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Buchi da riempire e paura del vuoto

VITA VELOCE 1

“Abbiamo un bisogno urgente di rallentare, riprendere fiato, di sbarazzarci dall’angoscia di non arrivare a fare tutto quello che si deve fare nell’arco delle ventiquattro ore che fanno la giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità” Christoph Baker

A volte mi domando, e in questo momento più che in altri, perché ci intossichiamo di cose da fare entrando in circoli viziosi di movimento che hanno ben poco a che fare con i nostri reali obiettivi, facendoci risucchiare da vortici di attività da cui è difficile poi fermarci. Che cosa c’è dietro a tutta questa frenesia da cui così facilmente ci lasciamo invadere e contagiare?

Quasi sempre il risultato è un progressivo allontanamento da noi stessi che ci porta a perdere il ritmo, il nostro, quello con gli altri e con il mondo che ci circonda, diventando come ballerini che seguono automaticamente il passo della musica proposta senza entrarci davvero dentro.

Tutto gira sempre più veloce e noi affannati a cercare di stare dietro ad ogni cosa, proiettati perennemente nel futuro senza tempo di vivere il presente.

Arriva tuttavia un momento in cui sentiamo un richiamo che giunge dalle sconosciute profondità di noi stessi e ci pone un’imbarazzante domanda “Chi sei?”

Molti di noi cresciuti nell’ambito della cultura attuale che in fondo crede che non ci sia nulla di particolarmente affascinante da scoprire dentro di noi, zittisce subito la voce seguitando indaffarata la propria esistenza tra i mille impegni spesso gestiti da un pilota automatico che segue mappe e priorità tracciate da altri.

Non solo il lavoro, ma gli stessi passatempi odierni tendono a occupare ogni singolo istante, colmando tutti gli spazi senza lasciarci più momenti vuoti di riflessione necessari a riconoscere chi siamo, dove stiamo andando, di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo.

Queste domande, se ignorate, diventano buchi che premono per essere riempiti, ma visto che il fermarci a rispondere comporterebbe la messa in crisi di tutto quello fatto fino ad ora, l’attenzione viene distolta, portata altrove e i buchi vengono colmati con surrogati che servono a tacitare i nostri veri bisogni.

Videogiochi coinvolgenti, film appassionati, riviste patinate che raccontano le vite romanzate di altri, ci fanno vivere emozioni ed esperienze in prestito, per non occuparci delle nostre. Giochini meccanici e ripetitivi fatti al telefono ci ipnotizzano, distogliendoci da un contatto più profondo con la nostra quotidianità.

Il richiamo da questo spazio interiore troppo spesso ignorato e inesplorato e che, nonostante tutto, continua a lanciare segnali, porta con se attrazione e paura.

Attrazione perché “essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo capaci di divenire è l’unico scopo nella vita” (B.Spinoza). Paura, perché la scoperta di chi siamo davvero, come ho detto sopra, potrebbe mettere seriamente in discussione tutto quello che fino ad ora abbiamo creato e creduto; oppure, perché davvero pensiamo che ci sia solo dentro di noi una voragine senza fondo che incute terrore.

Quindi se ci fermiamo siamo obbligati gioco forza a confrontarci con questo ignoto e allora facciamo ben attenzione a tenerci sempre occupati in qualche altra attività meno rischiosa.

In realtà questo spazio profondo non è vuoto ma pieno di tantissime cose che il più delle volte non vogliamo vedere: bisogni ignorati, desideri inconfessati, ambizioni nascoste, risorse dimenticate, emozioni inespresse, ricerca di senso…..

Vuoto in realtà affollato, come un oceano che visto da lontano sembra una piatta e anonima distesa orizzontale di acqua, ma in profondità brulica di vita, di tesori e anche di minacce.

“Certo che quando non si conosce l’esistenza della profondità sotto la superficie di questo oceano, il profilo di un relitto che si intravede sott’acqua, una balena che emerge a crogiolarsi al sole, vulcani sottomarini che occasionalmente si attivano, conglomerati di rifiuti affioranti, possono destare qualche preoccupazione. E quando manca lo spirito di avventura la scelta più facile è girare la testa dall’altra parte e tenersi occupati con qualcosa da fare” (M.Danon – Il potere del riposo).

Quindi la paura del vuoto, in realtà è paura della profondità; calarsi come uno speleologo nelle nostre grotte più interne alla ricerca del senso più intimo della nostra esistenza.

