La Relazione d’aiuto nell’emergenza

psicologia emergenza 1

l’emergenza è rottura di un ordine consueto, è caos e porta con sé una caduta di senso…..

Dal 24 Agosto giorno del terremoto che ha sconvolto l’Italia centrale, parallelamente al pensiero di come aiutare concretamente la popolazione nella ri-presa della loro vita con i tutti quei gesti e quelle azioni apparentemente banali, c’è la preoccupazione di portare un aiuto psicologico per alleviare il trauma causato dal disastro.

Un evento come il terremoto è qualcosa di improvviso ed inaspettato che travolge la sensazione di controllo, comporta la percezione di una minaccia potenzialmente letale, può comprendere perdite emotive o fisiche e violare i presupposti su “come funziona il mondo”. In questo caso un Pronto Soccorso psicologico è altrettanto fondamentale del soccorso civile di sussistenza.

Ricordo a questo proposito la mia esperienza di “soccorso emotivo” dopo il terremoto dell’Aquila.  Facevo parte di un equipe ASPIC e viste le mie competenze espressive ero stata mandata a lavorare con i bambini attraverso laboratori ludico-espressivi che avevano lo scopo di far elaborare in maniera giocosa,attraverso il disegno e il racconto di fiabe, il terrore di quella notte. I bambini hanno in sè una grande capacità autoriparativa e quei disegni anche se raccontavano quei momento da incubo portavano con sè anche la speranza di un nuovo giorno rappresentato spesso da un fiore che nasceva sotto una pietra o dal sole che compariva dietro la montagna. Fu una esperienza incredibile che segnò uno dei passaggi fondamentali della mia crescita umana.

La Psicologia dell’emergenza è il settore della psicologia che si occupa degli interventi clinici e sociali in situazioni di calamità, disastri ed emergenza/urgenza in cui vi è un improvviso momento di perturbazione dell’equilibrio psicologico ed emotivo di una persona, tale da richiedere la mobilitazione di risorse e di strategie di adattamento psicologiche nuove, inusuali o difficilmente fruibili.

Nata a partire dalla Psicologia Militare, dalla Psichiatria d’Urgenza, la Psicologia di Emergenza si è progressivamente sviluppata come insieme di tecniche d’intervento e, soprattutto, modelli di “inquadramento concettuale” degli eventi cognitivi, emotivi, relazionali e psicosociali tipici dell’emergenza. Mentre i modelli anglosassoni prediligono l’approccio cognitivo-comportamentale, altamente protocollizzato e funzionalizzato, i modelli europei propongono una visione più integrata dell’intervento in emergenza.

In Italia la Psicologia dell’Emergenza è stata posta solo di recente all’attenzione degli operatori del settore ed all’interesse della Protezione Civile e delle organizzazioni non governative di volontariato ed ora si sta superando, man mano, la fase pionieristica e stanno fiorendo una serie di numerose iniziative di formazione privata, alle quali si vanno affiancando corsi di perfezionamento e master universitari. Il contesto italiano è caratterizzato, a differenza di quanto avviene in altre nazioni, da una forte presenza di organizzazioni di volontariato e l’assistenza di tipo psicologico, nelle calamità naturali e nei disastri, appartiene stabilmente e chiaramente al mondo dell’organizzazione dei soccorsi. Le funzioni positive di questo tipo di assistenza sono state ampiamente sperimentate sia a livello di sostegno dei sopravvissuti che dei soccorritori. Le prestazioni psicologiche, in questo determinato settore, richiedono una formazione specifica ed uno specifico addestramento del personale, le linee guida sono razionali e concrete ed il setting richiede sia innovazioni metodologiche che il possesso di adeguate caratteristiche di personalità da parte dei soccorritori.

Fondamentale in questa disciplina il ruolo attivo dello psicologo o altro operatore psicosociale debitamente formato (Counselor dell’Emergenza): andare alla ricerca delle vittime invece di aspettare che siano loro a farsi avanti, informare delle attività offerte, cercare di coinvolgere più persone possibile per contenere il maggior numero di crisi, prevenire e attenuare angoscia, evitare un possibile aggravamento delle problematiche psicologiche, condurre il soggetto nella ripresa di un contatto autonomo con il suo ambiente.

In più le condizioni non sono quelle di un normale setting poiché si tratta di lavorare in luoghi spesso affollati e caotici, con poco tempo a disposizione e molte persone da tenere sotto controllo e l’interesse è focalizzato a supportare e proporre tecniche di fronteggiamento della situazione altamente stressante piuttosto che interessarsi delle motivazioni precoci il disturbo o della ristrutturazione della personalità.

Bisogna ricordare che ci si rivolge a persone “normali” che reagiscono normalmente ad una situazione anormale, estrema, mostrando reazioni che non sono da considerare patologiche e non richiedono interventi terapeutici tradizionali, piuttosto pongono la necessità di far conoscere strategie di coping adeguate di fronte ad uno stress elevato e facilitare un reinquadramento dell’esperienza con la normalizzazione delle reazioni.

