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Sui lamenti …..proiezioni, reazioni e insoddisfazioni

 bambino che piange 1

Perché, pur in assenza di conclamate cause esterne o interne che producano in noi dolore psicofisico d’intensità superiore alla nostra soglia di sopportazione, tuttavia non riusciamo a resistere alla tentazione della lamentazione?

Per cercare di proporre una risposta semplice a questa domanda complessa potremmo prendere a prestito le teorie dell’Analisi Transazionale dicendo che ci lamentiamo per la nostra incapacità a controllare e contenere il Bambino piagnucoloso che è in noi.

Ma se davvero fosse totalmente così, la risposta conterrebbe anche una corrispondente prospettiva evolutiva e risolutiva.

Proprio la capacità di controllare, contenere e guidare quello stesso Bambino piagnucoloso potrebbe infatti essere appresa per essere poi spesa ogniqualvolta ci troviamo di fronte a dei lamenti. Ciascuno di noi, quindi, potrebbe dedicarsi all’apprendimento di quella competenza grazie alla quale, come dice Berne “l’Adulto “mantiene il controllo del comportamento nelle relazioni con gli altri che potrebbero, consciamente o inconsciamente, tentare di attivare il suo Bambino o Genitore” (Eric Berne “Analisi Transazionale” – Ed.Astrolabio)

E l’Adulto mantiene il controllo del comportamento quando per esempio tu mi provochi, mi sfidi, ovvero il Genitore critico o il Bambino piagnucoloso che sono in te cercano di attivare il Genitore critico o il Bambino piagnucoloso che sono in me, mentre io evito di accogliere la provocazione, lascio cadere la sfida, attivando in me soltanto l’Adulto.

Questo quindi significa che dobbiamo esclusivamente identificarci con l’Adulto che è in noi? No. Come precisa Berne infatti “ciò non significa che soltanto l’Adulto sia attivo nelle situazioni sociali, ma che è l’Adulto a decidere se e quando lasciare libero il Bambino o il Genitore e quando riassumere il controllo” (Berne, Op.citata)

Proiettare sugli altri e attribuire loro intenzioni persecutorie nei nostri confronti senza tuttavia verificare mai l’effettiva presenza di simili intenzioni, può essere il sintomo di psicopatologie gravi: la classica paranoia e i disturbi paranoidi ad essa connessi.

Tuttavia, anche in assenza di conclamate patologie, la diffusione inconsapevole di questa attività proiettiva è sicuramente molto frequente ed è anche all’origine di molte o forse di tutte le lamentazioni possibili.

Un esempio fra tutti, quello riportato da Paul Watzlawick “la Storia del martello” . “ un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui e di farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: “e se il mio vicino non me lo vuole restare? Già ….. ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l’ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l’esistenza agli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui solo perché possiede un martello. Adesso basta!”. E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e prima ancora che questo abbia il tempo di dire: “Buongiorno”, gli grida: “si tenga pure il suo martello, villano!”

Quando ci lamentiamo di qualcuno lo facciamo perché egli ci perseguita, ci ostacola, ci invidia, ci ha preso di mira, non ci capisce, non collabora, non si fida … oppure perché noi siamo convinti che così sia e di conseguenza gli attribuiamo queste cattive intenzioni???

In questo caso, in assenza di verifiche dirette, potremmo scoprire oppure potremmo anche non scoprirlo mai, e questo sarebbe anche peggio, che in realtà quelle nostre convinzioni negative, quelle nostre attribuzioni, erano del tutto prive di fondamento.

Bisogna allora riconoscere che ogni proiezione ed ogni attribuzione non verificata ci solleva sì dalla responsabilità di cercare una soluzione positiva alle difficoltà in cui ci stiamo trovando, ma quelle stesse proiezioni ci inducono o ci condannano anche a vivere di lamenti.

Anche nel caso in cui non si trattasse di proiezioni, poiché il fondamento delle nostre convinzioni negative è stato verificato, siamo proprio sicuri che lamentarci della collega, del capo, del fidanzato geloso o del vicino di casa, sia l’unica e migliore iniziativa possibile?

