Tag: relazione d’aiuto

La Relazione d’aiuto nell’emergenza

psicologia emergenza 1

l’emergenza è rottura di un ordine consueto, è caos e porta con sé una caduta di senso…..

Dal 24 Agosto giorno del terremoto che ha sconvolto l’Italia centrale, parallelamente al pensiero di come aiutare concretamente la popolazione nella ri-presa della loro vita con i tutti quei gesti e quelle azioni apparentemente banali, c’è la preoccupazione di portare un aiuto psicologico per alleviare il trauma causato dal disastro.

Un evento come il terremoto è qualcosa di improvviso ed inaspettato che travolge la sensazione di controllo, comporta la percezione di una minaccia potenzialmente letale, può comprendere perdite emotive o fisiche e violare i presupposti su “come funziona il mondo”. In questo caso un Pronto Soccorso psicologico è altrettanto fondamentale del soccorso civile di sussistenza.

Ricordo a questo proposito la mia esperienza di “soccorso emotivo” dopo il terremoto dell’Aquila.  Facevo parte di un equipe ASPIC e viste le mie competenze espressive ero stata mandata a lavorare con i bambini attraverso laboratori ludico-espressivi che avevano lo scopo di far elaborare in maniera giocosa,attraverso il disegno e il racconto di fiabe, il terrore di quella notte. I bambini hanno in sè una grande capacità autoriparativa e quei disegni anche se raccontavano quei momento da incubo portavano con sè anche la speranza di un nuovo giorno rappresentato spesso da un fiore che nasceva sotto una pietra o dal sole che compariva dietro la montagna. Fu una esperienza incredibile che segnò uno dei passaggi fondamentali della mia crescita umana.

La Psicologia dell’emergenza è il settore della psicologia che si occupa degli interventi clinici e sociali in situazioni di calamità, disastri ed emergenza/urgenza in cui vi è un improvviso momento di perturbazione dell’equilibrio psicologico ed emotivo di una persona, tale da richiedere la mobilitazione di risorse e di strategie di adattamento psicologiche nuove, inusuali o difficilmente fruibili.

Nata a partire dalla Psicologia Militare, dalla Psichiatria d’Urgenza, la Psicologia di Emergenza si è progressivamente sviluppata come insieme di tecniche d’intervento e, soprattutto, modelli di “inquadramento concettuale” degli eventi cognitivi, emotivi, relazionali e psicosociali tipici dell’emergenza. Mentre i modelli anglosassoni prediligono l’approccio cognitivo-comportamentale, altamente protocollizzato e funzionalizzato, i modelli europei propongono una visione più integrata dell’intervento in emergenza.

In Italia la Psicologia dell’Emergenza è stata posta solo di recente all’attenzione degli operatori del settore ed all’interesse della Protezione Civile e delle organizzazioni non governative di volontariato ed ora si sta superando, man mano, la fase pionieristica e stanno fiorendo una serie di numerose iniziative di formazione privata, alle quali si vanno affiancando corsi di perfezionamento e master universitari. Il contesto italiano è caratterizzato, a differenza di quanto avviene in altre nazioni, da una forte presenza di organizzazioni di volontariato e l’assistenza di tipo psicologico, nelle calamità naturali e nei disastri, appartiene stabilmente e chiaramente al mondo dell’organizzazione dei soccorsi. Le funzioni positive di questo tipo di assistenza sono state ampiamente sperimentate sia a livello di sostegno dei sopravvissuti che dei soccorritori. Le prestazioni psicologiche, in questo determinato settore, richiedono una formazione specifica ed uno specifico addestramento del personale, le linee guida sono razionali e concrete ed il setting richiede sia innovazioni metodologiche che il possesso di adeguate caratteristiche di personalità da parte dei soccorritori.

Fondamentale in questa disciplina il ruolo attivo dello psicologo o altro operatore psicosociale debitamente formato (Counselor dell’Emergenza): andare alla ricerca delle vittime invece di aspettare che siano loro a farsi avanti, informare delle attività offerte, cercare di coinvolgere più persone possibile per contenere il maggior numero di crisi, prevenire e attenuare angoscia, evitare un possibile aggravamento delle problematiche psicologiche, condurre il soggetto nella ripresa di un contatto autonomo con il suo ambiente.

In più le condizioni non sono quelle di un normale setting poiché si tratta di lavorare in luoghi spesso affollati e caotici, con poco tempo a disposizione e molte persone da tenere sotto controllo e l’interesse è focalizzato a supportare e proporre tecniche di fronteggiamento della situazione altamente stressante piuttosto che interessarsi delle motivazioni precoci il disturbo o della ristrutturazione della personalità.

Bisogna ricordare che ci si rivolge a persone “normali” che reagiscono normalmente ad una situazione anormale, estrema, mostrando reazioni che non sono da considerare patologiche e non richiedono interventi terapeutici tradizionali, piuttosto pongono la necessità di far conoscere strategie di coping adeguate di fronte ad uno stress elevato e facilitare un reinquadramento dell’esperienza con la normalizzazione delle reazioni.

