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Cosa ci fa soffrire?

DOLORE 7

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia riarsa,
era il cavallo stramazzato.
Eugenio Montale

Perché proviamo dolore? Perchè siamo vivi. Il dolore è necessario, ha una chiara funzione adattiva. Tutti gli esseri viventi è necessario che siano capaci a reagire ad uno stimolo nocivo o a una minaccia. Il dolore è un meccanismo essenziale che ci avvisa della presenza di qualcosa che potrebbe ferirci a livello fisico o emotivo.

Il dolore è quindi un meccanismo fisiologico adattivo molto complesso che la natura e l’evoluzione hanno messo a punto e perfezionato per permetterci di vivere. A volte però, nonostante l’eccellenza del dispositivo, possiamo soffrire per cose che non sono mai successe e mai succederanno.

Ma quali sono le cause delle nostre sofferenze? Partendo dal presupposto che non è possibile fare una mappa esaustiva e dettagliata di tutto ciò che può creare sofferenza, anche perché ognuno di noi ha i suoi personali “attivatori”, proviamo a delineare i motivi più generali che potrebbero risvegliare i nostri recettori del dolore.

Il dolore emozionale nella maggior parte dei casi nasce dalle avversità. Ogni giorno affrontiamo centinaia di situazioni contrarie ai nostri interessi. Tutti noi vorremmo condurre una vita tranquilla, ignari del fatto che le difficoltà sono frequenti. Il dolore ben gestito ci permette di crescere. Spesso, invece, soffochiamo il dolore con farmaci e autoinganni, ma questo ci impedisce di affrontare il problema a viso aperto, risolvendolo e diventando così più forti e sicuri. Se riusciamo a trasformare le difficoltà in una sfida potremo perdere la loro negatività.

Altra causa del dolore emozionale sono le frustrazioni che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano. Ma quali sono le nostre aspettative? Come ci immaginiamo la vita? Abbiamo speranza incerte e nebulose. Fissiamo mete che spesso sono irraggiungibili e finiscono per farci soffrire.

Spesso interiorizziamo e facciamo nostre le aspettative degli altri. Ci dicono come dobbiamo essere, quando dobbiamo aspettare o quando possiamo agire e noi ci crediamo. Diamo per certa questa immagine del mondo costruita confondendo il reale con ciò che desideriamo, che poi non sempre si compie, provocandoci una sofferenza gratuita che avremmo potuto evitare.

Il dolore emozionale nasce anche dalla delusione. Spesso, infatti, non vediamo la realtà per come è ma per come la desideriamo. Le persone sono come sono, non come speriamo che siano, e così anche la vita. Ci autoinganniamo: vogliamo credere che le cose andranno bene e che i problemi si risolveranno da soli, come per magia. Ipotechiamo la nostra vita per una felicità apparente e chiudiamo gli occhi davanti alle difficoltà. Quando poi la realtà ci manda i suoi segnali di allarme sotto forma di ansia, inquietudine, malessere, invece di chiederci cosa sta accadendo, cerchiamo di distrarci. Ma la realtà insiste, allora ricominciamo con la nostra menzogna, cercando di costruirci una facciata convincente. Ma l’imbroglio in cui viviamo inizia a sgretolarsi, così dobbiamo mentirci più sfacciatamente e passare al livello successivo. Finchè l’illusione si rompe del tutto e il film che stavamo montando si inceppa, portando con sé enormi dosi di dolore.

Soffriamo anche per il cambiamento. Cambiare ci costa molto, soprattutto perché partiamo da un’idea di base scorretta. Cerchiamo la stabilità credendo che ci darà sicurezza e felicità, mentre la vita è per sua natura instabile e in continuo mutamento. Ci sforziamo di controllare l’incontrollabile, proviamo a costruire parapetti che ci proteggano dal cambiamento, finendo così per perdere le nostre energie. Che l’esistenza si in continua trasformazione è una buona notizia, perché vuol dire che anche la peggiore delle disgrazie avrà una fine, se lavoriamo nella giusta direzione.

La sofferenza può nascere anche dall’immaginazione. Ci assilliamo per catastrofi e problemi che magari non si verificheranno mai, siamo terrorizzati da quello che potrebbe accadere ai nostri figli, la nostra mente prefigura malattie, incidenti, difficoltà, impregnando di paura il futuro. Non solo soffriamo per ciò che è già accaduto, ma ci arrovelliamo su quello che può succedere e che, per quanto spesso irreale, provoca un dolore che è effettivamente percepito dal nostro organismo e finisce per alterarlo e destabilizzarlo proprio come farebbe un dolore reale.

A volte la vita ci fa soffrire, non possiamo evitarlo. Proviamo senza successo a vivere nel mondo delle fate, ma quando muore qualcuno vicino a noi, ci viene diagnosticata una malattia, vediamo soffrire un figlio o piangere un bambino ci troviamo faccia a faccia con il volto più crudele della vita. Tuttavia, possiamo arrivare a controllare parte di questa sofferenza imparando ad analizzare la realtà, a prendere le decisioni giuste e ad automotivarci. Si tratta di attivare le nostre forze emozionali per poter affrontare quello che ci scoraggia perché, se non possiamo cambiarlo, possiamo almeno cercare di gestirlo.

Vi propongo ora un esercizio: analizzate il dolore che sentite e provate ad identificarne l’origine. Prendete carta e penna e riflettete ……

E RICORDIAMOCI:

  • Il dolore ben gestito permette di crescere
  • Correggiamo le aspettative che abbiamo sulla vita
  • Chiediamoci se ci autoinganniamo e, se sì, smettiamo di mentirci
  • Accettiamo il fatto che la vita è un cambiamento continuo
  • Smettiamo di rimuginare e trasformiamo le preoccupazioni in azioni
  • Evitiamo di confondere il possibile con il probabile
  • Teniamo a freno la nostra immaginazione, rendendola costruttiva
  • Evitiamo di anticipare ciò che non è ancora accaduto

Liberamente tratto da:

T.Navarro – “Kintsukuroi” -Ed.Giunti

Buon 2018 ….

buon anno 1

Photo by Cristian Escobar on Unsplash

Semplificare è la parola d’ordine; semplificare la nostra vita, semplificare i nostri pensieri, semplificare le nostre azioni .

