Mese: luglio 2016

Perfezionismo e “principio di realtà” ….

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Tutto ciò che abbiamo visto nei post precedenti ci ha portato alla conclusione che il vero nemico del perfezionista e proprio il suo perfezionismo e che la sola gara in cui egli può essere certo di arrivare primo è quella dello stress!

Il perfezionista è portato all’ansia, all’ostilità, a chiudersi in sé, a rattristarsi e deprimersi. Quando poi arriva ad una vera patologia, tende all’ossessività e rischia di sviluppare tendenze paranoiche.

Vediamo quindi quali semplici “rimedi” è possibile mettere in pratica per alleggerire il fardello e ri-trovare un migliore ben-essere.

ACCETTARSI è già un primo importante passo, ma non si tratta di accettare o rifiutare la propria natura così come è nella sua totalità. E’ possibile invece metterne in luce gli aspetti positivi, imparare a gestirla meglio riducendone così l’impatto negativo.

Pertanto, la ricerca del “pelo nell’uovo”, esasperante quando diventa “pedanteria”, è di grande aiuto se permette di individuare i dettagli utili alla riuscita di un progetto o, per dirla in maniera diversa, se si è in grado di distinguere tra la “sciocchezza” e il “dettaglio importante”. Cambia il punto di vista e ci si concentra su ciò che non va non tanto per criticare in maniera negativa e quindi distruttiva, bensì per migliora e concorrere al successo. Così facendo diventiamo persone di fiducia per quei compiti per cui occorre essere precisi e meticolosi, ottenendo apprezzamento per questa innegabile capacità di conseguire un miglioramento.

Un perfezionista “patologico” vede ciò che non va, biasima, fa la predica, impone. La confusione tra fine e mezzi lo rende spesso insopportabile. Anche un perfezionista “positivo” vede ciò che non va, ma ha un atteggiamento creativo, cerca nuovi modi per farlo funzionare e propone.

La differenza è evidente, sia per se stesso che per gli altri!

E’ dunque essenziale a questo punto ricollegarsi con il “principio di realtà”, prendendo in considerazione l’ambiente, il contesto e le capacità a disposizione, così da permettere un adattamento.

Abbandonare le alte sfere dell’idealismo astratto e tornare al pragmatismo presuppone avere ben chiaro ciò che si vuole e la sua potenziale fattibilità. “Voglio essere perfetto” non è un ideale realistico, perché esige qualcosa di impossibile che provoca perdita di contatto con i limiti e le possibilità.

Il buonsenso imporrebbe di agire con lucidità e dire: “Voglio ciò che non esiste. Perché prendersela di non riuscire ad ottenere qualcosa (o essere qualcuno) che non esiste?”. Detta così è semplice. Eppure sono tanti coloro che portano avanti questa ricerca indefinita e infinita.

Ho detto e torno a sottolineare che il perfezionista crede di “essere” perfetto nel momento in cui crede di “fare” qualcosa perfettamente. Cerca la perfezione al livello del “fare”, identificandosi con ciò che fa incorrendo nell’errore di scambiare il “fare” per l’”essere”. Poiché commette un errore, vuol dire che non è perfetto! Rieccoci dunque al punto di partenza, al quale si aggiungono denigrazione e rifiuto di sé.

Proseguiamo nel ragionamento anche se confina con l’assurdo ….

Scienza, tecnica, sport … tutto dimostra che un cambiamento in vista di una evoluzione o di un miglioramento è sempre possibile, anzi avviene costantemente. Se la perfezione è caratterizzata da ciò che arriva allo stadio finale, nel quale non c’è più nulla da aggiungere o da togliere, siamo già belli e condannati. Credendo di raggiungere la perfezione in un dato settore ci infliggiamo subito l’imperfezione, perché non cerchiamo più nessun altro nuovo modo di cambiare, di migliorare. E la terra continuerebbe a girare senza aspettarci, abbandonandoci alla nostra fossilizzante illusione!