Va sottolineata,inoltre, l’importanza di calibrare tali interventi in base ai contesti, al tipo di cultura della zona interessata, alle modalità di vita della popolazione, al maggiore o minore sviluppo di una rete di risorse che renda agevole un’assistenza continuata nel post-emergenza.

Teniamo a mente che l’individuo che avremo di fronte si trova improvvisamente espropriato dal proprio spazio, tempo, legami familiari, dai propri oggetti e dal loro significato simbolico relativo alla propria concezione del mondo e della vita, dell’identità sociale. È pertanto costretto, in tempi brevi, a mettere in atto un processo di adattamento ad una situazione che ha cancellato i propri segni di riconoscimento. Di fronte ad un caos esterno, si trova a dover fronteggiare angosce esistenziali provenienti dal caos interno.

Le capacità di reazione normalmente funzionali non sono sufficienti a controllare senso di vulnerabilità e angoscia estrema, pertanto i sintomi più comuni che possono comparire durante o immediatamente dopo l’esperienza sono:

  • reazioni di dissociazione con depersonalizzazione e derealizzazione, amnesia, fuga
  • ripetizione di esperienza traumatica attraverso ricordi, flashback, incubi, ripetizione automatica di esperienza
  • evitamento di luoghi o persone che ricordano l’evento
  • iperattivazione con episodi di panico, reazioni di trasalimento, problemi di collera, disturbo del sonno, difficoltà di concentrazione
  • ansia che si manifesta con preoccupazione eccessiva, vulnerabilità, senso di impotenza, sensazione di essere sopraffatti dalle forti emozioni
  • depressione attraverso anedonia, senso di indegnità, perdita di interessi, senso di affaticamento,mancanza di motivazione, senso di colpa
  • sintomi psicotici come deliri, allucinazioni, immagini bizzarre, catatonia, distorsioni, perdita dell’obiettività.

Si tratta comunque di condizioni prevedibili che tendono tuttavia ad estinguersi col passare dei giorni riconducendo il soggetto ad un progressivo recupero del funzionamento normale; è importante comunque contrastare il cristallizzarsi di tali reazioni in modo che non degenerino nel Disturbo Post Traumatico da Stress . (continua…)

L’opera principale dello Psicologo dell’Emergenza consiste nell’aiutare a gestire lo sconvolgimento emozionale, a facilitare il recupero funzionale abituale, a rafforzare la resilienza e a prevenire il peggioramento dei sintomi.

L’intervento sul campo è strutturato in 3 fasi:

  • assistenza immediata che va dal momento dell’evento fino a 30-45 giorni dopo e vede lo psicologo impegnato in attività di normalizzazione dell’esperienza e informazione delle tecniche di gestione dello stress attraverso una presenza continuata sul campo, sostegno psicologico, counseling individuale e di gruppo,pronto soccorso emotivo.

Il periodo di “assistenza immediata” implica una fase di stabilizzazione che include le prime 24-48 ore e punta ad interventi psico-educazionali volti a far sentire persone protette e sostenute, così da promuovere senso di controllo e regolazione affettiva tramite la coesione di gruppo.

Il Defusing ed il De-briefing sono le due tecniche di gestione dello stress da evento critico utilizzate in questa fase e rappresentano due momenti rilevanti all’interno del Programma CISM ( Critical Incident Stress Management = Gestione dello Stress da Incidenti Critici). La tecnica del defusing viene utilizzata “a caldo”, immediatamente dopo che si sia verificato l’evento critico. Il CISM è un programma globale e sistematico per l’attenuazione dello stress legato ad eventi critici, affronta le situazioni del momento, dovute all’evento critico, e non quelle personali, a meno che queste non emergano.

Il defusing che stimola una comprensione dei pensieri e sentimenti associati all’esperienza, pertanto è opportuno prima valutare la disponibilità della persona a sostenere una conversazione più quotidiana sull’evento da poco avvenuto e se sottoporla alle reazioni degli altri rischia di intensificare la sua sofferenza