Semplificando non diventeremo più superficiali, ma getteremo le zavorre che ci appesantiscono il pensiero e quindi anche l’esistenza, facendoci diventare più profondi.

Sappiamo riconoscere la felicità quando si presenta? Il profumo dei fiori, una notte stellata, l’affetto di chi ci vuole bene sembrano non bastarci mai. Se solo cercassimo di apprezzare un tramonto o il cando diun usignolo ci riterremmo delle anime belle e avremmo paura di essere considerate delle anime belle, sinonimo di ingenuità e semplicità.

E’ normale avere questo atteggiamento disilluso? E’ giusto essere diventati così cinici da guardare con biasimo chi ha il sorriso stampato in volto e dice di essere contento?

Spesso molti di noi esistono ma non vivono realmente perché non sanno gioire per le “piccole cose”, perché queste “piccole cose” non ci parlano più al cuore.

La vita ci dona continuamente motivi per essere felici. Proviamo a pensare al nuovo giorno che comincia, all’affetto di chi ci ama, alla possibilità di conoscere nuove persone, alla bellezza della natura, al cielo stellato, ad un’amicizia sincera. Ogni giorno è un nuovo e prezioso regalo. Ce ne rendiamo conto?

Sembrano non bastarci mai argomentazioni come queste perché spesso il nostro cuore si è chiuso alla meraviglia, alla passione e abbiamo bisogno di argomentazioni contorte per capire quanta felicità può esserci nella nostra vita.

Qualcuno vedendoci felici sospetta e dice :” Sei realmente felice o ti accontenti della tua condizione per non soffrire?”.

Non c’è mai fine al pessimismo e alle bizzarre possibilità che si dà l’uomo per essere infelice!!!

Spesso la nostra sofferenza deriva dal fatto che non vediamo la natura reale delle cose. Cominciare a vedere le cose per quello che sono, e non per come vorremmo che fossero, è uno dei segreti per raggiungere la felicità.

Chi ci chiede se agiamo così per non soffrire non vuole comprendere che la pienezza non è possedere molto, ma ESSERE enormemente.

Proviamo quindi a vederci estraniandoci da noi stessi. Osserviamoci dall’alto…..

Cosa c’è in noi di così grave o irrisolvibile da farci essere disperati?

Poche cose della vita sono senza soluzione, tutte le altre si devono guardare per quello che sono realmente ……

Il mio augurio, per te che passi fra le mie pagine, è di imparare a stupirti … di ritrovare quel senso di meraviglia, che avevi quando eri bambino, per ogni piccola scoperta che poteva renderti immensamente felice  …. Chiudi gli occhi ed apri il tuo cuore  lasciando che entri la sorpresa dell’essere VIVO ….

BUON …….

BUON2018

 

Ancora sull’accettazione di quello che è

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“ per crescere si ha bisogno sia della pioggia che del sole …” P.Pradervand

 “C’era una volta in un lontano paese, un padre sconsolato che teneva fra le braccia la figlia più piccola. Da vari giorni al bambina non era riuscita a placare la fame e il padre temeva per la sua vita.

Non pioveva da mesi e i maghi non prevedevano alcuna nube per molti mesi ancora. Il padre che nella lingua del suo paese si chiamava “Uomo Retto”, chiamò a raccolta tutti gli uomini validi e ricordò loro che al centro del villaggio c’era un albero immenso il quale per tutto l’anno produceva frutti in abbondanza. Nessuno coglieva questi frutti, perché sin dall’alba dei tempi si sapeva che uno dei ramo centrali dell’albero dava buoni frutti, mentre l’altro ramo dava frutti velenosi che portavano alla morte.

Nel corso dei secoli quale fosse il lato buono era stato dimenticato.

“Uomo Retto” disse agli altri uomini del villaggio: “Mia figlia sta morendo ed io non riesco ad accettarlo. Salirò dunque sull’albero e mangerò un frutto. Se son sul lato buono, vivrò e farò vivere tutto il villaggio, il quale placherà così la fame con i frutti di cui l’albero si copre ogni notte. Se sono sul lao cattivo, morirò e voi saprete di dover cogliere i frutti dell’altro lato. Promettetemi che salverete mia figlia, che la nutrirete.

Così fu deciso. “Uomo Retto” salì sull’albero, colse un frutto, lo mangiò e … visse!

Da quel momento, il villaggio prosperò. Alcuni mesi dopo tornò la pioggia e i campi rifiorirono. Tutto sembrava andare per il meglio.

Ma una notte di luna piena i giovani del villaggio si radunarono. Parlarono del grande albero lamentandosi del fatto che producesse due tipi di frutto. Non riuscivano ad accettare che rimanesse anche il ramo che dava frutti cattivi e così decisero di tagliarlo. Fieri della loro azione, andarono a dormire.

L’indomani, quale non fu lo spavento dei paesani: l’intero albero era morto e i frutti buoni erano disseminati a terra assieme a quelli cattivi. La straordinaria risorsa del villaggio non esisteva più!

Fu una terribile perdita. Gli anziani del villaggio, tutti rattristati, dicevano: “I giovani non hanno capito che non esiste bene senza male, pace senza guerra, verità senza menzogna e felicità senza sofferenza. La vita è fatta così e la saggezza più profonda consiste nell’accettare ciò che è.”

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Fin dal tempi più remoti, gli esseri umani conoscono la sofferenza. Talvolta è stata così intensa da indurli a desiderare la morte. In altri momenti le circostanze esterne erano più favorevoli, ciò nonostante la sofferenza era sempre presente. E anche se non era più provocata da tali circostanze, nasceva dall’insensato desiderio di essere qualcun altro o di possedere qualcosa di diverso da ciò che si aveva.