Non sarebbe meglio, di fronte ai loro attacchi, ridimensionarli, senza tuttavia fingerli di non vederli, sdrammatizzarli, senza tuttavia banalizzarli e ironizzare, senza tuttavia svalutare le persone, per riuscire poi, magari anche in loro compagnia , a farci …. una bella risata ????

Reagisco quando lascio che prevalgano dentro di me, e quindi di esprimano senza alcun controllo, i miei impulsi. Di conseguenza può sembrare che ogni reazione, e quindi anche ogni lamentazione, proprio in quanto trova nell’istinto e nell’impulso la propria legittimazione, non solo sia naturale e quindi “sana”, ma sia anche utile e quindi vantaggiosa.

Come si usa dire: “quando ce vò, ce vò!”.

Sul fronte opposto rispetto a istinto e impulso, c’è ragione e intelligenza. Queste assicurano sì saggezza a chi le sa utilizzare in modo appropriato ma si rivelano impotenti di fronte all’emergenza delle reazioni impulsive ed istintive.

A questo proposito può venirci in aiuto l’ Intelligenza Emotiva che può essere definita proprio come la capacità non soltanto di controllare, ma soprattutto di gestire, guidare e governare istinti, impulsi ed emozioni, invece di esserne controllati e dominati.

Creare e ricreare equilibrio in questo rapporto, ottimizzandolo e migliorandolo continuamente, è la condizione per riuscire a reagire di meno, attraverso lamentazioni e recriminazioni tendenzialmente auto-distruttive, per agire di più, attraverso comportamenti realisticamente finalizzati ad una soddisfacente affermazione di sé.

L’insoddisfazione, bruciante e immediata o latente e ritardata, è infatti il risultato, più probabile che riesce a conseguire chi, passando da una reazione all’altra, nel lavoro come in amore come nella vita, non sa rinunciare all’onnipotente impulso infantile che si riassume nell’alternativa: “o tutto o niente”.

Tra il “tutto o niente” ci sono infatti sempre il qualcosa, il poco, il molto, in altre parole “la giusta misura”, che, adeguatamente apprezzata, può non solo fare evaporare il combustibile di ogni possibile lamentazione, ma anche offrire la miscela più appropriata per produrre, perfino nei contesti meno favorevoli, ogni possibile soddisfazione ….

Quello che ci impedisce di accettare ciò che è

genitore che sgrida

 

Fin dal momento in cui apre gli occhi sul mondo che lo circonda, il bambino inizia ad essere condizionato. Entra in contatto con una realtà: l’ambiente. Con rapporti privilegiati: la famiglia. Con suoni, odori, colori, emozioni.

Fin dal momento in cui capisce le parole, memorizza ordini: “No così!”, “Attento che cadi!”, “Così va bene , continua”, “Cattivo!”, “Bravo!”.

Poco a poco il suo mondo prende forma; il bene e il male, il vero e il falso, il bello e il brutto, i valori importanti e quelli da rifiutare, quello che è desiderabile , quello che non lo è ….

Gli viene così comunicata la “realtà”, filtrata dalla percezione e dall’interpretazione di chi lo circonda. Talvolta il bambino si rende conto che qualcosa non va, che quanto vede e ascolta o prova non coincide davvero con ciò che gli viene descritto. Nella maggior parte dei casi, però, accetta l’interpretazione che gli viene trasmessa e non osa dire nulla.

Pertanto, crescendo questa persona si aspetterà che la realtà incontrata coincida con quella che gli è stata descritta. Quando poi si accorgerà che così non è, sceglierà forse di prendersela con la vita, con gli altri, con se stesso per aver “ricevuto” qualcosa di diverso da quanto si aspettava.

Molte sono le credenze errate, tanti i miti cui siamo legati e che ci impediscono di vivere bene.

Una di queste è la credenza secondo cui “i miei genitori avrebbero dovuto darmi quello che i genitori devono dare”: amore, stabilità, norme, valori, formazione e tante altre cose. Dal momento che, “da come la vedo io”, così non è stato, ho il diritto di comportarmi da vittima, di portare loro rancore, di rinunciare a comportarmi da essere umano responsabile.

