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Il bene di vivere

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“Tu crei le tue opportunità dalle stesse materie prime

da cui altre persone creano le proprie sconfitte …” F.Vargas

Una volta trasportavo il mio aratro e camminavo. Eliminavo le tracce di sentieri che avevano una fine, mentre ora apro sentieri lunghi come l’aria e la terra, trasformando i miei passi in amici.

Le macerie non sono più i miei intercessori.

Gli elogi funebri erano i miei modelli, annientavo e attendevo chi mi avrebbe annientato.

Ero dispersa, non c’era  nulla che si univa a me. Dove ero stata? Quale luce piangeva sotto le mie ciglia? Dove ero stata? Come potevo fare vedere la mia anima agli altri?

Avevo bisogno di una scossa fuori dall’ordinaria percezione, un elettroshock dell’anima che aprisse il mio mondo interiore per farmi ritrovare la via di casa.

Ho ripreso in mano il timone: anni di dolore e sofferenza, di cadute e risalite, di luce e impenetrabile buio per arrivare ad essere ME STESSA e non più un animale impaurito ossessionato solo alla sopravvivenza e alla fuga.

Ora cerco ogni giorno la meraviglia, lo stupore, l’incanto, la nascita, la bellezza portata dall’entusiasmo e dalla passione  per il “bene di vivere”.

Ogni giorno mi piace imparare cose nuove , sensi attenti pronti a recepire tutto, sono affamata di vita.

Ascoltare, guardare, andare alla radice delle cose. Semplificare lo sguardo per distillare e pulire i pensieri dalle scorie di antiche fissazioni.

Ho scoperto il lato buono della vita che a volte può anche confondersi con quello più difficile e periglioso.

Mi sono lasciata andare al suo flusso, nuotando non più controcorrente ma seguendo il saggio alternarsi delle maree, abbandonandomi al loro dolce movimento.

E via via tutto si è acquietato, il respiro ampio e regolare ha trasformato il subbuglio del mio cuore in un suono piacevole che ha segnato i miei passi verso nuovi sentieri. L’importanza di arrivare ha lasciato il posto al godere di ogni momento, anche se questo allunga il tempo e rallenta il cammino.

Il mio bene di vivere è l’aver ritrovato la fiducia delle mie capacità di fronteggiare tutto ciò che troverò lungo la mia strada. Curiosa e aperta verso ogni esperienza come un esploratore, entusiasta per ogni nuova scoperta.

Accettare i pieni e ascoltandomi nei vuoti seguendone il ritmo ….

Inspirare profondamente tutto quello che la vita pone sul mio cammino, perle di una collana chiamata esperienza …

Espirare lentamente trasformando le esperienze in capolavori …. I miei capolavori ….

“ la vita non è che la continua meraviglia di esistere ….” R.Tagore

Le “vie dei Canti”

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“Per gli aborigeni australiani, la loro terra era tutta segnata da un intrecciarsi di “Vie dei Canti” o “Piste del Sogno”, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi.

La filosofia degli aborigeni era legata alla terra. Era la terra che dava vita all’uomo; gli dava nutrimento, il linguaggio e l’intelligenza, e quando lui moriva se lo riprendeva…

Ferire la terra è ferire te stesso, e se altri feriscono la terra, feriscono te. Il paese deve rimanere intatto, com’era al Tempo del Sogno, quando gli Antenati con il loro canto crearono il mondo…..

Si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e note musicali, e che queste Piste del Sogno fossero rimaste sulla terra come “vie” di comunicazione tra le tribù lontane.

Un canto faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre dove trovare la strada….

Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, erano stati poeti nel significato originario di “poiesis”, e cioè “creazione”.

Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota e così ricreava il Creato.

Gli Aborigeni non credevano all’esistenza del paese finchè non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finchè gli Antenati non lo avevano cantato.

Quindi la terra deve prima esistere come concetto.

Qual’ è la natura dell’inquietudine umana?

In una delle sue pensèes più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l’incapacità di starsene tranquilli in una stanza. Perché domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio in mare? O vivere in un’altra città, o andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccare teste? Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto ne trovò una ottima: cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale; così infelice che, se ci concentriamo su di essa, nulla può consolarci.

Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione, dice Pascal, ed è lo svago: eppure proprio questa è la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi….. Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la nostra smania di nuovo, era, in sostanza, un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno? Tutti i grandi maestri hanno predicato che in origine l’Uomo “peregrinava per il deserto arido e infuocato di questo mondo” e che per riscoprire la sua umanità egli deve liberarsi dai legami e mettersi in cammino…..”

