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Il controllo: efficacia e pericolosità

controllo di sè

Ci sono momenti nella vita in cui l’unica alternativa possibile è perdere il controllo.
Paulo Coelho

Il tema del controllo si può declinare in vari modi. Innanzitutto distinguendo tra controllo su noi stessi e controllo sugli altri. Argomenti ambedue da maneggiare con cura perché possibili fonti di guai.

Se ci riferiamo al rapporto con noi stesse, dobbiamo parlare di “autocontrollo”. Ossia la facoltà di fare la cosa giusta nel momento opportuno, tenendo conto del “principio di realtà” contenendo quindi gli impulsi sconvenienti e procrastinando la soddisfazione dei bisogni in attesa della condizione favorevole.

Questa attesa adulta e controllata è possibile solo quando esiste la piena consapevolezza dei nostri bisogni e delle opportunità concrete per soddisfarli, in caso contrario rischiamo l’infelicità e l’emarginazione.

Sin dall’infanzia veniamo sollecitati a non essere tropo rumorosi, a non piangere, a trattenere la rabbia. In generale i bambini maggiormente apprezzati dagli adulti sono quelli capaci di controllarsi. Il problema è riuscire a distinguere un essenziale addestramento al controllo dei propri impulsi da un metodo coercitivo che può portare all’inibizione di una sana istintività rivolta a soddisfare legittime esigenze personali.

Per quanta riguarda l’educazione e il delicato apprendimento alla gestione delle proprie emozioni, il fattore decisivo è la capacità di distinguere tra un contesto e l’altro. E’ necessario imparare a riconoscere i vari contesti e, di conseguenza, a modulare azioni e parole affinchè non risultino “di troppo” nei diversi ambienti e nelle diverse circostanze, imparando a considerare che c’è un tempo per ogni cosa.

Il rispetto di vincoli e confini, propri e degli altri, è un requisito fondamentale per il benessere e l’equilibrio di ciascun individuo.

Molto spesso non si tiene abbastanza in considerazione dei possibili effetti deleteri che la nostra incapacità di usare, al bisogno, i provvidenziali freni inibitori, può causare.

I bambini si spaventano molto quando non si sentono contenuti dagli adulti. La furia incontrollata di molto bambini o ragazzi deriva più spesso dalla paura che da cattive inclinazioni; non si sentono abbastanza sicuri, in balia di adulti che non sono in grado di proteggerli fraintendendo le loro tacite richieste di aiuto.

Il controllo di sé, a meno che non sia esasperato e ossessivo, non ha nulla a che vedere con l’annullamento della spontaneità e la privazione di un gratificante appagamento delle esigenze personali, laddove non vengano lesi i diritti degli altri. E’ quel famoso comportamento “assertivo” che in modo adulto, non contaminato dal bambino che vuole tutto subito, consiste nell’”affermazione di sé” avendo la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Autocontrollo, quindi, come gestione di quelle valvole che regolano il flusso di scambio affettivo fra noi e gli altri, fra il nostro mondo interiore e gli stimoli esterni, in base ai nostri bisogni e secondo il nostro discernimento.

Autocontrollo come capacità che mi da’ la possibilità di decidere dove, quando, come e con chi manifestare in maniera appropriata i diversi stati d’animo che emergono dal mio sentire.

Inteso in questa maniera, ne consegue che quanto più siamo liberi e padroni di noi stessi, tanto meno avremo bisogno di esercitare un controllo sugli altri, specialmente su quelli che amiamo. Tendenza retaggio dell’insicurezza e della paura di perdere potere nella relazione.

Autocontrollo e controllo sugli altri difficilmente vanno insieme; l’esperienza ci insegna che le persone più accanite nell’esercizio del controllo sugli altri sono in genere quelli che maggiormente difettano di autocontrollo. Grandi sostenitore del rispetto di regole e confini, sono soliti riservare a se stessi un’indulgenza che li assolve da ogni sopruso, mentre non transigono sui torti e sulle debolezze altrui.