Accettare quello che è significa tener conto di quello che i miei genitori hanno ricevuto, quello di cui loro stessi sono stati privati. Significa inoltre mettere in evidenza quello che mi hanno dato e magari anche quello che mi hanno permesso di superare a causa delle mancanze che avverto.

Questo mito è simile a quello che consiste nel non accettare le sofferenze o le frustrazioni della vita, con la scusa che devo essere felice, che le sventure a me non devono capitare!

Le grandi teorie psicologiche hanno tentato di identificare e dare un  nome a queste credenze errate che impediscono agli uomini di vedere la realtà. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, ha evidenziato cinque credenze errate che funzionano come lenti deformanti davanti alla realtà, producendo illusioni e sofferenza. Credenze instillate da quelle famose ingiunzioni verbali o non verbali a cui siamo sottoposti da bambini e che saranno poi la causa delle nostre decisioni di “copione”.

E’ necessario compiacere gli altri, indipendentemente da quanto avvertiamo. Sulla base di questa credenza numerose persone, soprattutto noi donne, immaginano che essendo “sempre disponibili”, ignorando i propri bisogni e le proprie sensazioni saranno amate e ricercate.

Vivere con questa convinzione significa negare la realtà, vuol dire attrarre a sé soprattutto individui egocentrici che vogliono essere serviti e accuditi.

Accettare la realtà,significa essere consapevoli che ciascuno è necessario si assuma la responsabilità della propria vita e che ogni essere umano possiede bisogni, sensazioni, desideri che non ha soltanto il diritto, ma anche il dovere di prendere in considerazione.

Bisogna essere perfetti, tutto quello che facciamo deve essere perfetto. Non è possibile commettere errori, bisogna onorare ogni impegno indipendentemente da quanto ci costa, occorre rispettare le scadenze e dare sempre il meglio con poco.

Anche in questo caso obbedire a queste credenze errate vuol dire vivere nell’illusione, crearsi un momento irreale, generare reazioni di stress che alimentano l’ipertensione, l’emicrania e le ulcere gastriche, per non parlare dei problemi interpersonali.

Accettare quello che è significa ammettere che essere “umani” equivale ad essere fallibili, avere limiti di tempo e di forza. Significa osare dire: “Mi sono sbagliata!” , “Non ce la farò per quella data ..”.

E’ necessario essere sempre forti, non mostrare le proprie debolezze, non chiedere nulla agli altri e cavarsela da soli. Gli esseri umani sono interdipendenti, hanno bisogno gli uni degli altri: “Nessun uomo è un’isola” scrive il poeta John Donne.

Essere forti significa accettare di essere quello che si è, con i propri punti di forza e le proprie debolezze, le proprie competenze e le proprie ignoranze. Forse, da piccoli le circostanze si sono rivelate faticose e non è stato possibile are affidamento su genitori adeguati. Una volta adulto, l’essere umano può scegliere. Può imparare a chiedere aiuto. Può anche imparare a vedere ed accettare ciò che è, anziché quello che erroneamente crede debbano essere le cose.

E’ necessario sbrigarci, non c’è tempo da perdere! Quanto stress inutile per chi ha maturato questa credenza. In realtà sono ben poche le situazioni che ci impongono di essere tesi e di spaccare il minuto. E’ quasi sempre possibile organizzarsi, pianificare in modo da avere tempo a sufficienza per raggiungere i propri obiettivi rimanendo rilassati. Accettare questo vuol dire accettare che ogni giornata sia fatta solo di ventiquattro ore e che il ritmo della vita non ci guadagna nulla ad essere frenetico.

E’ necessario compiere sforzi enormi per vivere in maniera decente.

Chi si nutre di questa convinzione si impegna assai più del necessario. Immagina un mondo fittizio che dovrebbe scaturire dai suoi sforzi. Accettando di vedere e di capire ciò che è, accettando la realtà diventa possibile valutare oggettivamente l’esito delle proprie fatiche e il modo in cui modificare le proprie strategie.

