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Il controllo: efficacia e pericolosità

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Ci sono momenti nella vita in cui l’unica alternativa possibile è perdere il controllo.
Paulo Coelho

Il tema del controllo si può declinare in vari modi. Innanzitutto distinguendo tra controllo su noi stessi e controllo sugli altri. Argomenti ambedue da maneggiare con cura perché possibili fonti di guai.

Se ci riferiamo al rapporto con noi stesse, dobbiamo parlare di “autocontrollo”. Ossia la facoltà di fare la cosa giusta nel momento opportuno, tenendo conto del “principio di realtà” contenendo quindi gli impulsi sconvenienti e procrastinando la soddisfazione dei bisogni in attesa della condizione favorevole.

Questa attesa adulta e controllata è possibile solo quando esiste la piena consapevolezza dei nostri bisogni e delle opportunità concrete per soddisfarli, in caso contrario rischiamo l’infelicità e l’emarginazione.

Sin dall’infanzia veniamo sollecitati a non essere tropo rumorosi, a non piangere, a trattenere la rabbia. In generale i bambini maggiormente apprezzati dagli adulti sono quelli capaci di controllarsi. Il problema è riuscire a distinguere un essenziale addestramento al controllo dei propri impulsi da un metodo coercitivo che può portare all’inibizione di una sana istintività rivolta a soddisfare legittime esigenze personali.

Per quanta riguarda l’educazione e il delicato apprendimento alla gestione delle proprie emozioni, il fattore decisivo è la capacità di distinguere tra un contesto e l’altro. E’ necessario imparare a riconoscere i vari contesti e, di conseguenza, a modulare azioni e parole affinchè non risultino “di troppo” nei diversi ambienti e nelle diverse circostanze, imparando a considerare che c’è un tempo per ogni cosa.

Il rispetto di vincoli e confini, propri e degli altri, è un requisito fondamentale per il benessere e l’equilibrio di ciascun individuo.

Molto spesso non si tiene abbastanza in considerazione dei possibili effetti deleteri che la nostra incapacità di usare, al bisogno, i provvidenziali freni inibitori, può causare.

I bambini si spaventano molto quando non si sentono contenuti dagli adulti. La furia incontrollata di molto bambini o ragazzi deriva più spesso dalla paura che da cattive inclinazioni; non si sentono abbastanza sicuri, in balia di adulti che non sono in grado di proteggerli fraintendendo le loro tacite richieste di aiuto.

Il controllo di sé, a meno che non sia esasperato e ossessivo, non ha nulla a che vedere con l’annullamento della spontaneità e la privazione di un gratificante appagamento delle esigenze personali, laddove non vengano lesi i diritti degli altri. E’ quel famoso comportamento “assertivo” che in modo adulto, non contaminato dal bambino che vuole tutto subito, consiste nell’”affermazione di sé” avendo la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Autocontrollo, quindi, come gestione di quelle valvole che regolano il flusso di scambio affettivo fra noi e gli altri, fra il nostro mondo interiore e gli stimoli esterni, in base ai nostri bisogni e secondo il nostro discernimento.

Autocontrollo come capacità che mi da’ la possibilità di decidere dove, quando, come e con chi manifestare in maniera appropriata i diversi stati d’animo che emergono dal mio sentire.

Inteso in questa maniera, ne consegue che quanto più siamo liberi e padroni di noi stessi, tanto meno avremo bisogno di esercitare un controllo sugli altri, specialmente su quelli che amiamo. Tendenza retaggio dell’insicurezza e della paura di perdere potere nella relazione.

Autocontrollo e controllo sugli altri difficilmente vanno insieme; l’esperienza ci insegna che le persone più accanite nell’esercizio del controllo sugli altri sono in genere quelli che maggiormente difettano di autocontrollo. Grandi sostenitore del rispetto di regole e confini, sono soliti riservare a se stessi un’indulgenza che li assolve da ogni sopruso, mentre non transigono sui torti e sulle debolezze altrui.

Legato al tema del controllo nella sua accezione, per me “inutile” e persa in partenza c’è l’arrogante pretesa di voler controllare ogni aspetto, accadimento o situazione della vita che in molti casi ha un andamento imperscrutabile e misterioso; dimenticandoci che il fattore accidentale è sempre in agguato e spesso spazza via progetti, intenzioni insieme alla nostra sicurezza.

E allora ci prende l’angoscia di essere in balia degli “elementi” con tutte le ansie e i conseguenti arroccamenti e chiusure che ne derivano.