Legato al tema del controllo nella sua accezione, per me “inutile” e persa in partenza c’è l’arrogante pretesa di voler controllare ogni aspetto, accadimento o situazione della vita che in molti casi ha un andamento imperscrutabile e misterioso; dimenticandoci che il fattore accidentale è sempre in agguato e spesso spazza via progetti, intenzioni insieme alla nostra sicurezza.

E allora ci prende l’angoscia di essere in balia degli “elementi” con tutte le ansie e i conseguenti arroccamenti e chiusure che ne derivano.

Ricordiamoci, però, che per ogni battaglia persa, c’è una nuova opportunità da cogliere. La paura della sconfitta, del “destino” dietro l’angolo, non ci deve distogliere dal piacere di accettare una sfida ulteriore. Perché mai nulla è completamente perduto finchè avremo una testa per immaginare nuovi scenari ed elaborare nuovi progetti e soprattutto finchè avremo braccia e mani che si uniscono le une con le altre per creare una rete e abbastanza cuore per cullare i nostri sogni cercando di realizzarli.

Il grande segreto della felicità è accordarsi con la vita, non controllarla. J. Vitale

Liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” Ed.Feltrinelli

Le paure associate ai 4 bisogni fondamentali

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Photo by Alex Iby on Unsplash

Troppi di noi non vivono i loro sogni perché stanno vivendo le loro paure. Anonimo

Nel post precedente abbiamo visto che nasciamo con 4 bisogni fondamentali che a coppie sono uno l’opposto dell’altro:

  1. Bisogno di amore o appartenenza
  2. Espressione autonoma, indipendenza
  3. Sicurezza e prevedibilità
  4. Varietà ed imprevedibilità

Ora collegate alla possibilità che questi bisogni rimangono insoddisfatti ci sono 4 paure:

  1. Rimanere soli, separazione
  2. Sentirsi soffocati dagli altri
  3. Mancanza di controllo
  4. Sentirsi intrappolati

Per sentirci esseri unici e completi e vivere così una buona vita è necessario soddisfare tutti questi bisogni, compito tutt’altro che facile anche per la natura contraddittoria di queste quattro necessità.

Da una parte dobbiamo diventare persone adulte e indipendenti differenziandoci dagli altri (bisogno di autonomia); dall’altro dobbiamo anche aver fiducia nella vita, nel mondo e nelle persone, lasciandoci avvicinare dagli altri, disponibili a creare con loro un’intimità (bisogno di amore e appartenenza).

Da una parte sarebbe bene essere congruenti con i nostri progetti, elaborando piani prevedibili che ci avvicinino ai nostri obiettivi (bisogno di sicurezza e prevedibilità); dall’altra è necessario anche rimanere flessibili e aperti al cambiamento, disponibili ad osare abbandonando il conosciuto.

Quando sentiamo che la soddisfazione del bisogno viene messa in pericolo, allora ecco che scatta la paura corrispondente, che nella maggior parte dei casi dà origine ad una risposta reattiva, quasi sempre disfunzionale che non solo manca la soddisfazione del bisogno ma crea difficoltà a noi e a quelli che ci stanno intorno.

Vediamo ora più dettagliatamente le 4 paure:

