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La Mappa del Tesoro

mappa del tesoro

Se vogliamo capire in modo semplice e chiaro come sia possibile che dentro di noi esistano forze e risorse che non conosciamo, dobbiamo andare ad esplorare quella che potremmo definire la “mappa del tesoro”. Le mappe degli antichi pirati non erano per niente facili da interpretare: quei pirati volevano essere sicuri che fossero capite soltanto da chi possedeva le giuste chiavi di lettura.

La nostra mente è come un’enorme mappa dove, in modo più o meno nascosto, troviamo rappresentate tanto le nostre luci più intense quanto le nostre ombre più scure: tutto quello che nella vita ci spinge ad andare avanti e quello che invece ci impedisce, come una zavorra, di realizzare le nostre speranze e i nostri sogni più preziosi.

Solo se adottiamo una prospettiva che ci consenta di vedere quali siano le relazioni fra le varie parti che compongono la mappa, saremo in grado di individuare strategie d’azione più efficaci.

La nostra mappa mentale ha la forma di una circonferenza, dato che non ha né un inizio né una fine. In questa circonferenza possiamo distinguere due grandi spazi. Uno dei due spazi, per quanto presente, non è visibile ai nostri occhi: è come se fosse stato disegnato con uno di quegli inchiostri invisibili che diventano leggibili solo se avvicinati al calore di una fiamma.

L’altro spazio presente nella nostra mappa, quello visibile, contiene tutto quello che sappiamo di sapere e tutto quello che sappiamo di non sapere. A questo spazio ha accesso la nostra parte conscia e la maggior parte delle nostre cognizioni, delle nostre idee e della nostra esperienza è racchiusa in quest’area. Tuttavia, se abbiamo a disposizione solo quello che ci offre questo spazio, non possiamo né risolvere molti di quei problemi che definiamo complessi, né tantomeno rispondere alle sfide che ci lancia la vita.

Dobbiamo avere il coraggio di addentrarci nell’altro spazio, quello che non si vede, quello nascosto, lo spazio dell’inconscio. Se lo facciamo scopriremo due cose: l’origine dei nostri comportamenti automatici e il nostro potenziale nascosto.

A noi esseri umani piace tenere tutto sotto controllo: non accettiamo l’idea che molti dei nostri comportamenti abbiano origine nel nostro inconscio e sfuggano alla nostra volontà. Abbiamo l’impressione che questo implichi un certo determinismo, una inaccettabile mancanza di libertà. Nessuno, però, ha detto che non siamo liberi, ma solo che, se non capiamo come agisce l’inconscio e se non sappiamo come metterci in contatto con lui, sarà sempre lui a controllare molte delle nostre reazioni di fronte a quello che ci accade, senza che noi ce ne rendiamo conto.

Il conscio sarà come un capitano di un veliero, mentre l’inconscio sarà il vento che dà la spinta alle vele. Per quanto sia difficile ammetterlo, o il capitano impara a capire il vento e a usarlo a suo favore, oppure non andrà molto lontano.

Anche quella parte invisibile della nostra mappa nasconde la via per raggiungere un importante tesoro fatto di saggezza, energia, creatività, gioia, amore.

In questa mappa è necessario tener conto a anche delle insidie, pure loro invisibili, che cercheranno di non farci raggiungere il tesoro. Le insidie che cercano di impedirci di raggiungere il tesoro si chiamano “filtri mentali” , convinzioni limitanti, credenze irrazionali: il loro potere consiste nella capacità di alterare la percezione di quello che vediamo, e perciò, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto possono portarci alla distruzione.

Il modo più efficace per alterare la percezione di quello che vediamo è creare determinate emozioni. Non è forse vero che nei giorni in cui ci alziamo con “il piede sbagliato” la gente ci sembra particolarmente sgradevole e facciamo più fatica del solito a fare qualunque cosa?

Al contrario quando siamo contenti perché qualcosa ci è andato bene, tendiamo ad essere più gentili e pazienti. Semplicemente vediamo il mondo in modo diverso. Infatti, quando una persona cambia il suo modo di vedere anche le cose cambiano.