Va sottolineata,inoltre, l’importanza di calibrare tali interventi in base ai contesti, al tipo di cultura della zona interessata, alle modalità di vita della popolazione, al maggiore o minore sviluppo di una rete di risorse che renda agevole un’assistenza continuata nel post-emergenza.

Teniamo a mente che l’individuo che avremo di fronte si trova improvvisamente espropriato dal proprio spazio, tempo, legami familiari, dai propri oggetti e dal loro significato simbolico relativo alla propria concezione del mondo e della vita, dell’identità sociale. È pertanto costretto, in tempi brevi, a mettere in atto un processo di adattamento ad una situazione che ha cancellato i propri segni di riconoscimento. Di fronte ad un caos esterno, si trova a dover fronteggiare angosce esistenziali provenienti dal caos interno.

Le capacità di reazione normalmente funzionali non sono sufficienti a controllare senso di vulnerabilità e angoscia estrema, pertanto i sintomi più comuni che possono comparire durante o immediatamente dopo l’esperienza sono:

  • reazioni di dissociazione con depersonalizzazione e derealizzazione, amnesia, fuga
  • ripetizione di esperienza traumatica attraverso ricordi, flashback, incubi, ripetizione automatica di esperienza
  • evitamento di luoghi o persone che ricordano l’evento
  • iperattivazione con episodi di panico, reazioni di trasalimento, problemi di collera, disturbo del sonno, difficoltà di concentrazione
  • ansia che si manifesta con preoccupazione eccessiva, vulnerabilità, senso di impotenza, sensazione di essere sopraffatti dalle forti emozioni
  • depressione attraverso anedonia, senso di indegnità, perdita di interessi, senso di affaticamento,mancanza di motivazione, senso di colpa
  • sintomi psicotici come deliri, allucinazioni, immagini bizzarre, catatonia, distorsioni, perdita dell’obiettività.

Si tratta comunque di condizioni prevedibili che tendono tuttavia ad estinguersi col passare dei giorni riconducendo il soggetto ad un progressivo recupero del funzionamento normale; è importante comunque contrastare il cristallizzarsi di tali reazioni in modo che non degenerino nel Disturbo Post Traumatico da Stress . (continua…)

L’opera principale dello Psicologo dell’Emergenza consiste nell’aiutare a gestire lo sconvolgimento emozionale, a facilitare il recupero funzionale abituale, a rafforzare la resilienza e a prevenire il peggioramento dei sintomi.

L’intervento sul campo è strutturato in 3 fasi:

  • assistenza immediata che va dal momento dell’evento fino a 30-45 giorni dopo e vede lo psicologo impegnato in attività di normalizzazione dell’esperienza e informazione delle tecniche di gestione dello stress attraverso una presenza continuata sul campo, sostegno psicologico, counseling individuale e di gruppo,pronto soccorso emotivo.

Il periodo di “assistenza immediata” implica una fase di stabilizzazione che include le prime 24-48 ore e punta ad interventi psico-educazionali volti a far sentire persone protette e sostenute, così da promuovere senso di controllo e regolazione affettiva tramite la coesione di gruppo.

Il Defusing ed il De-briefing sono le due tecniche di gestione dello stress da evento critico utilizzate in questa fase e rappresentano due momenti rilevanti all’interno del Programma CISM ( Critical Incident Stress Management = Gestione dello Stress da Incidenti Critici). La tecnica del defusing viene utilizzata “a caldo”, immediatamente dopo che si sia verificato l’evento critico. Il CISM è un programma globale e sistematico per l’attenuazione dello stress legato ad eventi critici, affronta le situazioni del momento, dovute all’evento critico, e non quelle personali, a meno che queste non emergano.

Il defusing che stimola una comprensione dei pensieri e sentimenti associati all’esperienza, pertanto è opportuno prima valutare la disponibilità della persona a sostenere una conversazione più quotidiana sull’evento da poco avvenuto e se sottoporla alle reazioni degli altri rischia di intensificare la sua sofferenza

emotiva, aggravando stress o problemi già preesistenti. Per tutti quelli che non versano in una condizione a rischio, viene creato un momento di discussione di gruppo dalla durata tra i 20 e 45 minuti, che prevede una fase introduttiva in cui i leader si presentano e spiegano la funzione di tale attività volta a condividere l’esperienza e le reazioni, senza alcun intento di indagine più approfondita, ognuno può partecipare senza comunque alcun obbligo di parlare; viene enfatizzata la riservatezza. Si comincia focalizzandosi sui fatti così come ognuno li ha vissuti, visto che sono più facili da descrivere ed affrontare rispetto alle emozioni; da tale descrizione si passa ad indagare l’area cognitiva con domande sui pensieri associati ai fatti e utilizzando poi la descrizione dei pensieri vengono proposte domande in merito alle esperienze emotive, che è il momento più delicato. Il defusing è un Pronto Soccorso emotivo, esso non mira ad esplorazione approfondita, pertanto bisogna evitare da far emergere senso di vulnerabilità e di scatenare maggiore ansia; è opportuno invece monitorare come le persone si comportano nel parlare delle emozioni, convalidare le loro preoccupazioni, ma anche “depatologizzare” le reazioni dando informazioni sulla normalità di queste di fronte ad evento anormale che ha sconvolto assetto funzionale abituale. Con il defusing si tenta di fornire alle vittime sostegno attraverso un ascolto attivo e la condivisione di un’esperienza comune per contrastare l’isolamento psicologico, mitigare autobiasimo, ansia, impotenza e favorire una sensazione di maggior controllo, ha una struttura circolare con funzione di contenimento che partendo da livello cognitivo torna a questo con gli insegnamenti degli operatori sulle tecniche di gestione dello stress.