  1. Paura di rimanere soli => le persone che hanno più in figura il bisogno di amore e appartenenza hanno come prima necessità quella di creare legami di vicinanza e connessione con gli altri. Questo bisogno è legato al forte desiderio di far parte di un gruppo e di sentire il proprio valore confermato dagli altri. In genere sono individui molto efficaci nel lavoro in team, sono partecipativi, mediatori nei conflitti, amanti della convivialità. Persone a cui piace sentirsi legate agli altri che vivono queste connessioni come fonte di sicurezza. Tendono, quindi, a creare relazioni basate sulla dipendenza, sentendosi dipendenti dagli altri e cercando di rendere gli altri dipendenti da loro. La loro paura più forte è quella di sentirsi rifiutati, abbandonati, messi da parte. Separarsi dagli altri significa rimanere soli, stato, questo, dal quale fuggono al punto di rinunciare a se stessi. Nel caso delle relazioni questa paura li porta ad evitare tutte quelle situazioni potenzialmente critiche che avrebbero bisogno di chiarimento per timore di creare tensioni che potrebbero portare ad un allontanamento delle persone. Ogni difficoltà con gli altri viene affrontata diluendo i messaggi negativi, indorando la pillola pur di non intaccare l’armonia nella relazione. La conseguenza di questa paura è il sacrificio di se stesse che queste persone fanno, idealizzando spesso il contesto in cui si trovano per non mettere in discussione la persona o le persone con cui vogliono mantenere il legame a tutti i costi. La paura sottesa alla paura di separazione riguarda la propria identità e autonomia, percepita solo in cambio della perdita di protezione da parte degli altri.
  2. Paura di sentirsi soffocati dagli altri => all’opposto della paura precedente troviamo quelle persone che hanno assoluto bisogno di affermarsi. Questi individui voglio decidere in modo autonomo, avere opinioni proprie ed esprimerle anche se sono in opposizione con gli altri. Sono persone che non vogliono assolutamente dipendere dagli altri, mettono confini rigidi nei confronti dell’altro da sé, proteggendo con i denti i propri spazi. Si sforzano il più possibile per non mostrare le proprie emozioni cercando di rimanere sempre estremamente logici e razionali. Manifestare i propri sentimenti è un pericolo troppo grande per la loro identità che difendono a volte con aggressività, altre volte con ironia e sarcasmo cercando sempre di ripristinare la distanza dagli altri. In realtà la paura sottesa a questa paura è quella di perdere se stessi e la propria autonomia nel darsi agli altri.
  3. Paura della mancanza di controllo => queste persone hanno un forte bisogno di certezze e prevedibilità; vogliono che sia tutto sotto controllo. Il loro scopo è la ricerca della perfezione e dell’ordine universale seguendo alla lettera le regole imposte dal contesto in cui sono inseriti. Tutto quello che rappresenta una novità non è visto di buon occhio perché alimenta l’incertezza; tendono quindi a resistere il più possibile ad ogni cambiamento non dando spazio alla spontaneità. Possono essere individui che hanno molta difficoltà a decidere, perché prima della scelta hanno bisogno di soppesare ogni elemento con estrema attenzione pianificando ogni dettaglio prima di prendersi un rischio. Estremamente abitudinari, hanno una chiusura verso l’apprendimento di concetti e competenze nuove che procurano loro una forte e destabilizzante ansia. Anche qui c’è una paura sottesa a questa paura ed è il “timor panico” del cambiamento vissuto come perdita di sicurezza e di quelle ancore dettate dalla tradizione su cui si poggia la loro esistenza.
  4. Paura di sentirsi intrappolati => queste persone, per lo più individui creativi e spontanei, hanno un grande bisogno di varietà, sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Prediligono il senso dell’avventura e dell’inaspettato. Estremamente competitivi, vogliono essere ammirati, amano tutto ciò che rompe le regole. La tradizione, i confini, le regole e le procedure sono elementi che limitano la loro libertà che va difesa a tutti i costi. Essi hanno una grande difficoltà a pianificare perché tengono aperte sempre diverse strade. La noia è una delle emozioni che rifuggono il più possibile. Le loro relazioni hanno necessità di un rinnovamento continuo altrimenti si sentono prigionieri delle abitudini e scappano.

A conclusione di questo breve excursus è necessario dire che le paure fanno parte della nostra vita e nessuna è più giusta o sbagliata di un’altra; il problema arriva quando la neghiamo rimanendo attaccati in modo rigido al nostro bisogno.

La soluzione è fare della paura una nostra alleata che con il suo insorgere fa da segnale d’allarme che ci indica che stiamo cercando di evitare qualcosa di inevitabile, qualcosa che la vita ci sta chiedendo. In questo modo, integrandole come una parte fondamentale di noi possiamo anche trascenderle senza perderci la ricchezza della nostra esistenza.

Come affrontarle, quindi? …….. la risposta nel prossimo post 😊

 

 

liberamente tratto da: G.D’Alessio – Il potere di cambiare – Ed. Rizzoli

Come regolare i propri stati d’animo di inquietudine …

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Nel post precedente ho cercato di disegnare un quadro di come le inquietudini , le pre-occupazioni e le ansie possono impadronirsi di noi e legarci a sé in maniera indissolubile, inquinando la nostra vita e decurtando la nostra fetta di Ben-Essere.