Il principio di realtà ci ricorda quanto le sensazioni e il punto di vista personale siano importanti per il nostro modo di apprendere e descrivere ciò che è.

Talvolta siamo perfezionisti per influenze esterne: “In quel dato settore devo essere di una meticolosità estrema”. Per esempio, lo si dovrà essere nel lavoro di orologiaio, perché precisione e risultato sono tassativi, ma non così tanto nella vita privata, ossia in un altro contesto. In questo caso è utile chiedersi: “Ho scelto di diventare orologiaio perché mi piace la perfezione nel lavoro che svolgo o sono diventato perfezionista perché me lo impone il mio lavoro?”. Può essere che il “bisogna …” sia una sorta di alibi. Abbandonare il contesto specifico potrebbe anche permettere di ricreare un equilibrio.

Prendere in considerazione la realtà conduce ad identificare i settori della vita in cui si esercita il perfezionismo. Alcune persone concentrano il loro perfezionismo in un unico ambito e lo sono poco negli altri. Fintanto che la cosa costituisce uno sprone, va benissimo. Ma quando dilaga al punto da occultare tutto il resto, nasce un vero problema.

Le persone con cui è “impossibile vivere” sono quelle che permettono alle loro eccessive esigenze di interferire con il partner, la famiglia, gli amici, il lavoro …  Non hanno più alcun senso del piacere. Anche il relax, la realizzazione, lo svago e le distrazioni diventano fonte di insoddisfazione e di nervosismo, di collera, di angoscia e di fallimento.

E’ davvero essenziale sottolinearlo: un perfezionista “patologico” rappresenta una situazione invivibile per queste persone e un grande peso per tutti gli altri.

Al contrario, quando è positivo può diventare uno splendido sprone …  purchè abbia la capacità di stabilire i necessari limiti!! …

Concludendo questo breve viaggio nella “perfezione” : “Meglio di bene” o “meglio del meglio”?

Come abbiamo visto tra il perfezionismo funzionale e quello patologico è una questione di dosi nella visione del fine, nel modo di fare le cose e nella paura di non riuscire.

Per semplificare di seguito vi propongo un quadro riassuntivo delle due tipologie ricordandovi che va sempre tutto contestualizzato

Il perfezionista “funzionale” dice: “Voglio il meglio di bene”

  • Sa prendere decisioni importanti e punta a livelli elevati ma precisi
  • Competente e molto coscienzioso, lavora con metodo, attenzione e prudenza
  • Dato che mira ad un risultato visto come massimo, può correre dei rischi, benché tema i cambiamenti troppo improvvisi perché ha bisogno di un ambiente sicuro. Per questo ha occhio per i dettagli, dedica molto tempo alla ricerca, accumula informazioni e analizza in maniera sistematica le situazioni.
  • Sa mostrarsi creativo, ma è consapevole dei limiti (i suoi e quelli degli altri) e accetta l’idea di “insuccesso”
  • Cercando di fare il meglio, riesce a trarre soddisfazione dai risultati conseguiti, perché il suo realismo gli permette di capire che “la perfezione non è di questo mondo”
  • E’ in grado di imparare e di apprezzare gli sforzi compiuti, le capacità e i punti di forza.
  • Poiché da valore alla qualità è apprezzato per il suo livello di esigenza il quale riflette attenzione e precisione

Il perfezionista “patologico” dice: “Voglio il meglio del meglio”

  • Poichè vuole raggiungere la vetta ad ogni costo e rifiuta qualunque posto che non sia il primo, si odia se non primeggia e vive nell’ansia, nella paura, nella mancanza di gioia e di controllo. Stabilisce e persegue ideali rigidi, non realistici o impossibili da raggiungere, con i quali si raffronta e si identifica.
  • Evita però le nuove esperienze: troppi rischi dovuti ad un eccessivo numero di possibilità di errore.
  • Ricerca l’approvazione, vuole piacere; tuttavia, agendo in modalità “tutto o niente”, drammatizza le conseguenze di qualunque errore e vive nella critica o nell’autocritica costante ed eccessiva.
  • Eterno insoddisfatto anche se fa qualcosa di eccellente, reagisce con notevole scetticismo o collera ai complimenti (e non sa farne)
  • Poiché vede gli altri come aggressori, è particolarmente sulla difensiva nei confronti delle critiche.

