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Flessibilità e adattamento

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Una delle migliori definizioni dell’intelligenza è proprio “flessibilità”: cioè la capacità di trovare le soluzioni giuste non marciando diritti per la propria strada, ma cercando altri percorsi più fruttuosi. P.Angela

Oggi vorrei nuovamente riflettere sul concetto di flessibilità, già trattato in questo post , soffermandomi, questa volta, sulla “morbidezza” e “fluidità” che la parola flessibilità porta con sé.

Tutto cambia. Cambia il nostro corpo e cambiano le nostre idee, cambia il nostro umore e quello delle persone con cui abbiamo una relazione, cambiano le nostre finanze e i nostri progetti, cambia quello che ci fa soffrire e quello che ci rende felici, cambia la situazione politica, cambia la moda e cambia il tempo, cambiano le nostre amicizie e i nostri amori. Cambia perfino il cambiamento.

In un mondo in cui nulla rimane uguale a se stesso è difficile trovare appigli e certezze e la tecnica per sopravvivere consiste nell’arte di adattarsi ad eventi che di continuo ci sorprendono. Chi si adatta creativamente ha la meglio e sopravvive, chi invece risponde in modo rigido e uguale a condizioni che mutano si estingue.

Basta guarda alla storia dell’evoluzione dove ogni più piccolo particolare del mondo vivente è un inno all’adattabilità.

La flessibilità è una forma di saggezza pratica, un intelligenza che vive nel “qui e ora”, che sa leggere ogni minimo segnale di mutamento, e che, una volta capito quello che sta succedendo, ha la disponibilità e la fluidità necessarie per adattarsi il più velocemente possibile alla nuove condizioni.

Questa saggezza ci aiuta a capire che non possiamo controllare tutto, il controllo totale della nostra vita è un miraggio: ci sono troppi elementi imprevedibili. A voler controllare ogni cosa si diventa matti e si rischia di ottenere l’opposto di quello che si vuole. Spesso è più saggio lasciarsi andare al flusso degli eventi ammorbidendo quelle spigolosità che partono in quarta “lancia in resta “contro quei mulini a vento che ogni tanto troviamo sul nostro cammino. Don Chisciotte “duri e puri” che fanno dell’inflessibilità la loro bandiera.

La flessibilità non è solo una strategia vincente ma una qualità sublime, perché essere flessibili significa essere fluidi adattandosi al divenire anche quando questo ci rema contro. Fluidità intesa secondo il concetto Taoista che ci suggerisce di essere adattabili come l’acqua, che è fluida e si modella alla roccia scorrendovi sopra. Perché questo atteggiamento diventi un modo di vita è necessario che porti con sé la capacità di staccarsi dai vecchi modelli, di vivere pienamente il momento presente insieme all’umiltà di saper ricominciare sempre da capo.

Se siamo in grado di abbandonare le convinzioni cui siamo più affezionati, le idee che tutti condividono, i modelli di pensiero cui dobbiamo la nostra posizione sociale, le abitudini mentali che ci rendono la vita più facile ma ci impigriscono togliendoci vitalità, allora ci possiamo aprire al nuovo, al paradosso, all’assurdo. Questa è la creatività!

Adattarsi alla realtà presente significa anche accettare le frustrazioni senza lasciarsi abbattere, provando invece a considerarle come punti di partenza per nuovi percorsi, sperimentandoci creativamente a trovare nuove forme che possano collocarsi nella situazione che ci troviamo a vivere. Perché “creare – come dice bene la dott.ssa Pamela D’Alisa – non significa solo dar forma a qualcosa di completamente nuovo ma, spesso e volentieri, implica piuttosto un rimaneggiare quello che già c’è o possediamo dandogli un nuovo utilizzo, una nuova collocazione o una nuova impostazione. È questo il principio alla base dell’invito a reinventare se stessi.” (www.giardinaggiointeriore.net )

La capacità di essere flessibili, poi, ha molte ripercussioni sulle nostre relazioni. Per quanta buona volontà, per quanto calore possiamo avere, se troviamo difficoltà ad adattarci al nuovo saremo impegnati con il nostro stress, saremo, quindi, di cattivo umore, seccati, ostili, o travolti da situazioni che non ci aspettavamo con il solo risultato di mancare di quell’energia necessaria per essere al meglio in una relazione. Chi è flessibile riesce a stare con quello che c’è, poco o molto che sia senza aspettative che diventano bisogni esigenti che pretendono di essere soddisfatti.