Vediamo ora come poter alleggerire la tensione della loro presenza senza incorrere d’altra parte alla fuga; bensì dando loro lo spazio che meritano ma non la facoltà di inondarci.

  • EVITARE DI IDENTIFICARSI CON LE PROPRIE INQUIETUDINI => è una questione di distanza che ci manca tanto una volta che esse hanno cominciato a prenderne posizione dentro di noi. proviamo a vedere le pre-occupazioni come un sintomo, guardiamoci mentre stiamo rimuginando! E’ fondamentale riconoscere subito l’innescarsi di una pre-occupazione, come i pompieri individuano un principio di incendio: è più facile spegnere le fiamme se le si prende all’inizio. Quindi focus sull’innesto del circolo vizioso!
  • DISCUTERE DELLE PROPRIE INQUIETUDINI => per esempio chiedendosi “con che genere di problemi mi sto tormentando?” E’ utile abituarsi a misurare le proprie pre-occupazioni, per esempio dando loro un voto da 0 a 100. Ci accorgiamo allora che molte delle nostre ansie si situano tra 0 e 20. Ce ne occuperemo certamente ma in un’atmosfera più distesa, non con la sensazione che stiamo gestendo un problema gravissimo.
  •  TORNARE CON I PIEDI PER TERRA (“principio di realtà” docet) E SBARAZZARSI DI UN CERTO NUMERO DI ILLUSIONI =>
  • Illusione 1 : E’ possibile controllare tutto, dandosi un po’ da fareRealtà: No, non si può controllare tutto

    Illusione 2: Impegnandosi a dovere, si dovrebbe poter evitare i problemi.

    Realtà: No, i problemi fanno parte della vita.

    Illusione 3: L’incertezza sfocerà sicuramente in qualcosa di pericoloso

    Realtà: No, molte cose incerte si risolvono da sé.

  • LOTTARE CONTRO IL NOSTRO BISOGNO DI CONTROLLARE SEMPRE TUTTO => noi ci esauriamo spesso nel tentativo di gestire il corso della nostra vita, fino all’assurdo. Negli stati d’animo ansiosi, abbiamo spesso l’illusione che il controllo sia una soluzione efficace, una risposta ai rischi dell’esistenza. Ma il desiderio di tenere tutto sotto controllo ha come conseguenza una sensazione di sfinimento per non aver mai portato a termine quello che dovevamo fare. Ci condanniamo ad essere sempre oberati.
  •  ACCETTARE CHE IL MONDO CI SFUGGA => questo non significa che dobbiamo rassegnarci al caos, mollare un po’ la presa, vuol dire semplicemente capire che non siamo onnipotenti. Che il disordine e l’incertezza fanno parte del mondo e che se non impariamo a tollerarli avremo un’esistenza davvero faticosa.
  •  AMMETTERE DAVVERO CHE L’AVVERSITA’ ESISTE => e darle un posto nella nostra vita. Accettare che i problemi esistono e considerarli solo per quello che sono: problemi da risolvere, non drammi inaccettabili e minacciosi. Accettare i propri problemi, le avversità, significa accettare e preferire la Vita!.

Concludendo potremmo dire: dobbiamo accettare di vivere dunque “nell’inquietudine” parafrasando il grande Fernando Pessoa? Sì, che altro potremmo fare se non accettare una certa dose di incertezza e di avversità nelle nostre esistenze?

E’ fondamentale comunque ricondurre senza sosta la nostra mente verso il presente “è meglio impiegare la nostra mente per sopportare le disgrazie che ci capitano anziché per prevedere quelle che ci possono capitare” (La Rochefoucauld).

Vivere e agire nel presente, quindi, nel “qui e ora”. Essere nella vita e nei suoi gorghi come un pesce nell’acqua ….. nel perenne timore di finire in pentola ….. No…No … niente paura sto scherzando !!!! ….