emotiva, aggravando stress o problemi già preesistenti. Per tutti quelli che non versano in una condizione a rischio, viene creato un momento di discussione di gruppo dalla durata tra i 20 e 45 minuti, che prevede una fase introduttiva in cui i leader si presentano e spiegano la funzione di tale attività volta a condividere l’esperienza e le reazioni, senza alcun intento di indagine più approfondita, ognuno può partecipare senza comunque alcun obbligo di parlare; viene enfatizzata la riservatezza. Si comincia focalizzandosi sui fatti così come ognuno li ha vissuti, visto che sono più facili da descrivere ed affrontare rispetto alle emozioni; da tale descrizione si passa ad indagare l’area cognitiva con domande sui pensieri associati ai fatti e utilizzando poi la descrizione dei pensieri vengono proposte domande in merito alle esperienze emotive, che è il momento più delicato. Il defusing è un Pronto Soccorso emotivo, esso non mira ad esplorazione approfondita, pertanto bisogna evitare da far emergere senso di vulnerabilità e di scatenare maggiore ansia; è opportuno invece monitorare come le persone si comportano nel parlare delle emozioni, convalidare le loro preoccupazioni, ma anche “depatologizzare” le reazioni dando informazioni sulla normalità di queste di fronte ad evento anormale che ha sconvolto assetto funzionale abituale. Con il defusing si tenta di fornire alle vittime sostegno attraverso un ascolto attivo e la condivisione di un’esperienza comune per contrastare l’isolamento psicologico, mitigare autobiasimo, ansia, impotenza e favorire una sensazione di maggior controllo, ha una struttura circolare con funzione di contenimento che partendo da livello cognitivo torna a questo con gli insegnamenti degli operatori sulle tecniche di gestione dello stress.

Il De-briefing è successivo al defusing, (tra le 24 e le 76 ore sucessive all’evento) qualora sia stato effettuato, ed è una tecnica più strutturata ed articolata volta a far comprendere e gestire le emozioni intense, elaborare in modo più completo l’esperienza, riuscire a dare un significato all’evento per integrarlo nella propria vita e attraverso il sostegno del gruppo facilitare la catarsi.

Sono previsti un de-briefing iniziale e uno di follow-up non si tratta di psicoterapia né di couseling.  I gruppi dovrebbero essere composti in maniera omogenea con un numero di partecipanti da 8 a 10 soggetti cosicché ognuno abbia la possibilità di parlare e la durata è intorno alle 2 ore e mezza, il lavoro deve essere condotto in ambiente tranquillo e ogni partecipante deve poter rimanere fino alla fine senza che ci siano condizioni di disturbo. I due conduttori cominciano presentandosi e specificando che si tratta di un’opportunità per esprimere le proprie impressioni sull’esperienza e condividerle con gli altri, non è obbligatorio parlare ma è incoraggiato farlo. Il de-briefing è strutturato in fasi anche se poi nella pratica difficilmente vengono seguite; anche qui si inizia dal racconto dei fatti come ognuno li ha percepiti e vissuti, cercando di far emergere le situazioni più difficili da raccontare, probabilmente legate a intensi sentimenti di paura o colpa. Dopo si passa ad esplorare i pensieri relativi all’esperienza, in particolare quelli più trascurati con l’intento di normalizzare le reazioni cognitive e dimostrare che anche gli altri possono aver pensato le stesse cose. La fase delle reazioni è quella più difficile perché richiede di tirar fuori le emozioni, è opportuno farlo con discrezione visto che non si conosce ancora bene la capacità di fronteggiamento della persona. La fase dei sintomi punta a conoscere quelle che sono le forme di reazione allo stress di ciascuno, come continuano a perdurare, così che nella fase di insegnamento, presente durante tutto il de-briefing, i conduttori possano informare sulla normalità di certe reazioni, sul modo di controllare lo stress e dove si può richiedere aiuto.

  • assistenza estesa, dai 40 giorni ai 3 mesi. In questa fase lo psicologo continua a seguire le vittime e i gruppi, affianca i servizi sanitari e prevede interventi sull’intera comunità. E’ importante promuovere la creazione di gruppi di auto-aiuto poiché favoriscono il coinvolgimento di tutti quanti nell’attività di sostegno reciproco e di convalida dell’esperienza, permettono una gestione condivisa dei problemi pratici e sviluppo di piani d’azione per una ripresa della vita quotidiana, alimentano il senso di comunità, facilitano lo scambio di informazioni, intensificano il senso di controllo.
  • assistenza continuata comincia dopo i tre mesi, lo psicologo non è più impegnato sul campo, ma continua la sua azione con interventi sulle vittime attraverso tecniche più specifiche e approfondite. L’invio ad un trattamento più lungo e strutturato va progettato per persone che mostrano Disturbi Post Traumatici da Stress, disturbi d’ansia, depressione, nei casi in cui c’è bisogno di un intervento non più focalizzato solo sugli stressor relativi all’evento ma anche sulla valutazione della storia pregressa del soggetto, sulla modalità di funzionamento della personalità, sulle risorse personali e sociali di cui dispone.

Vorrei concludere questo excursus descrivendo lo zainetto dello psicologo o counselor dell’emergenza per la sua sopravvivenza emotiva:

  • Flessibilità intesa come adattamento creativo alla situazione
  • Capacità di lavorare in squadra
  • Capacità di chiedere aiuto
  • Sapersi “ascoltare”, nel senso di saper ascoltare le proprie mozioni senza voler strafare
  • Confini “psicologici” intesi come EMPATIA => giusta distanza per evitare invischia menti e confluenza
  • Senso del limite
  • Possibilità di accettare un eventuale “fallimento”

Parola chiave= ESSERCI in maniera trasparente, autentica, congruente; condividendo il loro vissuto , ascoltando attivamente le loro emozioni….