L’antidoto? Fare il “morto a galla” che se può essere utile, come ho scritto nel post precedente, per emergere dalle “sabbie mobili del dolore”, in questo caso diventa strumento per distogliere l’attenzione da se stessi verso un altrove fatto di esperienze “mordi e fuggi”, relazioni “usa e getta” che hanno l’unico scopo di mantenere l’attenzione ben salda in superficie.

Entrare in intimità con noi stessi è oggi merce rara, qualcosa da evitare a tutti i costi; vietato rallentare, vietato respirare, vietato sostare anche solo per un minuto, vietato perfino guardarsi allo specchio se non per controllare che l’outfit del giorno sia quello cool del momento.

Quando invece, osiamo varcare la soglia, permettendoci un momento di sano far nulla in ascolto di quel richiamo verso noi stessi ecco che stiamo facendo un passo in più verso la preziosa consapevolezza di Esserci davvero e “se sei consapevole di esistere, allora esisti”

 

 

liberamente tratto da:

M.Danon – Il potere del riposo – ED Urra feltrinelli

 

Il vuoto che “sana”

vuoto 4

Riflettendo sull’intenso modulo che ho condotto in questo week end al corso di formazione per Agevolatori nel Metodo Mandala-Evolutivo® ……

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L’incontro con l’anima è un evento che appartiene alla concretezza, e la felicità e il suo raggiungimento sono operazioni concrete. Per essere felici, c’è qualcosa da fare, qualcosa che ci spetta, un compito da svolgere.

Il cervello è un organo costruito per produrre fatti e, se non ostacoliamo il suo funzionamento, immancabilmente secerne le sostanze della gioia.

Gli “esercizi spirituali” dei filosofi puntavano a produrre praticamente quegli stati cerebrali capaci di realizzare la biochimica della felicità, della tranquillità, della pace interiore.

All’interno del cervello esiste uno spazio eterno, che appartiene a qualcosa di impronunciabile, di indicibile.

L’eternità è uno stato energetico che vive perennemente al di sotto del nostro Io “tangibile”, che si esprime solo in una dimensione sconosciuta, che appartiene più alle regole del vuoto e del nulla, e che, seppur a tratti, può essere contattato dalla coscienza. E’ uno stato energetico che ci chiama incessantemente e che ha una chimica a parte che viene messa in gioco quando siamo capaci di stare con noi stessi in un modo che non si impara a scuola, o sui libri, ma è il seme di tutta la saggezza.

Al di sotto di come appariamo alla nostra coscienza, al di sotto di ciò che crediamo di essere, un’intera vita si svolge, un intero organismo pulsa incessantemente. La pianta che siamo sta facendo la sua parte. Tutto è come in natura: un seme si disfa nel buio della terra e silenziosamente produce il suo germoglio prima, e la sua pianta dopo.

Carl Rogers, il grande psicologo americano, si era accorto che le patate che i suoi genitori conservavano in cantina, lasciate lì al buio e la freddo, allontanate dal loro terreno naturale, nonostante tutto germogliavano. E si è chiesto se, nei momenti difficili, anche dentro di noi, nel nostro spazio interno, c’è qualcosa che vuole germogliare.

Mentre stiamo soffrendo, mentre ci sembra di essere stroncati dagli episodi sfortunati della vita, c’è qualcosa di profondamente naturale che ci sta ricreando.

Il mio organismo vive, evolve, matura, libera i suoi fiori, i suoi frutti del tutto a mia insaputa: la creazione di ciò che sono, dell’albero che mi esprime è totalmente disinteressata agli scopi che mi do, agli obiettivi che voglio raggiungere, al mio passato, alla mia storia.

Il mio germoglio funziona tanto meglio quanto meno lo riempio di illusioni, quanto meno mi sforzo di mettere le cose a posto, quanto meno mi metto a spiegare e a voler capire le possibili difficoltà che mi attraverssano.

Sono molto più me stesso quando respiro, quando mangio, quando ascolto, quando vedo, quando amo rispetto a tutte le volte che penso.

Anzi, il pensiero è resistenza a tutto questo.

Tanto più mi arrendo, tanto più il germoglio fiorisce.

Le “guarigioni” vere arrivano “contemplando” le difficoltà e le varie istanze che le abitano, guardandole senza nessuna intenzione, senza pensieri, senza neppure il desiderio di mandarle via. Siamo noi stessi quando siamo presenti alle nostre azioni, immersi nell’essere che siamo, che mangia, che ride, che annusa, che gode.