Bruce Chatwin – Le Vie dei Canti

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Liberarsi dai legami, dalle zavorre, dai pesi e mettersi in cammino …..

L’obiettivo??? … il percorso …. diventare “quello che si è” è difficile … permettersi di esporre la nostra vera natura? .. spesso impensabile ….

“e se non piaccio??” …. rischiare di andare incontro al rifiuto? ….. troppo spaventevole…

Tuttavia dentro di noi vive l’archetipo del Cercatore, dell’Eroe in viaggio verso la sua Itaca … l’esplorazione è un istinto primordiale e porta con sè l’inquietudine della meta e allora si prova a cercare fuori quello che è già tutto dentro di noi ….

Voler essere ciò che crediamo che gli altri si aspettino da noi, ci impedisce di essere noi stessi … ci blocca nel cammino, ci fossilizza, ci pietrifica …

Ritorniamo alla Terra … alla Nostra Terra …. celebriamoci .. congratuliamoci per i semi che germogliano … diamoci acqua, nutrimento, ri-conosciamoci e amiamoci ….

Seguiamo il battito del nostro cuore … è il suo canto che ci riporterà a casa …….

Mi piacerebbe essere

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Una sera, moltissimo tempo fa, Dio convocò una riunione, alla quale invitò un esemplare di ogni specie.

Una volta radunati, e dopo aver ascoltato molte lamentele, Dio pose a ciascuno uno semplice domanda: “Che cosa ti piacerebbe essere?”.

Ognuno rispose sinceramente e con il cuore in mano.

La giraffa disse che le sarebbe piaciuto essere un panda.

L’elefante chiese di essere una zanzara.

L’aquila un serpente.

La lepre avrebbe voluto essere una tartaruga, e la tartaruga una rondine.

Il leone pregò di essere un gatto.

Il cavallo un’orchidea.

E la balena domandò di poter diventare un tordo….

Venne infine il turno dell’uomo, che per caso avrebbe percorso il cammino della verità.

Fece una pausa e , in un istante di saggezza, esclamò:

“Signore, io vorrei essere …. Felice!!!”

Vivi Garcia

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E’ questa la ricerca che impegna l’uomo fin dalla notte dei tempi: trovare la Felicità. Pensando, spesso, che questa sia un tesoro uguale per tutti e che una volta posseduto sia per sempre.

NON ESISTE UNA FORMULA DELLA FELICITA’ e soprattutto non dovremmo perdere inutile tempo a cercarla ma dedicarci piuttosto con forza e tenacia a scoprire quello che ci impedisce di essere felici. Dopo tutto cosa altro sono i problemi se non ostacoli e barriere al nostro cammino verso la realizzazione personale, verso quel particolare momento in cui ci sentiamo in armonia con tutto quello che ci circonda?

Alcuni lo chiamano “autorealizzazione”, altri lo identificano con il raggiungimento della tanta sospirata pace interiore o con uno stato di illuminazione e di estasi spirituale, altri ancora preferiscono concettualizzarlo definendolo semplicemente “sentirsi pieno”. Quello che è certo è che, comunque vogliamo chiamarlo, tutti sappiamo, più o meno consapevolmente, che essere felici è la nostra sfida più importante.

Lungo questo percorso di scoperta c’è chi si perderà e sarà destinato ad arrivare in ritardo e chi troverà una scorciatoia e diventerà una guida esperta, incapace di darci la formula magica, ma in grado di insegnarci che esistono molti modi di arrivare, infinite porte, mille maniere, decine di strade che possono condurci sulla giusta rotta. E ciascun percorso è valido e anche se tra loro differenti si incontrano tutti in un punto: quello del bisogno umano di trovare risposta alle domande più importanti; e tra tutte queste domande ce ne sono tre imprescindibili alle quali bisogna rispondere singolarmente se si vuole affrontare quella sfida che Carl Rogers chiama “il processo di convertirsi in persona”:

 CHI SONO? – DOVE VADO? – E CON CHI? 

CHI SONO? l’incontro definitivo con se stessi per imparare a NON dipendere da niente e da nessuno.

DOVE VADO? la ricerca della totalità e del senso trovando lo scopo fondamentale della nostra vita

CON CHI? l’incontro con l’altro e il coraggio di lasciarsi alle spalle quello che non va, il processo di aprirsi all’amore.

e allora cosa aspetti???? c’è molta strada da percorrere …. prepara il tuo zaino e mettiti in cammino ………

Identità personale

cammino 2

“Nessuno si salva tranne che noi stessi. Nessuno ne è capace e nessuno potrebbe. Noi stessi dobbiamo prendere il cammino….” Buddha

Nel corso della nostra esistenza viviamo diverse fasi, diversi periodi; a volte in modo impercettibile, altre in modo eclatante; voluti o imposti viviamo dei cambiamenti.

