Sulla consapevolezza dei propri bisogni e desideri ed emozioni… (III parte)

consapevolezza 5

Per quanto riguarda il vivere consapevolmente, tra provare un’emozione e nominarla semplicemente corre un’enorme differenza.

Immaginiamo per esempio un uomo che torni a casa dal lavoro e la moglie gli chiede:” Come stai?” E lui, distrattamente risponda: “Da schifo”. Allora lei, piena di compassione: “Si vede che ti senti uno straccio”. A questo punto l’uomo lascia che le parole della moglie lo raggiungano. Sospira, la tensione comincia a lasciare il suo corpo e con un tono di voce del tutto diverso, quello di una persona che non combatte più i propri sentimenti, ma li riconosce come propri e li accetta comincia a raccontare che cosa lo turba. “Sì”, le dice con una nuova sincerità, “sono di un umore nero”. Adesso sta provando le sue emozioni, non le sta più solo nominando e liquidando con l’espressione sbrigativa “da schifo”. Questo è il primo passo per poterle affrontare e superare.

Alzando il livello di consapevolezza apro la via all’integrazione. Uno dei motivi persone per cui anche molto intelligenti e colte non sanno risolvere i propri problemi personali è che, negando i loro sentimenti e le loro emozioni, rifiutandosi di viverle e accettarle, rendono impossibile alla loro intelligenza di lavorarci sopra per compiere la nuova integrazione necessaria a risolverli.

Se le emozioni sono profondamente represse, prima di essere pienamente vissute, è necessario sbloccarle.

Un primo passo in questa direzione potrebbe essere il seguente esercizio di completamento di una serie di frasi:

  • Mio madre (mio padre) era sempre ….
  • Con mia madre (mio padre) mi sentivo ….
  • Una delle cose che volevo da mia madre (mio padre) e non ho mai avuto è …
  • Ricordo che soffrivo quando …
  • Ricordo che avevo paura quando …
  • Ricordo che mi arrabbiavo quando …
  • Una delle cose che ho imparato a fare per sopravvivere …

Leggendo questa lista una persona potrebbe pensare che aggiungere i finali sia un’impresa ardua. Quando le propongo a volte mi sento chiedere: “Se non me lo ricordo?”. Non è necessario ricordare. Basta aggiungere dei finali che completino grammaticalmente la frase, inventando se occorre, perché la libertà di inventare apre la possibilità di mettere dei finali veri e significativi.

Sempre nell’ambito delle emozioni una valida pratica quotidiana per acquisire consapevolezza è la disciplina della continua osservazione di sé abbinata all’accettazione senza giudizio.

Essa consiste nel contemplare il proprio stato momentaneo, nel notare quanto c’è da notare, senza pretendere che le cose siano diverse da quelle che sono: si tratta solo di essere testimoni consapevoli, senza negare, disconoscere o condannare e intanto continuare a respirare con dolcezza e profondamente.

L’unico desiderio è quello di essere consciamente presenti nel qui e ora.

Per molti non è facile imparare l’arte di mettersi in contatto con le proprie emozioni. I clienti spesso commentano le loro emozioni, le “spiegano”, domandano scusa per esse, cercano di risalire alla loro origine storica e ovviamente rimproverano e mettono in ridicolo se stessi per averle provate, ma trovano estremamente difficile contemplarle.

Quando poi le emozioni con cui lottiamo sono sgradevoli o dolorose, l’impulso è quello di opporci ad esse armando il corpo contro, cosa che in genere serve solo a intensificarle.

E’ un po’ come quando guidiamo una macchina e quella slitta: per riprendere il controllo, dobbiamo resistere all’impulso di girare il volante in direzione opposta allo slittamento e girarlo invece in quella dello slittamento; nello stesso modo chi è colpito da un’emozione molesta deve apprendere l’arte di assecondarla, invece di contrastarla, per riuscire finalmente a dissolverla.

Quando da adulti riusciamo a scavalcare le nostre difese e a rivivere certe emozioni e i ricordi che esse riportano a galla, il risultato può essere, almeno all’inizio, allarmante. Possiamo sentirci assaliti dal terrore, dal dolore e dalla collera. Per rimanere presenti in momenti come questi, per resistere alla tentazione di rifugiarci nuovamente nella non –consapevolezza, occorre molto coraggio.

Tuttavia se rimaniamo presenti e consapevoli avremo modo di crescere imparare. I primi passi sono sempre i più duri. Ma è segno di maturità e saggezza capire che abbiamo il potere di contemplare, astenendoci dal giudicarli, i nostri pensieri, ricordi ed emozioni senza che per questo prendano il sopravvento o ci spingano ad agire in modo autodistruttivo.

Vivere consapevolmente è un atto di amore nei confronti delle nostre possibilità positive. E’ un impegno nei confronti del nostro valore personale e dell’importanza della nostra vita.

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