I filtri personali hanno la capacità di lasciare o di impedire che ci arrivi un’informazione dall’ambiente circostante. Proviamo ad immaginare uno di quei giocattoli per bambini piccoli dove, su ogni lato di un cubo si aprono piccole cavità di forma diversa. Alcune sono a forma di stella, altre di luna, altre ancora di pesce e così via. Gli altri componenti del gioco sono piccole sagome che riproducono le varie forme: una stella, una luna, un pesce. Lo scopo del gioco per il bambino è quello di trovare il lato del cubo in cui si trova la cavità con la forma uguale alla figura che ha in mano. Se tenta di mettere la figura a forma di pesce nello spazio a forma di luna, per quanto si impegni non ci riuscirà.

I nostri filtri mentali funzionano in modo simile. Ci sono degli spazi che permettono all’informazione esterna di entrare nella nostra coscienza, ma se la forma del filtro è fatta in un certo modo, alcuni frammenti della realtà, per quanto siano reali proprio come la figura a forma di pesce del bambino, non potranno essere percepiti dalla coscienza.

So bene che l’idea che la nostra percezione possa essere così profondamente condizionata può disorientare molto, proviamo tuttavia ad adottare un’altra prospettiva.

Quello che vediamo rappresenta l’unica opzione possibile? Riusciamo ad immaginare cosa potremmo scoprire in noi, negli altri e nel mondo esterno se riuscissimo a oltrepassare i limiti dei nostri filtri????

Molte volte quello che c’è di più prezioso rimane nascosto alla nostra vista. Avvicinarsi alle cose che conosciamo con uno spirito aperto può permetterci di scoprire molto di più.

” non ci rendiamo conto del potere che può avere un bicchiere d’acqua, eppure, quando si trasforma in vapore, è in grado di muovere i pistoni di macchine potentissime…” T.T.Liang

Percezione e filtri

OBBIETTIVO

photo by: http://www.flickr.com/photos/mbaia/3053533264/

Ovunque siate, siete “qui”. Siete dove sentite di essere.

Sono i pensieri, le emozioni e le convinzioni a creare il paesaggio nella vostra “psiche”. E’ questo il vero luogo dove abitate, indipendentemente dall’indirizzo fisico.

Questo posto è creato dalla vostra percezione. Vedete ciò che, pur senza rendervene conto appieno, vi aspettate di vedere. La mente è molto abile nel cercare di applicare lezioni o esperienze acquisite nel passato alle circostanze attuali. Essa è abituata a identificare segni di pericolo e potenziale sofferenza. Ecco perché è così difficile modificare modelli di pensiero e di comportamento che possono essere serviti per proteggerci ad un certo punto della vita ma che non sono più adatti al momento presente.

La nostra mente, come quella di chiunque altro, filtra sempre e scarta i fatti che contraddicono le nostre convinzioni.

Per evolvere e ri-trovare la parte più vera di noi, è necessario lasciarci alle spalle questa prospettiva limitata che applichiamo alla nostra vita: bisogna diventare consapevoli dei filtri e imparare a cambiarli.  In questo modo potremo essere in grado di operare scelte diverse, di creare nuovi comportamenti, nuove vicende …

La percezione funziona così: il cervello impone significato e ordine a tutto quello che vediamo per renderlo comprensibile e per classificare, semplificandole, le molte informazioni confuse e contraddittorie che ci arrivano. La parte conscia della mente blocca molti dati sensoriali che colpiscono il cervello per un buon motivo: assorbendo tutto diventeremo folli. Non è possibile sperimentare tutto quello che ci circonda senza perdere del tutto l’orientamento.

Secondo gli scienziati   la mente umana è in grado di assimilare solo il 5% di ciò a cui è esposta, e questa percentuale è selezionata dal subconscio e organizzata dalla corteccia pre-frontale.