 

Fonte:liberamente tratto da  http://www.counselling-care.it/default.htm

 

Solo se Ascolto me, Ascolto te …..

ascolto 5

“Ascoltare è una forma di accettazione” S.T.Mann

Ascoltare è un’arte tra le più difficili. Sappiamo come siano rare le persone che sono veramente in grado di ascoltare, intendendo con questo com-prendere realmente quanto viene detto loro, tuttavia, capita qualche volta di incontrarne.

Si tratta di persone per le quali le parole che pronunciamo diventano dense di significato perché ci “vedono” e desiderano ardentemente aprire uno spazio di condivisione , facendoci sentire non più viaggiatori solitari spersi nel vaso mondo, bensì soggetti in cammino uniti da un comune destino.

Questo “ascolto pieno” va al di là delle parole pronunciate, perché include una attenzione più profonda non solo a quello che di verbale viene messo in comune ma anche verso tutti i canali analogici da noi utilizzati, perlopiù in modo inconsapevole.

Si tratta quindi di un ascolto a 360° che rivela una evidente capacità di empatia e un sincero desiderio di conoscenza di chi si ha di fronte.

Molto più spesso invece, quando iniziamo una conversazione con qualcuno, ci capita di non trovare ascolto e di non darne nemmeno, questo perché nella maggior parte dei casi, quando parliamo con un interlocutore siamo portati a ricercare l’eco delle nostre parole e il riverbero delle nostre percezioni.

Invece di ascoltare l’altro ascoltiamo noi stessi impedendoci di percepire veramente i messaggi di chi abbiamo di fronte. Interpretiamo i discorsi dell’altro e i suoi comportamenti secondo le nostre esigenze, volti soprattutto a trovare conferme e riconoscimento.

Il disaccordo delle opinioni ci disturba e ci predispone ad un atteggiamento di chiusura e sospetto. Ci proclamiamo curiosi delle diversità ma in verità siamo alla ricerca delle somiglianze e delle analogie.

La dissonanza degli intenti ci infastidisce, se poi unita a questa abbiamo sentore di biasimo e note giudicanti, l’inquietudine e l’irritazione prendono il sopravvento, rendendoci totalmente incapaci a costruire uno spazio di vera condivisione con il prossimo.

In molti casi il dissenso può sfociare in aperto conflitto che può lasciare una traccia indelebile nella relazione. Oppure, l’incomprensione genera una chiusura totale e ostile tra gli interlocutori che, se non risolta rapidamente, può portare alla rottura definitiva.

La difficoltà a comunicare è un argomento molto gettonato da coloro che si avvicinano ad una relazione d’aiuto e il nostro compito di operatori diventa una ricerca di strategie volte a facilitare nei clienti la consapevolezza e quindi la trasformazione di rigidi copioni relazionali in capacità di confronto.

La disponibilità all’Ascolto, come ho detto all’inizio, presuppone una buona dose di empatia; sintonizzarsi sui bisogni dell’altro “mettersi nei suoi panni” anche se manteniamo i nostri. Spesso invece siamo talmente concentrati sulle nostre convinzioni e pretese che le parole del nostro interlocutore diventano solo un fluire ininterrotto di suoni che neppure ci scalfisce; una sorta di rassicurante rumore di fondo che ci tiene compagnia.

Questa attenzione verso noi stessi, tuttavia, non va confusa con una effettiva capacità di contatto con la nostra sfera più intima e profonda. Molti di noi rifugge l’Ascolto di sé, quella decodifica del proprio “sentire” che favorisce appunto l’ascolto della propria voce interiore.

Si pensa tanto, si sente poco. La nostra consapevolezza è, troppo spesso, alquanto carente. Il più delle volte ci accontentiamo di una approssimativa raccolta dati, saltando frettolosamente alle conclusioni che spesso sono molto lontane alla realtà della nostra essenza più profonda. Questo perché vogliamo evitare di impegnare il cuore e la mente per paura di scoprire aspetti di noi che potrebbero non piacerci e per il bisogno, quindi, di coltivare una immagine di noi stessi idealizzata che possa garantirci l’apprezzamento da parte degli altri.

L’ascolto degli altri passa attraverso l’ascolto di noi stessi, un ascolto consapevole, profondo, senza evitamenti, senza nasconderci dietro illusioni o compiacimenti. Un ascolto congruente seguendo il ritmo dei pensieri e il battito del nostro cuore, abbandonando paure e insicurezze.

Se scaviamo con sincerità all’interno del nostro animo, al di là delle nostre ombre, troveremo un tesoro di risorse che potranno alimentare la nostra autostima e rafforzare le nostre competenze relazionali. L’altro non ci farà più paura e porci al suo ascolto vorrà dire veramente aprirsi ad un nuovo mondo.