Accettare quello che è, allentare la presa sulle credenze errate e sui miti inutili rappresenta la maggior sfida della nostra esistenza …..

 

Ascoltare se stessi, per ascoltare meglio …

ASCOLTARSI

Gran parte dell’efficacia dell’ascolto deriva, oltreché dal sapere utilizzare le tecniche proprie dell’ascolto, dalla motivazione all’ascolto che abbiamo nei singoli contesti.

La motivazione all’ascolto è determinata essenzialmente dall’autostima e dalla considerazione che abbiamo dei soggetti coinvolti nella situazione secondo la logica del: “io sono OK – tu sei OK” ( nell’Analisi Transazionale le posizioni esistenziali”)

La consapevolezza di sé cresce gradualmente imparando a conoscere come parliamo a noi stessi, come si svolge il nostro dialogo interno. Se il dialogo interno è di carattere negativo ed è divenuto un “abito mentale”, le sue risposte si traducono in comportamenti non produttivi, difensivi, circoli viziosi, stress e soprattutto il livello di autostima diminuisce.

E’ importante ascoltarsi senza giudicarsi, essere i migliori amici di se stessi invece di essere i “peggiori nemici”. Capire quali credenze ci guidano o addirittura vivono la nostra vita. Ricordandoci che “nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso!”.

Spesso, quando si diventa coscienti di come si parla a se stessi, si è colpiti dal tono negativo del proprio dialogo interiore. Queste reazioni automatiche possono essere causa di comportamenti non produttivi che sfociano in chiusura, difesa, stress e poca determinazione. E’ difficile capire gli altri fino a quando non impariamo ad ascoltarci efficacemente.

Vivere con consapevolezza significa instaurare un accordo tra i nostri valori e i nostri obiettivi, agire in equilibrio con quello che siamo riconoscendo la propria specificità e autenticità.

La consapevolezza può portare alla com-prensione delle convinzioni sulle quali ci si basa per vivere.

Queste convinzioni possono sfociare nel pensiero che forze esterne controllano la nostra vita e che non siamo padroni di ciò che facciamo e proviamo.

Identificando i dialoghi interni non produttivi, possiamo riesaminare la convinzione che causa quel processo di pensiero.

Questo autoesame ci permette di imparare quando un determinato processo di pensiero è utile e quando è disfunzionale.

Nella vita noi formuliamo molto presto delle convinzioni che influenzano tutto il nostro comportamento e anche come ci parliamo internamento.

Ciascuno di noi per sentirsi OK mette in atto degli espedienti, chiamati in Analisi Transazionale “copioni”, “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante la prima infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e che culmina con una scelta determinante”, che ci permettono di affrontare le difficoltà e i problemi di adattamento all’ambiente.

Alla base dei copioni ci sono gli “imperativi” calati nella nostra coscienza come eco delle “ingiunzioni” ricevute dai nostri genitori o educatori, che se da un lato sono funzionali alla nostra efficacia, dall’altro hanno aspetti negativi che ci allontanano dall’ascolto di noi stessi….

IMPERATIVO: SII PERFETTO!!

CARATTERISTICHE: Persone che hanno bisogno di sapere e controllare tutto. Temono la delega. Tendono ad essere sopraffatti dai particolari. Prendere una decisione risulta molto difficile.

ASPETTI POSITIVI: Senso dell’organizzazione

ASPETTI NEGATIVI: Perfezionista ad oltranza. Problemi nella decisione. paura di lasciarsi sfuggire un particolare che possa compromettere la completa conoscenza dell’argomento

ASCOLTIAMOCI: Non si può riuscire a fare tutto, né tanto meno al primo tentativo: accettiamo i nostri limiti. Accettiamo gli errori, possono essere fonte di insegnamento.

IMPERATIVO: SII FORTE!!

CARATTERISTICHE: Soggetti addetti all’arte di arrangiarsi, sta a loro individuare da soli la soluzione. Non si fanno condizionare dagli altri né dalle proprie emozioni.

