Buon 2018 ….

buon anno 1

Photo by Cristian Escobar on Unsplash

Semplificare è la parola d’ordine; semplificare la nostra vita, semplificare i nostri pensieri, semplificare le nostre azioni .

Semplificando non diventeremo più superficiali, ma getteremo le zavorre che ci appesantiscono il pensiero e quindi anche l’esistenza, facendoci diventare più profondi.

Sappiamo riconoscere la felicità quando si presenta? Il profumo dei fiori, una notte stellata, l’affetto di chi ci vuole bene sembrano non bastarci mai. Se solo cercassimo di apprezzare un tramonto o il cando diun usignolo ci riterremmo delle anime belle e avremmo paura di essere considerate delle anime belle, sinonimo di ingenuità e semplicità.

E’ normale avere questo atteggiamento disilluso? E’ giusto essere diventati così cinici da guardare con biasimo chi ha il sorriso stampato in volto e dice di essere contento?

Spesso molti di noi esistono ma non vivono realmente perché non sanno gioire per le “piccole cose”, perché queste “piccole cose” non ci parlano più al cuore.

La vita ci dona continuamente motivi per essere felici. Proviamo a pensare al nuovo giorno che comincia, all’affetto di chi ci ama, alla possibilità di conoscere nuove persone, alla bellezza della natura, al cielo stellato, ad un’amicizia sincera. Ogni giorno è un nuovo e prezioso regalo. Ce ne rendiamo conto?

Sembrano non bastarci mai argomentazioni come queste perché spesso il nostro cuore si è chiuso alla meraviglia, alla passione e abbiamo bisogno di argomentazioni contorte per capire quanta felicità può esserci nella nostra vita.

Qualcuno vedendoci felici sospetta e dice :” Sei realmente felice o ti accontenti della tua condizione per non soffrire?”.

Non c’è mai fine al pessimismo e alle bizzarre possibilità che si dà l’uomo per essere infelice!!!

Spesso la nostra sofferenza deriva dal fatto che non vediamo la natura reale delle cose. Cominciare a vedere le cose per quello che sono, e non per come vorremmo che fossero, è uno dei segreti per raggiungere la felicità.

Chi ci chiede se agiamo così per non soffrire non vuole comprendere che la pienezza non è possedere molto, ma ESSERE enormemente.

Proviamo quindi a vederci estraniandoci da noi stessi. Osserviamoci dall’alto…..

Cosa c’è in noi di così grave o irrisolvibile da farci essere disperati?

Poche cose della vita sono senza soluzione, tutte le altre si devono guardare per quello che sono realmente ……

Il mio augurio, per te che passi fra le mie pagine, è di imparare a stupirti … di ritrovare quel senso di meraviglia, che avevi quando eri bambino, per ogni piccola scoperta che poteva renderti immensamente felice  …. Chiudi gli occhi ed apri il tuo cuore  lasciando che entri la sorpresa dell’essere VIVO ….

BUON …….

BUON2018

 

Ancora sull’accettazione di quello che è

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“ per crescere si ha bisogno sia della pioggia che del sole …” P.Pradervand

 “C’era una volta in un lontano paese, un padre sconsolato che teneva fra le braccia la figlia più piccola. Da vari giorni al bambina non era riuscita a placare la fame e il padre temeva per la sua vita.

Non pioveva da mesi e i maghi non prevedevano alcuna nube per molti mesi ancora. Il padre che nella lingua del suo paese si chiamava “Uomo Retto”, chiamò a raccolta tutti gli uomini validi e ricordò loro che al centro del villaggio c’era un albero immenso il quale per tutto l’anno produceva frutti in abbondanza. Nessuno coglieva questi frutti, perché sin dall’alba dei tempi si sapeva che uno dei ramo centrali dell’albero dava buoni frutti, mentre l’altro ramo dava frutti velenosi che portavano alla morte.

Nel corso dei secoli quale fosse il lato buono era stato dimenticato.

“Uomo Retto” disse agli altri uomini del villaggio: “Mia figlia sta morendo ed io non riesco ad accettarlo. Salirò dunque sull’albero e mangerò un frutto. Se son sul lato buono, vivrò e farò vivere tutto il villaggio, il quale placherà così la fame con i frutti di cui l’albero si copre ogni notte. Se sono sul lao cattivo, morirò e voi saprete di dover cogliere i frutti dell’altro lato. Promettetemi che salverete mia figlia, che la nutrirete.

Così fu deciso. “Uomo Retto” salì sull’albero, colse un frutto, lo mangiò e … visse!

Da quel momento, il villaggio prosperò. Alcuni mesi dopo tornò la pioggia e i campi rifiorirono. Tutto sembrava andare per il meglio.

Ma una notte di luna piena i giovani del villaggio si radunarono. Parlarono del grande albero lamentandosi del fatto che producesse due tipi di frutto. Non riuscivano ad accettare che rimanesse anche il ramo che dava frutti cattivi e così decisero di tagliarlo. Fieri della loro azione, andarono a dormire.

L’indomani, quale non fu lo spavento dei paesani: l’intero albero era morto e i frutti buoni erano disseminati a terra assieme a quelli cattivi. La straordinaria risorsa del villaggio non esisteva più!