La flessibiltà passa per la rottura degli schemi di routine che viviamo ogni giorno, significa spogliarsi dalle rigide corazze che apparentemente ci proteggono dalle folate di vento per diventare come le canne del bambù che danzano con il vento. Fuor di metafora vuol dire accantonare quella rigidità di pensiero e comportamento che crediamo ci difenda dall’inatteso, per accogliere il nuovo che avanza con serenità e fiducia in se stessi.

La flessibilità è apertura non solo verso gli altri o le situazioni che ci capitano, ma anche verso se stessi, è aprire la porta all’imprevedibile che vive in noi lasciando che trovi il suo spazio.

Flessibilità, infine, non vuol dire arrendersi bensì omaggiare l’intelligenza della nostra pulsione di vita che saprà sempre come trovare nuovi modi per esprimersi.

“Gli esseri umani sono morbidi e flessibili quando nascono, duri e rigidi quando muoiono. Gli alberi e le piante sono teneri e flessibili quando sono in vita, secchi e rigidi quando sono morti. Perciò il duro e il rigido sono compagni della morte, il morbido e il flessibile sono compagni della vita. Un combattente che non sa arretrare non può vincere; un albero incapace di piegarsi si spezza. La rigidità e la forza sono inferiori, la flessibilità e la morbidezza superiori”. Lao Tzu

In parte liberamente tratto da: P.Ferrucci – La forza della gentilezza – Ed.Mondadori

Azione senza pressione: le buone regole dell’attività

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“La felicità è il risultato dell’azione giusta” A.Comte-Sponville

La pro-attività può essere un’occasione ma anche una minaccia, vediamo in che modo.

Può essere un’occasione per trovare la propria autorealizzazione ma anche minaccia di fallire e di essere giudicati per questo.

Agire è necessario ma non in qualsiasi stato d’animo e a qualsiasi prezzo; d’altra parte non dobbiamo fare dell’inazione l’unica maniera per proteggere la nostra autostima.

Il grado di dolore che un’azione può arrecare al nostro sistema di autovalutazione interiore viene notevolmente influenzato dal modo in cui l’azione è preceduta da anticipazioni più o meno inquiete e rimuginii più o meno realistici. La cosiddetta “ansia anticipatoria da prestazione”, quel tormento che ci pervade nell’imminenza di un’azione e che spesso ci fa desistere dal fare quel famoso e fondamentale “primo passo” e che durante la messa in azione, se non ci siamo bloccati prima, ci fa procedere ossessionati dal rischio del fallimento e alla fine dell’azione, come se non bastasse, ci fa vivere ancora più angosciati nell’attesa di una nuova azione.

E’ quindi fondamentale riflettere sulle buone regole per un azione serena.

La prima è quella di moltiplicare le azioni per banalizzarne la paura.

La poca pro-attività ci fa ingigantire gli ostacoli, gli inconvenienti dovuti ai fallimenti o le difficoltà dei possibili contrattempi.

Ci fa anche idealizzare il significato dell’azione: a meno di compierla perfettamente, non ce ne riconosciamo il diritto; da ciò quindi la tendenza a rimandare.

Questa è una delle ragioni per cui nei percorsi di counseling che propongo, spesso invito la persona che ha difficoltà, a mettersi in gioco ad esercitarsi, dando dei veri e propri “home work”, ripetendo piccole pratiche per prendere confidenza con la  “messa in atto”. Azioni semplici, come telefonare a dieci negozi diversi per chiedere un’informazione oppure chiedere la strada o l’ora a dieci passanti per la strada, che nella loro moltiplicazione insegnano l’ovvietà di certi gesti ripulendoli dalla paura della prestazione.

In questo caso non si parla di un superamento eroico di sé ma semplicemente di riprendere contatto con la vita, riflettendo su quelle che sono le difficoltà vere e su quelle che lo sono solo in parte per renderci conto che il più delle volte siamo noi stressi a crearci degli ostacoli.

Un altro problema relativo all’azione è quello della flessibilità: se è tanto importante sapersi impegnare nell’azione, altrettanto è disimpegnarsi in funzione alle informazioni che si sono ottenute man mano che procediamo.