Le grandi religioni hanno tentato di trovare e di dare risposte a questi innumerevoli insoddisfatti, spesso riuscendoci. Che si trattasse del distacco, dell’accettazione del proprio karma, del paradiso che ci ripaga di quanto non abbiamo avuto quaggiù, il messaggio dominante era: la vostra sofferenza è soltanto temporanea, qualcosa di meglio vi attende. Oggigiorno ritroviamo questa ideologia religiosa anche in tutti i fanatismi.

I grandi sistemi politici hanno poi trasmesso la loro visione delle cose: “lavorate sodo, un roseo futuro vi attende e i vostri figli ne beneficeranno” o un’altra variante: “Diventate i migliori, diventate vincenti: volere è potere!”.

Vi ha poi aderito anche la medicina moderna: “Se vi sentirete tristi e privi di senso, abbiamo la soluzione per voi. Una molecola chimica vi aiuterà, vi sentirete in piena forma e potrete andare per la vostra strada senza porvi troppe domande”.

In certi momenti ricevere un trattamento medico può essere assolutamente appropriato e addirittura necessario. Il pericolo risiede nell’illusione che sia possibile curare la sofferenza così come cureremmo un’infezione, utilizzando l’antibiotico giusto.

Uscire dalla sofferenza significa innanzitutto accettarla, accettare ciò che è!

Dalla nascita alla morte, la vita non ci porta per forza di cose sempre quello che desideriamo. Dobbiamo dunque modificare la vita? Non sta forse a ciascuno di noi accettare quello che è per evolvere? Accettare ciò che è non è qualcosa di definitivo, non significa “essere fatalisti”.

Accettare ciò che è, solo momentaneamente, è l’unico modo per poter cambiare la situazione, per poterla modificare.

Quando una persona, un gruppo, una popolazione diventano capaci di accettare che “quanto è accaduto è accaduto”, la rabbia cessa, la ribellione si placa e la creatività può nuovamente entrare in azione per scoprire nuovi percorsi, strategie e soluzioni ……

L’Albero dell’Autostima

albero cuore 1

Noi siamo animali … animali pensanti ,ma animali … animali sofisticati, ma animali. E, come tutti gli animali di questa terra, viviamo in gruppo.

La vita in società non è facile, sorgono speso difficoltà da affrontare, problemi da risolvere, contrarietà da superare … inconvenienti, imprevisti, disguidi, equivoci. Per superare tutti questi ostacoli è indispensabile di una buona forza interiore.

Questa forza ce la fornisce  l’Autostima.

L’autostima è un pensiero che circola nella mente come il sangue circola nel corpo. Il sangue cede alle cellule le sostanze nutritive. L’autostima fa la stessa cosa: cede nutrimento alla nostra forza interiore, è l’ossigeno del coraggio.

Per affrontare la meravigliosa avventura della vita, ognuno è necessario che senta di valere, di essere in grado di fare, di poter riuscire in quello che fa ….

L’autostima è come la forza nelle gambe per poter camminare, nelle mani per poter prendere, sollevare, lanciare … E’ un senso di potenza che occorre necessariamente avere nella mente per fare qualsiasi cosa. Senza di essa le difficoltà della vita sarebbero insormontabili: una collinetta diventerebbe una montagna.

L’albero dell’autostima ha quattro rami: l’autostima esistenziale, l’autostima psicologica, l’autostima materiale e l’autostima sociale.

Guardiamole una per una.

Autostima Esistenziale, ovvero il concetto di valere perché si esiste.

Ognuno di noi nasce con un valore intrinseco: la vita e nessuno ce lo può togliere: né gli insuccessi, né le critiche altrui, né le nostre autocritiche, nessuno tranne la morte.

Chi si stima esistenzialmente pensa: “Io valgo in quanto sono: Io valgo perché esisto, perché vivo, perché respiro, perché sento, perché penso …..

Ricordiamolo sempre: NOI VALIAMO ! Anche se non abbiamo realizzato nulla di importante, anche se siamo una frana , anche se siamo l’ultima persona sulla terra.

Autostima Psicologica, ovvero il concetto di valere perché si E’.

L’autostima psicologica è un sentimento che nasce dal nostro ben fare. Non importa se quello che otteniamo è poco o  di poca importanza, purchè l’abbiamo ottenuto mediante l’uso delle nostre migliori capacità psicologiche: impegno, perseveranza, gioia, amore, onestà , creatività.

Chi si stima psicologicamente pensa così: “Io valgo perché in tutto quello che faccio metto impegno e amore. Io valgo perché sono abbastanza forte … non mi arrendo subito alle prime difficoltà, sono in grado di accogliere il dolore e riesco spesso ad accettare gli altri e le difficoltà della vita. Io valgo perché ho un discreto possesso di me: dei miei pensieri, della mia emotività…”

Cerchiamo di costruirci una buona autostima psicologica. Tanto più questa sarà salda, tanto meno ci importerà di aver sbagliato, perché non abbineremo più l’errore con il nostro senso di valore e tanto meno ci turberemo per le critiche altrui, perché non confonderemo più la la stima degli altri con il nostro senso di valore.

Autostima Materiale, ovvero il concetto di valere perché si ha.

L’autostima materiale nasce dall’essere riusciti ad avere: denaro, beni, prestigio, potere, sicurezze.

A chi si stima materialmente non importa un fico secco se durante il fare-per-avere abbia impiegato la costanza, la creatività, il cuore, l’anima, purchè sia riuscito ad avere.

Chi si stima materialmente pensa così: “Io valgo perché ho un ottimo reddito annuo, un grasso conto in banca, una casa di proprietà riccamente arredata e tante altre cose di valore. Io valgo perché indosso costosi vestiti, mangio cibi sofisticati. Io valgo perché ho potere economico e sociale”.

Il valore dell’autostima materiale è l’avere dunque, l’avere molto: molto denaro, molti beni, molto prestigio, molto potere. Avere, insomma … avere … avere.

A questo punto potremmo pensare”allora più si ha più ci si stima “ ….. Sbagliato!