Fu una terribile perdita. Gli anziani del villaggio, tutti rattristati, dicevano: “I giovani non hanno capito che non esiste bene senza male, pace senza guerra, verità senza menzogna e felicità senza sofferenza. La vita è fatta così e la saggezza più profonda consiste nell’accettare ciò che è.”

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Fin dal tempi più remoti, gli esseri umani conoscono la sofferenza. Talvolta è stata così intensa da indurli a desiderare la morte. In altri momenti le circostanze esterne erano più favorevoli, ciò nonostante la sofferenza era sempre presente. E anche se non era più provocata da tali circostanze, nasceva dall’insensato desiderio di essere qualcun altro o di possedere qualcosa di diverso da ciò che si aveva.

Le grandi religioni hanno tentato di trovare e di dare risposte a questi innumerevoli insoddisfatti, spesso riuscendoci. Che si trattasse del distacco, dell’accettazione del proprio karma, del paradiso che ci ripaga di quanto non abbiamo avuto quaggiù, il messaggio dominante era: la vostra sofferenza è soltanto temporanea, qualcosa di meglio vi attende. Oggigiorno ritroviamo questa ideologia religiosa anche in tutti i fanatismi.

I grandi sistemi politici hanno poi trasmesso la loro visione delle cose: “lavorate sodo, un roseo futuro vi attende e i vostri figli ne beneficeranno” o un’altra variante: “Diventate i migliori, diventate vincenti: volere è potere!”.

Vi ha poi aderito anche la medicina moderna: “Se vi sentirete tristi e privi di senso, abbiamo la soluzione per voi. Una molecola chimica vi aiuterà, vi sentirete in piena forma e potrete andare per la vostra strada senza porvi troppe domande”.

In certi momenti ricevere un trattamento medico può essere assolutamente appropriato e addirittura necessario. Il pericolo risiede nell’illusione che sia possibile curare la sofferenza così come cureremmo un’infezione, utilizzando l’antibiotico giusto.

Uscire dalla sofferenza significa innanzitutto accettarla, accettare ciò che è!

Dalla nascita alla morte, la vita non ci porta per forza di cose sempre quello che desideriamo. Dobbiamo dunque modificare la vita? Non sta forse a ciascuno di noi accettare quello che è per evolvere? Accettare ciò che è non è qualcosa di definitivo, non significa “essere fatalisti”.

Accettare ciò che è, solo momentaneamente, è l’unico modo per poter cambiare la situazione, per poterla modificare.

Quando una persona, un gruppo, una popolazione diventano capaci di accettare che “quanto è accaduto è accaduto”, la rabbia cessa, la ribellione si placa e la creatività può nuovamente entrare in azione per scoprire nuovi percorsi, strategie e soluzioni ……

Riprendi in mano la tua vita

BARCHETTE IN MANO

Quante volte ci troviamo catapultati in situazioni che non volevamo?

Quante volte accade qualcosa che non ci sentiamo pronti ad affrontare?

A tutti capita di sentirsi in balia degli eventi, incapaci di uscire da una spirale di negatività che ci trascina e ci fa sentire impotenti.

Vorremmo riprendere il controllo della nostra vita, cambiare direzione ma spesso travolti al caos non sappiamo da dove iniziare.

Ecco 7 suggerimenti (Fonte: www.blessyou.me) per riscrivere il copione della nostra vita  ed esserne finalmente il protagonista.