Se, per alcune persone, è difficile partire, le stesse, una volta iniziato, non sanno più fermarsi. Questa difficoltà a frenare viene chiamata “perseveranza nevrotica”, l’ostinazione fine a se stessa il cui motto potrebbe essere: “adesso che ho cominciato, devo finire e arrivare a tutti i costi”.

Cosa significa essere flessibili? Vuol dire saper rinunciare a proseguire quando ci si rende conto che il raggiungimento dell’obiettivo potrebbe essere troppo costoso in termini di tempo e di energie.

Le buone regole dell’agire bene a volte richiedono il sapervi rinunciare e per fare questo oltre ad una buona dose di flessibilità c’è bisogno anche di una discreta autostima in modo da non sentirci sminuiti per il fatto di smettere o di cambiare idea.

Ecco quindi la seconda regola che potremmo riassumere con la “capacità di un’azione flessibile: sapersi impegnare e sapersi fermare”

Di per sé difficile, questa capacità d rinunciare e di disimpegnarsi è ancora più complessa quando riguarda impegni presi di fronte agli altri, di fondamentale importanza diventa, quindi, riconoscersi questi diritti:

  • Il diritto di sbagliare
  • Il diritto di fermarsi
  • Il diritto di cambiare idea
  • Il diritto di deludere
  • Il diritto di arrivare ad un risultato imperfetto.

In mancanza di questo saremo potenzialmente vittime di tutte le possibili manipolazioni, oltre che vittime di noi stessi e della nostra testardaggine.

Gli stereotipi sociali valorizzano eccessivamente il fatto di non cambiare mai idea, stiamo attenti a questa trappola che potrebbe portarci in strade senza via d’uscita dove l’unica meta che potremmo raggiungere sarà la frustrazione.

Terza regola : non dobbiamo agire soltanto per riuscire o per ottenere un risultato. Dobbiamo anche agire per l’azione stessa.

In un certo senso l’essere umano è nato per l’azione ed esiste un legame indissolubile tra il suo benessere e l’agire quotidiano; l’azione appaga …..

La formula vincente è “essere presente in tutto quello che faccio”. Assorbirmi nell’azione e abituarmi regolarmente a non giudicare quello che faccio, se è riuscito o no. Semplicemente farlo, oppure non farlo ma in piena coscienza e in totale accettazione.

Un giorno una mia cliente , alla fine di un percorso, mi ha restituito una frase che potrebbe essere la prima buona regola di un buon agire “per far bene, a volte bisogna sapere non far niente”!

 

Sulla flessibilità

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 “Le cose non cambiano,

siamo noi a cambiare …”

H.D.Thoreau

Vorrei riagganciarmi ad un post di qualche tempo fa “la Mappa non è il Territorio” per parlare del concetto di “flessibilità”.

Se rimango sempre arroccato nella mia posizione, difendendo a spada tratta la mia mappa e provando ad imporla “con forza” agli altri, continuerò ad agire come ho sempre agito, tratterò le persone che mi circondano allo stesso modo, interpreterò le situazioni così come sono abituata a fare, anche quelle negative e problematiche che mi causano dolore e frustrazione. E non imparerò granchè.

Per “flessibilità” intendo l’opposto: la capacità di comprendere fino in fondo che ognuno di noi ha le sue verità e i suoi filtri e proprio per questo vale la pena di confrontarsi e aprirsi ad approcci diversi, a schemi interpretativi diversi, rimanendo fedeli al proprio o integrandolo quando necessario.

La “flessibilità” non è pericolosa, non morde, né urla, né minaccia; piuttosto, se accolta stabilmente, sconvolge la vita migliorando drammaticamente le relazioni con gli altri e i rapporti: anche con chi non ci è simpatico!!!

Dandosi la possibilità di sospendere il giudizio e ascoltare gli altri, alla luce dei miliardi di mappe diverse on cui coloriamo il mondo, ci si apre a opinioni differenti dalle proprie, senza per questo rischiare di perdere determinazione, stabilità o credibilità.

La vita, come abbiamo visto nei post precedenti, è cambiamento; dunque perché non concedersi il lusso di cambiare idea in merito a qualcosa o qualcuno?

Sforzandosi di percepire il mondo attraverso la mappa dell’altro, spesso si riescono a evitare discussioni, problemi, incomprensioni. Le percezioni delle situazioni, delle esperienze e delle persone sono influenzate dalla prospettiva da cui le consideriamo. Adottare prospettive diverse dalla nostra rappresenta un’importante capacità se ci poniamo l’obiettivo di allargare la nostra mappa del mondo e rendere più efficaci le relazioni con gli altri, anche con coloro che sono molto diversi da noi.

