Il Rispetto: saper vedere, saper ascoltare

RISPETTO

Photo Gregory Colbert©

“Il rispetto… è l’apprezzamento della diversità dell’altra persona, dei modi in cui lui o lei sono unici.” Annie Gottlieb

Tutti noi abbiamo avuto l’esperienza di essere visti per meno di quello che siamo, trattati come se fossimo un’altra persona. Le nostre qualità non sono percepite, ci vengono attribuiti difetti che non abbiamo.

Questo è un fatto molto sgradevole che ci riempie di dubbi, insicurezze, risentimento.

E’ facile che questo accada, perché siamo tutti pigri, e chi ha tempo e voglia di fare lo sforzo necessario per conoscere davvero? Pochi! Molto più facile, invece, etichettare e tutto ciò che è inaspettato e originale non viene considerato, fa perdere troppo tempo.

Ancora peggio, poi, quando non veniamo visti affatto. Veniamo trattati come esseri invisibili, la vita va avanti senza di noi che restiamo ai margini come ombre poco definite.

Proviamo a pensare ora alla circostanza opposta, anche se molto più rara. Qualcuno si prende la briga di trattarci per quello che siamo. Questa persona apprezza il nostro valore, a volte anche più di noi, crede in noi anche quando la nostra autostima vacilla. In quei momenti sentiamo di avere valore proprio per ciò che siamo. Non rimaniamo imprigionati in una percezione depauperata di noi stessi, ma siamo visti e accolti per quello che siamo e per quello che possiamo diventare. Che meraviglia!

Questo è il Rispetto, dal latino re-spicere, vedere di nuovo. Potremmo dire: indugiare un attimo e andare con lo sguardo oltre non fermandosi all’apparenza.

Per vedere a volte basta solo un istante, pochi secondi in cui il nostro sguardo riconosce chi ha di fronte, non come quelle videocamere, spesso installate nei posti pubblici che registrano tutto, ma come un “umanità” che riconosce e onora un’altra “umanità”.

Fra gli abitanti di una regione del Sudafrica, non ci si saluta augurandosi a vicenda il buon giorno, ma dicendo “Sawu Bona”, che vuol dire “Ci sei”. Al che l’altro risponde “Sikhona”, “sono qui”.

Mi sento rispettato se sono visto per quello che sono e che forse potrei essere, per ciò che mi rende unico e originale e se questa parte di me viene ignorata, sono ferito.

Lo psicologo americano Tom Yeomans, allievo di Roberto Assagioli, parla di “ferita dell’anima”, quella che proviamo da bambini quando siamo visti non per quello che siamo, un mare di potenzialità in divenire, ma solo come un bambino capriccioso e difficile, oppure un delizioso soprammobile da esibire, o un possesso di cui vantarsi o ancora una grande rottura di scatole.

Se il vero sé non è visto, siamo feriti e questa ferita ci accompagnerà nell’età adulta. Per essere accettati quindi taglieremo la connessione con la nostra vera anima, iniziando a sopravvivere anziché Vivere.

Questo sguardo attento e profondo che la parola “rispetto” porta con sé non cambia solo chi lo riceve, ma anche chi lo offre. Se ci alleniamo a vedere le persone intorno a noi, riconoscendo le loro potenzialità, magari oscurate da altri aspetti più superficiali meno importanti ma più chiassosi, diventeremo diversi. Perché noi siamo fatti delle nostre percezioni e quello che noi vediamo o presumiamo di vedere giorno dopo giorno, costruisce ciò che siamo. Se la nostra visione è stanca e stantia, e tutto quello che vediamo intorno a noi è una serie di involucri vuoti, finiamo per diventare noi stessi involucri vuoti. Se invece vediamo persone interessanti e speciali, il nostro stesso mondo diventa più stimolante.

Rispetto vuol dire anche “saper ascoltare”. Questo è tutt’altro che facile, soprattutto al giorno d’oggi, nella “società del rumore”; ora più che mai siamo circondati da suoni che ci distraggono e ci disturbano di continuo.

E forse facciamo molto rumore perché non abbiamo voglia di ascoltare; il vero ascolto avviene solo nel silenzio. Un silenzio che non è solo mancanza di frastuono esterno ma soprattutto capacità di zittire le voci interiori che mi distraggono da quello che l’altro di fronte a noi dice.

Spesso ascoltiamo, si apparentemente, in realtà nella nostra mente si fanno strada idee, parole, immagini, un incessante lavorio che non aspetta altro di venire fuori, presi come siamo dalla libidine della parola e allora l’ascolto si perde interrotto da questa competizione nascosta.

L’ascolto poi non richiede solo il silenzio, vuole anche la capacità di sentire non soltanto quello che viene detto ma anche come viene detto. Spesso il contenuto non è così importante, può contare molto di più il tono. Questo è quell’ascolto profondo che ci fa sentire rispettati.

Ascolto che ci fa sentire il grido dell’anima di chi mi sta davanti per mezzo del quale dico all’altro: “tutto quello che dici ha un valore per me”.

Tutto ciò detto fin qui si potrebbe anche riassumere in: il rispetto vuol dire dare agli altri lo spazio a cui hanno diritto.

Perché spesso questo spazio non lo diamo. Anzitutto giudichiamo. Spesso giudici affrettati e parziali che arrivano presto alla conclusione e senza magari dire nulla, formuliamo dentro di noi un giudizio su chi ci sta di fronte “E’ simpatico, ma presuntuoso”, “Sembra gentile ma non c’è da fidarsi” etc…..

Giudicare non costa nulla, è facilissimo. Non solo: ci dà sia un senso di superiorità, perché se giudichiamo ci mettiamo al di sopra di chi stiamo giudicando. E ancora, spesso dopo il giudizio ci viene il desiderio di controllo: vogliamo dare un consiglio, dirgli come fare, organizzare la sua vita, salvarlo.

Saper lasciare all’altro il suo spazio è un beneficio inestimabile concedendogli la possibilità di essere ciò che è e ciò che vuole essere. Senza circondarlo, neppure nella nostra mente, di giudizi, consigli, pressioni, speranze. Lasciarlo libero avendo fiducia della sua capacità di inventare il proprio destino. Questo è il rispetto che vorremmo ricevere, questo è il rispetto che possiamo imparare ad offrire.

Liberamente tratto da:

P.Ferrucci – La forza della gentilezza – Ed. Mondadori

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