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Sulla rabbia (II parte)

rabbia scimpanze

“ La collera, in effetti, sembra prestare

Fino ad un certo punto orecchio alla ragione,

epperò intende malamente,

alla maniera di quei servitori frettolosi

che escono correndo prima di aver ascoltato

fino in fondo ciò che viene detto loro,

e poi si sbagliano nell’esecuzione dell’ordine ..”

Aristotele

Proviamo ora ad analizzare che cosa ci fa arrabbiare; denominatore comune a molti antecedenti della rabbia come abbiamo visto nel post precedente sono la frustrazione e la costrizione, ma il nesso non è affatto semplice, perché la frustrazione in sé non è condizione né sufficiente né necessaria per gli scoppi di ira. Insieme a queste due micce conta molto la responsabilità e la consapevolezza che si attribuisce alla persona che si comporta male con noi, specialmente nel caso di persone a cui si è legati e che quindi dovrebbero prendersi a cuore il nostro benessere. Insomma l’elemento determinante non è mai uno solo, ma una combinazione di comportamenti che giudichiamo sbagliati, fatti da una particolare persona ed in circostanze specifiche.

Le ricerche compiute sul comportamento di specie diverse dall’uomo ci hanno mostrato che la rabbia e le frequenti manifestazioni aggressive che ne conseguono sono scatenate da motivi direttamente legati alla sopravvivenza dell’individuo e dei piccoli, e alla difesa del cibo e del territorio.

L’espressione mimica e corporea della rabbia che è stata osservata nei primati non umani per alcuni aspetti assomiglia moltissimo a quella degli esseri umani, fino a sembrarne quasi una caricatura.

Negli animali il mostrare i denti, il ringhiare, l’aumento della massa di peli che si rizzano hanno la funzione di tenere a bada o allontanare la presenza indesiderata.

Gli animali manifestano ira e spesso attaccano quando qualcosa gli spaventa, quando sono aggrediti dai predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, per difendere i propri piccoli, per cacciare un intruso dal proprio territorio.

Si potrebbe pensare che la messa in scena dell’ostilità degli animali abbia una funzione analoga alle aggressioni verbali che negli esseri umani sono più frequenti degli attacchi fisici. Negli umani, alla base dei motivi più spesso addotti per giustificare un attacco di rabbia c’è il desiderio di raddrizzare ciò che sembra essere sbagliato, affermare la propria indipendenza e migliorare la propria immagine.

D’altro canto si è anche visto che a volte l’animale può anche inibire completamente il suo comportamento aggressivo e adottarne uno del tutto diverso, come lisciarsi le penne o regredire ad un comportamento tipico di un animale più giovane, per ostacolare l’aggressione dell’altro. Analogamente l’uomo può mettere in atto meccanismi ovviamente più complessi (i “meccanismi di difesa”) che servono proprio a proteggere la coscienza da un’emozione dolorosa o inaccettabile oppure a evitare di esporvisi.

Di seguito un esempio che illustra questi meccanismi di difesa applicati alla rabbia:

Situazione: il capo entra nel vostro ufficio per dirvi di fare più in fretta, darvi una mossa, mentre voi siete già oberati di lavoro ….

Passaggio all’azione: lo insultate

Spostamento: dopo che è uscito, spostate la vostra rabbia sul vostro assistente

Regressione: andate dritti al distributore automatico per divorarvi golosamente una barretta di cioccolato

Somatizzazione: più tardi vi viene il mal di testa o il mal di pancia

Evitamento: vivete tutta la scena in uno stato di indifferenza emotiva

Proiezione: pensate che lui vi odi (attribuite a lui il vostro odio nei suoi riguardi)

Vari studi sulle ragioni addotte e sugli scopi che ci si prefigge di raggiungere manifestando la rabbia hanno trovato che esistono tre tipi di rabbia che assolvono a funzioni abbastanza diverse:

  • La rabbia malevola: che la lo scopo di rompere o peggiorare i rapporti con l’altra persona, di vendicarsi per un torto subito e comunque per esprimere odio e disapprovazione
  • La rabbia costruttiva: che ha lo scopo di modificare il comportamento altrui, di rendere più stretta la relazione con la persona con cui ci si arrabbia, di asserire la propria libertà e indipendenza.
  • La rabbia esplosiva: che serve principalmente per dare sfogo alle tensioni e manifestare l’aggressività, con le probabili funzioni aggiuntive di rompere il rapporto.