Il De-briefing è successivo al defusing, (tra le 24 e le 76 ore sucessive all’evento) qualora sia stato effettuato, ed è una tecnica più strutturata ed articolata volta a far comprendere e gestire le emozioni intense, elaborare in modo più completo l’esperienza, riuscire a dare un significato all’evento per integrarlo nella propria vita e attraverso il sostegno del gruppo facilitare la catarsi.

Sono previsti un de-briefing iniziale e uno di follow-up non si tratta di psicoterapia né di couseling.  I gruppi dovrebbero essere composti in maniera omogenea con un numero di partecipanti da 8 a 10 soggetti cosicché ognuno abbia la possibilità di parlare e la durata è intorno alle 2 ore e mezza, il lavoro deve essere condotto in ambiente tranquillo e ogni partecipante deve poter rimanere fino alla fine senza che ci siano condizioni di disturbo. I due conduttori cominciano presentandosi e specificando che si tratta di un’opportunità per esprimere le proprie impressioni sull’esperienza e condividerle con gli altri, non è obbligatorio parlare ma è incoraggiato farlo. Il de-briefing è strutturato in fasi anche se poi nella pratica difficilmente vengono seguite; anche qui si inizia dal racconto dei fatti come ognuno li ha percepiti e vissuti, cercando di far emergere le situazioni più difficili da raccontare, probabilmente legate a intensi sentimenti di paura o colpa. Dopo si passa ad esplorare i pensieri relativi all’esperienza, in particolare quelli più trascurati con l’intento di normalizzare le reazioni cognitive e dimostrare che anche gli altri possono aver pensato le stesse cose. La fase delle reazioni è quella più difficile perché richiede di tirar fuori le emozioni, è opportuno farlo con discrezione visto che non si conosce ancora bene la capacità di fronteggiamento della persona. La fase dei sintomi punta a conoscere quelle che sono le forme di reazione allo stress di ciascuno, come continuano a perdurare, così che nella fase di insegnamento, presente durante tutto il de-briefing, i conduttori possano informare sulla normalità di certe reazioni, sul modo di controllare lo stress e dove si può richiedere aiuto.

  • assistenza estesa, dai 40 giorni ai 3 mesi. In questa fase lo psicologo continua a seguire le vittime e i gruppi, affianca i servizi sanitari e prevede interventi sull’intera comunità. E’ importante promuovere la creazione di gruppi di auto-aiuto poiché favoriscono il coinvolgimento di tutti quanti nell’attività di sostegno reciproco e di convalida dell’esperienza, permettono una gestione condivisa dei problemi pratici e sviluppo di piani d’azione per una ripresa della vita quotidiana, alimentano il senso di comunità, facilitano lo scambio di informazioni, intensificano il senso di controllo.
  • assistenza continuata comincia dopo i tre mesi, lo psicologo non è più impegnato sul campo, ma continua la sua azione con interventi sulle vittime attraverso tecniche più specifiche e approfondite. L’invio ad un trattamento più lungo e strutturato va progettato per persone che mostrano Disturbi Post Traumatici da Stress, disturbi d’ansia, depressione, nei casi in cui c’è bisogno di un intervento non più focalizzato solo sugli stressor relativi all’evento ma anche sulla valutazione della storia pregressa del soggetto, sulla modalità di funzionamento della personalità, sulle risorse personali e sociali di cui dispone.

Vorrei concludere questo excursus descrivendo lo zainetto dello psicologo o counselor dell’emergenza per la sua sopravvivenza emotiva:

  • Flessibilità intesa come adattamento creativo alla situazione
  • Capacità di lavorare in squadra
  • Capacità di chiedere aiuto
  • Sapersi “ascoltare”, nel senso di saper ascoltare le proprie mozioni senza voler strafare
  • Confini “psicologici” intesi come EMPATIA => giusta distanza per evitare invischia menti e confluenza
  • Senso del limite
  • Possibilità di accettare un eventuale “fallimento”

Parola chiave= ESSERCI in maniera trasparente, autentica, congruente; condividendo il loro vissuto , ascoltando attivamente le loro emozioni….

 

Fonte:liberamente tratto da  http://www.counselling-care.it/default.htm

 

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