Raccogliersi in se stessi significa semplicemente buttare lo sguardo sull’interno, come se quel raggio di luce che lo inonda fosse capace di poteri immensi, che i pensieri non vedono, ma che anzi offuscano.

Ci piaccia o no la nostra essenza riposa nel vuoto e a lui dobbiamo affidarci se vogliamo approdare alla “guarigione” e alla felicità.

Non si può concepire alcuna eternità, alcun senso di continuità se la coscienza non si purifica dei pensieri.

Di fronte ad ogni problema od ostacolo che blocca il mio fluire è necessario che impari  a tuffarmi nell’impotenza, nell’estraneità. Quando sto male, lasciamoci sprofondare nell’incoscienza affidandomi ai suoi sintomi…. “per evadere dall’intollerabile cerchiamoci un derivato, una fuga, una regione  dove nessuna sensazione si degni di avere un nome … recuperiamo la quiete iniziale…” (E.Cioran).

Qualsiasi dolore arriva dalla profondità dell’anima, arriva da quell’oceano infinito che è l’acqua da cui sgorga la nostra essenza: non viene perché qualcuno l’ha mandato, ma per ridare “senso alla nostra vita”

Se il dolore viene imprigionato dai pensieri e dalle cause, viene relegato nella banalità, nei luoghi comuni, nel ragionamento, allora tutto si oscura.

Pensarci su, ragionarci significa renderlo cronico e perdere l’occasione di scoprire lati di noi stessi, capacità, talenti nascosti.

La capacità  di riprodurre il balsamo risanatore è possibile solo per chi si affida al vuoto, per chi, quando sta male, rinuncia a pensare, per chi impara ad affidarsi al caos, al disordine o al cammino senza senso apparente, sotto il comando dell’estraneità del nostro Testimone interiore, del nostro Viaggiatore interstellare ed è proprio da queste immagini offuscate che si aprono le soluzioni che come lampi prorompono dal buio interiore, suscitati da nessuna causa, se non dall’essere vivi e immersi nella propria consapevolezza di sé.

 

 

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Spunto dalla lettura di:

Raffaele Morelli, “Non siamo nati per soffrire”, Ed.Mondadori

Lasciare alle spalle ciò che non c’è più (II parte)

tazza

Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
Bert Hellinger,

Se sono in grado di accettare tutto quello che comporta una perdita elaborandolo nel modo “giusto” per me “gli addi” non saranno altro che un arricchimento ed una crescita.

Immagina se mi aggrappassi a quegli splendidi momenti dell’infanzia (sempre che ce ne siano stati…) che mi fanno pensare a come era bello essere bambini , o se mi sentissi confortata la ricordo dell’immaginaria sicurezza dell’utero della mia mamma, pensando che quello sia lo stato ideale. Pensa se restassi ferma a un qualche tappa precedente della mia vita e decidessi dio non proseguire. Immagina se stabilissi che alcuni momenti del passato sono talmente belli, certi legami così gratificanti, alcune persone tanto importanti che non voglio perderli, e mi aggrappassi a loro come ad una corda salvatrice, a ciò che non sono più. ….

Nonostante ciò è stato doloroso abbandonare ognuno di questi luoghi, lasciare la mia infanzia, abbandonare l’utero, lasciarsi alle spalle l’adolescenza. Ciascuno di queste azioni ha implicato delle perdite da un lato, e profitti dall’altra ma è grazie a ciò che si diventa ciò che si è.

Non esiste un profitto importante che non implichi, in qualche modo, una rinuncia, un costo emotivo, una perdita, perché questa è la verità che si scopre alla fine: che il dolore è imprescindibile dal nostro processo di sviluppo personale, che le perdite sono necessarie per la nostra maturazione e che quest’ultima, a sua volta, ci aiuta a percorrere il nostro cammino.

Quanto più ci si sgancia, tanto maggiore sarà la crescita. Più si è maturi, minore sarà la disperazione di fronte a ciò che ho perso; meno ci si tormenta per ciò che è stato, meglio si potrà continuare a percorrere il cammino.

Se sai chi sei, sarai in grado anche di abbandonare volontariamente e dolorosamente qualcosa per far posto ai nuovi desideri.

Bisogna svuotarsi per potersi riempire. Una tazza serve solo quando è vuota. Una tazza piena non ha senso perché non la si può riempire con niente. Non può dare nulla perché prima dovrà imparare a svuotarsi.