ASPETTI POSITIVI: Tenacia , affidabilità e resistenza

ASPETTI NEGATIVI: Freddi, distaccati, controllati. Parlano delle emozioni ma non le esternano mai. Perenne lotta tra la “forza” e la “debolezza”

ASCOLTIAMOCI: le emozioni fanno parte della nostra vita. Rappresentano il motore della nostra attività e della nostra efficacia.

IMPERATIVO: SBRIGATI!!

CARATTERISTICHE: Persone che non hanno mai tempo. Hanno sempre qualcosa da fare e più sono sotto pressione più hanno l’impressione che le loro azioni siano utili e legittime. La fretta e i lavori all’ultimo minuto li stimolano moltissimo

ASPETTI POSITIVI: Velocità ed efficacia. Capacità di partire da capo di fronte all’imprevisto.

ASPETTI NEGATIVI: Bisogno di essere precipitosi per sentirsi gratificati. Ridursi all’ultimo momento.

ASCOLTIAMOCI: Abbiamo bisogno di tempo per decidere da soli i nostri obiettivi e portarli a termine solo così potremmo ottimizzare la nostra energia e la nostra efficacia. Abbiamo il diritto di non metterci sotto pressione!

IMPERATIVO: CERCA DI PIACERMI!!

CARATTERISTICHE: Persone che non trovano mai il coraggio di dire di “No”. A loro piace sentirsi amate, coccolate e sono propense a soddisfare le richieste che vengono loro rivolte.

ASPETTI POSITIVI: Flessibilità Capacità di adattamento

ASPETTI NEGATIVI: Dire di “Sì” quando si pensa il contrario. Non riuscire a manifestare chiaramente le proprie intenzioni.

ASCOLTIAMOCI: Solo concentrandoci sui nostri obiettivi potremo migliorare. Rispettiamoli!! Rispettiamoci!! Impariamo a dire di “NO!”

IMPERATIVO: SFORZATI!!

CARATTERISTICHE: Persone che continuano a provare. La vita è dura e difficile e ognuno deve farsi coraggio perché deve lottare e lavorare sodo per emergere.

ASPETTI POSITIVI: Costanza Testardaggine

ASPETTI NEGATIVI: Credere che se una cosa non è difficile non è importante

ASCOLTIAMOCI:Possiamo riuscire anche senza distruggerci! Rispettiamo i nostri ritmi personali e i nostri bisogni

La caccia è aperta…. Quale è il prossimo????

Copioni esistenziali…cambiamento e.. ArtCounseling

MASCHERA 2

Tutto il mondo è un palcoscenico
e tutti gli uomini non sono che attori,
essi entrano ed escono;
ed ogni uomo, nel suo tempo, recita molte parti.
(W.Shakespeare).