Da questo possiamo dedurre che i “filtri” sono utili tuttavia lasciare che siano solo loro a decidere quale sono le informazioni importanti e cosa può essere scartato significa fermarci in un punto, di riposo sì, dove però anche la nostra evoluzione si ferma.

Per poter crescere è necessario aprire la mente cambiandone i filtri per lasciare entrare nuove informazioni che portano nuove consapevolezze.

E’ attraverso i percorsi di crescita ed evoluzione che i clienti consapevolizzano i processi che li hanno spinti a certe scelte e come gli schemi che mettono in atto si ripetono e si rafforzano. Le persone, spesso, tendono a spostarsi da una situazione all’altra come in trance, negando la vera fonte della loro sofferenza, cioè le convinzioni distruttive e irrazionali che seminano il caos all’interno e influenzano la realtà esterna.

L’unico modo, quindi, per vederci così come siamo consiste nel prendere le distanze da quello che stiamo facendo all’esterno, focalizzando invece la nostra attenzione su quello che stiamo facendo a noi stessi.

Niente e nessuno se non la nostra mente ci trasporta nei campi tempestosi o nelle paludi melmose dove ci sentiamo sopraffatti. La nostra avventura si svolge sempre dietro l’obiettivo attraverso il quale la osserviamo.

Proviamo a fare un passo indietro fidandoci di noi stessi e prendendo il coraggio per vedere quello che è necessario vedere ….

Sulla flessibilità

flessibilità

 “Le cose non cambiano,

siamo noi a cambiare …”

H.D.Thoreau

Vorrei riagganciarmi ad un post di qualche tempo fa “la Mappa non è il Territorio” per parlare del concetto di “flessibilità”.

Se rimango sempre arroccato nella mia posizione, difendendo a spada tratta la mia mappa e provando ad imporla “con forza” agli altri, continuerò ad agire come ho sempre agito, tratterò le persone che mi circondano allo stesso modo, interpreterò le situazioni così come sono abituata a fare, anche quelle negative e problematiche che mi causano dolore e frustrazione. E non imparerò granchè.

Per “flessibilità” intendo l’opposto: la capacità di comprendere fino in fondo che ognuno di noi ha le sue verità e i suoi filtri e proprio per questo vale la pena di confrontarsi e aprirsi ad approcci diversi, a schemi interpretativi diversi, rimanendo fedeli al proprio o integrandolo quando necessario.

La “flessibilità” non è pericolosa, non morde, né urla, né minaccia; piuttosto, se accolta stabilmente, sconvolge la vita migliorando drammaticamente le relazioni con gli altri e i rapporti: anche con chi non ci è simpatico!!!

Dandosi la possibilità di sospendere il giudizio e ascoltare gli altri, alla luce dei miliardi di mappe diverse on cui coloriamo il mondo, ci si apre a opinioni differenti dalle proprie, senza per questo rischiare di perdere determinazione, stabilità o credibilità.

La vita, come abbiamo visto nei post precedenti, è cambiamento; dunque perché non concedersi il lusso di cambiare idea in merito a qualcosa o qualcuno?

Sforzandosi di percepire il mondo attraverso la mappa dell’altro, spesso si riescono a evitare discussioni, problemi, incomprensioni. Le percezioni delle situazioni, delle esperienze e delle persone sono influenzate dalla prospettiva da cui le consideriamo. Adottare prospettive diverse dalla nostra rappresenta un’importante capacità se ci poniamo l’obiettivo di allargare la nostra mappa del mondo e rendere più efficaci le relazioni con gli altri, anche con coloro che sono molto diversi da noi.

A questo punto voglio illustrare “le posizioni percettive”, un concetto che viene usato nella Programmazione Neuro-linguistica per rappresentare i vari punti di vista da cui si osserva la vita. Ogni “posizione percettiva” ha ua sua utilità che può diventare dannosa se abitata in modo esclusivo. Ovvero ci sono dei vantaggi nel sapersi spostare in maniera flessibile da una posizione all’altra, e così come ci sono degli svantaggi nel passare troppo tempo in una sola.