Perché l’autostima è un fenomeno interiore, non dipende da quello che si ha, ma da quello che si è. Il mondo dell’autostima è il mondo dell’essere non quello dell’avere …

Autostima sociale, ovvero il concetto di valere perché lo dicono gli altri.

L’autostima sociale non è basata sul reale valore di sé, ma su quello apparente.

Alla persona che si nutre di questo tipo di autostima poco importa se vale veramente, purchè gli altri lo credano. E così pur di ricevere approvazione ed evitare critiche è come gli altri desiderano che sia, agisce come gli altri si aspettano che agisca, si sforza di essere irreprensibile.

Chi si stima socialmente pensa: “gli altri mi dicono che valgo, quindi valgo”, “io sono in gamba perché gli altri pensano che lo sia”.

L’autostima sociale è poco consistente, dà poca forza. E’ come la benzina sul fuoco: appena versata fa una vampata, poi, ben presto, il fuoco si spegne. Un segno di approvazione o un elogio fanno subito avvertire una intensa sensazione di valore, ma dura poco. Non appena si è di nuovo soli con se stessi, fa capolino la solita scarsa autostima di tutti i giorni ….

Da tutto ciò si evince che l’Autostima è composta da tutte le autostime descritte sopra e leggendo avrai capito che, per essere forte e stabile, la nostra Autostima è necessario che sia composta soprattutto da “autostima psicologica” e “autostima esistenziale” in modo da diventare inattaccabile.

In questo modo potremo subire un crollo economico, fallire in un’importane impresa, essere abbandonati dal nostro partner, ma la nostra Autostima non crollerà. Potrà vacillare, potrà barcollare, potrà sussultare ma giammai crollare!

Se, invece, la nostra Autostima è composta soprattutto da autostima “materiale” e “sociale”, pian piano, con i colpi che la sorte e gli altri vibreranno, si ridurrà e nascerà in noi la disistima, grande nemico della nostra felicità.

Donne …

DONNE 2

… per tutte le figlie e le anziane donne che sostengono ciò che è buono, e che rifuggono dalla cieca ubbidienza a qualsiasi sovra cultura che gratifica soltanto forme appiattite e denigra il pensiero.. per tutte le figlie e le anziane donne che stanno diventando scalatrici sempre più abili di montagne mistiche e ospiti di passaggio di strade accidentate..

per quelle che parlano più fervidamente con l’anima … per quelle che hanno calderoni sempre più grandi, che sono lenti di ingrandimento per la luce del faro, che si offrono come solido appoggio dove un tempo non esisteva nulla …

per quelle che sono infervorate da insegnamento e apprendimento, per quelle che stanno semplicemente riposando prima di risollevarsi nuovamente con entusiasmo ..

per quei fiori della notte che effondono nell’aria le loro intense e persistenti fragranze anche se i fiori non si vedono …

per tutte le figlie e le anziane donne che tengono le mani non solo sulla culla, ma anche sul timone del mondo alla loro portata …

per quelle che hanno abbandonato qualcosa di essenziale e vitale e sono tornate indietro a riprenderlo …

per quelle che hanno sciupato qualcosa e chiesto scusa con umiltà per amore dell’amore .. per quelle che hanno lasciato qualcosa di incompleto, di dimenticato, di cui non hanno colto l’importanza, ma sono tornate, hanno ricostruito, ammorbidito, dato “la benedizione” al meglio delle loro capacità …

per tutte le figlie e le anziane donne che hanno assunto un ruolo riprovevole e hanno dato tutte loro stesse per riparare alla sofferenza causata da altri …

per le figlie e le anziane donne che prediligono sempre più essere amorevoli che aver “ragione” ….

Per loro ….

possano cogliere quanto le loro vite

sono preziose,

quanto, nonostante le mancanze,

siano il baluardo perfetto,

la pietra angolare, la nota di base

e l’esempio di cui abbiamo bisogno …

Clarissa Pinkola Estès – La danza delle Grandi Madri

 

Buon Compleanno!

happy birthday scarabocchio

Ed eccomi a 56 primavere … traguardo importante che segna un mio personale punto di passaggio tra le mie due identità Genovese e Romana ….

28 anni trascorsi in mezzo ai “caruggi” della mia città natale e 28 vissuti tra i fasti della “grande bellezza” che mi ha adottata ……

Davanti a me come una pellicola vedo scorrere immagini della mia vita: fotogrammi impressi nella memoria, ricordi che ri-sento con il corpo.

Genova …. Il suo profumo … l’ombra del sole sulle case colorate … il vento di tramontana e il suo cielo azzurro … il mare che mi abbraccia … il suono della risacca che accarezza gli scogli …. una casa in mezzo ad un grande giardino ….

Il mio dolore così denso e compatto come trama di un tessuto in cui mi avvolgevo nel lunghi silenzi dei miei giorni spezzati.

Gomitolo di ragazza che non riusciva a trovare il filo per dipanare la sua vita. Ore buie, lacrime salate che non avevano fine.

E poi la fuga … desiderio di ri-trovarmi sotto un nuovo cielo …

Roma … sconosciuta … regale nella sua maestà … nascondermi anonima tra anonimi volti … prendermi per mano: solo io per me, un piede dietro l’altro alla ricerca di me stessa …

Tra la folla due occhi, una base sicura, sensazione di tregua, un posto dove riposare dopo le mie battaglie …. Vittorio che ha creduto in me da sempre, che ha visto al di là, che mi ha insegnato la fiducia …

E da noi due … Alessandro … per sempre …..

E tra salite, rocambolesche cadute, labirinti in cui le uscite apparivano come miraggi, pianure infinite, paesaggi spettrali, spicchi di luna in notti gelide ….

Eccomi qui all’alba di un nuovo giorno di vita …. Intera …. Unica …. Irripetibile …. SONO IO!!

Buon compleanno …. Gabriella …..!