Solo confidando in noi stessi, nella ricchezza della nostra vita interiore saremo finalmente in grado di avere accesso a questo altro mondo …..

___________________________________________________

liberamente tratto da:

I.castoldi “Se bastasse una sola parola” URRA Feltrinelli

Il Counseling un’ arte maieutica

COUNSELING

” Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore per aiutarla non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di indirizzarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, la responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per autocomprendersi e per modificare il loro concetto di sè” Carl Rogers

Autoefficacia,coping,resilienza tutte caratteristiche che sono dentro di noi ma che spesso sono ricoperte da tonnellate di detriti che ne impediscono l’attivazione. Come fare??? Dove andare per essere aiutato ad aiutarsi???

nel grande bacino delle “relazioni d’aiuto” si colloca il Counseling, un modo nuovo di affrontare problemi che coinvolgono l’individuo, di impostare la relazione di aiuto in sintonia con l’esigenza di valorizzare le risorse personali di ognuno.

Il Counseling può essere definito come la conduzione di colloqui che coinvolgono temi personali privati ed emotivamente significativi per l’interlocutore, in cui questo viene “aiutato ad aiutarsi”, a gestire, cioè, i suoi problemi utilizzando le proprie risorse personali senza dipendere da interpretazioni, consigli o direttive fornite da un altro, per quanto esperto possa essere.

E’ un’arte maieutica che non si propone di addestrare, né di curare: il suo obiettivo è quello di tirare fuori le potenzialità presenti in ciascuno. Il presupposto è che una persona abbia già in sé le potenzialità necessarie, deve solo imparare a riconoscerle e usarle.

L’aiuto non consiste tanto nel proporre soluzioni e nell’eseguire complicati riaggiusta menti “terapeutici”, quanto piuttosto nel togliere gli ostacoli che non permettono alle energie che la persona possiede di manifestarsi.

Compito del Counseling è quello di dare al cliente un’opportunità di esplorare, scoprire e chiarire dei modi di vivere più fruttuosi e miranti ad un più elevato stato di Ben-Essere.

Il Counseling è:

  • Ascolto
  • Orientamento
  • Prevenzione
  • Crescita
  • Migliora le tue Relazioni
  • Libera le tue potenzialità
  • Ti aiuta ad affrontare gli ostacoli
  • Ti aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi
  • Ti aiuta a ri-trovare le tue risorse

E’ utile per tutte quelle persone che si trovano in qualche momento della vita a “vacillare” e sentono il bisogno di essere ASCOLTATE, ACCOLTE; di ESPRIMERE  loro stessi e le loro EMOZIONI accrescendo la CONSAPEVOLEZZA e l’ACCETTAZIONE di sé in un ambiente protetto e non giudicante per CONTATTARE e RICONCILIARE conflitti emotivi, imparando ad AMARSI e avere così una sempre migliore qualità di vita.

______________________________

In parte liberamente tratto da:

M.Danon – Counseling – Ed.RED

Non puoi pretendere di cambiare ciò che ti rifiuti di affrontare ….

barca

Quante volte ascolto persone che mi raccontano che “basta! Così non ce la faccio più! Non è possibile che incorro sempre negli stessi sbagli, che le mie relazioni vadano sempre male, che il lavoro non decolli, che i miei sogni si dissolvano, che le mie amicizie spariscano. Voglio che qualcosa cambi!”

Fin qui tutto bene, poi alla mia domanda “cosa ti aspetti da questo percorso? ….. la risposta “che TU mi dica cosa e come devo fare per cambiare …. Tu sicuramente lo sai, fai questo mestiere … Io non lo so”

Beh, mi dispiace molto deludervi ma non funziona così …

Sarebbe bello poter andare da qualcuno che con un colpo di bacchetta magica e qualche incantesimo ci liberi dai nostri rigidi copioni che portano a reiterare sempre gli stessi comportamenti ingabbiandoci in stereotipie disfunzionali.

Per uscire fuori dai recinti che ci siamo costruiti con tanta maestria, bisogna tirarci su le maniche e affrontare i nostri mostri.

Stare con i piedi a mollo in quello che ci fa più male, per lasciarcelo finalmente alle spalle….

Fare pace con noi stessi accogliendo e accettando tutte le parti di noi che concorrono tutte insieme, nessuna esclusa, ad essere la persona unica che siamo ….. integrando i nostri opposti invece di farci continuamente guerra ….

Allora , qualcuno potrebbe obiettare:” ma tu che ci stai a fare se tutto il lavoro lo faccio io?”

Io ti accompagno in questo viaggio che ti farà ritrovare la parte più autentica di te stessa…

Ti accolgo incondizionatamente ….

Ti ascolto ….

Sono lì con te e per te ….

Ti aiuto a ritrovare le risorse che avevi momentaneamente perso sotto una tonnellata di detriti …

Ti agevolo nel riconoscere ed elaborare le emozioni difficili, fonte spesso, di quell’impantanamento che blocca il cammino evolutivo ….

