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La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (II parte)

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“Il dolore rovescia la vita, ma può determinare il preludio di una rinascita.” E.Breda

Continuiamo la riflessione iniziata nel post precedente con un’altra metafora: immaginiamo di trovare una persona intrappolata nelle sabbie mobili; non ci sono né funi, né rami per cercare di raggiungerla e tirarla fuori.

L’unico modo per aiutarla è parlarle. La persona continua a gridare “Aiutami a uscire” e comincia a fare quello che farebbero tutti quando sono bloccati in qualcosa che li spaventa terribilmente: lottare per uscirne, per scappare.

Quando inciampiamo rimanendo intrappolati in un cespuglio di rovi o in una pozzanghera fangosa, camminare, saltare, tirarsi fuori per allontanarsi sono azioni efficaci.

Questo però non vale per le sabbie mobili. Per uscire fuori da qualcosa che ci incastra è necessario sollevare un piede e muoverlo in avanti, ma quando si è bloccati nelle sabbie mobili questa è una pessima idea. Infatti, alzando un piede, tutto il peso del corpo grava solo su metà della superficie di appoggio, questo significa che la pressione che spinge giù il corpo nella sabbia raddoppia istantaneamente. In più, il vuoto creato dal piede che si alza risucchia ancora più giù il resto del corpo.

L’unico risultato finale di questa azione è quello di sprofondare sempre più nelle sabbie mobili.

Quindi cosa possiamo rispondere alla persona che urla “Aiuto”? Se sappiamo come funzionano le sabbie mobili dovremmo gridarle di smetterla di muoversi per uscire e di provare ad allargare più che può braccia e gambe per massimizzare il contatto con la superficie del pantano, solo in questo modo la persona può non sprofondare e muoversi verso la salvezza, emergendo piano piano dalle sabbie.

Ovviamente poiché la persona sta tentando di liberarsi e di uscire dalle sabbie mobili, è estremamente difficile comprendere che la cosa più saggia e sicura da fare è proprio stare nel fango.

Tutto questo per dire che la vita di ciascuno di noi può essere molto simile a questa situazione con la differenza che spesso sono sabbie mobili antiche che sono state in agguato, sullo sfondo, per anni e che in momenti alterni possono invadere tutto il nostro spazio interiore e più ci muoviamo per risalire in superficie, più sprofondiamo nel viscidume dei nostri circoli viziosi.

Cambiamo prospettiva e facciamo del nostro dolore un alleato, un’opportunità per percorrere il sentiero meno battuto. Smettiamo di dibatterci dentro le sabbie mobili e rimaniamo con loro.

Nella maggior parte dei casi il tentativo di sbarazzarsi del proprio dolore serve solo ad amplificarlo, a intrappolarci ancora di più al suo interno e a trasformarlo in qualcosa di traumatico. Nel frattempo vivere la nostra vita viene messo in secondo piano.

L’alternativa? Accettarlo; che non significa darsi per vinta accettando l’auto-sconfitta, bensì “arrendersi” al flusso della vita con i suoi pieni e i suoi vuoti, le sue zone di luce e quelle in ombra ….

Proviamo a farci queste domande: stiamo vivendo la vita che vorremmo vivere adesso? La nostra vita è focalizzata su quello che per noi ha realmente significato? Il modo in cui viviamo la nostra vita è caratterizzato da vitalità e impegno o dal peso dei nostri problemi?

Quando siamo presi dalla lotta contro la nostra sofferenza interiore, spesso mettiamo la vita in posizione di attesa, di “pausa”, credendo che il nostro dolore debba diminuire prima di poter realmente ri-niziare a vivere ancora.

Ma che cosa accadrebbe se potessimo vivere la vita che veramente vogliamo, adesso, a partire da questo momento?

Entrare in contatto con la vita che vogliamo vivere e imparare a realizzare i nostri sogni nel presente non è semplice, perché la nostra mente, come tutte le menti umane, farà scattare trappola dopo trappola e alzerà barriera dopo barriera.