Le maschere sociali III parte

MANI SULLA FACCIA 1

“Molti di noi sanno che la maschera dietro la quale ci nascondiamo è di argilla, prima o poi finisce in frantumi, ed è allora che scopriamo chi siamo veramente”  dal Film “In Hell”

Come ho detto in precedenza la nascita delle maschere è funzionale all’adattamento all’ambiente dell’individuo in situazioni dolorose della sua vita, da ciò ne deriva che gran parte delle persone , in qualche momento della loro esistenza, si sono nascoste dietro alcune di queste maschere per superare le difficoltà e difendersi dalla sofferenza.

Nelle occasioni in cui abbiamo indossato una delle maschere, probabilmente abbiamo avuto il timore di fallire in qualcosa di importante. Spesso, infatti, la paura si concretizza nella resa oppure nella fuga da quelle situazioni che non si conoscono e che quindi non ci sono familiari. La realtà, però, non è affatto così semplice come appare guardandola attraverso le lenti deformate proprie di ogni maschera; al contrario, ci sono tante sfumature di significato e vi è sempre un’alternativa al semplice fuggire a gambe levate di fronte alle difficoltà, così come c’è sempre la possibilità di intraprendere strade che siano nuove rispetto a quelle percorse in passato.

Fare della vita un palcoscenico dove ci si lascia guidare unicamente dai fili intessuti nel corso degli anni, obbliga a creare dei rapporti sociali all’insegna della complementarietà con le maschere che noi e gli altri siamo soliti indossare. Ecco, perciò, che coloro che si comportano da vittima si circondano senza volerlo di carnefici, il pauroso saprà scovare ovunque minacce in quantità industriale, mente il deluso troverà sempre persone disposte a deluderlo ancora una volta.

Mostrandoci poco sinceri agli occhi degli altri ma soprattutto verso noi stessi, finiamo per restringere il campo delle scelte a nostra disposizione fino a sentirci come dei pesci che nuotano in circolo dentro una vasca senza avere una meta precisa.

Una delle risorse possibili per uscire fuori da questo circolo vizioso è quella di mobilitare l’immaginazione, il “come se…” , che ci permette di sostituire le vecchie maschere con immagini interiori nuove, che rafforzino la fiducia in noi stessi.

L’immaginazione quando risulta associata ad un’emozione, possiede la capacità di riportare la mente al passato o di proiettarla verso il futuro: quindi, se usata bene, rappresenta una risorsa che ci aiuta a vivere meglio e ci consente di concepire una realtà nuova e originale. L’attività immaginativa può indirizzare la nostra mente a progettare ruoli più adatti per affrontare le sfide della vita, i quali entrano maggiormente in sintonia con i sentimenti che si provano e con i risultati che si vogliono ottenere.

Naturalmente la scelta del ruolo in cui calarsi dipende dalla storia personale di ognuno di noi. Alcune maschere sono l’esito inevitabile dell’aver attribuito agli altri il potere di gratificare noi stessi con premi o punizioni come di solito accade durante l’infanzia e poi l’adolescenza verso i genitori e altre figure significative. Altre, invece, dipendono dalle nostre azioni mancate, dall’aver voluto ma non aver potuto fare qualcosa, per cui ci sentiamo condannati a portare il peso della sconfitta sempre con noi.

I ruoli stereotipati che usiamo per difenderci dagli altri impediscono il pieno sviluppo delle proprie capacità sociali, oltre a diminuire la fiducia di farcela di fronte alle avversità. Comportarsi da persona adulta richiede l’assunzione delle responsabilità circa le proprie emozioni e la capacità di compiere azioni che possono cambiare in meglio la nostra vita. Avere questa propensione all’apertura verso il mondo e gli altri, consente di accettarli per quello che sono realmente.

Naturalmente non esistono ricette predefinite su come doversi comportare nelle situazioni specifiche, altrimenti si corre il rischio di far fossilizzare gli altri in ruoli altrettanto rigide come le maschere analizzate nel precedente post, le quali, come abbiamo visto, sono causa di sofferenza e di conflitti con il prossimo.

Quello che mi pare sia utile tenere a mente per costruire legami sociali soddisfacenti è di presentarsi agli altri come una persona degna di essere amata e rispettata, capace di affermare e sostenere le proprie idee, pur senza prevaricare gli altri e le loro convinzioni.

Chi impara a valorizzare le proprie credenze con equilibrio e fermezza, riesce a reggere il confronto con le idee degli altri rifiutando di ridurre se stessi a dei servi  dipendenze di qualcuno che li priva della libertà di scelta.

Fra le doti che caratterizzano i ruoli adulti e responsabili non dovrebbero poi mancare la capacità di ascoltare gli altri e di essere aperti verso di loro, accettandoli per quello che sono veramente e non come noi li vorremmo.

Nella vita di tutti i giorni la disponibilità a trattare e collaborare con le persone che manifestano idee diverse dalle nostre si rivela fondamentale per entrare in relazione con gli altri, senza limitarsi a coloro che soddisfano criteri di compatibilità con le nostre vecchie maschere sociali.

Infine, le altre due caratteristiche che a mio parere risultano vincenti per soddisfare i bisogni di vicinanza, stima e affetto che emergono durante le relazioni sociali, sono il mostrarsi pieni di entusiasmo e vivere con ottimismo gli eventi che accadono, sviluppando così un forte coinvolgimento verso quello che si sta svolgendo. La passione per quello che si fa è uno dei migliori ingredienti per vivere al meglio il nostro “ruolo” di animali sociali.

Le maschere sociali II parte

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Fotografia di Monica Silva 

Non dal volto si conosce l’uomo, ma dalla maschera. Karen Blixen

La familiarità che noi tutti abbiamo con le regole da seguire per impersonare un determinato ruolo, spesso diventa un elemento di cui è difficile fare a meno, nonostante le prove contrarie alla loro efficienza si accumulino giorno dopo giorno.

Infatti, noi tutti siamo ormai abituati solo a vedere quello che ci interessa e le sconfitte subite a causa delle azioni che compiamo nell’assumere un determinato ruolo, paradossalmente sembrano rafforzare il fardello delle immagini presenti nella nostra memoria.

Questo accade perché l’orgoglio ferito e il senso di amarezza che sperimentiamo, lungi dal portarci ad ammettere gli errori compiuti, ci spinge a persistere nell’errore pur di non cambiare atteggiamento.

