi verso i più piccoli, oppure nel contesto lavorativo, quelli dei superiori verso i subalterni. Ogni attacco ben riuscito scarica lo stress e il rilassamento è ritrovato. In questo modo diverse persone, anche “psichicamente disturbate” , attraverso la posizione di dominio che concede loro il privilegio di “curarsi psicologicamente” a spese degli altri, riescono a compensare bene le frustrazioni e a vivere senza mai prendere coscienza del proprio stato di profondo disagio interiore.

Il comportamento alternativo all’aggressione, cioè la fuga, è altrettanto comune e si attua rifugiandosi freneticamente nelle più disparate attività esterne all’ambiente quotidiano, oppure, caso tipico di molti, rifugiandosi nel lavoro. Anche così l’insoddisfazione che si prova verso la propria vita, compensata dalla iperattività permette alla persona di sopportare le frustrazioni scaricandole altrove.

Il problema insorge quando il tipo, o l’ambiente di lavoro non permettono di scaricarsi, quando la famiglia è refrattaria o si ribella alla scarica, quando non esiste la possibilità di attività compensatorie. E anche quando il nostro ruolo di esseri civilizzati ci impone di affrontare e/o attuare le aggressioni in maniera socialmente accettabile, mentre alcune parti di noi vorrebbero risposte fisiche (pugno, calcio etc..).

A questo punto lo stress è continuo, il respiro non ritrova il suo ritmo, i muscoli rimangono tesi, il cuore lavora sotto sforzo.

Senza la possibilità di rilassamento non rimane che uno spostamento continuo di questa energia che, non scaricandosi nell’attacco/fuga, finisce per rivolgersi contro noi stessi, in una sorta di autoaggressione, generando prima sintomi, poi disfunzioni, poi vere e proprie patologie organiche.

L’insorgere della sofferenza fisica, segnalata dai sintomi, costringerà la persona a consultare uno specialista: il medico che gli prescriverà medicinali e giorni di riposo.

Risultato: ritiro dall’ambiente, tramite una fuga autorizzata, e quindi recupero dello stato di rilassamento.

Terminato l’intervallo curativo, l’individuo si re immergerà nell’ambiente e riprenderà la vita di sempre. Ma la radice è nel profondo e il problema non è stato realmente risolto. La sofferenza ricomincerà e la persona tornerà dal medico, per sentirsi nuovamente autorizzata a dire sia al lavoro che a casa: “Sto male, lasciatemi in pace!” ottenendo così il visto per un nuovo ritiro/fuga , per un nuovo illusorio rilassamento.

Per rompere questo circolo vizioso occorre un’autentica revisione esistenziale, che pochi, però, sono disposti a intraprendere, troppo legati ancora al tabù che il male dell’anima sia di predominio dei “folli”.

Fare il punto, fermarsi per guardare dentro se stessi, riconoscere che si sta vacillando , che si è perso l’orientamento vuol dire prendersi cura di se stessi.

Significa smettere di perdere tempo a preoccuparsi e cominciare ad occuparsi per ri-trovare il proprio ben-essere.

Chiedere aiuto ad un professionista che ascoltando incondizionatamente e senza giudizio può sostenerti nella ricerca delle tue soluzioni vuol dire essere un adulto consapevole dei propri limiti , non sempre si può fare tutto da soli, e questo è il primo passo verso lo scioglimento del disagio.

Il Counseling può essere un buon inizio; non ti da soluzioni preconfezionate, bensì ti aiuta a trovare le tue ritenendo che ogni individuo abbia in sé la capacità intrinseca di ri-trovare la sua strada. Per questo il Counselor ha nei confronti del proprio cliente un atteggiamento attivo, propositivo e stimolante le capacità di scelta volto ad incentivare il concetto di responsabilità individuale.

Il Counseling ti aiuta a ri-prendere in mano il timone della tua vita lasciando a te la scelta della rotta, direzione e velocità.

Il Counseling è un processo di apprendimento interattivo: facendo leva sulle capacità qualità e risorse della persona coinvolta nella situazione problematica, il Counselor mira a sviluppare nel cliente nuovi processi di esplorazione, comprensione e apprendimento, al fine di raggiungere una migliore espressione del proprio sé.

L’obiettivo principale del processo di Counseling è quello di fornire ai clienti l’opportunità di procedere in modo più autonomo, verso una vita più soddisfacente e piena di risorse, come individui e membri di una società più ampia.

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