Il suo universo deve essere senza difetti, pertanto fa un suo eccesivo della parola “dovere”; vuole sempre il meglio ed esige dagli altri lo stesso assoluto imperativo.

Sul perfezionismo “normale” e “patologico”

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“ La felicità non sta nella ricerca della perfezione Bensì nella tolleranza dell’imperfezione ..” Yacine Bellik

La nostra società usa regolarmente i termini “eccellenza” e “rendimento”, certamente utili per progredire e affrontare le sfide che ci vengono incontro: sviluppare una struttura, evolvere sul piano personale o collettivo. Questi termini puntano ad un miglioramento, il quale ha inizio da una visione … ci ciò che possibile. A mettere il bastone tra le ruote , a questo processo di per sé naturale, è la comparsa di un effetto perversi e il fatto che il rendimento cessi di essere un mezzo per diventare un fine in sé.

Il rendimento serve a conseguire un successo, a raggiungere un obiettivo magari difficile, ma realizzabile e concreto. Ne nasce allora un’intensa soddisfazione, visto che il desiderio era quello di svolgere responsabilmente un’attività ed evitare, per quanto possibile, errori. Se tale obiettivo non viene raggiunto una personalità “sana” e funzionale si rallegra comunque della strada percorsa e della minore distanza tra ciò che è stato ottenuto e ciò che si desiderava. Puntare all’eccellenza permette dunque di fare il meglio, avendo ben chiari i limiti e sapendo dire basta al momento giusto.

Al contrario, il perfezionista presuppone un livello intangibile: la perfezione! E poiché questo livello va oltre una “sana” volontà di riuscire, la distanza citata sopra diventa sinonimo di fallimento.

Il perfezionista cura i minimi dettagli fino all’eccesso per fare sempre meglio e, in questo modo, dichiara inaccettabile qualunque errore. Per di più, anche se tale livello viene raggiunto, lui reputa con una logica assai specifica e un ragionamento del tutto particolare che è possibile (necessario? .. obbligatorio? ..) conseguire un livello superiore. Prova dunque solo insoddisfazione, qualunque sia il risultato ottenuto.

Il problema, in ultima analisi, come ho sottolineato nei post precedenti, sta nel concetto di obiettivo da raggiungere.

  • L’obiettivo non è realistico, è indefinito. Stabilendolo troppo in alto, si crea confusione tra possibile e impossibile. In mancanza di precisione non è possibile raggiungere l’obiettivo.

Prendiamo il caso di numerose persone che desiderano un mondo perfetto pur vivendo in uno nel quale esistono guerre, carestie, malattie, sofferenze,ingiustizie … Se il mio è un perfezionismo “sano” e funzionale contribuirò come meglio posso ad eliminare in parte questa imperfezione. Così facendo servo un in ideale, una causa morale o un valore umano e agisco consapevole dei miei limiti.

Se però punto ad un risultato assoluto, posso soltanto constatare l’impossibilità del compito e cadere in depressione, perché non funziona nulla. Lo stesso dicasi se sono dogmatico, settario, fanatico o iper-controllante: “Dovrebbe essere così”, ma risultati … zero !

Magari, come un Don Chisciotte all’ennesima potenza, intraprendo una crociata e dedico la mia vita a raggiungere questo ideale, costantemente fedele a me stesso e alla mia causa, senza mai cedere ad alcuna pressione esterna, intransigente al massimo. Oppure non faccio più niente, mi arrendo, me ne lavo le mani. Si può passare da zero all’infinito e viceversa.

