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Dipendere dagli altri …. un “vizio” femminile …

dipendenza affettiva2

Le donne che sono (state) convinte di avere un sé fragile e debole hanno delegato ad altri la gestione della loro esistenza, aspettandosi che fossero gli altri ad occuparsi di loro, a proteggerle, a soddisfare i loro bisogni, a riconoscerle meritorie. Hanno così imparato a privilegiare la comunicazione indiretta, fatta di allusioni, senza esplicitare richieste chiare per il timore di venire respinte.

Le donne hanno imparato a rendersi deboli e impotenti per attutire tensioni, per evitare conflitti, per conformarsi a chi pensavano le volesse così: i famigliari, i datori di lavoro, la società. Così hanno offerto ad altri su un piatto d’argento il loro potere, la loro autonomia e le loro forze. Non sarebbe ora di riprendersele???

La dipendenza auto-imposta delle donne si manifesta talvolta con un’eccessiva dose di fiducia e con la gelosia.

Dare fiducia a qualcuno è come denudarsi in sua presenza, mostrando le parti più intime e più fragili. Ci spogliamo delle consuete protezioni quando crediamo che l’altro non approfitterà della nostra nudità e saprà rispettarci.

La fiducia è una impalcatura senza la quale non potremmo creare legami. Senza questa, ogni scambio interpersonale non potrebbe neanche cominciare e ogni transazione sarebbe impossibile perché senza fondamenta. La fiducia rinforza e crea un circolo benefico che genera e nutre fedeltà e realtà, riconoscendo però anche l’incertezza, senza eccessiva ingenuità.

Un suo eccesso, soprattutto verso chi non la merita, si trasforma automaticamente in autorizzazione a farci imbrogliare, tradire, abusare. Per evitare di cedere al vizio di regalare fiducia a chi non la merita è prudente contemplare il rischio di essere traditi. Anzi, non ci può essere tradimento se prima non c’è stato un investimento negativo di fiducia. Così come non ci può essere delusione se prima non c’è stato un processo d’illusione.

Alcune donne però hanno il vizio di continuare a fidarsi di certe persone, anche dopo aver raccolto sufficienti prove della loro malafede, anche dopo aver osservato comportamenti lesivi del rapporto. Queste, pur notando all’interno di relazioni importanti comportamenti scorretti, sleali o disonesti, sono pronte a giustificarli, a comprenderli, a lasciar correre. Non tirano le somme e non arrivano a comprendere la gravità di quello che accettano passivamente e le conseguenze cui vanno incontro con la loro condiscendenza.

E’ come se le donne preferissero restare nel limbo dell’ignoranza, sperando che quelle modalità siano del tutto casuali, sporadiche, episodiche; che la persona non sia così sleale, in malafede e che , certamente, domani cambierà. Preferiscono continuare a credersi deboli, impotenti e, soprattutto, dipendenti da chi approfitta della loro ingenuità. Preferiscono raccogliere briciole rafferme piuttosto che correre il rischio di assaporare cibi sconosciuti, magari un po’ piccanti.

Per trasformare il vizio dell’accettazione passiva in virtù del rispetto di sé, basta essere dalla parte della verità dei fatti. I fatti non ammettono tolleranze. La donna ingenua, che continua a fare l’innocente dopo essere stata ripetutamente tradita, coltiva passivamente il rancore e proietta la sua parte di responsabilità fuori di sé. La virtù richiede che lei si assuma la propria parte di responsabilità e accetti la perdita del mito dell’idealizzazione sia dell’altro sia dell’amore con la “A” maiuscola. E’ necessario che riconosca che “nessuno è perfetto” … e meno male !

Per difendersi da una dipendenza autoimposta, chiamata erroneamente amore, bisogna avere la serena consapevolezza che ogni rapporto può essere a rischio di tradimento e, soprattutto, che ogni rapporto finisce: proprio come ogni altra cosa sulla terra, ha una nascita e una morte.