Ricordiamoci, però, che per ogni battaglia persa, c’è una nuova opportunità da cogliere. La paura della sconfitta, del “destino” dietro l’angolo, non ci deve distogliere dal piacere di accettare una sfida ulteriore. Perché mai nulla è completamente perduto finchè avremo una testa per immaginare nuovi scenari ed elaborare nuovi progetti e soprattutto finchè avremo braccia e mani che si uniscono le une con le altre per creare una rete e abbastanza cuore per cullare i nostri sogni cercando di realizzarli.

Il grande segreto della felicità è accordarsi con la vita, non controllarla. J. Vitale

Liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” Ed.Feltrinelli

Confini, limiti e principio di realtà

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“Per essere sereni bisogna conoscere i confini delle nostre possibilità e amarci come siamo.” R.Battaglia

Molte persone odiano e temono i conflitti e farebbero di tutto pur di evitare uno scontro: fuggire, scusarsi, capitolare.

Esse sono convinte che lo scontro rappresenti il fallimento in un rapporto e che nella vita sociale bisogna fare molte concessioni.

D’altra parte è la vita stessa che alla lunga dimostra a queste persone che ogni sforzo e concessione per evitare un conflitto non fa altro che alimentare l’astio. Tutti questi permessi dati agli altri vengono immagazzinati e contabilizzati dall’inconscio e, prima o poi, il conflitto non risolto esplode con una violenza direttamente proporzionale al suo stato di latenza.

Non è possibile non dire mai no. Ad un certo punto è necessario stabilire dei limiti, mettere dei confini; tanto più che ogni volta che evitiamo di dire no agli altri, diciamo no a noi stessi, ai nostri bisogni, ai nostri desideri.

E’ dunque un tradimento personale quello che ci infliggiamo ogni volta che rifiutiamo lo scontro e nel momento in cui rifiutiamo il confronto, permettiamo all’altro di prendere tutto lo spazio del rapporto.

Il solo modo per non farsi schiacciare da questo gioco di potere è quello di conoscere le regole e di giocare a nostra volta invece che fuggire o capitolare al primo aggrottare di sopracciglia.

Il conflitto non è necessariamente sinonimo di violenza, esso rappresenta una componente naturale della vita relazionale ed è indispensabile per rispettare e far rispettare la propria individualità, il proprio spazio.

Bisogna tenere bene a mente che i confini sono indispensabili; una vita senza limiti è come un paesaggio immerso nella nebbia.

I confini rassicurano, strutturano e costruiscono l’identità; è indispensabile conoscere dove siamo, fino a dove possiamo spingerci e dove è bene fermarsi per non invadere il territorio di chi ci sta di fronte.

I limiti interni sono quelli che definiscono il territorio mentale e che permettono alla persona di Essere. I limiti esterni sono quelli delle persone che ci circondano e dell’ambiente in cui viviamo la scoperta dei quali non avviene senza difficoltà.

Di fatto, veniamo al mondo con l’illusione di onnipotenza. Crediamo che il mondo giri intorno a noi

Tuttavia, presto o tardi, in maniera progressiva o brusca, dovremo capire che alcune cose sfuggono al nostro potere, accantonando così l’illusione dell’onnipotenza. E’ impossibile avere tutto e subito, comincia a far capolino quel “principio di realtà” che al suo ingresso sul palcoscenico del nostro io bambino procura sofferenza e frustrazione, quella dolorosissima sensazione di sentirsi impotenti nei confronti del nostro ambiente.

Ma se non impariamo a gestire questa frustrazione cresceremo adulti violenti e compulsivi, poiché la frustrazione senza controllo si trasforma in rabbia, volenza e compulsione.

Conoscere quello su cui abbiamo potere e ciò su cui non l’abbiamo ci permette di incanalare l’energia in maniera costruttiva. Invece di disperdere le nostre forze in battaglie vane contro elementi incontrollabili, è molto più produttivo concentrare le proprie azioni su ciò che possiamo davvero modificare, allentando la presa su tutto il resto.

Imparare a gestire la frustrazione porta alla maturazione, all’evoluzione “sana” della nostra esistenza.

L’integrazione dei limiti è indispensabile alla vita dell’adulto ed è attraverso l’apprendimento della pazienza che possiamo gestire la frustrazione.

Pazienza che non vuol dire “rinuncia” bensì capacità di fare un obiettivo esame di realtà che tenga conto dei limiti, presenti nel contesto, e, a volte, della necessaria posticipazione della soddisfazione di un bisogno.

Aver pazienza è perdere quel senso di onnipotenza statico per inserirsi nel fluire fatto di pieni e vuoti della vita.