A questo punto voglio illustrare “le posizioni percettive”, un concetto che viene usato nella Programmazione Neuro-linguistica per rappresentare i vari punti di vista da cui si osserva la vita. Ogni “posizione percettiva” ha ua sua utilità che può diventare dannosa se abitata in modo esclusivo. Ovvero ci sono dei vantaggi nel sapersi spostare in maniera flessibile da una posizione all’altra, e così come ci sono degli svantaggi nel passare troppo tempo in una sola.

I posizione: è la posizione dell’IO. Ogni volta che osservi e vivi qualcosa dal tuo punto di vista, in prima persona. Cosa vedono i tuoi occhi? Cosa provi? Cosa vorresti ascoltare dall’altro? Cosa ti aspetti che gli altri facciano per te? Sei al centro di te stessa, in contatto con le tue emozioni, pensieri, opinioni,convinzioni, valori.

Vantaggi di questa posizione: sei fortemente centrata su te stessa, questa è la posizione ideale per il viaggio alla scoperta di se stessi: come facciamo a comprendere gli altri se non iniziamo con il capire chi siamo e come reagiamo al mondo esterno? Guardarsi dentro e conoscersi intimamente, con consapevolezza, è il primo passo per acquisire consapevolezza di obiettivi, sogni, talenti, capacità, difetti che ci contraddistinguono e per accettarsi e accettare poi le singolarità di chi ci circonda.

Svantaggi: ci sei solo tu, chiuso nel tuo mondo, hai dato quattro mandate alla porta, balconi, finestre, inferriate e hai sistemato il chiavistello. Nessun altro può entrare, né tu puoi uscire,. Possibilità di arricchirti di nuovi punti di vista: poche. Capacità di creare empatia con gli altri: superficiale, dura finchè non si accorgono che se sempre “uguale a te stessa”.

II posizione: è la posizione del “TU”, dell’altro. Questa posizione implica l’immedesimarsi nei panni altrui e cercare di guardare una situazione con gli occhi del collega, dell’amica, del figlio, dell’amante, del partner, dell’ex. E’ la posizione delle domande e dell’ascolto che portano al dialogo, alla relazione efficace, all’interazione proficua.

Vantaggi: è la posizione dell’”empatia”. Cosa vede? Cosa prova? Cosa vorrebbe ascoltare da te? Cosa si aspetta da te? E’ questa la posizione del percepire le cose come se tu fossi l’altro; il suo risultato è avvicinamento all’altro, creazione di un rapporto. Qualcosa di magico accade quando smetto di vestire i miei soliti panni e indosso quelli del mio interlocutore. Aprirsi temporaneamente a qualcosa di diverso dai più o meno noti schemi che ci contraddistinguono può essere una scoperta sorprendente.

Svantaggi: il “TU” è alla base della capacità di riuscire a vivere un evento attraverso il filtro dell’altro; ma se si rimane troppo a lungo e troppo spesso nei panni dell’alto, si rischiano di perdere di vista bisogni, esigenze e unicità che caratterizzano ognuno di noi.

III posizione: è la posizione del “LORO”; implica il guardare la situazione e anche te stessa, dall’esterno, come un osservatore imparziale. Da questa prospettiva cosa vedi? Cosa provi? Come vorresti che andassero le cose? La terza posizione ricorda quella di un testimone chiamato a dire la sua a seguito di un incidente. I due conducenti coinvolti saranno mossi dalla pretesa di aver ragione, il testimone invece, probabilmente, riuscirà a descrivere l’accaduto senza vizi emotivi o pregiudizi.

Vantaggi: distanza, minore emotività e coinvolgimento, estraniamento: attraverso questi filtri potrai percepire meglio l’equilibrio e lo squilibrio dei comportamenti o delle situazioni  e tornerai a guardare le cose dal tuo punto di vista con risorse che difficilmente avresti trovato rimanendo nelle altre posizioni. Il “LORO” è un altro modo per cogliere una porzione ulteriore di mondo, informazioni che dalle altre due posizioni non riusciresti a scorgere.