La donna che si sente dipendente dall’uomo è più portata a sentire le tenaglie della gelosia che torcono le budella, confondendo l’amore con il possesso, un patto d’amore tra due mortali in un’alleanza eterna, un accordo che va aggiornato continuamente con un contratto indelebile. Due persone che si innamorano e decidono di stare insieme cominciano a cambiare immediatamente e, da tale mutamento, possono nascere malintesi. Eppure prima di conoscersi, ognuno sapeva vivere senza l’altro. Poi cosa succede? Cosa trasforma una donna autonoma e libera in una bambina conformista e dipendente? Cosa le fa dimenticare le sue risorse legate all’autonomia e la fa regredire alla fase in cui aveva effettivamente bisogno degli altri: quando era bambina appunto?

Non cedere al vizio della dipendenza rende consapevoli che l’unione tra due persone non può essere imposta, imbrigliata, irreggimentata. Anche se due persone hanno deciso di andare nella stessa direzione, ognuno procede con le proprie gambe, con il proprio passo, secondo i propri tempi e ritmi.

La donna che si dà al vizio della gelosia presentandola come una dimostrazione d’amore, in realtà tenta di instaurare una relazione basata su un gioco di potere. Lei, che si crede dipendente, pretende di rendere l’altro succube. Così entrambi corrono il rischio di soffrire e di farsi del male reciprocamente, sminuendo la forza creativa dell’amore.

Quando rimaniamo con occhi, cuore e mente aperti possiamo valutare i rischi. Ci interroghiamo, indaghiamo, facciamo ipotesi e le confutiamo.

Quando impariamo la virtù di frequentare il dubbio, acquisiamo una cautela che educa a sopportare l’incertezza e spinge a procedere con calma….

..… cosa succederebbe se scoprissimo che in realtà non si ha paura di perdere la persona amata ma di acquisire una piena autonomia? Cosa succederebbe se scoprissimo che bastiamo a noi stesse e che la solitudine non ci fa paura????

Ossessione – Delirio – Possesso

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Nel post precedente abbiamo visto la misura di una buona gelosia; siamo arrivate a constatare che un po’ di gelosia è sopportabile, anzi ti dimostra che l’altro ci tiene, che ti vede, che ti vuole. Troppa ti mette la corda al collo e ti fa sentire in prigione, sotto assedio, sotto inquisizione. Però sull’idea di un po’ e di troppo non è affatto semplice intendersi. Quanto è un po’? quanto è esattamente troppo? Come si stabilisce se uno è malato e se è solo innamorato? Quale è il limite tra normalità e patologia?

Per fare un po’ di chiarezza possiamo riferirci a quelli che sono considerati i principali tipi di gelosia patologica.

DELIRIO DI GELOSIA o “SINDROME DI OTELLO” => il geloso delirante è paranoico. E’ completamente abitato dalla convinzione che l’altro lo tradisca, cerca continuamente indizi e prove ma in effetti la sua gelosia è impermeabile ad ogni confronto con la realtà, anche se questa dovesse dimostrargli inconfutabilmente che si sta sbagliando. Tenta in ogni modo di strappare la confessione al partner e attua rimedi contro la sua supposta infedeltà restringendone l’autonomia o assoldando investigatori. Il comportamento del geloso delirante non è teso alla scoperta di qualcosa, che si pensa già di sapere, ma piuttosto a far ammettere all’altro la colpa. Da qui una continua richiesta di confessioni assillanti, portate avanti talvolta in modo reiteratamente subdolo, altre volte con l’arma del ricatto, talvolta infine ricorrendo alla coercizione e alla violenza fisica. L’ammissione del tradimento viene presentata sempre come «La Medicina» che porrà fine ai tormenti e ai dubbi che ne conseguono. Talvolta il partner accusato, nella speranza di porre fine ad una situazione insostenibile, ammette un magari inesistente tradimento. Lungi dal placarsi il delirante, che ha finalmente avuto la conferma delle sue certezze, intensifica la sua aggressività e tenta di far ammettere ulteriori infedeltà. Questo tipo di gelosia può giungere ad atti violenti nei confronti del partner o del presunto amante.