Lasciarsi a guidare da certe immagini interiori diminuisce il senso di autoefficacia e concorre, insieme a molti altri fattori, a far si che molte delle nostre capacità rimangano inesplorate. Esse sono come delle profezie destinate ad avverarsi nel futuro, i cui effetti tengono le persone ben al di sotto delle loro potenzialità reali.

Di seguito un breve elenco delle maschere che le persone sembrano adoperare più frequentemente nella vita; è una classificazione puramente esemplificativa, alla quale potremmo aggiungerne molte altre, senza poi considerare le infinite combinazioni che scaturiscono dalla loro associazione. Un gioco in cui chi legge ci si può rispecchiare e, perché no, divertire ad aggiungerne altre…..

EREMITA => è la maschera adoperata da coloro che amano stare soli, evitando la compagnia e la vicinanza degli altri. Tutti nella loro vita sono stati almeno per un periodo dei solitari, tuttavia se questo atteggiamento persiste nel tempo si rischia di diventare dei misantropi buoni soltanto a far scappare le altre persone. Si tratta di una maschera completamente inefficace per poter vivere al meglio le relazioni sociali e familiari.

PERFEZIONISTA => a meno che non svolgiate un lavoro che richieda estrema precisione, tipo la professione di orologiaio o cardiochirurgo, questa maschera non vi consentirà di costruire relazioni sociali che siano davvero autentiche. Le persone fissate con il perfezionismo aspirano a raggiungere un elevato grado di perfezione nelle proprie attività , anche nell’ambito sociale, per cui a torto ritengono che saranno felici soltanto quando tutto sarà sistemato secondo i propri desideri. Dato che tale perfezione e irraggiungibile, ne consegue, che rimarranno sempre scontente da ogni aspetto della vita sociale.

CINICO => maschera tipica di coloro che vogliono apparire più furbi degli altri e per i quali il fine giustifica i mezzi. Quando non riescono ad ottenere ciò che desiderano, indossare questa maschera funge da espediente per proteggere se stessi dalla sofferenza: il ruolo del cinico, infatti, consente di ignorare i sentimenti e le emozioni negative per poi agire unicamente in vista di un fine contrario al bene comune.

SOTTOMESSO ALL’AMORE => chi incarna i comportamenti tipici di questo ruolo tende a mettere su un piedistallo tutti i partner che incontra durante la vita, per farne degli idoli senza mai chiedere loro di soddisfare i propri bisogni. Queste persone traggono piacere dall’assumere una posizione subordinata rispetto al partner per non dover fare i conti con il proprio passato, cui attribuiscono la colpa di essere stato avaro di successi e di soddisfazioni personali. “Delusi” dalla vita cercano di “non deludere” gli altri e di curare unicamente i loro interessi.

VITTIMA/CARNEFICE => sono due immagini complementari e strettamente legate fra di loro, dato che chi si comporta da vittima tende a scatenare l’aggressività dei potenziali carnefici. Prima ancora che ci siano state delle sopraffazioni, ci si sente già oggetto di persecuzione da parte degli altri, spesso senza un reale motivo per pensarlo. Il ruolo di vittima si adatta bene anche a coloro che dedicano la propria vita all’adempimento di un dovere e che dopo un po’ di tempo si sentono schiacciati dalle responsabilità eccessive. Chi è solito dichiararsi vittima dei soprusi altrui, spesso lo fa con l’intento preciso di demonizzare gli avversari.

COLPEVOLE => è una maschera adatta a quelle persone che si sentono in colpa per aver commesso azioni ritenute riprovevoli e ingiuste per cui diventa necessario espiarla punendosi per tutto il resto della vita. I colpevoli si comportano come il Titanic in attesa di sbattere contro un iceberg e giustamente le altre persone tendono a fuggire come la peste chi indossa questa maschera per paura di rimanere coinvolte loro malgrado nelle punizioni che si autoinfligge.

PERDENTE => la maschera caratteristica di chi ha l’aspetto del guerriero che fiuta la sconfitta e che l’eccessivo carico di responsabilità fa sembrare appesantito, con l’aria sgualcita, e le borse sotto gli occhi. Appare così chi nella vita subisce, o meglio non riesce ad evitare, troppe sconfitte senza reagire in alcun modo.

ESIBIZIONISTA => chi indossa la maschera in questione ha la tendenza a mettere in mostra le proprie qualità personali. Per lo più si tratta di una personalità fittizia, creata appositamente per il piacere di destare l’ammirazione e i complimenti altrui. Si tratta di un’immagine che può funzionare per poco tempo, diventando poi controproducente, soprattutto quando gli altri cominciano ad intuire che dietro la facciata si nasconde ben poco, se non la noia di vivere.

PAUROSO => essa si contraddistingue per il fatto che scatena delle reazioni di attacco o fuga di fronte a situazioni che di pericoloso hanno ben poco. Nel primo caso, per reagire a queste situazioni, si tende a diventare esageratamente aggressivi, mentre nell’altro caso si scappa con la falsa promessa che, se si rimanda il problema, ci si sentirà meglio nell’immediato futuro.

PARASSITA => questa maschera caratterizza le persone che amano vivere alle spalle di altri senza dare niente in cambio. I fattori che contribuiscono ad assumere un tale atteggiamento sono la mancanza di fiducia nelle proprie possibilità e la convinzione di essere incapaci di vivere in maniera autonoma e responsabile.

MARZIANO => si tratta di quel personaggio che vive in un’atmosfera ovattata, dentro una campana di vetro in modo da non far capire agli altri le sue intenzioni. E’ una maschera tipica di quegli individui che non riescono ad inserirsi adeguatamente nelle dinamiche di un gruppo, a causa del loro essere misteriosi e poco chiari quando parlano con gli altri.

(…continua nel prossimo post)

Il tempo del dolore

IL DOLORE MARIO TESSARI

Mario Tessari – “Il Dolore” – olio su tavola

“Incominciai anche a capire che i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci.” Hermann Hesse

L’esperienza del dolore fa parte della nostra vita, non è immaginabile una vita che non conosca il dolore: sia pure con modalità diverse e con diverse tonalità emozionali.