Favorisco i tuoi atteggiamenti attivi e le tue potenzialità stimolando la tua capacità di scelta …

Il mio aiuto non è proporti facili soluzioni bensì accompagnarti nel togliere quegli ostacoli che impediscono ale tue energie di manifestarsi.

In una parola ti aiuto a Vivere anzichè farti vivere in modo che tu possa riprendere il comando della tua nave, offrendoti l’opportunità di esplorare altre rotte per rendere sempre più agevole la tua navigazione ….

Ricorda però che il timone è solo in mano tua e sta a te decidere dove portare la tua barca …. se lasciarla alla deriva su una secca o tentare una manovra per disincagliarla e riprendere il tuo viaggio verso nuove e verdeggianti terre …

Hai bisogno di uno spazio “tuo” , dove far chiarezza ed essere Ascoltata? Compila il modulo qui sotto …. io sono qui per Te.

 

Antropologia del Counseling

IO SONO

Il presupposto che ha mosso Carl Rogers a compiere la rivoluzione copernicana nelle relazioni d’aiuto è che “ogni corrente della psicologia ha implicita una sua filosofia”, una sua visione dell’uomo e del mondo, e che tale filosofia “influenza in molti modi sottili e significativi” lo stesso processo terapeutico e di cura: in particolare dietro il comportamentismo ci sarebbe una filosofia “meccanicista”, dietro la psicoanalisi una filosofia “pulsionale”.

Scrive Rogers :” […]  non è necessario negare la verità di alcuni aspetti di queste formulazioni per ammettere un’altra prospettiva. […] dal punto di vista esistenziale è […] l’uomo non ha semplicemente le caratteristiche di una macchina, non è semplicemente prigioniero di motivi inconsci; è una persona impegnata a creare se stessa, una persona che crea il significato della vita, una persona che incarna una dimensione di libertà soggettiva “ (C.Rogers – La terapia centrata sul cliente – )

Da questa citazione emerge chiaramente che la presa di distanza del Counseling di Rogers dai precedenti modelli non dipende tanto da un disaccordo circa gli aspetti teorici della relazione d’aiuto, ma da una diversa concezione filosofico-globale dell’uomo nel mondo: l’essere umano non è solo una macchina da condizionare-aggiustare o un “esser-ci” schiavo delle sue pulsioni, bensì un soggetto attivo, autonomo e responsabile, fondamentalmente libero di creare i propri sensi, significati, scopi e valori nella vita e che dispone in sé, almeno a livello potenziale, la forza necessaria a superare le difficoltà psicologiche-esistenziali-sociali che la sua esistenza nel mondo gli riserva.

E proprio in virtù di questa nuova concezione antropologica, Rogers aggiunge “[…] è la voce dell’uomo soggettivo che parla, e forte, per se stesso. L’uomo si è sentito per molto tempo una marionetta, guidata da forze economiche, da forze inconsce, da forze ambientali. E’ stato fatto schiavo da persone, da istituzioni, dalle teorie della scienza psicologica. Ma è vicino a fare una nuova dichiarazione di indipendenza. Scarta l’alibi della mancanza di libertà. Sta scegliendo se stesso, sta cercando, in un mondo difficilissimo e spesso tragico, di diventare se stesso, non una marionetta, non uno schiavo, non una macchina, ma il proprio sé, unico, individuale” (C.Rogers – opera citata).

Questa concezione di un soggetto attivo, libero, autonomo,responsabile, e corredato delle potenzialità auto direttive necessarie per risolvere i propri problemi dopo averne maturato piena consapevolezza, costituisce dunque l’antropologia che sta alla base di quelle caratteristiche di autonomia, responsabilità e libertà del cliente che sono le fondamenta del Counseling, che non si pone l’obiettivo di fornire soluzioni o consigli direttivi, bensì il suo scopo è quello di porre la persona nelle condizioni dapprima di esaminare la situazione problematica in tutta la sua complessità e quindi di uscirne in maniera autonoma, libera e responsabile.

La condizione affinchè ciò sia possibile passa attraverso la prioritaria capacità, schiettamente umana, relazionale o “artistica” del Counselor, di creare quello che Rogers definiva il “clima” facilitante la relazione o una particolare “atmosfera” empatica che sappiano esaltare la forza tendente al miglioramento e all’autorealizzazione presente, almeno potenzialmente, in ogni persona.

Rogers illustra tale forza con l’espressione “tendenza attualizzante” per esprimere l’idea secondo cui “ogni organismo è determinato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità e il suo arricchimento”. Si tratta di una forza essenzialmente positiva per lo sviluppo di sé e il miglioramento della propria situazione, che non è insita solo negli esseri umani bensì in ogni organismo vivente qualora sia posto nelle giuste condizioni “ambientali”.