GELOSIA OSSESSIVA => ricollegabile ad un disturbo ossessivo compulsivo. Qui è il dubbio a farla da padrone. Questo tipo di gelosia è quella che induce il geloso a trasformarsi, senza posa, in un detective a tempo pieno che può impiegare nelle attività di ricerca delle infedeltà del partner il più e il meglio del suo tempo. I gelosi ossessivi riconoscono l’infondatezza dei loro sospetti, arrivano anche a vergognarsene, ma sono, loro malgrado, trascinati e sommersi dalla tormentosità del dubbio. Così c’è chi sottopone tutti i giorni la moglie a martellanti interrogatori, chi controlla minuziosamente la castità del suo abbigliamento o la corrispondenza del partner e chi magari anche la biancheria intima alla ricerca di attività sessuali illecite. Queste persone riescono a rendersi conto delle loro esagerazioni, ma «non ce la fanno» a cambiare condotta, né a scacciare dalla propria mente certi pensieri pur sentiti come assurdi.

SINDROME DI MAIRET => è una gelosia di confine tra normalità e patologia. Chi la prova è posseduto stabilmente dall’idea di essere tradito, ci pensa continuamente, tuttavia riesce a mantenere aperto e costante un confronto con la realtà.

La gelosia che è riconducibile a questi tre tipi è un sentimento che è finito fuori dai confini di quello che è “normale” e, sicuramente da quello che è accettabile.

La gelosia che appartiene a questa griglia, soprattutto se ci riferiamo ai primi due punti, è quella di chi azzera e nega l’alterità dell’altro per possederlo completamente. E’ fatta di sospetti che rifiutano qualsiasi prova contraria, di convinzioni deliranti che non hanno fondamento nel reale, di continui pedinamenti, controlli incrociati, interrogatori. Questa gelosia è “troppo”.

E’ quella malsana e aberrante di chi dice: mi appartieni, faccio di te quello che voglio, ti annullo, ti nego il diritto di essere altro. Che altrimenti detto suona sinistramente: “ti nego il diritto di esistere”.

Il possesso non c’entra mai con l’amore. Nel possesso non si può mai realizzare un incontro che si possa definire tale.

E non solo la gelosia “cattiva” avvelena e manda a rotoli le storie ma miete vittime, nel senso più concreto del termine. Si uccide trascinati da questo sentimento che troviamo in cima alle statistiche relative alle cause di omicidi. Sono agghiaccianti, pure, gli ultimi dati relativi alle violenze domestiche subite dalle donne a opera del partner e dell’ex, imbizzarrito e accecato dalla gelosia, in preda all’istinto di cancellare definitivamente l’altro.

La gelosia maneggiata con cura, sempre. C’è qui, come in qualunque altra faccia dell’amore e del desiderio, un solo concetto che vale in senso assoluto e in qualunque declinazione lo si consideri: il rispetto autentico dell’alterità dell’altro.

Se si tiene bene a mente , come un perno portante, la convinzione che l’altro è altro da noi, si potrà sicuramente sbagliare, ma difficilmente i danni saranno devastanti, difficilmente si farà carne da macello della storia e della persona.

Cosa si può aggiungere di altro sulla gelosia? Che c’è da imparare a coltivare una certa capacità di osservarsi e che quindi è sempre necessaria una buona dose di criticità nel rispondere ai modelli e agli stereotipi. Che non è vero che più ami e più sei autorizzato a fare quello che ti pare e nemmeno il contrario, che siccome ami allora devi sopportare, devi soffrire, devi patire.

Che un aiuto serio e competente è necessario se il “mostro con gli occhi verdi”, come lo ha chiamato Shakespeare, ci rosicchia il cuore, ci rende pazzi, ci impedisce non solo di amare ma di vivere ……

Educare la gelosia

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Magritte – I due amanti

“ … la gelosia non va eliminata, va educata …” W.Pasini

Come abbiamo visto nel precedente post in una coppia la gelosia ci vuole, però non deve essere troppa, altrimenti si mangerà via proprio l’amore, lo soffocherà nella tenaglia dei continui sospetti, fino a sfociare, prima o poi, in aperta aggressività.

Sintetizzando: c’è una gelosia buona , che serve alla coppia, e che la mantiene viva e vivace. E una gelosia cattiva, che morde il cuore di chi la prova, distrugge la vita di chi la subisce e disintegra la possibilità di una relazione soddisfacente ed equilibrata.

Quello che è necessario fare è addomesticare la gelosia, renderla docile, piegarla e usarla per le cose positive che può portare. La gelosia una volta educata serve proprio a far durare il desiderio, a tenere viva l’attenzione, a farci “sentire” l’altro come altro da noi, a collocarlo alla giusta distanza. A metterci, insomma, un po’ di giusta paura di perderlo.