Non si è solo ciò che si possiede ma anche e soprattutto ciò che si è in grado di dare. E per questo è necessario sperimentare la perdita, il distacco e una certa dose di dolore perché si perde qualcosa anche quando si decide di proprio iniziativa di dare ciò che è nostro.

Per poter rispondere alla domanda “Chi sono?” bisogna accettare anche il vuoto, lo spazio dove, per decisione, per caso o per natura, non c’è più quello che c’era prima.

Questa è la nostra vita: disfarsi del contenuto della tazza per poterla riempire di nuovo. La nostra vita si arricchisce ogni volta che la riempiamo, ma anche ogni volta che la svuotiamo perché, quando lo facciamo, ci stiamo aprendo alla possibilità di riempirla di nuovo.

Personalmente la storia del mio rapporto con la mia crescita e con il mondo è la storia di questo ciclo dell’esperienza: entrare e uscire, riempirsi e svuotarsi, prendere e lasciare. Anche se non sempre è un processo facile. Anche se non sempre è privo di danni ……

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Per saperne di più:

Judith Viorst – Distacchi – Ed. Sperling Paperback

Buone Vacanze!

galleggiare

 

…. Egli disse: “I vostri cuori conoscono in silenzio i segreti dei giorni e delle notti. Ma gli orecchi hanno sete di sentire quello che il cuore già conosce. Vorreste sapere con parole quello che avete sempre saputo nella mente. Vorreste toccare con le dita il corpo nudo dei sogni. Ed è bene che lo facciate: la sorgente sotterranea della vostra anima dovrà venire alla luce e scorrere mormorando verso il mare; e il tesoro della vostra infinita profondità sarà rivelato ai vostri occhi. Ma non usate bilance per pesare quell’ignoto tesoro; e non sondate le profondità della vostra conoscenza con lo scandaglio e la pertica. Poiché l’io è un mare sconfinato e immisurabile.

Non dite:” Ho trovato la verità”, dite piuttosto: “Ho trovato una verità”. Non dite: “Ho trovato il sentiero dell’anima”.

Dite piuttosto: “Sul mio sentiero ho incontrato l’anima in cammino”.

Perché l’anima cammina in tutti i sentieri. L’anima non cammina sopra un filo, né cresce come una canna. L’anima apre se stessa come un fiore di loto dagli innumerevoli petali”

Kahil Gibran

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E anche per me finalmente è arrivato il tempo di partire, mettere “in pausa” e godermi lo stupore che ogni nuovo giorno porterà con sè ….

Quest’anno mi tufferò tra il verde dei prati riempendomi gli occhi della luce che filtra tra le foglie degli alberi. Riempirò i miei polmoni di aria incontaminata in cima alle montagne seguendo sentieri battuti e strade sconosciute, inchinandomi alla maestosità della natura cercando di ricontattare quella parte selvaggia, lasciandola uscire libera dalle costrzioni cittadine . Proverò a disconnettemi per riconnettermi a me in silenzio …

Che sia per tutti  un momento  all’insegna del “sentire” , del fluire, mollando gli ormeggi lasciandosi galleggiare ri-scoprendo i sensi …

Riempitevi di suoni, sapori, odori …. Aprite gli occhi imparando a “vedere” quello che vi circonda …. Toccate … la sabbia calda, l’acqua fresca, una foglia bagnata di rugiada, la pelle di chi vi sta accanto…

Prendetevi il vostro tempo, toglietevi l’orologio e lasciate che sia il vostro corpo a scandire le ore.

Ascoltatevi …. Espandetevi ….. Respirate ……. Vivete la pienezza del momento!

Sospendete ogni affanno , ora è tempo di … vuoto ….

Anche il blog va in vacanza … ci ri-troveremo a fine Agosto

Potrete però trovarmi su Instagram @gabriellacosta60 dovelascerò qualche piccola traccia dei miei pensieri in #paroleeimmagini.

 

cuoricino   BUONE VACANZE

cuoricino

Perdersi per ri-trovarsi

UOMO-LABIRINTO.jpg

“L’Uomo-Labirinto” – Lelia Burroni

“Sedendo quietamente senza fare nulla, viene la primavera e l’erba cresce da sé” Poesia Zen

A volte capita che senza accorgercene perdiamo il nostro orientamento. E allora sbandiamo, non sappiamo dove siamo, dove stiamo andando, siamo perduti in un labirinto senza vie d’uscita.