Rogers la scopre ad esempio in alcune alghe che riescono a crescere sugli scogli della California, resistendo all’impeto delle onde con la flessibilità del loro fusto. In quelle alghe, come in ogni essere vivente, è riposta una tenace e virulenta volontà di vivere, di conservare e di migliorare l’organismo, e di esplorare l’ambiente al fine di modificarlo in base alle proprie necessità.

L’uomo stesso possiede dunque tale energia o forza personale che lo spinge naturalmente verso ciò che è o considera il suo bene, ovviamente qualora essa non venga ostacolata da impedimenti dell’ambiente esterno o dalla propria interiorità.

Proprio perché ogni individuo ha la tendenza attualizzante alla realizzazione e alla crescita, ed è dotato, almeno in maniera latente, della capacità di comprendere se stesso e delle risorse per uscire dalle situazioni di difficoltà attraverso una auto-risoluzione dei propri problemi , a patto che sia posto nelle condizioniate a favorire tale sviluppo e crescita personale., il primario compito del Counselor consiste proprio nel ri-creare tali condizioni facilitanti il suo sviluppo e la sua crescita personale attraverso la creazione di un ambiente favorevole.

La creazione di un “atmosfera empatica” facilitante la relazione e l’alleanza, che il cliente percepisce e che crea il miglior ambiente possibile per il “setting”, costituisce la quintessenza del counseling rogersiano in quanto permette la realizzazione delle condizioni stesse che danno al cliente la fiducia nelle sue capacità risolutive, e che gli consentono di poter ricorrere alla sua forza motivazionale al fine di dispiegare la sua tendenza alla crescita personale e all’autorealizzaizone.

Scrive ancora Rogers: “Le condizioni che creano questa atmosfera non sono la cultura, la preparazione intellettuale, l’orientamento ideologico o le tecniche del “terapeuta”. Sono sentimenti e atteggiamenti che devono essere vissuti dal counselor e percepiti dal cliente” (C.Rogers – opera citata).

Un altro importante punto di partenza del counseling e soprattutto di quello Rogersiano è quello di essere “centrato sulla persona del cliente”.

In epoca precedente il soggetto da aiutare veniva considerato passivamente come colui che doveva limitarsi ad attendere e ricevere l’aiuto offerto dall’altro, da colui che “sa” come risolvere la situazione problematica alla luce di un certo sapere, trattando quindi la situazione problematica in astratto senza far riferimento al “vissuto esistenziale” del cliente e travisando il fatto che ogni problema di natura psicologico-esistenziale si genera sempre nel contesto di vita di una singola e unica persona che vive in una determinata situazione esistenziale, e che per risolverlo non è sufficiente guardare al problema in sé bensì alle modalità nelle quali è vissuto dalla persona coinvolta nella situazione.

Da ciò consegue che una situazione non è mai “oggettiva” né analizzabile oggettivamente, in quanto è sempre connotata da significati personali e appunto soggettivi attribuiti dal soggetto alla unica e singolare situazione concretamente vissuta.

Alla luce di questo è chiaro che alla base di ogni intervento di counseling deve sempre esserci la capacità dell’operatore di contestualizzare il vissuto del cliente all’interno della situazione vissuta.

Per fare questo è necessario acquisire una facoltà chiamata “flessibilità cognitiva” che induce ad essere “centrato” sulla situazione vissuta dalla persona che richiede il nostro aiuto piuttosto che sul nostro modo di vedere le cose; è la capacità di focalizzare l’attenzione sulle modalità esistenziali attraverso le quali l’altro vive, pensa e sente le cose, le persone, i fatti e i problemi narrati.

Tali fatti sono sempre osservati e vissuti dal punto di vista del cliente e generati dalla sua visione del mondo, la quale determina le modalità stesse di percepire e quindi vivere i fatti e le difficoltà, che assumono un significato particolare a seconda delle proprie esperienze passate, dei propri pensieri, valori ,atteggiamenti ed emozioni, ovvero, ancora dalla propria visione del mondo quale medium tra ciò che siamo e il mondo nel quale viviamo.

E’ necessario quindi che il counselor metta da parte la naturale tendenza a conformare l’esperienza di un’altra persona al proprio modo di pensare e assumere empaticamente il punto di vista dell’altro, il “suo” unico e peculiare modo di vedere i problemi al fine di cogliere i fatti o problemi come strettamente determinati dalle circostanze, situazioni o esperienze individuali come sono interpretate e vissute dal cliente.

Il Counseling è “centrato sul cliente” perché quest’ultimo è considerato realmente come la persona più al corrente del problema, la più informata della situazione e praticamente la sola a sentire il caso in tutta la sua profondità esistenziale; perciò solo lui sa esattamente di che cosa parla.

Essendo l’unico a riconoscere fino in fondo il suo vissuto, deve essere messo nelle condizioni di comprendere la sua unica e singolare situazione di difficoltà al fine di trovare una soluzione o una prospettiva risolutiva in completa autonomia e libertà.