  1. ASCOLTATI. Ascolta il dolore, l’ansia lo stress, la stanchezza. Cosa ti stanno comunicando? Quale è l’area della tua vita che sta boccheggiando, desidera aria fresca e ha sete di cambiamento? Accettare e ascoltare le emozioni negative richiede molto coraggio ma è la porta per la vera felicità. Cosa è che ti fa battere il cuore? Smetti di liquidare quel sogno, quel desiderio con la logica della paura che ripete incessantemente che “non si può-non è il momento-non ha senso-sarà troppo difficile-ma se poi…”. Ascolta il tuo istinto, rinnova le aree della tua vita, che non rispondono più ai tuoi desideri più profondi. Osa sognare e permettiti di vivere i tuoi desideri e le tue passioni.
  2. DIVENTA PADRONE DELLA TUA MENTE. Sono i pensieri che attraversano la nostra mente e creano la realtà che ci circonda. Il modo in cui pensi a te stesso plasma l’immagine che hai di te. Quando ti capita di avere pensieri negativi domandati se ti appartengono o sono frutto di condizionamenti del passato e di giudizi esterni a te stesso. Chiediti in che modo possono esserti utili. Se non lo sono, lasciali scivolare via e sostituiscili con altri che arricchiscano la tua vita. I pensieri governano le tue azioni e le tue reazioni ad ogni evento. E’ qui che risiede la chiave di volta. Padroneggia i tuoi pensieri, scegli con cosa nutrire la tua mente e diventerai padrone della tua vita.
  3. IMPARA A LASCIARE ANDARE. Oggi è il primo girono della tua vita. Ieri è già andato e domani, credimi, non arriverà prima di domani. Oggi, ora, adesso è l’unico momento su cui hai potere. Per quanto doloroso sia stato il tuo passato, per quanti sbagli credi di avere commesso, per tutte le cose che sarebbero potute andare diversamene, ormai sono andate. Vuoi cambiare qualcosa? Fai ora, adesso, qualcosa di diverso. Lascia andare il senso di colpa, la rabbia, il dolore, la tristezza e prima di lasciarli andare domanda loro cosa ti hanno voluto insegnare di utile per rendere diverso, migliore il tuo oggi.
  4. ALLENA L’ASSERTIVITA’. Meriti di dire “Sì” quando vuoi dire “sì” e “No” quando senti che quella determinata richiesta non è in linea con te stesso e non è giusta per te in quel momento. Non c’è niente da guadagnare ma tutto da perdere a lasciare che siano gli altri a decidere per te. Essere assertivi significa avere il coraggio di essere ed esprimere se stessi e ti permette di evitare la trappola del “se avessi fatto/detto, se fossi stato diverso…”. Che senso ha cercare di essere diverso da ciò che sei nel profondo?
  5. APPREZZA E GODI DELLE PICCOLE COSE DI OGNI GIORNO. Ormai numerosi studi scientifici hanno ampiamente dimostrato come esprimere gratitudine aumenti stabilmente il nostro livello della felicità. Un modo per riconoscere quelle cose che ci rendono grati della vita è godere del momento che stiamo vivendo ora. Stai mangiando? Gusta ogni boccone, assaporalo. Nota come questo cambi il semplice atto di mangiare. Stai chiacchierando con un amico/amica? Ascoltato apertamente, sospendi il giudizio e fai domande. Goditi la conversazione, le risate, i silenzi.
  6. RIDI, SORRIDI, GIOCA. Diceva Nietzsche “non si può ridere di tutto e tutti ma ci si può provare” Inizia da te stesso, guarda al lato comico dei problemi e delle difficoltà che incontri. Riuscirai a creare il distacco necessario per vederle da altre angolazioni. Ridi delle tue paure è uno dei migliori modi per affrontarle con coraggio. Sorridi. Non per convenzione o convenienza. Sorridi perché non c’è niente di più bello che poterlo fare. Entra in un bar la mattina e senti come cambia il tuo stato d’animo e l’atmosfera intorno a te regalando un sorriso sincero. Gioca. Torna bambino, scherza. Prova ad affrontare un compito noioso come se fosse un gioco divertente. Ti aiuterà a focalizzarti sugli aspetti piacevoli che non avevi minimamente considerato, stimolerà la tua creatività e ti aprirà a nuovi punti di vista.
  7. SCEGLI IL BICCHIERE MEZZO PIENO. La vita è piena di sfide. Affrontarle con sano ottimismo significa rivolgere la propria attenzione alle possibilità racchiuse dentro le difficoltà. Ricordati che dietro ogni vincolo c’è sempre un’opportunità, che ogni crisi può essere un’occasione e che il dolore porta sempre con sé il seme di una meravigliosa rinascita. Tocca a te scegliere se raccoglierlo!

Allora , tu che mi leggi, sei pronto per riappropriarti della tua vita?

 

Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

amore per sè 3

“Non c’è arma più potente di questa per la realizzazione della verità: accettare se stessi….” Swami Prajnanpad

Ho dedicato tanti post all’amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l’altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? … Provate a seguirmi passo per passo …

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un’arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il “cattivo altro” perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all’altezza o meritevole di quell’amore. Il “cattivo altro” e il “cattivo sé” sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L’urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall’aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L’odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. “Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio”, potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un’avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del “cattivo sé”: dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un’eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l’arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il “cattivo sé” è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

“Che cosa c’è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?” L’origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel “lì e allora”: “perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c’è in me qualcosa che non va”. Questo è l’unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: “se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto”.

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e “bella”  così come è.

Facendoci dubitare della nostra “bontà” fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del “cattivo sé” è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell’inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il “cattivo sé” torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la “critica interna”. Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all’attacco.

Se potessimo dare un’occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”. Ecco quello che alimenta la fissazione del “mi ama, non mi ama”. Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell’inferno di vedermi come il “cattivo sé”, inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l’altra: “la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa”; “la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene”.

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d’amore non crediamo che l’amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l’odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c’è qualcosa che non va. In tal modo la storia del “cattivo sé” diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un’approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L’autoaccettazione che può curare l’odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l’essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé …..

L’Albero dell’Autostima

albero cuore 1

Noi siamo animali … animali pensanti ,ma animali … animali sofisticati, ma animali. E, come tutti gli animali di questa terra, viviamo in gruppo.

La vita in società non è facile, sorgono speso difficoltà da affrontare, problemi da risolvere, contrarietà da superare … inconvenienti, imprevisti, disguidi, equivoci. Per superare tutti questi ostacoli è indispensabile di una buona forza interiore.

Questa forza ce la fornisce  l’Autostima.

L’autostima è un pensiero che circola nella mente come il sangue circola nel corpo. Il sangue cede alle cellule le sostanze nutritive. L’autostima fa la stessa cosa: cede nutrimento alla nostra forza interiore, è l’ossigeno del coraggio.

Per affrontare la meravigliosa avventura della vita, ognuno è necessario che senta di valere, di essere in grado di fare, di poter riuscire in quello che fa ….

L’autostima è come la forza nelle gambe per poter camminare, nelle mani per poter prendere, sollevare, lanciare … E’ un senso di potenza che occorre necessariamente avere nella mente per fare qualsiasi cosa. Senza di essa le difficoltà della vita sarebbero insormontabili: una collinetta diventerebbe una montagna.