I posizione: è la posizione dell’IO. Ogni volta che osservi e vivi qualcosa dal tuo punto di vista, in prima persona. Cosa vedono i tuoi occhi? Cosa provi? Cosa vorresti ascoltare dall’altro? Cosa ti aspetti che gli altri facciano per te? Sei al centro di te stessa, in contatto con le tue emozioni, pensieri, opinioni,convinzioni, valori.

Vantaggi di questa posizione: sei fortemente centrata su te stessa, questa è la posizione ideale per il viaggio alla scoperta di se stessi: come facciamo a comprendere gli altri se non iniziamo con il capire chi siamo e come reagiamo al mondo esterno? Guardarsi dentro e conoscersi intimamente, con consapevolezza, è il primo passo per acquisire consapevolezza di obiettivi, sogni, talenti, capacità, difetti che ci contraddistinguono e per accettarsi e accettare poi le singolarità di chi ci circonda.

Svantaggi: ci sei solo tu, chiuso nel tuo mondo, hai dato quattro mandate alla porta, balconi, finestre, inferriate e hai sistemato il chiavistello. Nessun altro può entrare, né tu puoi uscire,. Possibilità di arricchirti di nuovi punti di vista: poche. Capacità di creare empatia con gli altri: superficiale, dura finchè non si accorgono che se sempre “uguale a te stessa”.

II posizione: è la posizione del “TU”, dell’altro. Questa posizione implica l’immedesimarsi nei panni altrui e cercare di guardare una situazione con gli occhi del collega, dell’amica, del figlio, dell’amante, del partner, dell’ex. E’ la posizione delle domande e dell’ascolto che portano al dialogo, alla relazione efficace, all’interazione proficua.

Vantaggi: è la posizione dell’”empatia”. Cosa vede? Cosa prova? Cosa vorrebbe ascoltare da te? Cosa si aspetta da te? E’ questa la posizione del percepire le cose come se tu fossi l’altro; il suo risultato è avvicinamento all’altro, creazione di un rapporto. Qualcosa di magico accade quando smetto di vestire i miei soliti panni e indosso quelli del mio interlocutore. Aprirsi temporaneamente a qualcosa di diverso dai più o meno noti schemi che ci contraddistinguono può essere una scoperta sorprendente.

Svantaggi: il “TU” è alla base della capacità di riuscire a vivere un evento attraverso il filtro dell’altro; ma se si rimane troppo a lungo e troppo spesso nei panni dell’alto, si rischiano di perdere di vista bisogni, esigenze e unicità che caratterizzano ognuno di noi.

III posizione: è la posizione del “LORO”; implica il guardare la situazione e anche te stessa, dall’esterno, come un osservatore imparziale. Da questa prospettiva cosa vedi? Cosa provi? Come vorresti che andassero le cose? La terza posizione ricorda quella di un testimone chiamato a dire la sua a seguito di un incidente. I due conducenti coinvolti saranno mossi dalla pretesa di aver ragione, il testimone invece, probabilmente, riuscirà a descrivere l’accaduto senza vizi emotivi o pregiudizi.

Vantaggi: distanza, minore emotività e coinvolgimento, estraniamento: attraverso questi filtri potrai percepire meglio l’equilibrio e lo squilibrio dei comportamenti o delle situazioni  e tornerai a guardare le cose dal tuo punto di vista con risorse che difficilmente avresti trovato rimanendo nelle altre posizioni. Il “LORO” è un altro modo per cogliere una porzione ulteriore di mondo, informazioni che dalle altre due posizioni non riusciresti a scorgere.

Svantaggi: se può arricchirti molto in termini di soluzioni alternative, dinamiche invisibili, schemi comportamentali, è bene transitare qui per poi tornare alla postazione di partenza l’IO. Vedendo, ascoltando e percependo te stessa, la situazione e le persone presenti, prendi infatti distanza da quello che ti sta accadendo; e vivere troppo tempo come se quella vita non fosse la tua non ti aiuta nella piena realizzazione.

L’abilità di cambiare punti di vista e di assumere diverse “posizioni percettive”, sviluppando la propria flessibilità, è strettamente legata all’obiettivo del momento: se teniamo alla persona con cui stiamo interagendo è quasi un “dovere” passare dalla prima alla seconda posizione, così da capirla meglio per poi farsi capire meglio. Invece in una negoziazione è spesso la terza posizione a permettere di trovare, creativamente, soluzioni che aiutino a sbloccare uno stallo.

La distanza dalla posizione Io,Tu, Loro, può rendere una conversazione un fertile confronto oppure un acceso litigio. Per non parlare poi delle situazioni che definiamo problemi. E’ sicuramente importante capire come mi comporto vivendo il disagio, in che modo contribuisco ad alimentarlo, pensare ad una soluzione rivolgendo l’attenzione a me stessa, a cosa posso fare io per risolvere quel determinato problema.

Posso poi considerare quella stessa situazione dalla prospettiva di chi è coinvolto e agisce ferendomi: Ha le sue motivazioni e fino a che non mi metto nei suoi panni continuerò a non capirlo.

E infine la terza posizione mi aiuta a considerare il problema dall’esterno, più lucido, meno coinvolto: se tu fossi una cara amica, che consiglio ti daresti per affrontare questo problema?

L’attraversare prima, seconda e magari anche terza posizione può riportarti alla prima ancora più convinta di quanto avevi in mente all’inizio, così come può invece farti riflettere sull’idea o percezione iniziale, scegliendo di rivederla: è un percorso arricchente, nuovo e imprevedibile.

Ritrovare il senso del tatto

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Circa due metri quadrati. E’ questa l’estensione media della pelle di una persona adulta: il campo di azione del senso del tatto.

La pelle è il confine del nostro corpo, la soglia tra noi e il resto del mondo, tra l’Io e le altre persone, cose ed elementi della natura. Il tatto è il senso che s trova sulla soglia tra noi e l’esterno. Ed è anche la porta da cui gli altri ( e le cose) devono passare per arrivare al nostro corpo, e da cui noi dobbiamo passare per incontrare fisicamente le altre persone.

Attraverso il tatto, esperienza corporea del confine tra dentro e fuori, il bambino impara a sentire se stesso e l’altro, ciò che è fuori da sé.

Dobbiamo a questo senso la percezione: qui sono io e al di fuori del mio limite corporeo c’è l’altro, il diverso da me.

Attraverso il tatto manifestiamo all’esterno il nostro io, e riceviamo dalla pelle le comunicazioni dagli altri corpi: non solo dalle persone, ma anche dagli oggetti e dai corpi della natura [……]

Nella fondamentale esperienza primaria del rapporto tra il neonato e la madre, il sentire con la bocca il seno materno schiude al piccolo l’esistenza del mondo circostante, mentre lo sguardo della madre su di lui e il sentire il suo tocco sulla pelle è la prima e insostituibile esperienza di sé, della propria esistenza come essere separato dalla madre […..]

In quanto porta del corpo, aperta verso l’esterno, il tatto del bambino viene più o meno strettamente regolato dagli adulti e dalla società. Gli adulti chiudono spesso quella porta, sia per proteggere il bimbo, che nella sua naturale curiosità verso l’esterno potrebbe farsi male, scottarsi o ferirsi, sia per trasferire in lui l’inibizione che a loro volta hanno ricevuto. Il risultato di questa dissuasione al tatto è quella di suscitare nel bambino una diffidenza verso l’incontro delle proprie mani e della propria pelle con l’esterno. Espressioni comuni come: “Guardare e non toccare è una cosa da imparare” servono appunto a suscitare timore verso l’esperienza del tatto, considerata pericolosa, e spesso, dal punto di vista morale, sconveniente e peccaminosa […..]

Si sviluppa allora il tentativo di congelare, ibernare il più possibile la pelle (che spesso diventa davvero fredda), e di limitare il più possibile ogni contatto fisico per impedire all’altro di “entrare” dentro di noi, di mandare informazioni nella “memoria” del nostro corpo. Certe strette di mano date alla velocità di un razzo, e guardando altrove, sono uno dei segnali di queste difficoltà […..]

L’osservazione del tatto ci permette di capire che in questo senso, come negli altri, esiste una percezione sia passiva, che attiva, che si irradia verso l’altro e l’esterno.[ …] Un ruolo notevole nel rafforzare questi aspetti attivi del tatto è svolto dalla tensione presente nella pelle, la sua irrorazione e l’attività degli organi di senso presenti nei vasi sanguigni e nei tessuti interstiziali.

L’incontro di due corpi che entrano in relazione tattile ha anche un importante aspetto spaziale. Ogni pressione esercita una compressione sull’altro corpo, e così in qualche modo riduce la sua espansione nello spazio. Ciò fa sì che nel corpo che viene compresso si sviluppi l’aspettativa di ricostituire, riprendere la forma precedente. In questo processo si sviluppano emozioni, attese anche inconsce, gratificazioni quando il movimento atteso si realizza. Tutto ciò è ben visibile nell’abbraccio e nella sessualità […] Ma questo movimento ritmico è anche uno dei giochi preferiti del bambino, che sia con i coetanei sia con i genitori, ama essere compreso e rilasciato ritmicamente, sperimentando così la sensazione di liberazione e felicità del corpo che si espande e ritrova la sua forma originaria. […]

Riconoscere e valorizzare le diverse manifestazioni del tatto dà (o ricostituisce) la sensazione di fiducia nel proprio corpo. Una sensazione che conosciamo già prima della nascita, e che sempre entra in crisi in questo evento liberatorio ma traumatico, anche a causa del doloroso distacco dal corpo della madre che in esso si realizza. Dopo la nascita, man mano che si sviluppa un Io, una “coscienza” che osserva e percepisce il corpo come oggetto esterno, noi non siamo più pienamente identificati con esso, e non sappiamo bene fino a che punto fidarci di lui. Il tatto è il senso che può aiutarci a riacquistare questa fiducia corporea […]

Toccandoci, tastandoci, accarezzando la nostra pelle, facendoci toccare, sviluppiamo una maggiore fiducia nel corpo […] Questa fiducia nel proprio corpo, rafforzata anche dal contatto e dall’abbraccio con l’altro, è il primo gradino verso la fiducia in se stessi. Nel mio corpo mi sento a casa. […]

La fiducia nel proprio corpo, che corrisponde ad un sentirsi avvolti (la pelle ci avvolge e ci contiene), è un sentimento indispensabile per sentirci bene. Quando invece si sviluppa la sensazione di essere senza questo involucro, abbiamo paura. Paura di un corpo che non ci contiene e non ci protegge, e paura degli altri corpi che, quindi, ci possono in qualsiasi momento invadere, penetrare e ferire.[…]

Pelle e mani, negati nella loro centralità dal pensiero ufficiale sempre più virtualizzato e scorporeizzato, inseguono dall’inconscio il soggetto postmoderno posseduto dalla pulsione di “sentire” l’altro che non può più stringere nella danza (ma anche in un abbraccio spontaneo senza aver ottenuto il suo accordo esplicito, salvo incappare in un’accusa di molestie). Si moltiplicano così le dark room dai diversi luoghi di incontro, alle esposizioni di performance artistiche, dove ci si sfiora o ci si abbraccia senza vedersi, alla ricerca di un senso per ora in parte perduto. Di cui però c’è grande nostalgia …. […]

“Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico», spiegò la mamma, «e anch’io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola».

«Allora abbracciami», disse Ben stringendosi alla mamma.

Lei lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l’abbracciò forte forte.

«Adesso non sono solo», pensò mentre l’abbracciava, «adesso non sono solo. Adesso non sono solo».
«Vedi», gli sussurrò mamma, «proprio per questo hanno inventato l’abbraccio»”
David Grossman, L’abbraccio

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Il testo è liberamente tratto da:

Claudio Risè

“Guarda Tocca Vivi

Ed. Sperling&Kupfer

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