Nel momento in cui però sappiamo che può esistere un’alternativa, a questo punto la scelta è nostra.

La vita può ferirci e lo farà. Alcune di queste cose non le possiamo scegliere: avvengono malgrado tutto, ma sempre abbiamo la CAPACITA’ di RISPONDERE (Respons-Ability).

Le conseguenze che arrivano nella nostra vita derivano dalle azioni che facciamo. Nessun altri, tranne noi stessi, possiamo intraprendere la strada dell’accettazione o dell’evitamento. L’una ci porterà a dar valore a quello che veramente ci importa, l’altra ci intrappolerà nell’eterno chiacchiericcio della nostra mente, che come le sabbie mobili, non farà altro che portarci sempre più giù.

La vita è una scelta e la scelta non si riferisce a sentire dolore oppure no. Riguarda se vivere o non una vita significativa e di valore.

E quindi, cosa abbiamo da perdere? Non sarebbe stupendo se potessimo uscire dalla mente ed entrare nella nostra vita?

Le maschere sociali III parte

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“Molti di noi sanno che la maschera dietro la quale ci nascondiamo è di argilla, prima o poi finisce in frantumi, ed è allora che scopriamo chi siamo veramente”  dal Film “In Hell”

Come ho detto in precedenza la nascita delle maschere è funzionale all’adattamento all’ambiente dell’individuo in situazioni dolorose della sua vita, da ciò ne deriva che gran parte delle persone , in qualche momento della loro esistenza, si sono nascoste dietro alcune di queste maschere per superare le difficoltà e difendersi dalla sofferenza.

Nelle occasioni in cui abbiamo indossato una delle maschere, probabilmente abbiamo avuto il timore di fallire in qualcosa di importante. Spesso, infatti, la paura si concretizza nella resa oppure nella fuga da quelle situazioni che non si conoscono e che quindi non ci sono familiari. La realtà, però, non è affatto così semplice come appare guardandola attraverso le lenti deformate proprie di ogni maschera; al contrario, ci sono tante sfumature di significato e vi è sempre un’alternativa al semplice fuggire a gambe levate di fronte alle difficoltà, così come c’è sempre la possibilità di intraprendere strade che siano nuove rispetto a quelle percorse in passato.

Fare della vita un palcoscenico dove ci si lascia guidare unicamente dai fili intessuti nel corso degli anni, obbliga a creare dei rapporti sociali all’insegna della complementarietà con le maschere che noi e gli altri siamo soliti indossare. Ecco, perciò, che coloro che si comportano da vittima si circondano senza volerlo di carnefici, il pauroso saprà scovare ovunque minacce in quantità industriale, mente il deluso troverà sempre persone disposte a deluderlo ancora una volta.

Mostrandoci poco sinceri agli occhi degli altri ma soprattutto verso noi stessi, finiamo per restringere il campo delle scelte a nostra disposizione fino a sentirci come dei pesci che nuotano in circolo dentro una vasca senza avere una meta precisa.

Una delle risorse possibili per uscire fuori da questo circolo vizioso è quella di mobilitare l’immaginazione, il “come se…” , che ci permette di sostituire le vecchie maschere con immagini interiori nuove, che rafforzino la fiducia in noi stessi.

L’immaginazione quando risulta associata ad un’emozione, possiede la capacità di riportare la mente al passato o di proiettarla verso il futuro: quindi, se usata bene, rappresenta una risorsa che ci aiuta a vivere meglio e ci consente di concepire una realtà nuova e originale. L’attività immaginativa può indirizzare la nostra mente a progettare ruoli più adatti per affrontare le sfide della vita, i quali entrano maggiormente in sintonia con i sentimenti che si provano e con i risultati che si vogliono ottenere.