Educare la gelosia

gelosia magritte

Magritte – I due amanti

“ … la gelosia non va eliminata, va educata …” W.Pasini

Come abbiamo visto nel precedente post in una coppia la gelosia ci vuole, però non deve essere troppa, altrimenti si mangerà via proprio l’amore, lo soffocherà nella tenaglia dei continui sospetti, fino a sfociare, prima o poi, in aperta aggressività.

Sintetizzando: c’è una gelosia buona , che serve alla coppia, e che la mantiene viva e vivace. E una gelosia cattiva, che morde il cuore di chi la prova, distrugge la vita di chi la subisce e disintegra la possibilità di una relazione soddisfacente ed equilibrata.

Quello che è necessario fare è addomesticare la gelosia, renderla docile, piegarla e usarla per le cose positive che può portare. La gelosia una volta educata serve proprio a far durare il desiderio, a tenere viva l’attenzione, a farci “sentire” l’altro come altro da noi, a collocarlo alla giusta distanza. A metterci, insomma, un po’ di giusta paura di perderlo.

Quando si è molto innamorati si cerca la bolla, si tende verso una simbiosi che non è solo ideale ma scende concretamente nelle vita di tutti i giorni.

C’è un mito, uno dei tanti che aleggia sugli amanti legati a doppio filo da un “grande amore”: il mito della sincerità assoluta, il mito di sapere tutto, di condividere tutto, di vedere tutto dell’altro e di far vedere tutto di sé. Quando instauriamo un legame profondo e molto sentito “ci facciamo carico di un dovere di trasparenza” , come dice bene Aldo Carotenuto, una trasparenza reciproca che implica un’apertura incondizionata e che riguarda ogni elemento della nostra interiorità, dai pensieri alle fantasie, alle idee, fino alle emozioni ancora in bozzolo, quelle che forse ancora non proviamo nemmeno ma che potremmo ad un certo punto, chissà, provare.

“Ti dirò ogni cosa di me. E voglio sapere tutto di te”. Gli amanti dichiarano programmaticamente che abdicheranno al proprio essere individui, alla propria complessità. Credono che aprire, senza se e senza ma, lo scrigno della propria interiorità sia una specie di cartina di tornasole della bontà e veridicità di ciò che stanno vivendo.

Di fatto invocare la trasparenza assoluta è qualcosa che cerca di negare e annullare la distanza con l’altro, è un atteggiamento che tenta di cancellare la separazione mentre è questa l’unica garanzia di sopravvivenza del desiderio e della relazione stessa.

Voler saper tutto dell’altro e dirgli tutto fino nelle pieghe più nascoste della nostra intimità tradisce il desiderio di ricreare la fusione primigenia, il rapporto simbiotico assoluto, privo di distanza per definizione, quello del bimbo con la madre. E’ voler fare in definitiva la bolla. E la bolla è la culla, dolce e infida, della gelosia.

Voler sapere tutto, esigere di rendere trasparente tutto non lasciando più nemmeno un angolino di non confessato, nemmeno un segreto, più niente che appartenga solo ad uno, implica che qualunque deroga a questa regola sia vissuta come un tradimento. Conoscere e controllare il mondo interiore di un altro essere umano è impossibile, tentare di farlo è assurdo, e in ogni caso non c’entra niente con l’amore.

Prima ho nominato una gelosia buona, che fa bene, in cosa consiste? Per parlare della gelosia buona dobbiamo riallacciarci, ancora una volta all’idea della bolla, della fusionalità. Lì dentro, dove l’altro dovesse perdere effettivamente i suoi confini e la sua magica alterità, l’amore agonizza e poi muore, per legge naturale. La gelosia buona, quella misurata permette proprio che questa simbiosi entri in crisi, rivelando che l’altro è qualcosa di distinto da noi. Che forse non è vero che lo conosciamo così bene.

La gelosia riaccende la luce sulla persona che amiamo e ci dice una verità che dovremmo custodire come un tesoro: ci dice che l’altro non lo conosceremo mai, mai davvero, ce lo restituisce come separato da noi, perciò, come desiderabile.