L’albero dell’autostima ha quattro rami: l’autostima esistenziale, l’autostima psicologica, l’autostima materiale e l’autostima sociale.

Guardiamole una per una.

Autostima Esistenziale, ovvero il concetto di valere perché si esiste.

Ognuno di noi nasce con un valore intrinseco: la vita e nessuno ce lo può togliere: né gli insuccessi, né le critiche altrui, né le nostre autocritiche, nessuno tranne la morte.

Chi si stima esistenzialmente pensa: “Io valgo in quanto sono: Io valgo perché esisto, perché vivo, perché respiro, perché sento, perché penso …..

Ricordiamolo sempre: NOI VALIAMO ! Anche se non abbiamo realizzato nulla di importante, anche se siamo una frana , anche se siamo l’ultima persona sulla terra.

Autostima Psicologica, ovvero il concetto di valere perché si E’.

L’autostima psicologica è un sentimento che nasce dal nostro ben fare. Non importa se quello che otteniamo è poco o  di poca importanza, purchè l’abbiamo ottenuto mediante l’uso delle nostre migliori capacità psicologiche: impegno, perseveranza, gioia, amore, onestà , creatività.

Chi si stima psicologicamente pensa così: “Io valgo perché in tutto quello che faccio metto impegno e amore. Io valgo perché sono abbastanza forte … non mi arrendo subito alle prime difficoltà, sono in grado di accogliere il dolore e riesco spesso ad accettare gli altri e le difficoltà della vita. Io valgo perché ho un discreto possesso di me: dei miei pensieri, della mia emotività…”

Cerchiamo di costruirci una buona autostima psicologica. Tanto più questa sarà salda, tanto meno ci importerà di aver sbagliato, perché non abbineremo più l’errore con il nostro senso di valore e tanto meno ci turberemo per le critiche altrui, perché non confonderemo più la la stima degli altri con il nostro senso di valore.

Autostima Materiale, ovvero il concetto di valere perché si ha.

L’autostima materiale nasce dall’essere riusciti ad avere: denaro, beni, prestigio, potere, sicurezze.

A chi si stima materialmente non importa un fico secco se durante il fare-per-avere abbia impiegato la costanza, la creatività, il cuore, l’anima, purchè sia riuscito ad avere.

Chi si stima materialmente pensa così: “Io valgo perché ho un ottimo reddito annuo, un grasso conto in banca, una casa di proprietà riccamente arredata e tante altre cose di valore. Io valgo perché indosso costosi vestiti, mangio cibi sofisticati. Io valgo perché ho potere economico e sociale”.

Il valore dell’autostima materiale è l’avere dunque, l’avere molto: molto denaro, molti beni, molto prestigio, molto potere. Avere, insomma … avere … avere.

A questo punto potremmo pensare”allora più si ha più ci si stima “ ….. Sbagliato!

Perché l’autostima è un fenomeno interiore, non dipende da quello che si ha, ma da quello che si è. Il mondo dell’autostima è il mondo dell’essere non quello dell’avere …

Autostima sociale, ovvero il concetto di valere perché lo dicono gli altri.

L’autostima sociale non è basata sul reale valore di sé, ma su quello apparente.

Alla persona che si nutre di questo tipo di autostima poco importa se vale veramente, purchè gli altri lo credano. E così pur di ricevere approvazione ed evitare critiche è come gli altri desiderano che sia, agisce come gli altri si aspettano che agisca, si sforza di essere irreprensibile.

Chi si stima socialmente pensa: “gli altri mi dicono che valgo, quindi valgo”, “io sono in gamba perché gli altri pensano che lo sia”.

L’autostima sociale è poco consistente, dà poca forza. E’ come la benzina sul fuoco: appena versata fa una vampata, poi, ben presto, il fuoco si spegne. Un segno di approvazione o un elogio fanno subito avvertire una intensa sensazione di valore, ma dura poco. Non appena si è di nuovo soli con se stessi, fa capolino la solita scarsa autostima di tutti i giorni ….

Da tutto ciò si evince che l’Autostima è composta da tutte le autostime descritte sopra e leggendo avrai capito che, per essere forte e stabile, la nostra Autostima è necessario che sia composta soprattutto da “autostima psicologica” e “autostima esistenziale” in modo da diventare inattaccabile.

In questo modo potremo subire un crollo economico, fallire in un’importane impresa, essere abbandonati dal nostro partner, ma la nostra Autostima non crollerà. Potrà vacillare, potrà barcollare, potrà sussultare ma giammai crollare!

Se, invece, la nostra Autostima è composta soprattutto da autostima “materiale” e “sociale”, pian piano, con i colpi che la sorte e gli altri vibreranno, si ridurrà e nascerà in noi la disistima, grande nemico della nostra felicità.