Quando si è molto innamorati si cerca la bolla, si tende verso una simbiosi che non è solo ideale ma scende concretamente nelle vita di tutti i giorni.

C’è un mito, uno dei tanti che aleggia sugli amanti legati a doppio filo da un “grande amore”: il mito della sincerità assoluta, il mito di sapere tutto, di condividere tutto, di vedere tutto dell’altro e di far vedere tutto di sé. Quando instauriamo un legame profondo e molto sentito “ci facciamo carico di un dovere di trasparenza” , come dice bene Aldo Carotenuto, una trasparenza reciproca che implica un’apertura incondizionata e che riguarda ogni elemento della nostra interiorità, dai pensieri alle fantasie, alle idee, fino alle emozioni ancora in bozzolo, quelle che forse ancora non proviamo nemmeno ma che potremmo ad un certo punto, chissà, provare.

“Ti dirò ogni cosa di me. E voglio sapere tutto di te”. Gli amanti dichiarano programmaticamente che abdicheranno al proprio essere individui, alla propria complessità. Credono che aprire, senza se e senza ma, lo scrigno della propria interiorità sia una specie di cartina di tornasole della bontà e veridicità di ciò che stanno vivendo.

Di fatto invocare la trasparenza assoluta è qualcosa che cerca di negare e annullare la distanza con l’altro, è un atteggiamento che tenta di cancellare la separazione mentre è questa l’unica garanzia di sopravvivenza del desiderio e della relazione stessa.

Voler saper tutto dell’altro e dirgli tutto fino nelle pieghe più nascoste della nostra intimità tradisce il desiderio di ricreare la fusione primigenia, il rapporto simbiotico assoluto, privo di distanza per definizione, quello del bimbo con la madre. E’ voler fare in definitiva la bolla. E la bolla è la culla, dolce e infida, della gelosia.

Voler sapere tutto, esigere di rendere trasparente tutto non lasciando più nemmeno un angolino di non confessato, nemmeno un segreto, più niente che appartenga solo ad uno, implica che qualunque deroga a questa regola sia vissuta come un tradimento. Conoscere e controllare il mondo interiore di un altro essere umano è impossibile, tentare di farlo è assurdo, e in ogni caso non c’entra niente con l’amore.

Prima ho nominato una gelosia buona, che fa bene, in cosa consiste? Per parlare della gelosia buona dobbiamo riallacciarci, ancora una volta all’idea della bolla, della fusionalità. Lì dentro, dove l’altro dovesse perdere effettivamente i suoi confini e la sua magica alterità, l’amore agonizza e poi muore, per legge naturale. La gelosia buona, quella misurata permette proprio che questa simbiosi entri in crisi, rivelando che l’altro è qualcosa di distinto da noi. Che forse non è vero che lo conosciamo così bene.

La gelosia riaccende la luce sulla persona che amiamo e ci dice una verità che dovremmo custodire come un tesoro: ci dice che l’altro non lo conosceremo mai, mai davvero, ce lo restituisce come separato da noi, perciò, come desiderabile.

A confronto con questo sentimento carico di paura succede che l’altro lo rivedi improvvisamente nuovo, sconosciuto, tutto pieno del suo antico mistero. La gelosia irrompe sulla scena degli amanti, e a quel punto può fare il suo lavoro buono: arriva e mette positivamente in crisi quelli che si amano. Arriva ad un dato momento e spezza l’illusione dell’eternità, l’illusione della fiducia illimitata e “apre una crepa nell’innocenza” (J. Hillman). La comparsa della gelosia fa bene perché ridà le carte, e costringe quelli che si amano a guardarsi in faccia, l’un l’altro, nuovamente. Li costringe ad un nuovo incontro e ad un nuovo profondo riconoscimento nella distanza.

A proposito di gelosia

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“ come geloso io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia possa ferire l’altro perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri …” (R. Barthes – Frammenti di un discorso amoroso -)

 

Scorrendo questo blog ci sono vari post sull’amore , le sue gioie e i suoi tormenti  perchè quindi non soffermarsi a riflettere sulla gelosia…. Se ami conosci la gelosia. Se ami non puoi non conoscerla. La gelosia nasce con l’amore, si sa, anche senza scomodare Freud, Edipo, Elettra e il desiderio di volere tutto per sé il genitore dell’altro sesso.