A confronto con questo sentimento carico di paura succede che l’altro lo rivedi improvvisamente nuovo, sconosciuto, tutto pieno del suo antico mistero. La gelosia irrompe sulla scena degli amanti, e a quel punto può fare il suo lavoro buono: arriva e mette positivamente in crisi quelli che si amano. Arriva ad un dato momento e spezza l’illusione dell’eternità, l’illusione della fiducia illimitata e “apre una crepa nell’innocenza” (J. Hillman). La comparsa della gelosia fa bene perché ridà le carte, e costringe quelli che si amano a guardarsi in faccia, l’un l’altro, nuovamente. Li costringe ad un nuovo incontro e ad un nuovo profondo riconoscimento nella distanza.

Riflettendo sul litigio ….

litigare

Non abbiamo bisogno di impararlo all’università: litigare è una cosa che sappiamo fare benissimo sin da bambini. Crescendo, poi, ne impariamo una più del diavolo e riteniamo di essere sempre più bravi.

Ma è davvero così? Proviamo a guardare la gente intorno a noi, quando litiga nelle più diverse situazioni e ci accorgeremo dell’esistenza di stili diversi di litigio, dal parossismo compulsivo del “Lei non sa chi sono io!” in giù. Alcuni tratti però rimangono costanti, al punto che, con un’attenta osservazione, possiamo ambire di riconoscerli in ogni occasione. Diciamocelo chiaro: in genere si tende a perdere il controllo abbastanza facilmente.

Sappiamo che è un guaio, perché una volta crollata la diga, è poi molto difficile controllare il flusso impetuoso delle acque.

Nella nostra vita, possiamo fare un Vajont ogni giorno, e anche questa è una scelta. Le acque irrompono a valle con potenza distruttiva, non sono arginabili, trasportano ogni sorta di detriti e arrivano a calmarsi soltanto dopo aver travolto tutto al loro passare, quando finalmente trovano una piana o un bacino che riesca ad accoglierle.

Possiamo litigare per vari motivi:

  • Quando ci sentiamo inferiori agli altri e quindi siamo sempre sul chi va là nel timore che essi intendano sopraffarci;
  • perché la situazione che stiamo vivendo mal si sposa con le nostre aspettative e questo ci mantiene in uno stato di continua tensione, che rende più facile lo sbotto improvviso;
  • quando nella nostra relazione di coppia non ci sentiamo riconosciuti e valorizzati in quelle che riteniamo le nostre qualità;
  • realtà professionali dove, al di là dei rispettivi compiti magari anche ben definiti, leggiamo come invasioni di campo o autentiche prevaricazioni le mosse del collega e siamo portati a interpretarle come meschini lavorii indirizzati a nostro esclusivo danno.

Ma quante altre ragioni potremmo aggiungere?

Molto spesso le conseguenze dei nostri scatti d’ira sono più gravi, ben più gravi, delle ragioni che li hanno provocati. A tutti è occorso di accorgersi di quanto difficile sia risultato, una volta scoperchiato l’otre, tentare di ricucire le relazioni e rimettere le cose a posto. Purtroppo, ci rendiamo conto, a nostre spese, di quante ferite mal rimarginate poi, nel tempo, riprendono a sanguinare, L’animo umano non è una corazza impenetrabile e il chiodo ferocemente piantato ieri, per quanto poi dolorosamente estratto con le tenaglie, ha lasciato un solco profondo nel legno dell’anima, che forse si può nascondere, ma mai cancellare del tutto.

Quindi perchè non provare a far scende il campo la “calma”?? Paradosso in un post che parla del litigio??? Calma che molto spesso viene scambiata per assenza totale di emozioni e si sa che in una litigata sono proprio le emozioni a giocare il ruolo da protagoniste.

La calma interiore è una voce forte, purtroppo, però, siamo poco inclini ad ascoltarla, preferendole l’urlo dell’ira incontenibile, quello cui talvolta ci piace lasciarci andare per “far capire chi davvero siamo”.

Abbandonarsi al fluire incontrollato delle nostre emozioni, lasciarsi travolgere dal fiume in piena dei sentimenti ribollenti e dare libero sfogo ai risentimenti dei quali ci sentiamo legittimi titolari, quali passi in avanti ci permetterà di fare in vista dell’affermazione di una nostra giustizia?