Quando siamo disorientati? Quasi sempre dopo un amore finito, dopo un abbandono, quando scompare una persona cara, quando il lavoro ci lascia a piedi, quando i figli prendono la loro strada. Improvvisamente ci sentiamo inutili, come barchette alla deriva,ci manca il terreno sotto i piedi.

Altre volte questa sensazione di disorientamento ci sorprende come un fulmine a ciel sereno: ci sentiamo inaspettatamente stranieri nella routine, nelle abitudini.

Ci guardiamo allo specchio e ci chiediamo:” Era proprio questa la vita che volevo? Perché tutto mi pare così lontano e inutile?.

Guardiamo come estranei gli amici, la moglie o il marito, i figli, i compagni di lavoro tutto ci sembra avvolto in una lente deformante.

Per la verità lottiamo con tutte le nostre forze contro il disorientamento, anche se sappiamo che quella domanda è sempre stata lì in agguato.

E nonostante i nostri sforzi di rimuoverla, nonostante una “vita riuscita”, nonostante abbiamo lottato per mettere ordine, per conquistare un nostro posto ben definito nella società, sappiamo che c’è qualcosa di inafferrabile che ci spinge a perderci, a mettere in discussione tutto, proprio tutto. Una sorta di ansia distruttiva che non trova pace se non nel cercare di disfare quello che, a volte molto faticosamente, abbiamo costruito.

A questo punto scattano due sentimenti che prendono il sopravvento: il vuoto e la disperazione. Contro di loro lottiamo con tutte le nostre forze e qui commettiamo l’errore che peggiora la situazione…. È come se tentassimo di arrampicarci su una parete perfettamente liscia, senza appigli, tutta la nostra energia se ne va nello sforzo di conquistare un metro ma nel momento in cui pensiamo di avercela fatta il piede irrimediabilmente scivola…..

E se invece tentassimo di non lottare contro questa voglia di “perderci” e provassimo a …. crollare…..

Crollare vuol dire lasciar vivere il nostro dolore, stare lì con lui; vuol dire non cercare di spiegare e di capire….. significa semplicemente “stare”.

E qui sta il senso del nostro disorientamento: “qualcosa” dentro di noi vuole spazzarci via, vuole allontanarci dalle  nostre certezze. E così la sofferenza apre la porta al “Vuoto”, a quel luogo senza tempo, dove riposano le nostre risorse, la nostra energia più profonda. Dentro ognuno di noi c’è una forza incontaminata, libera che è pronta a venire alla luce: occorre farle semplicemente posto.

Per questo dobbiamo imparare a “crollare” perché quando smettiamo di pensare a noi stessi “questa energia” è pronta ad affiorare.

Anche se non lo sappiamo,  nella profondità del nostro essere,è contenuta la gioia della vita.

Dice Elie Wiesel premio Nobel per la pace: “Non è possibile negare la disperazione, è troppo forte. Ma nonostante la disperazione, all’interno stesso della disperazione, c’è un luogo, una sorta di spazio in cui la gioia è possibile…. E’ una gioia purissima, nobilissima…”

Chi riesce a fare questo anche per un istante, impara che le nostre difficoltà dipendono quasi sempre dal fatto che guardiamo perennemente in una sola direzione e non ci accorgiamo che la vita sta scorrendo in ogni fibra del nostro essere.

Vuoto Pieno Unità

MONDRIAN

Piet Mondrian – “Grande Composizione A”

Pieno o vuoto, ombra o luce, corpo o anima, essere o non essere. Inesorabilmente il positivo respinge il negativo ma con la stessa irrimediabilità lo attrae, lo chiama a sé.

L’uno esiste in funzione dell’altro; l’uno per l’altro; l’uno per l’altro. In opposizione ad un pieno, c’è solo un vuoto, che lo possa riempire e la pretesa di pienezza, senza un vuoto che la possa contenere, resta solo impertinenza.

Se vuoi la luce, la luce vera, devi cercarla nel buio con il coraggio della notte.

Spogliati di ogni luce di superficie, spegni luccichii e bagliori, fai buio. Accetta il nero, convivi con l’oscurità, guardaci dentro.

Una piccola luce si accende…poi un’altra…e un’altra ancora…..

VUOTO….

Nan-in, un maestro giapponese, ricevette la visita di un professore universitario che voleva studiare Zen. Nan-in servì il tè. Riempì la tazza del visitatore e poi continuò a versare.

Il professore osservò il tè che stava traboccando, fino a che non potè più contenersi: “E’ strapiena. Non ce ne sta più!”