Quello che è certo che i due peggiori modi per gestire la propria rabbia sono:

  • L’esplosione: lasciandola esplodere in maniera incontrollata o per futili motivi. E’ il caso delle arrabbiature di cui si pente, che si portano dietro strascichi inutili, lasciano rancori tenaci o rendono addirittura ridicoli. Questi eccessi di collera ci permettono a volte di ottenere ciò che si vuole a breve termine, ma a prezzo di conseguenze nefaste a lungo termine nei rapporti con gli altri.
  • L’inibizione: reprimere completamente la propria rabbia dissimulandola all’altro e talvolta a se stessi. In questo caso si rischia di covare un cumulo di rabbia dannosa, passando inoltre per persone che è possibile contrariare senza alcun timore. Questo eccesivo ritegno rischia, prima o poi, di farci precipitare brutalmente nella situazione precedente, perché a furia di accumulare rabbia, si finisce per esplodere e spesso nel momento meno opportuno.

Come fare allora????

  • Provare a ridurre i motivi di irritazione rendendoci la vita più gradevole anche nei dettagli e facendo in modo di ritagliarci il più possibile momenti piacevoli, ottimi paraurti contro le cause di irritazione.
  • Riflettere sulle nostre priorità mantenendo sempre il dialogo con noi stessi: “ci arrabbiamo perché pensiamo” (teoria cognitiva) per cui: “pensiamo in modo diverso e ci arrabbieremo meno spesso” . Scopriamo le nostre convinzioni di base che scatenano in noi la collera e proviamo a renderle meno rigide, ad esempio: “le persone devono comportarsi con me come io mi comporto con loro, altrimenti è insopportabile e quindi si meritano la mia rabbia” potrebbe diventare: “non mi piace che le persone non si comportino con me come io mi comporto con loro, ma posso sopportarlo esprimendo però il mio punto di vista”.
  • Consideriamo il punto di vista dell’altro lasciando all’altro il tempo di esprimerlo : ascoltiamo!!!
  • Rimaniamo concentrati sul comportamento che ci ha fatto arrabbiare, anziché attaccare la persona: “Messaggio IO” … “IO MI SENTO …..quando tu ….. e quindi …..”

In sintesi quando ci arrabbiamo dovremmo cercare di salvaguardare almeno quattro cose:

  1. Un decente rapporto con la persona con cui ci arrabbiamo
  2. La difesa dei nostri interessi e la possibilità di far presente le nostre ragioni
  3. La stima di noi stessi
  4. La nostra salute e il nostro equilibrio

Una delle preoccupazioni più comuni e comprensibili è di non perdere la testa, non dire o fare cose di cui ci si pentirà dopo, e così via. Insomma si teme che la maggiore impulsività ed energia scatenate dalla rabbia inducano comportamenti che non ci sono propri. Infatti si dice “ero fuori di me”, “non ero più io”, perché la rabbia è letteralmente una passione, che fa patire/subire il senso di essere invasi (invasati), in preda ad una forza superiore al nostro potere.

Sulla rabbia

hulk 1

“Non fatemi arrabbiare, non sono per niente simpatico,

quando mi arrabbio …” Hulk

Non vi sono dubbi che la rabbia sia un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie e perfino inclusa fra i sette vizi capitali con il nome di “ira”.

E’ un’ emozione centrale e primitiva perché in essa, forse più che in altri stati emotivi, è possibile identificare una chiara origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all’azione.

Il fatto che sia un’emozione primitiva la rende osservabile anche in bambini molto piccoli e in specie animali diverse dall’uomo.

Gli studi di psicologia infantile sono in questo caso particolarmente interessanti, perché le manifestazioni dir abbia sono rimproverate nella cultura attuale e quindi parzialmente inibite o comunque modificate. Di conseguenza alcuni tratti costitutivi delle espressioni di rabbia si possono osservare meglio in individui che non hanno ancora appreso la competenza emotiva che regola l’esibizione della rabbia.

La rabbia è una delle più precoci fra le emozioni, insieme alla gioia e al dolore. Le due cause della rabbia sono la presenza di un ostacolo al soddisfacimento di un desiderio e l’imposizione di un danno.

Se immaginiamo una situazione che simboleggia la rabbia, possiamo pensare al tentativo frustrato di uscire da una gabbia, o alla mano che si protende verso un oggetto che nello stesso momento si allontana e sfugge.