Svantaggi: se può arricchirti molto in termini di soluzioni alternative, dinamiche invisibili, schemi comportamentali, è bene transitare qui per poi tornare alla postazione di partenza l’IO. Vedendo, ascoltando e percependo te stessa, la situazione e le persone presenti, prendi infatti distanza da quello che ti sta accadendo; e vivere troppo tempo come se quella vita non fosse la tua non ti aiuta nella piena realizzazione.

L’abilità di cambiare punti di vista e di assumere diverse “posizioni percettive”, sviluppando la propria flessibilità, è strettamente legata all’obiettivo del momento: se teniamo alla persona con cui stiamo interagendo è quasi un “dovere” passare dalla prima alla seconda posizione, così da capirla meglio per poi farsi capire meglio. Invece in una negoziazione è spesso la terza posizione a permettere di trovare, creativamente, soluzioni che aiutino a sbloccare uno stallo.

La distanza dalla posizione Io,Tu, Loro, può rendere una conversazione un fertile confronto oppure un acceso litigio. Per non parlare poi delle situazioni che definiamo problemi. E’ sicuramente importante capire come mi comporto vivendo il disagio, in che modo contribuisco ad alimentarlo, pensare ad una soluzione rivolgendo l’attenzione a me stessa, a cosa posso fare io per risolvere quel determinato problema.

Posso poi considerare quella stessa situazione dalla prospettiva di chi è coinvolto e agisce ferendomi: Ha le sue motivazioni e fino a che non mi metto nei suoi panni continuerò a non capirlo.

E infine la terza posizione mi aiuta a considerare il problema dall’esterno, più lucido, meno coinvolto: se tu fossi una cara amica, che consiglio ti daresti per affrontare questo problema?

L’attraversare prima, seconda e magari anche terza posizione può riportarti alla prima ancora più convinta di quanto avevi in mente all’inizio, così come può invece farti riflettere sull’idea o percezione iniziale, scegliendo di rivederla: è un percorso arricchente, nuovo e imprevedibile.

Ottimismo ….

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“Le persone che hanno successo nella vita

sono quelle che si alzano e cercano le

circostanze che vogliono, e, se non riescono

a trovarle, le creano” G.B.Shaw

Continuando il cammino verso l’Armonia troviamo l’Ottimismo.

L’ottimismo (così come il suo correlato negativo, il pessimismo) è lo stile con cui abitualmente spieghiamo a noi stessi  perché accadono certi eventi.

E’ l’abitudine di attribuire cause agli eventi considerandoli temporanei, neutri e circoscritti, nel caso si sia ottimisti; permanenti, personali e pervasivi, nel caso si sia pessimisti.

L’ottimista tende ad attribuire agli eventi cause temporanee, cogliendo le variabili della situazione e a dare spiegazioni specifiche. “Ho fatto bene il compito perché mi ero preparata e sono brava”. Si coniuga così l’ottimismo della ragione con spiegazioni impregnate di speranza.

Lo stile attributivo temporaneo nei confronti degli eventi negativi è fondamentale per l’ottimista perché porta a ritenere che la causa del “fallimento” sia temporanea: pensa quindi di poter intervenire, con impegno e responsabilità.

L’ottimista si avvale della flessibilità come strumento utile che aiuta a raggiungere gli obiettivi personali e professionali. L’ottimismo è inoltre un utile sostegno della saggezza pratica, perché sa dare i giusti significati alla vita, trovando le energie per impegnarsi per il bene comune e soprattutto debellare l’epidemia della depressione e riempire di gioia di vivere il vuoto esistenziale. E l’ottimismo ama la compagnia della sorella Speranza.

E’ considerata una verità universale che la speranza sia indispensabile per vivere. Quando le cose vanno bene la speranza rappresenta uno stimolo per migliorare sempre più, per raggiungere mete sempre più sfidanti.

Quando le cose vanno male la speranza è un conforto sostenuta dall’idea che il futuro porterà sollievo e  ricompensa.

Speranza è un’emozione anticipatoria che fa auspicare il meglio anche se temiamo il peggio. E’ sia una passione che una virtù diretta verso qualcosa di importante che ci piacerebbe raggiungere.

La speranza è una passione audace perché alimenta un atteggiamento rivoluzionario basato sulla testarda lealtà all’idea della necessità del cambiamento, e alla solida convinzione che qualsiasi cambiamento sia migliore dello status quo: passione che convince che dietro ogni realtà ci siano molte altre possibilità. La speranza come virtù e come passione si allea con il coraggio, crea complicità con l’immaginazione creativa e chiama come guardie del corpo fiducia e perseveranza.