Limiti e confini servono a definire la propria identità, a distinguere tra reale e immaginario, a controllare ciò su cui possiamo intervenire, ad allentare la presa sul resto, a incanalare le energie in maniera costruttiva ed a far rispettare i propri bisogni e valori senza mai però perdere di vista la realtà.

Sui confini e sui limiti

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I limiti non sono fini a se stessi. I nostri limiti e confini servono a proteggere un territorio, una zona che ci appartiene, della quale vogliamo disporre liberamente e di cui ci assumiamo la responsabilità. La delimitazione non è fondamentalmente una questione di confini, ma di territorio da difendere.

I confini in senso concreto (da quelli territoriali di uno stato alla siepe del giardino) rappresentano il passaggio dal territorio di un altro. Così come accade con i confini in senso concreto, lo stesso avviene con i confini in senso figurato: anch’essi segnano il passaggio dal nostro spazio personale a quello di un altro individuo o al mondo esterno. Per questo motivo i confini determinano anche il nostro rapporto con gli altri, con il mondo in generale e anche con noi stessi.

Le tensioni e i conflitti sorgono sempre lungo le linee di confine. Chi conosce i propri limiti, li percepisce, li rispetta e ha il coraggio e la forza sufficienti a segnalarli e difenderli può garantirsi un’esistenza armoniosa e pacifica con gli altri e con se stesso. Percepire e rispettare i nostri limiti e confini ci impedisce di chiedere troppo a noi stessi e, al contempo, ci permette di sviluppare al meglio le nostre possibilità, di evolvere e di assicurarci lo spazio che ci spetta nella nostra esistenza.

L’idea di essere limitati non suscita grande entusiasmo, tanto meno in un’epoca nella quale il delimitare se stessi viene confuso con il limitare le proprie potenzialità, un’epoca dominata dall’idea di possibilità illimitate e da tutte le conseguenze che essa genera: costante senso di insoddisfazione, richieste eccessive poste a se e agli altri, non essere mai nel “qui e ora”.

All’ideologia dell’illimitatezza appartiene anche l’illusione di poter raggiungere qualsiasi traguardo, e dico qualsiasi, se solo lo si desidera. E se non si riesce ad ottenere il massimo dei risultati, significa semplicemente che non ci si è sforzati abbastanza …

L’ideologia del “no-limits” serve in primo luogo a giustificare i forti e i potenti.

Ma dove si trovano esattamente questi nostri limiti? Molte persone, spesso troppo sensibili,coloro incapaci di percepire se stessi con l’attenzione sempre rivolta verso l’esterno non conoscono affatto i propri limiti e, di conseguenza non sono in grado di rispettarli o di difenderli dagli altri.

Così facendo, spesso pretendono da se stessi troppo o troppo poco, percepiscono gli altri come invasori del proprio territorio oppure, a loro volta, invadono lo spazio altrui senza rendersene conto.

Una persona che ha rinunciato via via a percepire se stesso e il proprio corpo pur di adattarsi all’ambiente che lo circonda, finisce per perdere anche il contatto con i propri limiti fisici. E’ ovunque e in nessun luogo, mai nel proprio corpo.

Di questo si rende conto solo quando è troppo tardi, quando ormai ha preteso troppo da se stesso, è andato un’altra volta oltre i limiti.

In tal caso il suo corpo si fa sentire attraverso dolori e sintomi e questo a sua volta non rafforza certo il suo entusiasmo nel percepire se stesso.

Molte, troppe persone sono animate da una sorta di ambizione interiore. La nostra ansia di perfezione ci induce spesso ad andare oltre e ci porta ad esaurire le forze ancor prima di renderci conto di cosa stiamo facendo.

Questa pretesa eccessiva non è priva di conseguenze: all’improvviso compare un disagio generale spesso accompagnato da sintomi di vario genere. A quel punto siamo costretti a limitare le nostre forze, poiché ci sentiamo deboli e privi di energie. Tutto costa troppa fatica.

Ecco allora che ci chiudiamo di fronte al mondo e alle sue pretese eccessive: ci ritiriamo in noi stessi, ben all’interno del nostro territorio chiudendo ogni apertura, alzando muri, cessando ogni scambio.

Ci sentiamo incapaci di raggiungere alcunchè e soprattutto di difendere i nostri confini . Unica soluzione possibile rinchiudersi in una torre d’avorio al riparo dal mondo esterno.

La soluzione? Imparare ad ascoltarsi a 360° , imparando a decifrare tutti i possibili segnali di disagio emotivi e fisici ed agire di conseguenza prima di essere invasi e prima che la corda che teniamo fra le mani tirando tirando si spezzi …..