Donne …

DONNE 2

… per tutte le figlie e le anziane donne che sostengono ciò che è buono, e che rifuggono dalla cieca ubbidienza a qualsiasi sovra cultura che gratifica soltanto forme appiattite e denigra il pensiero.. per tutte le figlie e le anziane donne che stanno diventando scalatrici sempre più abili di montagne mistiche e ospiti di passaggio di strade accidentate..

per quelle che parlano più fervidamente con l’anima … per quelle che hanno calderoni sempre più grandi, che sono lenti di ingrandimento per la luce del faro, che si offrono come solido appoggio dove un tempo non esisteva nulla …

per quelle che sono infervorate da insegnamento e apprendimento, per quelle che stanno semplicemente riposando prima di risollevarsi nuovamente con entusiasmo ..

per quei fiori della notte che effondono nell’aria le loro intense e persistenti fragranze anche se i fiori non si vedono …

per tutte le figlie e le anziane donne che tengono le mani non solo sulla culla, ma anche sul timone del mondo alla loro portata …

per quelle che hanno abbandonato qualcosa di essenziale e vitale e sono tornate indietro a riprenderlo …

per quelle che hanno sciupato qualcosa e chiesto scusa con umiltà per amore dell’amore .. per quelle che hanno lasciato qualcosa di incompleto, di dimenticato, di cui non hanno colto l’importanza, ma sono tornate, hanno ricostruito, ammorbidito, dato “la benedizione” al meglio delle loro capacità …

per tutte le figlie e le anziane donne che hanno assunto un ruolo riprovevole e hanno dato tutte loro stesse per riparare alla sofferenza causata da altri …

per le figlie e le anziane donne che prediligono sempre più essere amorevoli che aver “ragione” ….

Per loro ….

possano cogliere quanto le loro vite

sono preziose,

quanto, nonostante le mancanze,

siano il baluardo perfetto,

la pietra angolare, la nota di base

e l’esempio di cui abbiamo bisogno …

Clarissa Pinkola Estès – La danza delle Grandi Madri

 

Buon Compleanno!

happy birthday scarabocchio

Ed eccomi a 56 primavere … traguardo importante che segna un mio personale punto di passaggio tra le mie due identità Genovese e Romana ….

28 anni trascorsi in mezzo ai “caruggi” della mia città natale e 28 vissuti tra i fasti della “grande bellezza” che mi ha adottata ……

Davanti a me come una pellicola vedo scorrere immagini della mia vita: fotogrammi impressi nella memoria, ricordi che ri-sento con il corpo.

Genova …. Il suo profumo … l’ombra del sole sulle case colorate … il vento di tramontana e il suo cielo azzurro … il mare che mi abbraccia … il suono della risacca che accarezza gli scogli …. una casa in mezzo ad un grande giardino ….

Il mio dolore così denso e compatto come trama di un tessuto in cui mi avvolgevo nel lunghi silenzi dei miei giorni spezzati.

Gomitolo di ragazza che non riusciva a trovare il filo per dipanare la sua vita. Ore buie, lacrime salate che non avevano fine.

E poi la fuga … desiderio di ri-trovarmi sotto un nuovo cielo …

Roma … sconosciuta … regale nella sua maestà … nascondermi anonima tra anonimi volti … prendermi per mano: solo io per me, un piede dietro l’altro alla ricerca di me stessa …

Tra la folla due occhi, una base sicura, sensazione di tregua, un posto dove riposare dopo le mie battaglie …. Vittorio che ha creduto in me da sempre, che ha visto al di là, che mi ha insegnato la fiducia …

E da noi due … Alessandro … per sempre …..

E tra salite, rocambolesche cadute, labirinti in cui le uscite apparivano come miraggi, pianure infinite, paesaggi spettrali, spicchi di luna in notti gelide ….

Eccomi qui all’alba di un nuovo giorno di vita …. Intera …. Unica …. Irripetibile …. SONO IO!!

Buon compleanno …. Gabriella …..!

Dimostrare qualcosa, ma perché e a chi?

chi sono

“Il nostro continuo impegno a fare ed agire sembra un modo per impedirci di essere. Se ci si dà abbastanza da fare non si è obbligati ad essere qualcuno. Si può cercare con sempre maggiore impegno, di diventare qualcosa di diverso da quello che si è: sempre migliori, sempre più potenti, sempre più simili a qualcun altro e sempre meno simili a ciò che in passato abbiamo scoperto di essere”. Carl Whitaker

Spesso diventiamo quello che gli altri ci dicono che siamo; anche se dentro di noi sappiamo che siamo ben altro, è un modo triste per depistare gli inseguitori e a volte purtroppo per perdersi e non trovarsi più. Fare finta che tutto va bene, sì per un po’ si può fare, ma poi?  Dimostrare qualcosa che non è risulta ancora più triste e inutile, e poi, perché? Sarebbe come fare il bagno in un luogo bellissimo e poi scoprire che c’è uno scarico fognario. Faresti finta di nulla e continueresti ad immergerti tra colibatteri e residui fecali?

Perché accontentarsi quando puoi scegliere il meglio? Che cosa credi che ti manchi? Te la stai raccontando … non ti manca nulla!!!

Se ti va, prova a fare questo esercizio: prendi carta e penna e scrivi una lista di cose che non hai fatto per paura che sarebbero state criticate dagli altri. E soprattutto decidi e metti a fuoco chi sono questi “altri”.

Una volta che li avrai individuati, visualizzali affidando ad ognuna di queste persone il progetto a cui hai rinunciato per paura di quello che potrebbe aver pensato.

Prendi delle buste, scrivi il nome di ciascuna persona che ti ha apparentemente frenato e inserisci in ogni busta la descrizione dell’episodio avvenuto.