La speranza non ha mai fretta. Sa che in certe occasioni o per certi lavori abbiamo bisogno di tempo, pazienza, tenacia e caparbietà. Abbiamo anche bisogno di ricordare che siamo liberi di scegliere le nostre strade.

Quando siamo sostenuti dalla speranza non sentiamo la stanchezza ma la forza, non ci lamentiamo ma alimentiamo il desiderio, non scappiamo ma combattiamo. La speranza risveglia la nostra indignazione e il nostro coraggio: indignazione per le cose che non vanno come sarebbe necessario e il coraggio per intraprendere le azioni per modificarle.

La speranza aiuta a gestire l’incertezza e la complessità e a cambiare quello che va cambiato, anche se richiede tempo ed energia. Ed è più forte della disperazione perché ci ricorda che abbiamo tante potenzialità non ancora esplorate e la flessibilità metamorfica, come farfalle umane, di trasformarci, secondo le diverse stagioni della vita ….

Trasformare il mondo interiore

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Nel post precedente ho parlato di “flessibilità” come di quella capacità di comprendere che, ognuno di noi ha la sua maniera di leggere la realtà ed è proprio per questo che vale la pena aprirsi e confrontarsi ad approcci e schemi interpretativi diversi per arricchire la nostra esperienza.

La “flessibilità” ha anche un’altra caratteristica se la rivolgiamo al nostro sentire interiore è quell’atteggiamento mentale che ci permette di sostenere i pensieri e i sentimenti dolorosi in modo da poter agire più efficacemente per rendere la nostra vita ricca e significativa.

Vediamo insieme come poterla declinare questa “flessibilità”:

  • Provare a rapportarsi ai propri pensieri in modo nuovo, così che abbiano un impatto e un’influenza minore su di noi, soprattutto sul nostro comportamento.
  • Fare spazio alle emozioni e alle sensazioni spiacevoli anziché di reprimerle o di allontanarle. Aprendoci e dando spazio a queste emozioni, scopriremo che danno molto meno fastidio e che “fluiscono” molto più rapidamente, invece di “trattenersi” e disturbarci.
  • Connettersi completamente con qualunque cosa ci stia succedendo nel “qui e ora” impegnandoci a VIVERE, invece di indugiare sul passato o pre-occuparci del futuro.
  • Agire alla luce dei nostri valori ed entrare in contatto con essi. I nostri valori sono il riflesso di quello che è importante per noi: che tipo di persona vogliamo essere, che cosa ha valore o significato per noi e per che cosa vogliamo impegnarci in questa vita. I valori tracciano la direzione della nostra esistenza e ci motivano a realizzare cambiamenti importanti.
  • Una vita ricca e significativa si crea attraverso l’azione. Ma non un’azione qualsiasi; ci vuole un’azione efficace, guidata e motivata. E, in particolare, si crea attraverso un’azione impegnata: un’azione che si ripete e ripete, senza badare a quante volte si sbaglia o si va fuori strada.

Tutto questo è ciò che va sotto il nome di “Mindfulness”.

La “Mindfulness” è uno stato mentale di consapevolezza, apertura e concentrazione capace di dare enormi benefici sul piano sia fisico che psicologico.

Vivere secondo mindfulness significa mantenere il contatto con la realtà, per quella che è oggettivamente, senza farcirla di significati dati dal nostro modo giudicante di interpretarla e giungere a conclusioni nocive e fuorvianti per il nostro benessere.

Applicando questi principi alla nostra vita potremo aumentare costantemente il livello di flessibilità in modo da poter espandere la nostra capacità di adattarci ad una situazione con consapevolezza, apertura , creatività e concentrazione intraprendendo così un’azione efficace e vincente.

E’ importante tuttavia ricordare che questi principi possono sì trasformare la nostra vita in molti modi positivi, ma non sono i Dieci Comandamenti! Non si ha l’obbligo di usarli, è un’opportunità che potrebbe rendere più facile e soddisfacente il cammino. Possiamo quindi applicarsi se e quando scegliamo di farlo. Quindi perché non giocarci un po’. Sperimentandoli, mettendoli alla prova nella nostra vita, guardando come funzionano.

Ricordiamo è l’esperienza e l’esplorazione che ciascuno fa la nostra migliore Maestra di Vita …..

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