John Bowlby  sostiene che la rabbia sia una reazione alla frustrazione di bisogni essenziali. In particolare Bowlby ha dimostrato che sia un periodo di separazione dalla persona da cui si dipende emotivamente (figura di attaccamento), sia la minaccia di separazione e altre forme di rifiuto causano, nei bambini come negli adulti, dei comportamenti ansiosi e collerici. A suo parere, l’angoscia della separazione e il sentimento di frustrazione sono quindi alla radice dell’ostilità verso la figura di attaccamento. La collera servirebbe sia come rimprovero per quello che è accaduto, sia come deterrente perché ciò non si verifichi più. Questo è un dei casi tipici nei quali amore, angoscia e collera vengono suscitati da una stessa persona. In seguito, poiché vi è la tendenza a rimuovere dalla coscienza i propri sentimenti ostili verso le persone che amiamo, può succedere che questi sentimenti vengano attribuiti ad altri o proprio alla persona amata-odiata della quale temiamo o sentiamo l’ostilità.

Per Carroll Izard, psicologa statunitense conosciuta per la sua teoria della “differenziazione delle emozioni”, la rabbia è la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica. Insieme con il disgusto e il disprezzo, la rabbia fa parte della triade dell’aggressività, di cui è il fulcro e l’emozione di base. Queste tre emozioni, pur essendo esperienze diverse ed autonome nel vissuto, negli antecedenti e nelle conseguenze, si presentano spesso in combinazione fra loro.

Vi sono moltissimi termini nel vocabolario che fanno riferimento a questa reazione emotiva: ira, collera e rabbia sono considerati pressappoco sinonimi di uno stato emotivo intenso; ve ne sono poi numerosi altri che invece descrivono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come appunto irritazione, fastidio, impazienza; e ve n’è qualcuno, come esasperazione e furore, che invece ne accentua l’intensità.

Raccogliendo e analizzando termini, modi di dire e proverbi che si riferiscono alla rabbia è stato possibile tracciare una mappa delle conoscenze e teorie popolari riguardanti questa emozione. Nella cultura italiana sembra dominante la localizzazione e le conseguenze della rabbia nel corpo: “Non ci vide più dalla rabbia”, “si rodeva il fegato”; un’esperienza di passività e di patologia: “è stato più forte di me”, “perdere le staffe”, “pazzo di rabbia”; e la diffusa convinzione che il controllo della rabbia faccia male alla salute fisica più che a quella mentale: “se non glielo dicevo sarei scoppiata”, “era così controllato che gli venne l’ulcera”.

La rabbia, anche nelle sue forme più lievi di irritazione e di fastidio, è l’emozione che più di ogni altra si cerca di controllare sia all’interno del proprio vissuto che nelle manifestazioni osservabili.

Uno dei punti salienti ed espliciti dell’educazione dei bambini nella nostra cultura punta alla repressione della collera manifesta. L’atteggiamento dei genitori teso a rendere pubblicamente accettabili tali manifestazioni della rabbia inizia con i primi contatti faccia-a-faccia fra adulto e neonato. A mano a mano che il bambino cresce l’adulto tollera sempre meno le manifestazioni dir abbia ed esercita questa influenza in molti modi diversi. Le reazioni dei bambini a queste pressioni dirette o indirette hanno a loro volta un’influenza sul comportamento degli adulti. Per quanto riguarda gli adulti e le auto-prescrizioni che uno si impone, in alcuni casi si aderisce ad una teoria esplicita che scoraggia i sentimenti di collera ed invita a lasciar perdere, a non prendersela tanto, a non farsi cattivo sangue, etc.

Per quanto forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa ha una tipica espressione facciale, riconoscibilissima in tutte le culture. I movimenti sintomatici del viso sono l’aggrottare violento delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, oppure lo stringere forte le labbra, mentre gli occhi appaiono lampeggianti. A seconda che si parli di rabbia fredda o calda, il resto del corpo può tendersi fin quasi all’immobilità o accentuare notevolmente l’attività motoria. Le sensazioni soggettive più comuni sono: calore, irrigidimento della muscolatura, irrequietezza estrema, paura di perdere il controllo. La voce molto spesso si alza di volume e di intensità, il tono può essere minaccioso, stridulo o sibilante.