Ma un cambiamento comporta sempre una morte e una rinascita. La morte rispetto a quello che eravamo e la nascita per quello che saremo. E questo processo provoca dolori, sofferenze e soprattutto mette inevitabilmente a dura prova, ogni volta che accade la nostra identità personale.

Oggi, l’identità personale è comunemente cercata nel possedere le cose e le persone; è quasi sempre costruita sull’esteriorità, piuttosto che sull’interiorità, e così nel momento in cui perdiamole cose o le persone, cioè l’esterno di noi, andiamo in crisi di identità.

Crisi di identità così gravi che possono portare a profondi disagi e che possono essere anche causa di veri e propri problemi fisici.

Solo quando si va dentro di sé centrando la propria esistenza sull’interiorità si può andare verso gli altri e le cose, senza morirvi dentro. Perchè in realtà il problema non è perdere le persone o le cose, bensì non avere in mano la propria vita.

Soprattutto, solo quando si è centrati sul senso profondo della propria esistenza , o meglio, quando questo senso profondo e personale determina la propria identità, siamo in grado di inoltrarci anche per “selve oscure”  senza perderci o per prati al sole godendo pienamente della vita.

Certamente gli imprevisti della vita mettono a dura prova la nostra identità; spesso la mettono in crisi, a volte la spezzano; ma sempre, se si è andati alla ricerca del senso profondo della nostra esistenza, si torna a vivere.

Per senso profondo della nostra esistenza intendo l’orientamento, la mission, inscritto in ogni essere umano, differente uno dall’altro, assolutamente personale e unico.

Solo quando si conosce questo senso profondo dell’esistere e si vuole realizzarlo diventiamo esseri umani a tutti gli effetti Avremo dato uno scopo alla nostra vita!

Non si avvertirà più la noia o l’angoscia, men che meno il fallimento o l’insensatezza della propria esistenza, perché c’è un senso da dare alla vita.

E una volta trovata la visione del proprio cammino …. Go ahead!!!!!

Una storia …

SENTIERO

“Metà di ciò che dico è insensato,

ma lo dico perché l’altra metà possa raggiungerti…” (Gibran)

Non possiamo modificare il passato: possiamo invece modificare la valutazione del passato e le emozioni con cui accettiamo, neghiamo o dimentichiamo eventi ormai trascorsi……

Se dunque vogliamo procedere verso una vita ricca e diventare autonomi è necessario vivere l’attimo, traendo da esso tutto ciò che può renderci migliori e liberarci dal peso del passato, per guardare con fiducia al nostro futuro……

Due monaci erano in pellegrinaggio, avevano già camminato molte miglia evitando dove potevano la società; appartenevano ad un ordine particolare di monaci che proibiva di parlare o toccare donne. Non volendo offendere nessuno, si mantenevano fuori mano e vivevano lontani.

Ci fu la stagione delle piogge e stavano attraversando una larga pianura, sperando che il fiume che dovevano attraversare non fosse impraticabile.

Da lontano videro che il fiume aveva rotto gli argini, ciononostante i due monaci speravano che il traghettatore sarebbe stato in grado di portarli al di là del fiume con la sua barca, ma avvicinandosi al punto di attracco non videro segno del traghettatore.

La barca sembrava fosse stata spazzata via dalla corrente e l’uomo del traghetto era restato a casa.

C’era invece una donna vestita con abiti eleganti ed un ombrello, che implorò i monaci di aiutarla a passare poiché aveva una cosa urgente da fare e il fiume, sebbene largo, non era profondo.

Il monaco giovane la ignorò e guardò lontano, il più vecchio non disse niente ma la portò sulle spalle fino all’altra riva.

Per la successiva ora di viaggio, attraverso fitti e intricati boschi, il monaco più giovane ignorò il più anziano condannando la sua azione, accusandolo di tradire l’ordine e le sue regole. Si chiedeva: come ha potuto? Cosa stava pensando? Cosa gli ha dato il diritto di farlo?

In maniera fortuita i monaci entrarono in una spianata, e il monaco anziano si fermò e guardò dritto negli occhi del più giovane, ci fu un lungo momento di silenzio.

Alla fine in tono dolce, con occhi lucidi e gentili, il monaco più vecchio, semplicemente disse:” Fratello mio, io ho messo giù quella donna un ‘ora fa. Tu la stai portando ancora”.

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