“Uno non ha che dichiararsi libero, ed ecco che in quello stesso istante si sente limitato. Abbia solo il coraggio di dichiarasi limitato, ed eccolo libero.” Goethe

Conflitti … limiti … frustrazioni …

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Molte persone odiano e temono i conflitti. Cosa non farebbero per evitare uno scontro: fuggire, scusarsi, capitolare al solo scopo di smussare le asperità. Sono convinte che i conflitti rappresentino un fiasco in un rapporto e che nella vita sociale occorre fare molte concessioni. Tuttavia è la vita stessa che regolarmente dimostra a questi individui come ciascun permesso fatto al solo scopo di evitare un conflitto alimenti l’astio. Tutte queste concessioni vengono poi immagazzinate e contabilizzate dall’inconscio e, prima o poi, il conflitto non risolto esplode con una violenza ed una aggressività direttamente proporzionale al tempo in cui è rimasto latente.

Non è possibile evitare sempre di dire no!

Ad un certo punto, bisognerà pur stabilire dei limiti.

Nel frattempo, se non diciamo di no agli altri, diciamo dei no a noi stessi, al rispetto verso la nostra persona, verso i nostri bisogni e i nostri desideri. E’ dunque un tradimento personale ciò che ci infliggiamo ogni volta che rifiutiamo lo scontro.

Nel momento in cui rifiutiamo di prendere in considerazione la possibilità di un confronto, permettiamo all’altro di occupare tutto lo spazio del rapporto. Conflitto non è necessariamente sinonimo di violenza e aggressività. Inoltre, i conflitti rappresentano una componente naturale della vita di gruppo e sono indispensabili per far rispettare l’individualità e lo spazio personale. Accettare questo fatto è il primo passo da compiere per non avvertire più quella sensazione di smacco ogniqualvolta si prospetta un conflitto. Occorre inoltre prendere coscienza del fatto che i limiti sono indispensabili. Una vita senza limiti è come un paesaggio immerso nella nebbia.

L’integrazione mentale dei limiti è indispensabile all’equilibrio psicologico di un essere umano, perché i limiti rassicurano, strutturano e costruiscono l’identità.

Abbiamo bisogno di avvertire il nostro territorio e i suoi confini, così da sapere fino a dove possiamo spingerci e dove è bene fermarsi.

Spesso i genitori storcono il naso all’idea di stabilire dei limiti per i figli, ma ciò e lo dico soprattutto da mamma penso sia sbagliato.

Infatti se il bambino va alla ricerca dei limiti dell’adulto è solamente per trovarli, proprio come potrebbe aver fisicamente bisogno di trovare un muro al quale appoggiarsi. Nella sua ricerca di limiti, il bambino si spinge sempre più lontano, fino a che non li trova.

I limiti interno sono quelli che definiscono il territorio mentale e che permettono alla persona di essere.

I limiti esterni sono quelli delle persone che ci circondano e dell’ambiente in cui viviamo.

La scoperta dei limiti esterni non avviene senza difficoltà. Di fatto, il neonato viene al mondo con l’illusione di onnipotenza. Crede che il mondo graviti attorno a lui.

Tuttavia, presto o tardi, in maniera brusca o progressiva, il bambino dovrà capire che alcune cose sfuggono al suo potere, accantonando così l’illusione di onnipotenza. Non è possibile avere tutto e subito. E’ indispensabile che egli lo capisca, così da poter distinguere tra sogno e realtà.

La sofferenza che deriva da questa scoperta si chiama frustrazione. Essa è quella dolorosissima sensazione di sentirsi impotenti nei confronti del proprio ambiente.

Ma se il bambino non impara a gestire questa frustrazione c’è il pericolo che possa diventare un adulto violento o compulsivo, poiché la frustrazione non controllata si trasforma in rabbia, violenza e compulsione.

Conoscere ciò sui cui abbiamo potere e ciò su cui non l’abbiamo per mette di incanalare l’energia in maniera costruttiva. Invece di sprecare le forza battendosi invano contro elementi incontrollabili, è più produttivo concentrare le proprie azioni su ciò che possiamo davvero modificare, allentando la presa sul resto.

Alcuni, che vivono con un costante ed eccessivo senso di controllo, cercano di governare tutti i parametri della propria vita. Come bambini che tentano di stringere nelle mani troppe biglie, queste persone hanno la sensazione che le cose sfuggano loro in continuazione e vivono dunque in un perenne stato d’ansia.

Al contrario, stringere in pugno solo le proprie biglie è rilassante e rassicurante, perché quelle biglie, le nostre, non ci sfuggiranno più…..

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