Nell’organismo intervengono tutte quelle modificazioni che sono tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo; cioè accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare e della sudorazione, aumento della pressione arteriosa e irrorazione dei vasi sanguigni, tipicamente si dice che “uno è rosso di collera”. Queste modificazioni sono apparentemente funzionali al vissuto che è di grande impulsività e di forte propensione ad agire, con modalità aggressive o di difesa poco importa. La rabbia certamente uno stato emotivo che crea nell’organismo un propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni o solo espressioni verbali.

Ci si arrabbia quasi sempre con le persone, ma sembra che a volte si provi e si manifesti rabbia contro oggetti inanimati o contro istituzioni. Di fatto accade che molti scatti di collera diretti verso gli oggetti siano degli spostamenti dall’obiettivo originale che era un’altra persona. Oppure erano manifestazione di ira verso se stessi che si sfogano sulle cose, ma ci sono anche casi di persone che arrivano a farsi male davvero ….

Ci si arrabbia a volte verso i tanti oggetti meccanici ed elettronici che popolano la nostra vita, l’auto che non parte, il computer che si incanta, la segreteria telefonica che si mangia le voci registrate. Non è chiaro quanto siano profondi e diffusi i sentimenti e i rapporti di tipo personalizzato che intratteniamo con questi oggetti. Di sicuro ci procurano delle frustrazioni e quindi si prendono la loro parte di insulti.

In generale però sono gli esseri umani la fonte delle nostre frustrazioni e difficoltà ed è quindi con loro che ce la prendiamo più spesso; sovente poi, le persone con cui ci arrabbiamo sono quelle a cui vogliamo più bene: innamorati, amici, parenti. Ci sono molte ragioni per questa scelta dell’oggetto dell’ira fra gli intimi. Per prima cosa, le persone a cui siamo affettivamente legati sono quelle che più facilmente possono infliggerci delle sofferenze e di cui temiamo l’abbandono. Inoltre, una relazione sentimentale comporta una certa perdita di autonomia, il che costituisce in sé una spina irritativa. C’è poi da considerare il maggior tempo che si passa con le persone con sui si è in intimità, di conseguenza sono più numerose le occasioni di contrasto. Vi è poi con loro una maggiore confidenza, che diminuisce il controllo dell’aggressività.

Inoltre una cosa sbagliata fatta da qualcuno che ci è molto vicino: un genitore, un coniuge, un figlio, è particolarmente irritante, perché in qualche modo coinvolge anche noi stessi come co-autori di quel comportamento che disapproviamo. E da ultimo, ha senso arrabbiarci con chi frequentiamo spesso o con chi cii vive accanto perché è importante ottenere proprio da queste persone delle modifiche dell’atteggiamento e delle azioni.

Arrabbiarsi chiarendo le ragioni dello scontento è uno dei modi per ottenere queste modifiche. Anzi nelle relazioni sentimentali durature e considerate felici, i litigi aperti sono abbastanza frequenti, e spesso ad un’arrabbiatura di uno dei due segue un miglioramento della qualità della relazione dovuto alle spiegazioni e all’aumento della comprensione e dell’affiatamento reciproco.

E in campo lavorativo? Ci si arrabbia più spesso con i superiori, con i sottoposti o con i nostri pari-grado?

La risposta cambia a seconda che ci si riferisca ai sentimenti di collera o alle manifestazioni di collera. Le persone che hanno autorità e potere su di noi sono più spesso oggetto della nostra ostilità, che però viene poco manifestata o solo in forme distorte e indirette. Le persone che dipendono da noi sono oggetto di irritazione frequente, che in questo caso viene facilmente manifestata, se non addirittura amplificata a scopo implicitamente pedagogico.

Rispetto, invece, ai nostri pari-grado la rabbia si manifesta con una forma ed un’intensità intermedia, è comunque rilevante che i rapporti siano almeno quelli di una discreta conoscenza, perché pare sia molto raro arrabbiarsi con qualcuno che si conosce poco o che si incontra per la prima volta.

……………………….. e continua nel prossimo post ….. la rabbia è un emozione che ha bisogno di spazio …..

Riflettendo sul litigio ….

litigare

Non abbiamo bisogno di impararlo all’università: litigare è una cosa che sappiamo fare benissimo sin da bambini. Crescendo, poi, ne impariamo una più del diavolo e riteniamo di essere sempre più bravi.