Qualsiasi discorso o riflessione su questo sentimento potente e controverso non può che partire da questo dato di fatto: la gelosia c’è nell’amore, fa parte del pacchetto tutto compreso, e conviene farci pace con questa idea, da subito, perché tanto non si può proprio fare diversamente.

La gelosia nasce con l’amore per due grandi motivi. Il primo: due amanti appassionati costruiscono tra loro uno spazio sacro, delimitano una zona intoccabile, creano un santuario del e con il loro amore. Qualunque violazione dello spazio sacro è percepita per quello che in effetti è: in sacrilegio bello e buono. Secondo: la gelosia nasce dalla paura di perdere l’altro, l’oggetto di tutto il nostro amore, la persona che con la sua esistenza ci fa vivi. E’ la stessa profonda, antica paura, che chiunque ha provato da bambino, quando i fantasmi più brutti e orribili avevano il volto della disperazione provata per la solitudine,della paura di non essere protetti, di essere abbandonati.

Quella che poi tocca vivere da adulti, è una paura molto simile, una paura che è fatta della stessa cosa, della stessa sostanza: da una sete di amore illimitato ed esclusivo, e dal conseguente terrore di venire rifiutati.

La gelosia è di tutti quelli che amano. Essa non conosce il genere maschile e femminile, è di tutti maschi e femmine. Tradizionalmente si vuole un po’ più rivolta all’esclusività sessuale quella dei primi, un po’ più legata al tradimento affettivo quella delle donne.

La gelosia ha una storia antica, atavica. L’esclusività sessuale nasce, nella notte dei tempi, non era una questione d’amore ma qualcosa che serviva a garantire la stessa sopravvivenza. Qualcosa che aveva a che fare con quello che gli etologi chiamano “sorveglianza del partner”. In natura il senso del possesso è molto comune, e questo per ovvie ragioni evolutive: il maschio sorveglia e protegge la femmina che partorirà i suoi cuccioli, trasmettendo così i suoi geni al futuro. Nella nostra società è probabilmente servita per lo stesso scopo: al maschio per garantire la sua discendenza, alla femmina per assicurarsi protezione e sostentamento.

Più la società si è evoluta, più con il tempo la gelosia ha perso questa sua funzione stabilizzante, fino ad essere considerata, in tempi piuttosto recenti, un sentimento anacronistico, arretrato e gretto. Di essere gelosi un po’ ci si vergogna, perché, in fondo, ammettere di essere rosi da questo demone oscuro è un’aperta dichiarazione di debolezza e insicurezza.

Il geloso soffre moltissimo e non solo per i tormenti inflitti dal dubbio, per il rovello continuo, per i sospetti velenosi, per la paura di perdere chi ama, per la vergogna di sentirsi debole, ma anche perché la gelosia non sta bene, è poco elegante, poco dignitosa.

Ora, è vero che la gelosia da un lato, socialmente non è molto ben vista, ma dall’altro è anche vero che oggi esiste e prolifera ancora uno stereotipo popolare, molto diffuso che dice esattamente il contrario, e cioè: “più sono geloso, più sono passionale, più sono geloso più amo”.

Questa idea che se siamo molto gelosi allora vuol dire che siamo capaci di grandi sentimenti e di grandi passioni è un seme abbastanza insidioso. Naturalmente è un pensiero in cui si è indotti a cadere con una certa facilità, visto che, la gelosia e l’amore sono intimamente legati, che un po’ di gelosia è bene che ci sia nell’amore. Però è proprio su questo punto che si ingenerano equivoci spesso molto dolorosi.

Parecchie fra le donne che subiscono maltrattamenti e violenze da partner molto gelosi li giustificano con il malsano sottinteso che le aggressioni arrivano, è vero, e fanno male, però questo succede in realtà perché lui è tanto, tanto innamorato.

Le violenze, le angherie, i soprusi sono proporzionali all’amore, è una formula da cancellare, tanto quanto l’altra devastante equazione “più soffro, più amo”, della quale e stretta parente e complice.

( Non abbiamo ancora finito di parlare di gelosia … aspetta il prossimo post…)

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