Naturalmente la scelta del ruolo in cui calarsi dipende dalla storia personale di ognuno di noi. Alcune maschere sono l’esito inevitabile dell’aver attribuito agli altri il potere di gratificare noi stessi con premi o punizioni come di solito accade durante l’infanzia e poi l’adolescenza verso i genitori e altre figure significative. Altre, invece, dipendono dalle nostre azioni mancate, dall’aver voluto ma non aver potuto fare qualcosa, per cui ci sentiamo condannati a portare il peso della sconfitta sempre con noi.

I ruoli stereotipati che usiamo per difenderci dagli altri impediscono il pieno sviluppo delle proprie capacità sociali, oltre a diminuire la fiducia di farcela di fronte alle avversità. Comportarsi da persona adulta richiede l’assunzione delle responsabilità circa le proprie emozioni e la capacità di compiere azioni che possono cambiare in meglio la nostra vita. Avere questa propensione all’apertura verso il mondo e gli altri, consente di accettarli per quello che sono realmente.

Naturalmente non esistono ricette predefinite su come doversi comportare nelle situazioni specifiche, altrimenti si corre il rischio di far fossilizzare gli altri in ruoli altrettanto rigide come le maschere analizzate nel precedente post, le quali, come abbiamo visto, sono causa di sofferenza e di conflitti con il prossimo.

Quello che mi pare sia utile tenere a mente per costruire legami sociali soddisfacenti è di presentarsi agli altri come una persona degna di essere amata e rispettata, capace di affermare e sostenere le proprie idee, pur senza prevaricare gli altri e le loro convinzioni.

Chi impara a valorizzare le proprie credenze con equilibrio e fermezza, riesce a reggere il confronto con le idee degli altri rifiutando di ridurre se stessi a dei servi  dipendenze di qualcuno che li priva della libertà di scelta.

Fra le doti che caratterizzano i ruoli adulti e responsabili non dovrebbero poi mancare la capacità di ascoltare gli altri e di essere aperti verso di loro, accettandoli per quello che sono veramente e non come noi li vorremmo.

Nella vita di tutti i giorni la disponibilità a trattare e collaborare con le persone che manifestano idee diverse dalle nostre si rivela fondamentale per entrare in relazione con gli altri, senza limitarsi a coloro che soddisfano criteri di compatibilità con le nostre vecchie maschere sociali.

Infine, le altre due caratteristiche che a mio parere risultano vincenti per soddisfare i bisogni di vicinanza, stima e affetto che emergono durante le relazioni sociali, sono il mostrarsi pieni di entusiasmo e vivere con ottimismo gli eventi che accadono, sviluppando così un forte coinvolgimento verso quello che si sta svolgendo. La passione per quello che si fa è uno dei migliori ingredienti per vivere al meglio il nostro “ruolo” di animali sociali.

Cronicizzazione degli stati d’animo: l’invischiamento nel “rimuginio”.

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Diversi processi psicologici ci rinchiudono dentro stati d’animo sgradevoli dai quali non riusciamo più ad uscire.

Il più delle volte è qualcosa di involontario e inconscio: la maggior parte di noi non è chiaramente lucida nel momento in cui comincia a scivolare e a rimuginare troppo sui propri stati d’animo negativi. Ma, a volte, siamo chiaramente più consapevoli del fatto che ci stiamo facendo del male: allora perché continuiamo? E perché così spesso lo facciamo con un oscuro compiacimento?

Ciò può essere dovuto, ed è quasi sempre così, ad una abitudine, ripetuta dentro di sé oppure osservata da bambini nei propri genitori: il padre che rimugina sulle sue preoccupazioni di lavoro per tutta la domenica, mentre la madre dice: “Bambini, lasciate in pace il papà, ha anti pensieri …”.

Curiosamente, ciò può anche essere dovuto alla sensazione di controllo che ci procura il fatto di abbandonarci ai nostri stati d’animo più cupi: così, almeno, conosciamo, padroneggiamo, siamo in un territorio che ci è familiare. “Rimuginare, quella sì che è una cosa che so fare!”, mentre nel resto della nostra vita dominano l’incertezza e la sensazione di non avere le redini in mano.