Ma è davvero così? Proviamo a guardare la gente intorno a noi, quando litiga nelle più diverse situazioni e ci accorgeremo dell’esistenza di stili diversi di litigio, dal parossismo compulsivo del “Lei non sa chi sono io!” in giù. Alcuni tratti però rimangono costanti, al punto che, con un’attenta osservazione, possiamo ambire di riconoscerli in ogni occasione. Diciamocelo chiaro: in genere si tende a perdere il controllo abbastanza facilmente.

Sappiamo che è un guaio, perché una volta crollata la diga, è poi molto difficile controllare il flusso impetuoso delle acque.

Nella nostra vita, possiamo fare un Vajont ogni giorno, e anche questa è una scelta. Le acque irrompono a valle con potenza distruttiva, non sono arginabili, trasportano ogni sorta di detriti e arrivano a calmarsi soltanto dopo aver travolto tutto al loro passare, quando finalmente trovano una piana o un bacino che riesca ad accoglierle.

Possiamo litigare per vari motivi:

  • Quando ci sentiamo inferiori agli altri e quindi siamo sempre sul chi va là nel timore che essi intendano sopraffarci;
  • perché la situazione che stiamo vivendo mal si sposa con le nostre aspettative e questo ci mantiene in uno stato di continua tensione, che rende più facile lo sbotto improvviso;
  • quando nella nostra relazione di coppia non ci sentiamo riconosciuti e valorizzati in quelle che riteniamo le nostre qualità;
  • realtà professionali dove, al di là dei rispettivi compiti magari anche ben definiti, leggiamo come invasioni di campo o autentiche prevaricazioni le mosse del collega e siamo portati a interpretarle come meschini lavorii indirizzati a nostro esclusivo danno.

Ma quante altre ragioni potremmo aggiungere?

Molto spesso le conseguenze dei nostri scatti d’ira sono più gravi, ben più gravi, delle ragioni che li hanno provocati. A tutti è occorso di accorgersi di quanto difficile sia risultato, una volta scoperchiato l’otre, tentare di ricucire le relazioni e rimettere le cose a posto. Purtroppo, ci rendiamo conto, a nostre spese, di quante ferite mal rimarginate poi, nel tempo, riprendono a sanguinare, L’animo umano non è una corazza impenetrabile e il chiodo ferocemente piantato ieri, per quanto poi dolorosamente estratto con le tenaglie, ha lasciato un solco profondo nel legno dell’anima, che forse si può nascondere, ma mai cancellare del tutto.

Quindi perchè non provare a far scende il campo la “calma”?? Paradosso in un post che parla del litigio??? Calma che molto spesso viene scambiata per assenza totale di emozioni e si sa che in una litigata sono proprio le emozioni a giocare il ruolo da protagoniste.

La calma interiore è una voce forte, purtroppo, però, siamo poco inclini ad ascoltarla, preferendole l’urlo dell’ira incontenibile, quello cui talvolta ci piace lasciarci andare per “far capire chi davvero siamo”.

Abbandonarsi al fluire incontrollato delle nostre emozioni, lasciarsi travolgere dal fiume in piena dei sentimenti ribollenti e dare libero sfogo ai risentimenti dei quali ci sentiamo legittimi titolari, quali passi in avanti ci permetterà di fare in vista dell’affermazione di una nostra giustizia?

Perché in effetti proprio di questo si tratta: è l’ingiustizia subita, patita a denti stretti, mal sopportata per via di una sensibilità acuta, che ci fa gridare.

Come dunque costruire la giustizia partendo da premesse ingiuste? Perdere il controllo non paga. Lo sappiamo bene, soprattutto quando parliamo degli altri. Quando invece accade a noi, allora tutto ci pare giustificato: “Sì, è vero. Però io …”  ,già, però io … e con questo arrivederci e grazie all’intelligenza.

La regressione a livello animale è istantanea e francamente anche la più facile. Talmente facile che ci dimentichiamo per strada le forme più elementari di auto controllo.

Buona cosa, quindi, è conservare sempre quel quid di intelligente razionalità che ci permette di riconoscere l’accendersi della miccia. Perché riconoscere l’accensione della miccia è straordinariamente utile per riuscire a controllare gli immediati sviluppi successivi. Che poi, e anche questo lo sappiamo benissimo, accadono in frazioni di tempo infinitesimali. Aspettare, indugiare, sarebbe deleterio. Ci vuole una grande consapevolezza di sé per essere in grado dapprima di riconoscere l’impulso e poi di controllarlo.