Perché in effetti proprio di questo si tratta: è l’ingiustizia subita, patita a denti stretti, mal sopportata per via di una sensibilità acuta, che ci fa gridare.

Come dunque costruire la giustizia partendo da premesse ingiuste? Perdere il controllo non paga. Lo sappiamo bene, soprattutto quando parliamo degli altri. Quando invece accade a noi, allora tutto ci pare giustificato: “Sì, è vero. Però io …”  ,già, però io … e con questo arrivederci e grazie all’intelligenza.

La regressione a livello animale è istantanea e francamente anche la più facile. Talmente facile che ci dimentichiamo per strada le forme più elementari di auto controllo.

Buona cosa, quindi, è conservare sempre quel quid di intelligente razionalità che ci permette di riconoscere l’accendersi della miccia. Perché riconoscere l’accensione della miccia è straordinariamente utile per riuscire a controllare gli immediati sviluppi successivi. Che poi, e anche questo lo sappiamo benissimo, accadono in frazioni di tempo infinitesimali. Aspettare, indugiare, sarebbe deleterio. Ci vuole una grande consapevolezza di sé per essere in grado dapprima di riconoscere l’impulso e poi di controllarlo.

Proviamo, a questo punto, a tirare in ballo la caratteristica costante di ogni cosa umana: la fine … tutte le cose umane finiscono e quindi anche l’ira.

Perché sul momento, magari, ci lasciamo andare, non misuriamo più le parole, o peggio, i gesti e lasciamo che lo tsunami si abbatta sulla nostra malcapitata vittima. Ma poi, rientrata la fase acuta eccoci quasi a sorridere della stupidità umana che ci ha fatto rischiare chissà che. E’ quello il momento in cui vengono i sudori freddi, al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere ….

Possiamo parlare di ira e di furore, di rabbia e di forte risentimento o di collera, di irritazione, di animosità o di esasperazione: quante sono le sfumature che ci conducono all’abbandono totale del nostro autocontrollo? Ma, parallelamente, quale di queste sfumature ci aiuterà a riconoscere in tempo l’accensione della miccia?

Controllare le nostre azioni non per abolirle, bensì per evitare che ci creino maggiori danni di quelli che già riteniamo di aver subito.

Quante energie destiniamo ogni giorno a correggere azioni compiute in precedenza, delle quali ci siamo poi resi conto che sarebbe stato meglio non fare del tutto o fare in modo diverso??

E quindi quanta parte delle nostre reazioni istintive potrebbero risultare dovute non a una decifrazione attenta e oggettiva dei fatti ma piuttosto ad una interpretazione di questi? Con il risultato che, a quel punto, non stiamo ragionando del fatto in sé, ma di una sua lettura, che ci appare oggettiva ma oggettiva non è, e quindi ci trascina in maldestri fraintendimenti le cui conseguenze non sono difficili da immaginare.

Non sarebbe male nel momento critico trovare la forza di astrarsi dalla situazione che stiamo vivendo, evitando manifestazioni non ragionate, quelle che escono dalla bocca senza adeguato controllo del cervello e del cuore.

Un contrasto lo sappiamo, ha tempi concitati nella sua escalation verso il litigio; il tutto poi procede secondo i rigidi canoni del noto processo azione-reazione. Soffermarsi a riflettere è impegno di frazioni di secondo, sufficienti a diluire la potenzialità dell’esplosivo. Questo modo di procedere non ci rende né deboli né vigliacchi né paurosi, al contrario, riusciremo a dare di noi stessi l’immagine di persone posate e a modo, capaci di non lasciarsi travolgere dall’evolvere dei fatti, in grado di tentare un loro controllo.

E’ un po’ come se ciascuno di noi portasse nella propria valigetta una quantità di tritolo, il terribile esplosivo usato dai terroristi. Le emozioni non controllate  costituiscono il detonatore, ed ecco la tragedia è consumata: tutti morti! …..

Anche fare il kamikaze è una scelta ….

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