Certo il dolore è una esperienza soggettiva e solo chi lo prova può valutarne l’entità, l’intensità e la soglia di tolleranza, che cambiano di persone in persone, e di situazione in situazione.

Ogni discorso sul dolore, sull’esperienza soggettiva del dolore, si confronta con gli orizzonti sconfinati dell’indicibile e dell’inesprimibile. Del dolore del corpo e dell’anima non si dovrebbero occupare solo i medici, o gli addetti stretti ai lavori,ma anche, sia pure in modi diversi, quanti fra noi partecipano al mistero di vivere e del morire, e del dolore nel quale si riflettono l’un l’altro; e alla “cura”, che è una sfera più ampia che non quella della terapia, siamo chiamati tutti.

Il dolore ci conduce ad una situazione limite in cui la vita ci appare improvvisamente fragile e vulnerabile. Ma la speranza , quella che àncora l’anima che non deve essere confusa con le precarie speranze della vita, non muore se il dolore viene vissuto come uno degli elementi che fa parte della vita.

Il dolore, dice Hans Gadamer, filosofo tedesco allievo di Heidegger, nel suo libro “Il dolore. Valutazioni da un punto di vista medico, filosofico e terapeutico”, ci fa capire la vera dimensione della vita, ne fa riemergere il lato soggettivo, il lato esistenziale e ci confronta con la situazione emotiva originaria della vita: quella dell’angoscia, l’angoscia della morte, nascosta in ogni esperienza dolorosa che la dilata e l’accresce nelle sue infinite espressioni emozionali.

Il dolore, quindi, può essere distruttivo o produttivo: questi due momenti non possono essere separati; e in ogni caso è distruttivo nella misura in cui nel dolore il mondo scompare nel nulla, nel nulla dell’angoscia e nel nulla del timore della morte; mentre è produttivo nella misura in cui l’immaginazione, stimolata dalla sofferenza, crea qualcosa di nuovo.

Non per niente alcune teorie della cultura e dell’arte e della “ θεραπεία therapeía” artistica riconducono la nascita dell’oggetto artistico all’esperienza del dolore. Dolore “portato fuori” e fatto presenza viva da vedere, esplorare e trasformare.

Ognuno è solo, disperatamente solo di fronte al proprio dolore. Cambia anche il nostro modo di essere al mondo: cambiamo noi, e cambiano le attese e le speranze che sono in noi. Ci si sente sradicati, fuori dal tempo che cambia la sua naturalezza. Siamo in bilico tra il tempo dell’orologio e il tempo dell’io , fra kronos e kairos, che a volte fugge con la velocità del suono quasi non consentendoci alcuna riflessione e a volte si muove con lentezza esasperante immergendoci in vortici di pensieri immobili e pietrificati. Spesso il dolore ci isola dal passato e dal futuro, ci immerge nei luoghi del silenzio e della solitudine che ci rendono senza vita come pietre. Nel dolore si rispecchia il tempo infinito della disperazione. Non ogni dolore porta a questa desertificazione del tempo, a questa sua glaciazione, ma quando questo avviene è come se ci estraniassimo da noi stessi e naufragassimo negli abissi del nulla.

Il dolore non è solo un problema ma un mistero con il quale ci si confronta in modi radicalmente diversi a seconda lo consideriamo come cosa completamente senza senso o invece come segno, ambivalente e straziante, di una esperienza di vita che rimane dotata di senso.

Non esiste una sola esperienza di dolore; sulle prime quando si parla di dolore si pensa immediatamente al dolore fisico, al dolore che nasce dalle malattie del corpo, cercando di rimuovere dalla mente un dolore, a volte anche più straziante perché apparentemente senza sintomi visibili che è quello dell’anima. Il dolore del corpo lo si vede, lo si riconosce subito, lo si cura con medicine adeguate, e quando è scomparso lo si dimentica facilmente: non lascia traccia né nel cuore, né nella memoria.

Diverse sono le cose quando siamo sommersi, o siamo anche solo sfiorati, dal dolore dell’anima. Non lo si riconosce facilmente, tende a nascondersi, ad assumere maschere.

Il dolore dell’anima grida spesso solo nel silenzio.

Si parla molto nei giornali e nelle trasmissioni televisive del dolore del corpo, delle forme in cui si manifesta, ma si parla molto meno del dolore dell’anima, di quel dolore subdolo e insinuante che a volte porta a compiere atti sconsiderati verso di sé o verso altri. Questa è una sfida continua alla nostra coscienza e alla nostra responsabilità.

Sì il dolore dell’anima, come ho detto sopra, quello che vive nel silenzio del cuore di tante persone a cui molto spesso passiamo di fianco indifferenti, pieni di affanno per le cose talora banali della nostra vita.

Il dolore dell’anima in noi, in noi e negli altri, riconduce nell’interiorità l’esteriorità della nostra esperienza delle cose; e allora è necessaria educarci a riconoscerne le tracce in situazioni di vita dal dolore apparentemente lontane. Guardiamoci intorno e accogliamo la sofferenza, spesso silenziosa, di chi vive vicino a noi con il corpo ma tanto lontano dal cuore.

Non c’è bisogno di fare molto, basta Esserci come una sorta di “zattera” relazionale che raccolga e accolga le pietre scheggiate dal dolore.

Non tutti siamo educati o incoraggiati a seguire il cammino che porta agli abissi della nostra interiorità, ma tutti sperimentiamo durante la vita le ombre e le angosce del dolore. Solo conoscendo, o almeno cercando di conoscere, quello che avviene nei crepacci della nostra interiorità ci è possibile avvicinarci ad alcuni dei modi in cui il dolore e il tempo si uniscono consentendoci di restringere le distanze che separano il nostro destino dal destino degli altri.

“Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime.” M. von Ebner-Eschenbach

Parlando di emozioni

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“Ragione e passione  sono timone  e vela della nostra anima navigante” K.Gibran

 Ho già trattato l’argomento in un post precedente   in cui mi soffermavo soprattutto sulla differenza che intercorre tra affetto, sentimento e umore e su due emozioni contrastanti la Felicità e la Sofferenza, oggetto di ricerca perpetua la prima e di modi per evitarla la seconda.

Oggi vorrei invece approfondire l’argomento trattando la chimica delle emozioni (lo spunto me lo ha  dato il libro di Debora Conti “Ascolta i grilli e scendi dall’Ottovolante”).

Un giorno è fatto di 24 ore cioè 1440 minuti: se dormiamo in media 8 ore, ne restano 16 in cui siamo svegli cioè 960 minuti. Tu cosa provi per la maggior parte di questo tempo? Come si sente il tuo sistema nervoso, inteso come sistema che genera e distribuisce emozioni nel corpo? Sei soddisfatta della chimica che il tuo corpo riceve per la gran parte del tempo?

Dico la “maggior parte del tempo” perché sarebbe impossibile decidere di provare gioia ogni minuto del giorno (e con questa affermazione mi immagino i respiri di sollievo di chi ha preso come una missione il forever happy). La vita è fatta anche di imprevisti : telefonate shock, brutte sorprese, urgenze da terminare…. Calcolando che tutto questo ci può prendere 1/5 del nostro tempo di veglia (192 minuti) , per i restanti 768 minuti cosa provi??? Come vuoi che il tuo corpo si senta per essere al meglio? Ci hai mai pensato? Quale chimica vorresti regalare al tuo sistema nervoso durante questo tempo?

La chimica che scorre nel corpo se prolungata, contribuisce a formare il nostro umore. Se l’umore è costante può essere paragonato al carattere e se l’umore continua ad essere quello, presto il carattere di una persona diventa l’umore che prova per la maggior parte del tempo.

Una persona di umore cattivo può essere definita scontrosa, pur sapendo che il carattere che gli alti giudicano pessimo è nella maggior parte dei casi determinato da un’abitudine umorale, e non certo da predisposizione genetiche!

Ora prova a fare questo esercizio:

 => elenca dalle cinque alle dieci emozioni che fino ad oggi hai fatto scorrere nel tuo corpo per la maggior parte del tempo: utili, non utili, buone o cattive per il benessere e la salute, orientate alla risoluzione dei problemi oppure alla loro stagnazione.

=> poi stila un bilancio. Se esistono troppe emozioni che reputi non utili cerchiale e sostituiscile;

=> riformula un nuovo elenco delle emozioni che vuoi provare per la maggior parte del tuo tempo di veglia (tolto quel famoso 1/5 per gli imprevisti)

In questo modo hai scelto cosa distribuire nel corpo, hai scelto quale benzina fare, quale bevanda prendere…. Scegli tu la metafora che più ti piace, la cosa importante è che ti abbia deciso come sentirti.

Ora prova a rispondere a queste domande:

  • Cosa succederebbe se oggi ti sentissi così per la maggior parte del tempo? E domani? E dopodomani? E per tutta la settimana? …
  • Cosa potresti fare per ricordarti al mattino che vuoi sentirti così?
  • Cosa potresti dirti per sentirti in questo modo?

Da questo momento non ti resta che provare a vedere se ti piace ed esercitarti.

Ricorda che soltanto tu hai il potere di

gestire le tue emozioni!!!

Qualsiasi emozione è riconosciuta per la sua precisa manifestazione fisiologica. Tutti sappiamo riconoscere la differenza tra panico e rilassamento.

Inoltre, osserva il potere delle parole, che siano pronunciate o solo pensate: basta dire “panico” o chiedersi “come ci si sente nel panico?” per sentire che il respiro si blocca e poi dirsi “rilassamento” perché il nodo alla gola scompaia.

Per struttura di una emozione si intende come la si rappresenta.

Prova a fare quest’altro esercizio:

=> pensa ad una sensazione di ansia leggera e per renderti conto che la riconosci dentro di te rispondi a queste domande:

  • Come la senti?
  • Dove l’avverti più forte?
  • Come pensi si diffonda nel tuo corpo?
  • Se dovessi attribuirle un colore, quale sarebbe?
  • Se potessi darle una consistenza, quale sarebbe?
  • Se ti venisse in mente una metafora, quale sarebbe?

Se chiedessi ad un’altra persona di descriverti la sua ansia noteresti che le sue risposte sarebbero ben diverse dalle tue. Questo accade perché ognuno di noi ha le proprie strutture di riconoscimento dovute alle sue esperienze uniche, percepite in modo unico catalogate poi nella memoria a lungo termine.

Come puoi dedurre dalle domande sopra, la struttura di riconoscimento di una emozione è costituita da alcuni oppure tutti i seguenti elementi:

  • Consistenza: solida, gassosa, liquida
  • Colore
  • Peso: leggero, pesante…
  • Temperatura: fresco, caldo, gelido, tiepido…
  • Odore: puzza, profumo …
  • Punto di origine: collo, petto, stomaco, testa, spalle …
  • Modalità di diffusione o movimento: circolare, a spirale per tutto il corpo …
  • Ritmo di movimento e diffusione: lento, veloce …

Consapevolizzare queste caratteristiche è di fondamentale importanza per  riconoscere che tipo di emozione stai provando in un determinato momento e di conseguenza modificare o gestire al meglio le azioni derivanti.

Ora prova a fare l’esercizio di riconoscimento  per tutte le emozioni formulate nella tua personale lista e visto che immagino che si tratterà soprattutto di emozioni positive, insisti su come le senti e come si diffondono nel corpo.

E, se ti piace, immagina di andare oltre: immagina che ad esempio la gioia, la serenità, entusiasmo, l’orgoglio, la fiducia, la pace … non si fermino lì, ma vadano a toccare ogni cellula, ogni globulo rosso, ogni nervo, ogni ghiandola, ogni pelo, ogni capello, e poi che vadano oltre il corpo e si diffondano nell’ambiente circostante, partendo da te verso l’esterno…….

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