Alla fine dell’esercizio guarda quanto sono gonfie queste buste. Alcune sono sottili, mentre altre sono lì per scoppiare? Almeno due non potrebbero essere neanche chiuse ? Per vivere al meglio e diventare un “vincente” occorre che tu lascia andare quello che non ha funzionato nella tua esistenza. Per farlo occorre “perdonare” tutti quei nomi. Molte di quelle buste riportano nomi che ti sono familiari? Le due più gonfie sono quelle dove c’è scritto il nome di mamma e papà?

Molte persone meravigliose sono state apparentemente poco amate da uno dei genitori o comunque hanno avuto uno o tutti e due i genitori con importanti problemi ad esprimere il loro amore. Così, inconsciamente, essi sono diventati efficaci e potenti nel disperato tentativo di poter proteggere uno dei genitori e contenere o salvare l’altro. Oppure hanno conseguito vittorie al fine di raggiungere risultati tali da rendere impossibile il non riconoscimento da parte loro. Ma spesso questo, anche se è avvenuto, non è arrivato nei tempi necessari per migliorare la qualità della realtà affettiva di tutti.

Ci sono genitori che continuano ad alzare l’asticella su cui i loro figli devono saltare e non basta mai quanto in alto tu sia riuscito ad arrivare.

Evita di sentirti indifeso rispetto al ricordo delle dinamiche intercorse qualora queste non siano state vincenti. Ogni cosa irrisolta con i tuoi genitori si “appiccicherà” nelle tue relazioni e le influenzerà negativamente. Mille volte meglio risolvere e “guarire” quello che hai salvato riguardo a tutto quello che non ha dato buoni risultati, solo così potrai essere veramente libero di realizzare al massimo il tuo potenziale.

Ricordati che ogni volta che non metti tutto l’impegno che puoi esprimere per raggiungere il risultato, sei portato ad accettare compromessi e sarai pronto a diventare quello che rimpiangerà di non essere divenuto qualcuno: a quel punto sarai capace di prenderti la tua responsabilità e di ripartire? O punterai il dito contro tutti coloro che ti avrebbero impedito di arrivare? Sei proprio sicuro che siano stati “loro” a farti scivolare? Quanto sarebbe meglio se tu ti accorgessi che hai fatto invece tutto da solo, sempre, ma specialmente quando le cose non hanno funzionato?

Fermati un attimo a riflettere, è tempo ben speso. Come potrebbe l’immobilità permetterti di arrivare da qualche parte, in quale modo potrebbe mai farti raggiungere qualcosa?

Mentre fino a questo momento ogni “no” ci crocifiggeva , ora è fondamentale riconoscere che sono i modi di pensare che avevamo ieri che ci hanno condotto e accompagnato a quello che siamo oggi, a tutto questo! L’importante è evitare di sentirsi incompresi e spostare le proprie energie su qualcosa di altro a cui teniamo comunque tantissimo in modo da superare l’impasse e riprendere il cammino.

Questo significa capacità di scelta e non ha nulla a che vedere con la rinuncia bensì con una messa a fuoco più produttiva e concreta. E’ necessario semplicemente smettere di avere timore, cambiare pensieri, prestare più attenzione, orientarci verso qualcosa di più adatto ai percorsi che abbiamo in mente e CE LA FAREMO!!!!

Noi sappiamo tutto, occorrerebbe tenerne conto! Talvolta sarebbe molto più utile smettere di spingere il fiume e forse sarebbe proprio lì che ci accorgeremmo che sì, quel risultato lo abbiamo raggiunto!

Crediti: foto e aforisma iniziale da https://psicologoonlinerizzo.wordpress.com/

Le maschere sociali III parte

MANI SULLA FACCIA 1

“Molti di noi sanno che la maschera dietro la quale ci nascondiamo è di argilla, prima o poi finisce in frantumi, ed è allora che scopriamo chi siamo veramente”  dal Film “In Hell”

Come ho detto in precedenza la nascita delle maschere è funzionale all’adattamento all’ambiente dell’individuo in situazioni dolorose della sua vita, da ciò ne deriva che gran parte delle persone , in qualche momento della loro esistenza, si sono nascoste dietro alcune di queste maschere per superare le difficoltà e difendersi dalla sofferenza.

Nelle occasioni in cui abbiamo indossato una delle maschere, probabilmente abbiamo avuto il timore di fallire in qualcosa di importante. Spesso, infatti, la paura si concretizza nella resa oppure nella fuga da quelle situazioni che non si conoscono e che quindi non ci sono familiari. La realtà, però, non è affatto così semplice come appare guardandola attraverso le lenti deformate proprie di ogni maschera; al contrario, ci sono tante sfumature di significato e vi è sempre un’alternativa al semplice fuggire a gambe levate di fronte alle difficoltà, così come c’è sempre la possibilità di intraprendere strade che siano nuove rispetto a quelle percorse in passato.

Fare della vita un palcoscenico dove ci si lascia guidare unicamente dai fili intessuti nel corso degli anni, obbliga a creare dei rapporti sociali all’insegna della complementarietà con le maschere che noi e gli altri siamo soliti indossare. Ecco, perciò, che coloro che si comportano da vittima si circondano senza volerlo di carnefici, il pauroso saprà scovare ovunque minacce in quantità industriale, mente il deluso troverà sempre persone disposte a deluderlo ancora una volta.