Proviamo, a questo punto, a tirare in ballo la caratteristica costante di ogni cosa umana: la fine … tutte le cose umane finiscono e quindi anche l’ira.

Perché sul momento, magari, ci lasciamo andare, non misuriamo più le parole, o peggio, i gesti e lasciamo che lo tsunami si abbatta sulla nostra malcapitata vittima. Ma poi, rientrata la fase acuta eccoci quasi a sorridere della stupidità umana che ci ha fatto rischiare chissà che. E’ quello il momento in cui vengono i sudori freddi, al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere ….

Possiamo parlare di ira e di furore, di rabbia e di forte risentimento o di collera, di irritazione, di animosità o di esasperazione: quante sono le sfumature che ci conducono all’abbandono totale del nostro autocontrollo? Ma, parallelamente, quale di queste sfumature ci aiuterà a riconoscere in tempo l’accensione della miccia?

Controllare le nostre azioni non per abolirle, bensì per evitare che ci creino maggiori danni di quelli che già riteniamo di aver subito.

Quante energie destiniamo ogni giorno a correggere azioni compiute in precedenza, delle quali ci siamo poi resi conto che sarebbe stato meglio non fare del tutto o fare in modo diverso??

E quindi quanta parte delle nostre reazioni istintive potrebbero risultare dovute non a una decifrazione attenta e oggettiva dei fatti ma piuttosto ad una interpretazione di questi? Con il risultato che, a quel punto, non stiamo ragionando del fatto in sé, ma di una sua lettura, che ci appare oggettiva ma oggettiva non è, e quindi ci trascina in maldestri fraintendimenti le cui conseguenze non sono difficili da immaginare.

Non sarebbe male nel momento critico trovare la forza di astrarsi dalla situazione che stiamo vivendo, evitando manifestazioni non ragionate, quelle che escono dalla bocca senza adeguato controllo del cervello e del cuore.

Un contrasto lo sappiamo, ha tempi concitati nella sua escalation verso il litigio; il tutto poi procede secondo i rigidi canoni del noto processo azione-reazione. Soffermarsi a riflettere è impegno di frazioni di secondo, sufficienti a diluire la potenzialità dell’esplosivo. Questo modo di procedere non ci rende né deboli né vigliacchi né paurosi, al contrario, riusciremo a dare di noi stessi l’immagine di persone posate e a modo, capaci di non lasciarsi travolgere dall’evolvere dei fatti, in grado di tentare un loro controllo.

E’ un po’ come se ciascuno di noi portasse nella propria valigetta una quantità di tritolo, il terribile esplosivo usato dai terroristi. Le emozioni non controllate  costituiscono il detonatore, ed ecco la tragedia è consumata: tutti morti! …..

Anche fare il kamikaze è una scelta ….

Aspettative. Ciò che alimenta le reazioni e le pretese.

ASPETTATIVA 3

“le aspettative”  un argomento che mi ha sempre toccata da vicino e che ora “vedo”, nel mio lavoro di Counselor e di Mediatore Familiare , come esse siano la base di molti dei disagi intrapsichici e relazionali.

Stamattina sfogliando il libro di Krishnananda “a tu per tu con la paura” , sono incappata in un capitoletto, il cui titolo ha dato il nome a questo post, che mi sembra perfetto per chiarire alcuni punti.

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La fonte e l’alimento del nostro reagire e pretendere proviene dalle aspettative. Tutti noi nutriamo aspettative reciproche che, se rimangono inconsce, possono distruggere qualsiasi tipo di armonia e intimità desideriamo creare. Perché le aspettative trasformano l’altra persona in un oggetto per i nostri voleri..E poniamo le stesse aspettative sulle situazioni e sulla vita in generale….. Invece di sentire le nostre paure, noi entriamo nel “bambino che pretende” e ci sentiamo vittime della gente, delle situazioni e della vita.

Per conseguire una maggiore consapevolezza del nostro “pretendere”, dobbiamo esaminare le nostre aspettative.

E’ più facile a dirsi che a farsi….. come facciamo a riconoscere le nostre aspettative??