Quante volte nella nostra vita di bambini siamo stati attaccati da frasi killer del tipo: ” stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, stai zitto, chiedi scusa, saluta, non disturbare, non correre, non stai mai attento, non sei capace, sei troppo piccolo, ormai sei grande, vai a letto, ho da fare, gioca per conto tuo,  non si parla con la bocca piena”; quante volte invece avremmo voluto sentirci dire: “ti amo, sono felice di averti, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, raccontami, che cosa hai provato, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, che cosa ti ha fatto arrabbiare,  ho fiducia in te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti,  mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato”
Ecco che le fondamenta della nostra autostima vengono minate, e proprio all’inizio della costruzione di sè. Il lungo viaggio verso l’autonomia, l’autorealizzazione e quindi il ben-essere non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte, ma piuttosto un obiettivo verso il quale tendere e che coinvolge sempre l’individuo insieme  con l’ambiente di cui esso fa parte. Il “non sentirsi OK” proprio all’inizio del percorso porta all’introiezione di un copione disfunzionale di malessere cronico e fallimento che castra la crescita verso l’autonomia rendendoci depressi, passivi, continuamente richiedenti e bisognosi di un costante appoggio e di conseguenza rafforzando la nostra percezione di “non essere OK” e quindi non volersi bene, non accettarsi sono tutti sentimenti che provocano una profonda ambivalenza nelle relazioni con l’ambiente tra paura dell’esposizione e desiderio dell’accettazione generando comportamenti e poi stati di solitudine cronica.
Il copione esistenziale è stato definito da Berne, padre dell’Analisi Transazionale , “un piano di vita inconscio che si basa su di una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori (attraverso messaggi verbali e non verbali) , giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta decisiva”.
Ciascuno di noi recita sul palcoscenico della vita un dramma che ha un inizio, un punto di mezzo ed una fine. All’età di circa quattro anni, le parti essenziali della trama sono già decise. A sette anni la storia è completata nei dettagli principali. Nella pre-adolescenza si dà qualche ritocco e si aggiusta qualche particolare. Durante l’adolescenza si rivede il copione e lo si aggiorna con aderenza alla realtà del momento.
Le nostre prime decisioni sono quelle più profonde ed immutabili e determinano in maniera fondamentale l’assunzione del ruolo con cui ognuno di noi poi recita la sua parte sulla scena del mondo.
Come in ogni recita c’è chi fa il buono e chi il cattivo; come nei film western c’è chi vince e chi perde. Così nella vita ci sono i principi e i ranocchi come nelle fiabe. Ci sono gli scudieri che ce la mettono tutta, non per vincere, ma con la speranza di restare in pareggio. Con i copioni si assumono ruoli e comportamenti che ci distinguono come: La Buona Madre di Famiglia, La Brava Moglie; La Maestra; La Strega; L’Infermiera; L’Ape Regina; Il Bravo Papà; Il Play Boy; Il Povero Me; ecc.
“Il nostro copione è dunque quell’unico modo di esprimerci con cui tendiamo a recitare la nostra vita e anche se tale modalità non è necessariamente negativa, sarà comunque, per ogni individuo, un impoverimento rispetto alle sue potenzialità inutilizzate. Ogni uomo, inteso nella realizzazione più piena, è infatti portato ad evolversi nell’arco della propria vita, e perciò ogni limitazione o ripetitività non è altro che ostacolo e gabbia che blocca e distorce il suo intrinseco bisogno di crescita” (Isabella Piombo, Artiterapie 1995)
Quando le decisioni di copione permettono di affrontare bene la realtà, si ha un copione costruttivo detto vincente, cioè un piano di vita che prevede un tornaconto appagante e consente alla persona di ottenere gli scopi che dichiara. Quando, invece, le decisioni di copione non aiutano a gestire efficacemente la realtà il copione diventa perdente, cioè un piano di vita che prevede un tornaconto doloroso e comporta per la persona l’impossibilità di realizzare gli scopi che dichiara, restringendo le sue possibilità di scelta in comportamenti autolimitanti e improduttivi.
E’ necessario sapere, però, che ognuno può cambiare il suo copione, esso non è una condanna a vita senza possibilità di indulto, basta VOLERLO! E’ la consapevolezza dei bisogni unita alla “tendenza attualizzante”, connaturata ad ogni individuo e suo inalienabile patrimonio personale che ci permette di esplorare in maniera creativa nuove possibilità di esistenza . Bisogna attivare le spinte vitali seguendo il principio di preferenzialità, da opporre alle introiezioni ambientali, senza però cadere nella trappola illusoria dell’Essere Perfetto: il limite umano esiste e non vi è altra possibilità che conoscerlo ed accettarlo. Il grande paradosso del cambiamento è diventare quello che si è! Essere calati in un continuum di consapevolezza nel “qui e ora” e responsabili delle proprie azioni si traduce nel vivere l’esperienza attimo dopo attimo, nella sua interezza, senza evitamenti e distrazioni che da un lato ci proteggono da dolori e paure e dall’altro ci allontanano dal nostro stesso essere.