“Come questa coppa”, disse Nan-in, “tu sei colmo delle tue opinioni e preconcetti. Come posso mostrarti lo Zen se non svuoti la tua tazza?”

Nyogen Senzaki

L’essenzialità è una conquista. Il vuoto capace di generare sostanza non si dà in modo gratuito ma solo al termine di un percorso; un atto di spoliazione tanto drastico rispetto alle leggi della vita quotidiana quanto è connaturato alle leggi più intime della nostra vita interiore….

Ora prova il vuoto…. cominciando dallo spazio ….

rettangolo

Scegli una stanza che ti sia

famigliare; un luogo che

custodisca la tua trasformazione,

il tuo processo di “svuotamento”.

I muri, i mobili e gli oggetti

trasudano gesti, ricordi, eventi,

pensieri,amore,dolore.

Svuota la stanza. Libera lo spazio.

Linee rette definiscono le pareti e

disegnano il pavimento.

Angoli…Spigoli..Contorni…

Siediti al centro della stanza vuota. Fissa il tuo sguardo sul muro.

N o n   c ‘ è   p i ù   n u l l a ,  s o l o   b i a n c o   e   l u c e . . . . .

Osserva il silenzio più assoluto. Liberati di tutte le parole, quelle dette e quelle non dette. Zittisci ogni suono e rumore; prima fuori di te, poi dentro di te.

Solo quando tutto tace puoi cominciare a “SENTIRE”. ASCOLTA IN SILENZIO. ASCOLTA IL SILENZIO.

PIENO

Riempi il fisico. Inspira

lentamente e profondamente;

travasa dentro tutto ciò che

è fuori; riempitene il più

possibile i polmoni, il corpo….

Trattieni…. Espira, vuotando

il corpo e la pancia fino ad infossarla

“La pratica respiratoria tende ad immettere nel corpo il

ch’i (aria) più sottile affinchè lo nutra e pian piano elimini

la parte densa e impura, portandolo alla stessa sottigliezza

 e purezza  del Cielo immortale. Ciò si ottiene inspirando

dal naso l’aria che, mediante la visione interiore, viene

guidata e fatta circolare in tutte le parti del corpo, dove

deve essere trattenuta il più a lungo possibile, espirandola

alla fine dalla bocca”

Lieh-tzu, “Il Vero Libro della Sublime Virtù del Cavo e del Vuoto”

 

Ora mangia una mela. Rossa, piena … mangiala tutta … assaporala … riempiti la bocca con la sua polpa …

 

Ed ora…accostati nuovamente al muro.

Avvicinati lentamente fino a che il bianco

svela la sua trama. La parete, tutt’altro

che piatta, rivela la propria topografia:

escrescenze infinitesimali, tracce di pennellata,

di setole pesanti, segni di stuccatura.

Sotto le spoglie di un muro vuoto,

un piano fitto di segni che affiorano,

svaniscono, si accavallano…..

Lascia un segno nello spazio, un oggetto: un solo ed unico elemento che riempia la stanza..

IL VUOTO E’ ORA PIENO

UNITA’ 

“La polarità di positivo e negativo è destinata a divenire unità. Non c’è concavo senza convesso, non c’è convesso senza concavo. Entrambi si fondono in una unità significativa Nel procedimento creativo come nella vita, pieno e vuoto è una polarità una coincidenza di opposti, come nel negativo di una fotografia in cui la luce diventa ombra e l’ombra diventa luce” (A.Archipenko)

PIENO   VUOTO

INSPIRA   ESPIRA

PIENO   VUOTO

INSPIRA   ESPIRA

L’alternanza perpetua di questo unico movimento pervade te, la tua stanza, le cose dell’uomo e della natura, il cosmo, l’universo ….

Affacciati alla finestra e porta il tuo sguardo oltre i limiti del muro; osserva gli alberi che si stagliano sulla linea d’orizzonte:

VERTICALEORIZZONTALE.

Cielo e terra si incontrano….

Maschile e Femminile s’intrecciano….

Spirito e materia si con-fondono….

Tutto ciò che è in rapporto complementare tende all’unità.

Ogni elemento si perde nel proprio antagonista

come in un gioco di fluidi che si incontrano, si

toccano, lottano, si uniscono ma nell’Uno conservano la propria distinzione….

+   –

PIENO   VUOTO

DENTRO   FUORI

ORIZZONTALE   VERTICALE

AMORE   ODIO

BIANCO   COLORE

SOLE   LUNA

VITA   MORTE

La felicità?  “l’unità di positivo e negativo”

TAO

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