Alla fine questo stare a mollo negli stati d’animo negativi può anche procurarci il misero piacere della tetraggine soddisfatta: “sapevo benissimo che non potevo far altro che soffrire”.

Preferiamo aver ragione sia pur tristemente a rimuginare sulla nostra infelicità, che non rimboccarci le maniche e dirci: “invece di far tutto quello che è necessario per star male, esci per un’ora a camminare; se le cose non si aggiustano, non sarà comunque peggio che continuare a rimuginare ….”.

Rimuginare è focalizzarsi in modo ripetuto, circolare, sterile, sulle cause, i significati, le conseguenze dei nostri problemi, della nostra situazione, del nostro stato.

In inglese si utilizza anche il termine “brooding”= covare. Effettivamente nel rimuginare restiamo inattivi, seduti sui nostri problemi che custodiamo, bene al caldo, sotto di noi, facendoli crescere …

Si è dimostrato che, nel rimuginio, la persona si focalizza sul problema e le sue conseguenze anziché sulle possibili soluzioni da immaginare e mettere in atto, con la conseguenza, spesso di un aggravamento di tali conseguenze, così alla fine potremo sempre dirci: “me lo sentivo che avevo ragione di preoccuparmi..”.

Esiste una importante dimensione di evitamento del problema e dell’azione nel rimuginio: visto che agire potrebbe eventualmente avvicinarci ad un vero problema, così, come al contrario, potrebbe rivelarci che non c’è nessun problema o che non è insormontabile; preferiamo, rimuginando , non saperlo!

Gli stati d’animo del rimuginio contengono solo lunghe catene di pensieri a metà, pensieri incompiuti, briciole di pensieri non realizzati, che non vengono a capo di nulla perché si fermano davanti alla porta di ogni possibile decisione.

Il rimuginio non ha obiettivi precisi, e ne consegue il fatto che non può avere un fine preciso. In esso gli stati d’animo sono continuamente riciclati, irrigiditi, non evolvono ma tornano senza sosta allo stesso punto.

La domanda centrale del rimuginio è: “Perché?”

“Perché non ho preso quella decisione …. Perché ho fatto quel gesto o detto quelle parole … perché è capitato a me…?” Si tratta di un ciclo senza fine: che trovino o no una risposta, e spesso non ce n’è nessuna che sia soddisfacente, queste domanda si ripete all’infinito:  Perché?  Perché?  Perché?  …..

Quando stiamo male il punto di partenza di questo ciclo infernale può essere minimo: un interrogativo senza una risposta chiara possibile: “funzionerà?” … “otterrò quello che mi aspetto?” … “ho agito bene?” . Oppure una semplice contrarietà: “perché mi ha detto quello?” … “perché mi ha fatto questo?” …”perché non ha funzionato?” … e di qui si scatena il meccanismo.

Chiederci “Perché?” può andare bene solo se poi siamo capaci a dirci: “Basta!”. Altrimenti i nostri “perché” innescano sempre un ciclo senza fine, cerchiamo il pelo nell’uovo, il perché dei perché; il rimuginio come un interminabile contenzioso con la nostra esistenza: “O tu vita mia, perché mi tratti in questo modo?”.

Per sua natura il rimuginio spalma nel tempo le preoccupazioni e gli eventi “sfortunati”; li dilata, li riversa in tutta la nostra vita, nel passato: “è perché non ho fatto quello che dovevo che mi capita tutto questo …”, e nel futuro: “ci sarà questa e quest’altra conseguenza …”, inquinando completamente la valutazione di ciò che si dovrebbe fare rispetto a quel problema nel presente.

Sull’aria dell’”avrei dovuto”, il rimuginio ci porta continuamente nel “lì e allora” mascherandolo da presente e così facendo di fatto ne prende il posto. E non viviamo più, come se ascoltassimo un vecchio disco rotto, che ripete insistentemente lo stesso passaggio, senza più riuscire a toglierlo dal giradischi, così come non riusciamo più a fermarne il suono, né a uscire dalla stanza.

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