  1. Uno dei modi è notare quando ci sentiamo delusi e reagiamo, sia colpevolizzando e arrabbiandoci che isolandoci con rassegnazione. A seconda del nostro temperamento. Possiamo scagliare la rabbia e la delusione sull’altra persona perché non soddisfa i nostri bisogni, oppure possiamo trattenerle dentro di noi e cuocere nel nostro brodo. … E’ imbarazzante vedere quanto ci aspettiamo dagli altri. Per questo non abbiamo voglia di analizzare questa parte di  noi. Ogni qualvolta sentiamo frustrazione o rabbia, un’aspettativa è stata delusa.
  2. Un altro modo per scoprire un’aspettativa è esaminare cosa si nasconde sotto il nostro giudizio. Spesso proprio dietro ad un giudizio c’è qualcosa che vogliamo o ci aspettiamo da qualcuno.
  3. Un terzo modo per cominciare a riconoscere le nostre aspettative è quello di prendere qualcuno che ci è molto vicino – la nostra relazione fondamentale è l’esempio migliore – e vedere tutti i modi in cui possiamo incolpare questa persona. Incolpiamola per tutto quello che non va in lei, per tutto ciò che non ci dà, per tutto ciò che vorremmo cambiasse. Sotto ognuna di queste colpe c’è una aspettativa.

Quando un’aspettativa non è soddisfatta possiamo avere una reazione esplosiva o implosiva. Le aspettative che provocano il primo tipo di reazione sono positive e si trovano appena sotto lo stato di rabbia e di giudizio. Esse hanno una energia che le sorregge e sono accompagnate dalla sensazione, nella mente del nostro bambino, che meritiamo di vederle soddisfatte. Le definisco positive perché c’è almeno un po’ di energia con cui possiamo connetterci. Quando c’è energia è più facile riconoscere le aspettative e cercare il bisogno insoddisfatto, il buco della nostra vita che esse ricoprono. Le aspettative sono i coperchi dei buchi interiori. Invece di sentire la paura e il dolore che questi buchi provocano, trasformiamo l’energia nell’aspettativa che qualcuno, o la vita stessa, li colmino.

Le aspettative negative sono convinzioni che tratteniamo e che ci impediscono di ammettere che in realtà vogliamo o ci aspettiamo qualcosa. Quando neghiamo di avere bisogni e desideri o quando ci sentiamo così indegni che non pensiamo di meritare nulla, le nostre aspettative vengono sepolte in profondità. Ovviamente sono ancora lì, ma sono più difficili da raggiungere. Per esempio, alcuni di noi vivono nell’illusione che non abbiamo bisogno di niente e di nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di malignità, di aggressione passiva.

Copriamo i nostri bisogni con convinzioni del tipo:

  • Avere bisogno degli altri non va bene; dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi;
  • è inutile desiderare o avere bisogno di qualcosa perché in ogni caso non verremo soddisfatti;
  • esprimere un bisogno porta solo alla frustrazione.

E’ possibile che non riconosciamo assolutamente il fatto di avere bisogni. Li abbiamo rinnegati così a lungo che è diventato quasi impossibile averne la consapevolezza. Le nostre aspettative negative si trovano nel profondo delle nostre ferite interiori. E creano una grande disperazione: non saremo mai amati, accettati o compresi.

Sia che le nostre aspettative si manifestino sotto forma di rabbia, delusione o accusa (è il caso delle aspettative positive) sia che possano essere identificate come una convinzione negativa che copre i nostri desideri e bisogni (è così per le aspettative negative), esse continuano a coprire una parte dentro di noi profondamente ferita e affamata. Il nostro bambino interiore proietta le sue vecchie esperienze sul presente con tutta la paura e la diffidenza che quelle esperienze gli hanno insegnato. Il presente può anche essere più amorevole di quanto crediamo ma noi non ce ne possiamo accorgere. Continuiamo a reagire come farebbe un bambino.

Senza consapevolezza e comprensione è facile sentirsi vittimizzati dall’esistenza per quello che succede piuttosto che vedere che siamo noi stessi a crearlo. Identificando lo schema con profonda compassione possiamo cominciare a modificarlo. La mente del nostro bambino ha formato delle convinzioni e ripete degli schemi basati sulle esperienze della prima infanzia, e noi dobbiamo trovare un modo per risvegliarci dal film che sta distorcendo la mnostra realtà presente con proiezioni del nostro passato.

 

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Krishnananda

“A tu per tu con la paura”

Ed.Universale Economica Feltrinelli

 

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