Gli esistenzialisti ritengono che noi siamo ciò che stiamo diventando; sebbene siamo largamente il prodotto delle esperienze passate, che hanno contribuito in maniera così massiccia al formarsi del nostro copione di vita, non siamo prodotti finiti, abbiamo una piccola e preziosa area di libero arbitrio: POSSIAMO FARE SCELTE!
Restando in pieno contatto con pensieri, emozioni e sensazioni si scopre che è impossibile trattenerli: la vita è un continuo fluire di immagini che richiamano la nostra attenzione e si staccano dallo sfondo chiedendo soddisfazione a determinati bisogni e desideri che, se ascoltati, si dissolvono da soli e dal vuoto che resta emergono nuove esperienze e nuove possibilità.
È ovvio quindi che quando la consapevolezza scorre in maniera fluida i nodi si sciolgono: non c’è patologia. Se invece il processo si interrompe e subentra la fissazione ad alcune limitate esperienze, oppure gli stimoli si affollano nella coscienza e si confondono l’uno nell’altro senza trovare uno spazio di esistenza propria, allora si formano impasse paralizzanti. Viviamo stati di malessere ed entriamo nella patologia. La saggezza naturale si interrompe e la salute mentale, che appare e prende forma proprio in quel libero fluire, viene sostituita da fissazioni a stati emozionali e a nuclei cognitivi che si ripropongono in maniera stereotipata e ripetitiva, strutture rigide, sempre uguali a sé stesse, nelle quali ci identifichiamo. Ecco quindi l’importanza dell’attenzione costante al nostro sentire per interrompere i copioni comportamentali usati e ripetitivi. Non appena, infatti, l’attenzione viene diretta verso la consapevolezza dell’azione, del pensiero, delle intenzioni e dei desideri , le persone recuperano la loro “presenza nel mondo” che rende di nuovo possibile assunzione di responsabilità e scelte personali.
Il disagio esistenziale che un copione disfunzionale porta con sé, interrompe un progetto di vita, deviandolo, sconvolgendolo. Il malessere interiore, il turbamento psichico può ridisegnare una condizione di progettualità esistenziale, ponendo l’individuo in una situazione di crisi, quale occasione di evoluzione, di cambiamento, di nuova e diversa ritrascrizione esistenziale.
In questi momenti di inquietudine in cui si comincia ad avere consapevolezza della necessità di un cambiamento ma non si sa “che pesci pigliare”, un valido aiuto può essere dato dall’intraprendere un percorso di Counseling Espressivo una modalità di intervento che integra le abilità  proprie del Counseling con le tecniche  artistico – espressive, fornendo uno strumento operativo per il raggiungimento e lo sviluppo di un Ben-Essere fisico, psichico e sociale.
Trattandosi di una esperienza che coinvolge la globalità della persona a livello sensoriale, emotivo, cognitivo permette la costruzione di nuove strutture psichiche e la sperimentazione di nuove modalità procedurali, simboliche e relazionali atte a favorire il cambiamento.
Esso, inoltre,  può rappresentare un  “contenitore emotivo”  dove trovano spazio le emozioni che causano disagio, tensione, disorientameto, passività o aggressività. Nelle molteplici forme dell’ArtCounseling sussiste una grande potenzialità nell’esprimere emotività nel far trapelare sentimenti che spesso non si vogliono esternare verbalmente. Immergendoci nel nostro atto creativo abbassiamo le resistenze e le censure di quella parte cosciente di noi che ci “critica” e ci “giudica”, facilitando il contatto con il nostro sé più intimo.
Il percorso di Counseling Espressivo è, insieme, libertà di esprimere contenuti personali, di costruire o realizzare qualcosa di esteticamente bello in un itinerario finalizzato al piacere dell’espressione creativa. I processi creativi sono una fonte di benessere e di salute per ogni singolo individuo, attraverso un’attivazione dei propri processi di conoscenza e di creatività. Dall’elaborazione creativa scaturisce il prodotto artistico che determina un processo di cambiamento in ogni persona che immagina, che scrive, che suona, che danza. Le polimorfe sfaccettature creative ci consentono infine di evidenziare il proprio presente esperienziale, riflettendo nella propria vita quel ritmo del rituale catartico implicito nelle fasi della creazione: dalla creatività, alla creazione… per ritornare finalmente “al punto di partenza, e per la prima volta conoscere quel luogo”.

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