___________________________________________

Per approfondire:

Carl R. Rogers

La terapia centrata sul cliente

Ed Psycho

Il Counseling…. istruzioni per l’uso : dedicato ai “possibili” clienti

counseling snoopy

“..la sofferenza è una specie di bisogno dell’organismo

 di prendere coscienza di uno stato nuovo…” M.Proust

 

Ho deciso di scrivere questo post per informare i “possibili” clienti e tutti coloro che sono incuriositi dal counseling su che cosa esso sia e in quali casi possa essere utile sperimentarlo.

Inoltre penso che in questo preciso momento di grande fermento e confusione sui vari ruoli delle professioni di aiuto, essere ben informati possa contribuire a mantenere adeguatamente alti i livelli delle prestazioni di coloro che offrono con serietà il Counseling.

La maggior parte di noi ha talvolta sperimentato degli eventi e delle sensazioni spiacevoli che sembrano non avere termine, momenti dell’esistenza in cui nessuna soluzione appare all’orizzonte.

A volte sappiamo che i nostri sentimenti sono dovuti a circostanze particolari, come crisi matrimoniali, lutti o malattie, mentre altre volte non abbiamo alcuna idea di ciò che ci fa sentire così in tensione, sfiduciati e perplessi, tutto quello che sappiamo è che la nostra vita è diventata scomoda, difficile o anche apparentemente intollerabile.

Se la nostra ansia diviene troppo grande, possiamo essere spinti a prendere decisioni affrettate, spesso ad esserne dispiaciuti, o ad agire sotto un consiglio che non condividiamo completamente e a dover poi convivere con le conseguenze.

Il Counseling può aiutare le persone a chiarire i loro pensieri e sentimenti, così da giungere a prendere le proprie decisioni o, anche, ad operare grossi cambiamenti nella loro vita.

Si tratta principalmente di una esperienza umana e personale fra due persone. E’ quindi un percorso che richiede impegno di tempo e sforzo da entrambe le parti. Lo scopo è quello di aiutare a trovare le proprie risposte, le proprie risorse momentaneamente seppellite e a divenire più responsabile della propria vita ; il counseling aiuta il cliente a VIVERE la propria vita invece di farsi vivere.

Il Counseling è diverso dagli altri tipi di aiuti in cui si diventa, a volte, oggetto di diagnosi e nei quali viene poi suggerito il comportamento da tenere. Il raggiungimento di un buon obiettivo è alla base dell’intero counseling.

Avere qualcuno che ascolta tutti gli aspetti della nostra situazione, può aiutare a scoprire qualcosa in più di sé. Per esempio la propria forza e la propria debolezza, i propri valori, le priorità, non solo cercando le proprie soluzioni, ma anche realizzandole.

Il Counseling aiuta ad agire per se stessi ad essere pro-attivi nei confronti della propria vita e di conseguenza favorisce e chiarisce anche i rapporti interpersonali.

Può essere utile concepire un percorso di counseling come un’opportunità per imparare ad assumersi dei rischi che, di solito, non siamo in grado di accettare facilmente nella vita di tutti i giorni perché potrebbe essere difficoltoso, strano, se non addirittura incomprensibile.

Qualsiasi tipo di approccio userà il counselor, sarà rispettoso dell’autonomia del cliente, autonomia che dovrà essere la meta per quest’ultimo: essa, infatti, lo renderà capace di fare le sue scelte, di prendere delle decisioni e di metterle in pratica.

Il Counseling non pretende di essere la risposta alle difficoltà umane, ma offre l’opportunità alle persone di esplorare vari modi di vedere la propria vita e conduce verso strade più efficaci per andare avanti.

Un counselor non cercherà di minimizzare i problemi e i disagi e rispetterà qualsiasi sforzo fatto nel tentativo di far funzionare le cose. Inoltre qualunque sia la natura del problema, non verrà dato alcun giudizio e sarà mantenuta un’assoluta confidenzialità.

Quindi: chiunque tu sia, di qualsiasi età, qualsiasi situazione o disagio tu stia affrontando, anche se sei preoccupato, confuso, se devi affrontare un cambiamento inaspettato,una crisi, una difficoltà relazionale, o se vuoi solo fare dei cambiamenti nella tua vita, può esserti utile parlare di queste cose con un operatore “estraneo”, comprensivo e ben preparato.

Un percorso di Counseling è essenzialmente un processo di crescita. Non è compito del counselor far cambiare direttamente il cliente: è il cliente che cercherà di cambiare e di sviluppare se stesso; il ruolo del counselor è quello di agevolare questa evoluzione, non prendendo decisioni al posto del cliente, suggerendo o pilotando il suo cammino, ma aiutando l’individuo ad osservare chiaramente i suoi sentimenti e le sue mete, finchè potrà assumere fiduciosamente l’auto-direzione e , come ha detto Carl Rogers … “e lasciarlo Essere…..”

e quindi ……..

counseling 6 BIS

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: