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Le quattro matrioske: temperamento – carattere – personalità – identità (II parte)

IDENTITà 5

René Magritte, Décalcomanie, 1966

Continuiamo a occuparci delle nostre matrioske e passiamo alla terza: la personalità.

Essa contiene le due precedenti, il temperamento e il carattere, ma va oltre queste.

“La “personalità” viene definita come lo stile di comportamento stabile e relativamente prevedibile nel tempo. E’ il modo che ci connota soggettivamente a livello delle percezioni, dei pensieri su noi stessi e sul mondo: le nostre credenze, il nostro sistema valoriale, i nostri ideali impliciti ed espliciti. E’ inoltre, il nostro modo di espressione ei regolazione pulsionale, è il nostro stesso sentire affettivo nel metterci in relazione con gli altri” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

La personalità si forma nell’adolescenza attraverso l’internalizzazione del valore, ossia in quella fase della crescita in cui i valori vengono fatti propri in termini personali, momento faticoso di ricerca delle proprie personalissime motivazioni per aderire al valore.

In realtà uscire dall’infanzia vuole dire superare la pura adesione ai così detti comportamenti corretti per paura delle reazioni genitoriali, seguendoli invece in nome di una propria scelta.

Tutto questo necessariamente deve avvenire attraverso una fase di elaborazione personale che può portare con sé errori e opposizioni che hanno lo scopo di conquistare quella libertà indispensabile per seguire ciò che è giusto, senza essere condizionati dalle reazioni altrui o dal timore delle conseguenze. In questo modo l’adolescente può decidere che tipo di persona vuole diventare, che tipo di studente, di figlio e di uomo o donna intende essere.

L’adolescenza coincide con la scoperta dei propri valori, di ciò che ti fa vibrare. Alcuni possono sentirsi attratti dal senso di giustizia, altri dalla vicinanza con chi sta nel bisogno, piuttosto che attirati dal successo e dalla notorietà.

Conoscere i propri valori significa scoprire qualcosa della propria anima. Essi danno slancio ed entusiasmo, sono qualcosa per cui si si appassiona. Sentire di avere qualcosa per cui spendersi, che meriti una dedizione piena, fa venire voglia di vivere intensamente dando il meglio di sé.

I valori, dunque, a cui affidare la propria realizzazione personale fondano la nostra personalità e modificano sensibilmente le dinamiche affettive del temperamento e del carattere, esaltandone alcune e abbassandone altre armonizzandole, così, con la filosofia di vita scelta.

Il carattere predispone alla scelta di alcuni valori, ad esempio un figlio sensibile sarà incline a ritenere un valore il rispetto degli altri, mentre un figlio che tende ad essere sempre più forte degli altri è spontaneamente affascinato da chi comanda anche se fosse una figura negativa. Tuttavia rimane sempre un certo margine di libertà per riconoscere che alcune cose sono sbagliate anche se piacciono; esiste sempre la possibilità di rendersi conto che un certo tipo di comportamento non è giusto e che non è apprezzabile essere un tipo così.

Questa è la ragione per cui i figli diventando grandi possono “maturare” ed essere così persone migliori: possono lasciarsi progressivamente guidare da quello che è giusto e da ciò che valutano essere bene o male.

I valori quindi modificano il carattere, modellando le inclinazioni naturali rafforzandole o depotenziandole.

La scelta dei valori è relativamente indipendente dalla capacità educativa dei genitori. Essa è molto influenzata dai mass media e dalla cultura dominante come dagli incontri e dalle frequentazioni amicali. L’eredità valoriale della famiglia può, infatti, essere accettata o rifiutata, come gli insegnamenti dei genitori possono essere fatti propri o rimandati al mittente.

L’adolescente che intraprende il cammino della scoperta di sé, arriva alla meta non quando sa descrivere in modo realistico il proprio carattere o non ha più alcun dubbio sulla professione da scegliere, bensì quando intuisce il “tipo di vita” che lo fa sentire vivo, detta in una parola la sua “mission”.

La quarta matrioska che racchiude in sé tutte le altre è l’identità propriamente detta.

“Il concetto d’identità, riguarda la concezione che un individuo ha di se stesso nell’individuale e nella società, quindi l’identità è l’insieme di caratteristiche uniche che rende l’individuo unico e inconfondibile, e quindi ciò che ci rende diverso dall’altro. L’identità non è immutabile, ma si trasforma con la crescita e cambiamenti sociali” (da Wikipedia)

L’identità contiene in sé le tracce del temperamento, l’influenza dovuta alle circostanze della vita (carattere) e le decisioni guidate dai valori scelti, tutto ricollocato in un orizzonte più vasto. Essa si riferisce al “senso della vita”, al significato che noi vogliamo dare alla nostra esistenza.

Il processo di formazione dell’identità che trova la sua completezza intorno ai 45/50 anni si può distinguere in quattro fasi: “identificazione, di individuazione, di imitazione e di interiorizzazione. Attraverso l’identificazione  il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri; produce il senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come “noi” (famiglia, patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione fino ad arrivare al limite all’intera umanità). Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un’individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro. Attraverso l‘imitazione, che è intesa come attività di riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l’individuo si muove in maniera differente all’interno della società a seconda del contesto sociale in cui si trova. Infine, l’interiorizzazione permette al soggetto di creare un’immagine ben precisa di sé grazie all’importanza che hanno i giudizi, gli atteggiamenti, i valori e i comportamenti degli altri sui noi stessi” (da Wikipedia)

Il compimento del progetto identitario porta con sé il disincanto di poter vincere su tutto e l’accettazione della propria e altrui umanità.

Parallelamente è il momento della riconferma definitiva del proprio “modo di vedere la vita”; si avverte che nonostante tutto non si può rinunciare alla propria maniera unica di essere.

E’ il momento della scelta definitiva di se stessi; e questa accettazione finale della propria identità si esprime attraverso cambiamenti che possono essere descritti in questo modo:

  • La persona acquista essenzialità: si va al sodo concentrandosi sull’essenziale. Si intuisce la sostanza delle cose e anche il giudizio sugli uomini e le vicende umane va oltre la mera apparenza.
  • Si rafforza la dedizione verso la propria “mission”: si lasciano perdere le cose marginali per concentrarsi su quello che è davvero importante per la propria realizzazione. E’ la stagione in cui compare il nucleo significativo e centrale di sé: si vive con più intensità e concentrazione, con più coraggio senza le paure e i dubbi che rallentano il passo. A questo punto il carattere perde importanza, ciò che acquisisce valore è invece la visione della vita che decide, dentro, cosa vale e cosa non vale, cosa merita o non merita la nostra dedizione.
  • Si chiarifica la personalità, poiché si lascia ispirare più profondamente dai principi e dalle convinzioni, la persona lascia intravedere più apertamente la sua anima.

Vivere la vita in modo conforme al proprio sentire più profondo, genera la soddisfazione dell’identità quasi volesse trasparire, senza più filtri, anche la contentezza del nostro Creatore.

 

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

Le quattro matrioske: temperamento – carattere – personalità – identità

matrioske

Come vi ho promesso in questo post oggi vorrei soffermarmi nel delineare i quattro aspetti distintivi del nostro carattere: il temperamento, il carattere propriamente detto, la personalità e l’identità.

Metaforicamente possiamo rappresentarli come quattro matrioske contenute una nell’altra; cominciamo con la prima.

Il temperamento che possiamo considerare come la matrioska più piccola è “una tendenza costituzionale, stabile, presente fin dalla nascita, geneticamente predisposta e regolata da fattori ormonali e da neurotrasmettitori” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

Al temperamento appartengono gli aspetti più generali del carattere come essere estroversi o introversi, timidi o sicuri di sé, docili o tendenzialmente ribelli. Le aree in cui si manifestano queste tendenze sono le emozioni, l’attenzione e l’attività motoria.

Possiamo definire il ”temperamento” come l’indole di fondo di ogni individuo non riconducibile ad altro che ad una misteriosa combinazione di fattori ereditari. E’ importante ribadire che esiste un temperamento dato in natura per non correre il rischio di cadere nel “determinismo educativo” ispirato dal presupposto che è la qualità del rapporto educativo a rappresentare l’unica variabile in grado di determinare il comportamento, l’orientamento valoriale e la riuscita della vita dei nostri figli.

Gli errori dei figli sarebbero quindi sempre e necessariamente riconducibili ad errori educativi e i loro comportamenti inadeguati ad errori dei genitori. Causa questa dell’incubo che tiene aperta l’industria dell’angoscia materna di non essere una madre “sufficientemente buona” ventiquattro ore su ventiquattro.

Al verificarsi di ogni problema dei figli, per chi segue la cultura del “determinismo educativo” la domanda è una: “dove sono i genitori?” Passando severamente al vaglio il loro impegno e la loro capacità educativa e poichè nessun genitore è perfetto, il colpevole è presto trovato.

Questi infatti avrebbero dovuto prevedere ciò che non va. L’errore del figlio è quindi irrimediabilmente causato dal fallimento educativo del genitore, come se questi fosse onnipotente e l’educazione potesse tutto, indipendentemente dalle caratteristiche innate del figlio e dalla sua capacità di decidere da sé.

Questo presupposto, che non tiene conto della nozione sul “temperamento”, non fa altro che assegnare al genitore un eccesso di responsabilità con l’unico risultato di sentirsi perennemente ansioso e fallito se il figlio non è come dovrebbe.

C’è una grande differenza tra il genitore disperato iper-responsabilizzato e quello che soffre per gli errori dei figli. La sofferenza del primo è “malata” perché dettata dal senso di colpa, la seconda è sana perché motivata dal vero dispiacere.

I genitori generano i figli ma non li creano; anche i figli sono portatori di debolezze affettive e morali tipiche di una natura, nella sua grandezza, imperfetta e limitata. Il compito dei genitori è di accoglierli nella loro umanità, aiutarli nel riconoscimento di loro stessi e delle loro debolezze, accompagnandoli nel rafforzamento delle loro potenzialità e nell’accettazione dei loro limiti. Solo la consapevolezza e l’accettazione possono “contenere” e valorizzare quello che la natura ci dà in dono.

Il carattere è la seconda matrioska, entro cui è contenuto il “temperamento”.

Il “carattere” è “la componente della personalità maggiormente plasmata dall’ambiente. Coincide con  l’espressione delle funzioni cognitive, con l’elaborazione di idee e concetti su di sé e sugli altri e sul mondo” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

Come si può evincere da ciò che ho scritto sopra, le circostanze educative, in questo caso, possono molto nella formazione del carattere. Non è ininfluente nascere in una famiglia serena ed equilibrata piuttosto che in una famiglia disfunzionale.

E’ proprio nella formazione del carattere che più si dispiega il potere educativo dei genitori che possono, molto spesso inconsapevolmente, alimentarne alcuni aspetti e scoraggiarne altri contribuendo in modo significativo alla configurazione del software psicologico del loro figlio. Se, ad esempio, un genitore si sente in colpa nei confronti del figlio, non sarà sufficientemente determinato nel gestire i suoi capricci finendo per viziarlo.

Se dunque è pur vero che i materiali da costruzione, ossia il “temperamento”, sono dati in natura, il progetto educativo è elaborato dai genitori, che con la mano destra traccia linee armoniose ed equilibrate, e con la sinistra spesso cancellano o distorcono il disegno originale. Vogliono il bene del loro figlio ma inconsciamente ne alimentano gli aspetti meno positivi.

…… se ti interessa leggere anche delle altre due matrioske “personalità” e “identità” ti do appuntamento a domani ….

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

Dall’essenza alla personalità

personalità

Studi e ricerche in ambito psicologico e sociologico hanno messo in evidenza come la personalità di ciascun individuo sia il prodotto di almeno due distinti fattori: la predisposizione innata o potenzialità da una parte e le stimolazioni, pressioni o inibizioni che il soggetto subisce nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza da parte dell’ambiente familiare e sociale in cui vive.

Da ciò si è visto che un ambiente familiare e sociale consapevole e accogliente produrrebbe stimolazioni che faciliterebbero lo sviluppo delle potenzialità, di cui la persona è dotata dalla nascita, portando alla strutturazione di una personalità sana, forte ed elastica e soprattutto coerente con il vero sé .

Al contrario, invece, se il contesto familiare e sociale trascura di prendersi un’adeguata e amorevole cura dei piccoli ed è inoltre incline ad abusare del proprio potere non rispettando le particolarità individuali, allora produrrà più proibizioni che stimolazioni evolutive esigendo comportamenti ipocriti e compiacenti che non corrisponderanno al sentire interiore. Il risultato, quindi, sarà una inibizione e distorsione delle potenzialità della persona che porterà ad una personalità rigida, disarmonica e soprattutto lontana dal vero sé e per molti aspetti in continuo conflitto con esso.

Dato che la società e la cultura da cui proveniamo è stata per secoli improntata ad approcci educativi rigidi ed autoritari, non ci dobbiamo sorprendere se la quasi totalità delle persone ha strutturato una personalità più vicina al secondo tipo, ossia del falso sé. Anche se nella nostra epoca le cose sono in parte cambiate, non si deve dimenticare che fino a pochi decenni fa i genitori davano poco amore e considerazione ai figli che erano invece portatori di molti doveri e quasi nessun diritto. L’educazione a cui i bambini erano soggetti era molto severa, autoritaria e repressiva; la cultura dominante dava poco valore all’affettività e chiedeva ai figli obbedienza totale.

Dobbiamo aspettare la prima metà del novecento perché qualcosa cambi. Grazie all’avvento dei nuovi valori portati avanti della cultura degli anni Sessanta i modelli autoritari sono stati messi in discussione, passando però, in molti casi, all’estremo opposto, ossia ad un permissivismo eccessivo che porta con sé altrettanti problemi. La mancanza di confini e contenimento unita ad una educazione troppo permissiva fa sentire i bambini abbandonati a se stessi amplificando le loro ansie e paure.

Ogni eccesso è deleterio: se ci si sente non amati quando siamo oggetto di comportamenti autoritari e severi, ci si sente altrettanto non amati e abbandonati a se stessi in caso di estrema permissività. La risposta giusta è sempre nel mezzo; è necessario, quindi, trovare un punto di incontro tra autorità e permissività.

Ecco perché, pur essendo migliorate le condizioni sociali e culturali, le persone continuano a costruirsi maschere e personaggi e ad identificarsi in un’idea di se stesse lontana dalla loro vera essenza.

Mentre i nostri progenitori erano per lo più ignoranti riguardo la loro vera natura e la possibilità di risvegliarla, oggi molte persone sono sveglie anche se inibite a fare quel salto di qualità per vivere pienamente la loro vita in accordo con la loro essenza. Da una parte avvertono la spinta interiore che le porta ad intraprendere un qualche percorso di autoconoscenza e consapevolezza, dall’altra sono costantemente soggetti a conflitti interiori fra queste spinte evolutive e le spinte involutive generate dal falso sé e rinforzate dalla società .

Il processo che porta alla formazione della nostra personalità inizia dall’infanzia, ed è da lì che l’incontro con il contesto familiare può diventare di supporto allo sviluppo di un sé in linea con le nostre potenzialità; oppure può trasformarsi in uno scontro che ci porta verso la costruzione di un falso sé.

L’infanzia è quel periodo della vita contrassegnato da gioco e spensieratezza ma anche da ansie e paure. Da bambini siamo deboli e indifesi, abbiamo un grande bisogno di cure e amore per sopravvivere, di attenzione e riconoscimento ed è soprattutto dai genitori che dipende il nostro benessere fisico e psicologico; con loro vorremmo trascorrere gran parte del nostro tempo; essi sono le nostre divinità indiscusse. Purtroppo la maggior parte dei genitori è lontana dall’avere le conoscenze e la sensibilità per essere all’altezza di questo compito così totalizzante. Nella maggior parte dei casi devono lavorare e non possono, e a volte non vogliono, dedicarci tutto il tempo che vorremmo e anche quando sono con noi non riescono a darci tutto quell’amore a cui aneliamo. Spesso non riescono perché non ne sono capaci, anche loro vittime di poco amore non hanno imparato ad aprire il loro cuore.

Per non parlare poi di quei genitori che trascurano i loro figli lasciandoli al loro destino, oppure li picchiano o li prevaricano in vari modi, dicendo anche che lo fanno per il loro bene.

Ecco quindi che è gioco forza proteggersi, difendersi a scapito della nostra vera essenza che viene relegata sullo sfondo. Si inizia ad indossare la maschera del falso sé che coprirà la nostra personalità.

Quello che conta ai fini di un sano e felice sviluppo del bambino non sono le intenzioni ma l’amore che egli riceve in termini concreti di accudimento dei suoi bisogni, di contatto fisico, di sorrisi, di abbracci, di accettazione e riconoscimento. Ed è da questo contenimento incondizionato che si svilupperà quella base sicura da cui partire per erigere le fondamenta della nostra personalità in linea con la nostra essenza.

Come scrive magistralmente Peter Schellembam nel suo libro “La ferita dei non amati”: “per quanto cerchiamo di negare o immaginare che noi non siamo stati feriti, la verità è che tutti noi portiamo delle cicatrici e nel cuore riconosciamo segretamente che la nostra vita è una sinfonia di note meravigliose e dolorose insieme: siamo stati amati abbastanza da riuscire a sopravvivere, ma non abbastanza da sentirci integri”

Ovviamente ci sono differenze tra una situazione e l’altra, ma tutti, chi più chi meno, abbiamo sofferto di queste ferite affettive.

Amare incondizionatamente un figlio (lo vedremo nel prossimo post) non significa solo prendersene cura, non fargli mancare nulla, non picchiarlo e coprirlo di baci e abbracci; certo questo è moltissimo ma c’è dell’altro: amarlo significa anche accettarlo e apprezzarlo per quello che è, solo così egli potrà sviluppare con autenticità ciò per cui è nato … se stesso!

Come un disegno sulla sabbia

DISEGNARE SULLA SABBIA

Per capire in che modo si forma la nostra personalità dobbiamo guardare nel nostro passato e considerare come certi processi mentali uniti alle risposte che abbiamo ricevuto dall’ambiente e a fattori costituzionali innati l’abbiano via via forgiata. Finchè continueremo tuttavia a pensare che, siccome siamo adulti, la nostra personalità sia già del tutto definita, sarà veramente difficile riuscire a cambiarne certi aspetti.

È più giusto considerare la nostra personalità, e in particolare la parte che afferisce alla nostra identità, ossia alla concezione che ho di me stesso, non come una struttura rigida e definita, ma come un processo dinamico.

Se l’identità, quindi, è un processo dinamico, devono ovviamente esserci delle forze che via via sono in grado di costruirla, che le danno stabilità e che possono anche alterarla. Se vogliamo intraprendere un processo di cambiamento personale, è importante capire questo gioco di forze.

Per focalizzare meglio l’origine della nostra identità, cerchiamo nella memoria della nostra infanzia il ricordo di un’estate trascorsa al mare. Più di una volta ci sarà capitato di avvicinarci alla riva per fare un disegno sulla sabbia. Vi ricordate il dispiacere che provavamo quando un’onda più forte del previsto cancellava in un attimo la figura che avevamo disegnato ?

Qualcosa di simile accade nella costruzione della nostra identità , o, per meglio dire, nel modo in cui ci definiamo a descriviamo a noi stessi.

 Con il tempo creiamo qualcosa di simile alla figura disegnata sulla sabbia, che in questo caso sarebbe il nostro autoritratto. Ogni volta che diciamo ” io sono così” e ” io non sono così” aggiungiamo nuove sfumature al quadro, a quella figura fatta di sabbia. È facile quindi dedurre che tutti i nostri comportamenti e tutte le nostre azioni saranno in stretta relazione con il modo in cui vediamo noi stessi.

Per definire noi stessi prendiamo informazioni da fuori, e ovviamente dalle persone che ci stanno intorno,. Ogni volta che qualcuno usa nei nostri confronti il verbo “essere”, ci fornisce una parte dell’informazione che utilizzeremo per costruire il nostro autoritratto.

Ad esempio se qualcuno che per noi rappresenta una grande autorità dice:” perché ci provi se non ne sei capace!” il suo commento può modificare l’immagine di noi stessi che via via ci stiamo costruendo.

In realtà nessuno è veramente consapevole di quanto sia importante cosa mettiamo dopo il verbo “essere”,visto che è proprio a partire da questo verbo che costruiamo gran parte di quello che modella la nostra identità.

La cosa più logica sarebbe capire che il nostro autoritratto non è altroché una rappresentazione che ci siamo fatti di noi stessi, ma che noi, in realtà, siamo molto di più.

Tuttavia non ci rendiamo conto di quanto tendiamo a identificarci con questa immagine che abbiamo di noi, dal momento che ce la costruiamo nelle prime fasi della nostra vita.

Quando questo autoritratto sarà ben definito e la vita ci offrirà un’occasione sotto forma di sfida, allora consulteremo la nostra immagine come se si trattasse di uno specchio magico capace, a seconda di chi siamo, di rivelarci se saremo in grado o no di affrontare questa prova. Se lo specchio ci risponderà di no, saremo invasi da un senso di inadeguatezza e di incapacità che ci inibirà completamente.

Se un qualsiasi evento della vita, o semplicemente un’altra persona, cerca di cambiare l’immagine che ci siamo creati, noi cercheremo di opporci proprio come il bambini si oppone all’idea che l’onda del mare possa cancellare la figura che con grande fatica ha disegnato sulla sabbia.

D’altra parte noi siamo convinti di essere quell’immagine: non capiamo che si tratta solo di una rappresentazione e che in realtà noi siamo molto di più. È incredibile fino a che punto possiamo opporci al cambiamento. È facile capire come mai abbiamo così tanta paura del cambiamento: sappiamo che, se l’immagine cambia, non saremo più in grado di riconoscere noi stessi.

Come è possibile che l’essere umano, che pur si considera così intelligente, possa cadere in una simile trappola? Semplicemente perché è lui stesso a crearla, senza nemmeno rendersene conto.

Noi esseri umani ci costruiamo  una rappresentazione di noi stessi e ce la teniamo ben stretta, non vogliamo lasciare la presa. E per questo c’è una ragione profonda: se l’immagine con la quale ci eravamo identificati scompare, abbiamo la sensazione di morire, di scomparire anche noi.

In realtà non è vero che le persone non possano cambiare; e invece, senza nemmeno rendersene conto, si oppongono terribilmente al cambiamento.

È come se un bruco si opponesse all’idea di vedersi trasformare in farfalla. Immagino che, nel momento in cui il bruco entra in quello spazio scuro e indefinibile  che deve essere il bozzolo, sia unicamente la fiducia nell’intelligenza superiore della natura a indurlo a rimanere là dentro e farlo entrare nella sua fase di crisalide. Quando il bozzolo si aprirà, al posto del bruco uscirà una farfalla. Non è avvenuto soltanto un cambiamento, ma una vera e propria trasformazione. Anche se non lo sapeva la sua identità di bruco contemplava la possibilità di volare. Tuttavia solo dopo la trasformazione in farfalla questa possibilità è diventata una straordinaria realtà.

In modo analogo, se solo mettessimo a frutto il nostro potenziale,molte cose sarebbero possibili, ma di fatto non lo sono, poiché non appaiono sensate e ragionevoli dal punto di vista della nostra identità.

Eppure la possibilità di volare, che non è nè sensata nè ragionevole dal punto di vista del bruco, lo è perfettamente da quello della farfalla.

In altre parole, ogni identità possiedi un unico angolo di osservazione, e non potrà averne un altro a meno che non siamo disposti a trascendere la nostra stessa identità, a scoprire che nella vita non siamo esseri irrigiditi in un ruolo fisso e ben definito, ma siamo creature capaci di esprimere una creatività straordinaria.

È in questo che consiste la scoperta della nostra magia.

” Una cattiva abitudine arriva come un ospite, entra a far parte della famiglia e finisce per prenderne il controllo” Talmud

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