Mostrandoci poco sinceri agli occhi degli altri ma soprattutto verso noi stessi, finiamo per restringere il campo delle scelte a nostra disposizione fino a sentirci come dei pesci che nuotano in circolo dentro una vasca senza avere una meta precisa.

Una delle risorse possibili per uscire fuori da questo circolo vizioso è quella di mobilitare l’immaginazione, il “come se…” , che ci permette di sostituire le vecchie maschere con immagini interiori nuove, che rafforzino la fiducia in noi stessi.

L’immaginazione quando risulta associata ad un’emozione, possiede la capacità di riportare la mente al passato o di proiettarla verso il futuro: quindi, se usata bene, rappresenta una risorsa che ci aiuta a vivere meglio e ci consente di concepire una realtà nuova e originale. L’attività immaginativa può indirizzare la nostra mente a progettare ruoli più adatti per affrontare le sfide della vita, i quali entrano maggiormente in sintonia con i sentimenti che si provano e con i risultati che si vogliono ottenere.

Naturalmente la scelta del ruolo in cui calarsi dipende dalla storia personale di ognuno di noi. Alcune maschere sono l’esito inevitabile dell’aver attribuito agli altri il potere di gratificare noi stessi con premi o punizioni come di solito accade durante l’infanzia e poi l’adolescenza verso i genitori e altre figure significative. Altre, invece, dipendono dalle nostre azioni mancate, dall’aver voluto ma non aver potuto fare qualcosa, per cui ci sentiamo condannati a portare il peso della sconfitta sempre con noi.

I ruoli stereotipati che usiamo per difenderci dagli altri impediscono il pieno sviluppo delle proprie capacità sociali, oltre a diminuire la fiducia di farcela di fronte alle avversità. Comportarsi da persona adulta richiede l’assunzione delle responsabilità circa le proprie emozioni e la capacità di compiere azioni che possono cambiare in meglio la nostra vita. Avere questa propensione all’apertura verso il mondo e gli altri, consente di accettarli per quello che sono realmente.

Naturalmente non esistono ricette predefinite su come doversi comportare nelle situazioni specifiche, altrimenti si corre il rischio di far fossilizzare gli altri in ruoli altrettanto rigide come le maschere analizzate nel precedente post, le quali, come abbiamo visto, sono causa di sofferenza e di conflitti con il prossimo.

Quello che mi pare sia utile tenere a mente per costruire legami sociali soddisfacenti è di presentarsi agli altri come una persona degna di essere amata e rispettata, capace di affermare e sostenere le proprie idee, pur senza prevaricare gli altri e le loro convinzioni.

Chi impara a valorizzare le proprie credenze con equilibrio e fermezza, riesce a reggere il confronto con le idee degli altri rifiutando di ridurre se stessi a dei servi  dipendenze di qualcuno che li priva della libertà di scelta.

Fra le doti che caratterizzano i ruoli adulti e responsabili non dovrebbero poi mancare la capacità di ascoltare gli altri e di essere aperti verso di loro, accettandoli per quello che sono veramente e non come noi li vorremmo.

Nella vita di tutti i giorni la disponibilità a trattare e collaborare con le persone che manifestano idee diverse dalle nostre si rivela fondamentale per entrare in relazione con gli altri, senza limitarsi a coloro che soddisfano criteri di compatibilità con le nostre vecchie maschere sociali.

Infine, le altre due caratteristiche che a mio parere risultano vincenti per soddisfare i bisogni di vicinanza, stima e affetto che emergono durante le relazioni sociali, sono il mostrarsi pieni di entusiasmo e vivere con ottimismo gli eventi che accadono, sviluppando così un forte coinvolgimento verso quello che si sta svolgendo. La passione per quello che si fa è uno dei migliori ingredienti per vivere al meglio il nostro “ruolo” di animali sociali.

Le maschere sociali II parte

maschera sociale 1

Fotografia di Monica Silva 

Non dal volto si conosce l’uomo, ma dalla maschera. Karen Blixen

La familiarità che noi tutti abbiamo con le regole da seguire per impersonare un determinato ruolo, spesso diventa un elemento di cui è difficile fare a meno, nonostante le prove contrarie alla loro efficienza si accumulino giorno dopo giorno.

Infatti, noi tutti siamo ormai abituati solo a vedere quello che ci interessa e le sconfitte subite a causa delle azioni che compiamo nell’assumere un determinato ruolo, paradossalmente sembrano rafforzare il fardello delle immagini presenti nella nostra memoria.

Questo accade perché l’orgoglio ferito e il senso di amarezza che sperimentiamo, lungi dal portarci ad ammettere gli errori compiuti, ci spinge a persistere nell’errore pur di non cambiare atteggiamento.

Lasciarsi a guidare da certe immagini interiori diminuisce il senso di autoefficacia e concorre, insieme a molti altri fattori, a far si che molte delle nostre capacità rimangano inesplorate. Esse sono come delle profezie destinate ad avverarsi nel futuro, i cui effetti tengono le persone ben al di sotto delle loro potenzialità reali.

Di seguito un breve elenco delle maschere che le persone sembrano adoperare più frequentemente nella vita; è una classificazione puramente esemplificativa, alla quale potremmo aggiungerne molte altre, senza poi considerare le infinite combinazioni che scaturiscono dalla loro associazione. Un gioco in cui chi legge ci si può rispecchiare e, perché no, divertire ad aggiungerne altre…..

EREMITA => è la maschera adoperata da coloro che amano stare soli, evitando la compagnia e la vicinanza degli altri. Tutti nella loro vita sono stati almeno per un periodo dei solitari, tuttavia se questo atteggiamento persiste nel tempo si rischia di diventare dei misantropi buoni soltanto a far scappare le altre persone. Si tratta di una maschera completamente inefficace per poter vivere al meglio le relazioni sociali e familiari.

PERFEZIONISTA => a meno che non svolgiate un lavoro che richieda estrema precisione, tipo la professione di orologiaio o cardiochirurgo, questa maschera non vi consentirà di costruire relazioni sociali che siano davvero autentiche. Le persone fissate con il perfezionismo aspirano a raggiungere un elevato grado di perfezione nelle proprie attività , anche nell’ambito sociale, per cui a torto ritengono che saranno felici soltanto quando tutto sarà sistemato secondo i propri desideri. Dato che tale perfezione e irraggiungibile, ne consegue, che rimarranno sempre scontente da ogni aspetto della vita sociale.

CINICO => maschera tipica di coloro che vogliono apparire più furbi degli altri e per i quali il fine giustifica i mezzi. Quando non riescono ad ottenere ciò che desiderano, indossare questa maschera funge da espediente per proteggere se stessi dalla sofferenza: il ruolo del cinico, infatti, consente di ignorare i sentimenti e le emozioni negative per poi agire unicamente in vista di un fine contrario al bene comune.

SOTTOMESSO ALL’AMORE => chi incarna i comportamenti tipici di questo ruolo tende a mettere su un piedistallo tutti i partner che incontra durante la vita, per farne degli idoli senza mai chiedere loro di soddisfare i propri bisogni. Queste persone traggono piacere dall’assumere una posizione subordinata rispetto al partner per non dover fare i conti con il proprio passato, cui attribuiscono la colpa di essere stato avaro di successi e di soddisfazioni personali. “Delusi” dalla vita cercano di “non deludere” gli altri e di curare unicamente i loro interessi.

VITTIMA/CARNEFICE => sono due immagini complementari e strettamente legate fra di loro, dato che chi si comporta da vittima tende a scatenare l’aggressività dei potenziali carnefici. Prima ancora che ci siano state delle sopraffazioni, ci si sente già oggetto di persecuzione da parte degli altri, spesso senza un reale motivo per pensarlo. Il ruolo di vittima si adatta bene anche a coloro che dedicano la propria vita all’adempimento di un dovere e che dopo un po’ di tempo si sentono schiacciati dalle responsabilità eccessive. Chi è solito dichiararsi vittima dei soprusi altrui, spesso lo fa con l’intento preciso di demonizzare gli avversari.

COLPEVOLE => è una maschera adatta a quelle persone che si sentono in colpa per aver commesso azioni ritenute riprovevoli e ingiuste per cui diventa necessario espiarla punendosi per tutto il resto della vita. I colpevoli si comportano come il Titanic in attesa di sbattere contro un iceberg e giustamente le altre persone tendono a fuggire come la peste chi indossa questa maschera per paura di rimanere coinvolte loro malgrado nelle punizioni che si autoinfligge.

PERDENTE => la maschera caratteristica di chi ha l’aspetto del guerriero che fiuta la sconfitta e che l’eccessivo carico di responsabilità fa sembrare appesantito, con l’aria sgualcita, e le borse sotto gli occhi. Appare così chi nella vita subisce, o meglio non riesce ad evitare, troppe sconfitte senza reagire in alcun modo.

ESIBIZIONISTA => chi indossa la maschera in questione ha la tendenza a mettere in mostra le proprie qualità personali. Per lo più si tratta di una personalità fittizia, creata appositamente per il piacere di destare l’ammirazione e i complimenti altrui. Si tratta di un’immagine che può funzionare per poco tempo, diventando poi controproducente, soprattutto quando gli altri cominciano ad intuire che dietro la facciata si nasconde ben poco, se non la noia di vivere.

PAUROSO => essa si contraddistingue per il fatto che scatena delle reazioni di attacco o fuga di fronte a situazioni che di pericoloso hanno ben poco. Nel primo caso, per reagire a queste situazioni, si tende a diventare esageratamente aggressivi, mentre nell’altro caso si scappa con la falsa promessa che, se si rimanda il problema, ci si sentirà meglio nell’immediato futuro.

PARASSITA => questa maschera caratterizza le persone che amano vivere alle spalle di altri senza dare niente in cambio. I fattori che contribuiscono ad assumere un tale atteggiamento sono la mancanza di fiducia nelle proprie possibilità e la convinzione di essere incapaci di vivere in maniera autonoma e responsabile.

MARZIANO => si tratta di quel personaggio che vive in un’atmosfera ovattata, dentro una campana di vetro in modo da non far capire agli altri le sue intenzioni. E’ una maschera tipica di quegli individui che non riescono ad inserirsi adeguatamente nelle dinamiche di un gruppo, a causa del loro essere misteriosi e poco chiari quando parlano con gli altri.

(…continua nel prossimo post)