  •  L’obiettivo è accessibile, ma rappresenta un obbligo in tutto e per tutto: “Non lo faccio per me, bensì perché devo”. Vi sono casi in cui le sollecitazioni esterne rappresentano un meccanismo di scatto quando viene data troppa attenzione ai messaggi sociali che richiedono perfezione.

Lo sport fornisce numerosi esempi di questo passaggio dal “desiderio di fare meglio” al “dover fare meglio”. Oggi la performance sportiva viene incoraggiata, in quanto vista come valore positivo. Tutti i record sono costantemente da battere; è questa la bellezza dello sport e la grandezza data dal superare se stessi. Il pericolo, tuttavia, nasce quando il successo diventa ossessivo e le prestazioni un culto, per cui per essere il migliore in assoluto si ricorre al consumo delle sostanze dopanti. Tuttavia, infrangere le regole fondamentali dello sport barando e minando la propria integrità fisica non è più lo stesso obiettivo. Ci giochiamo la permanenza del nostro essere in cambio di una gloria effimera. Se la otteniamo,puntiamo a spingerci oltre, se non la otteniamo crolliamo, perché non valiamo nulla.

Se volere sempre il meglio finisce con il generare il peggio come riuscire a sapere quando fermarsi? Direi che anzitutto è una questione di dosi.

Da un lato c’è infatti quello che vogliamo diventare e conseguire, l’obiettivo prefissato, e dall’altro quello che siamo e che facciamo. Se il divario è troppo lieve manca la motivazione, perché non c’è sfida. Nel momento in cui siamo in grado di affrontarla, una sfida è eccitante e dà la motivazione. Ma se il divario è molto, troppo, grande si profilano varie soluzioni:

  1. Rifiutare la sfida perché ci si sente scoraggiati in partenza
  2. Ricondurre l’obiettivo da raggiungere a proporzioni più ragionevoli
  3. Lanciarsi all’avventura avendo cura di segmentare l’obiettivo per raggiungerlo a tappe successive, ognuna delle quali sia accessibile, dicendosi però che non conseguirlo non sarà un dramma e che almeno otterremo la soddisfazione di averci provato.

Chiaramente tutto è soggettivo, ma per ogni sfida che ci viene incontro o che ci poniamo è importante riuscire a stabilire quanto fattibile sia la strada da percorrere.

Questo approccio è indice di un perfezionismo “sano”: si cerca di fare meglio e questo è stimolante perché viene mantenuto un atteggiamento pragmatico , pronto ad accettare all’occorrenza la “non riuscita” piuttosto che l’”insuccesso”.

Di contro il perfezionismo è “patologico” e non funzionale quando ci si intestardisce su un obiettivo che non è accessibile e che si trasforma in una questione d’”onore” oppure “di vita e di morte”; in altre parole raggiungerlo ci costa continue sofferenze e patiamo le pende dell’inferno se non lo otteniamo.

Quando si svolge un compito, effettuare dei controlli e delle verifiche è normale e auspicabile. Tuttavia diventare troppo puntigliosi è un handicap, perché lo spreco di energia risulta esagerato. Da qui l’insoddisfazione e il senso di fallimento.

Il perfezionista funzionale ha un atteggiamento creativo: “Opero perché sia migliore”, mentre quello disfunzionale e “patologico” è rigido “Raggiungo il limite e rendo le cose impossibili”. In questo passaggio dal bene al meglio e infine al peggio, entriamo nel paradosso di ottenere il contrario di ciò che vogliamo.

E’ quindi decisamente questione di dosi, ma anche di lungimiranza e lucidità nei confronti di ciò che attualmente è e di ciò che si vuole. Avere un ideale o alti principi non è di per sé sufficiente a bollare qualcuno come perfezionista. E’ invece importante andare ad esaminare la tolleranza che si ha verso se stessi e gli altri.

Che cosa desideriamo di preciso e a cosa vogliamo mirare, quale risultato ci preme ottenere? Quale è la reale utilità di quello che facciamo?

Puntare in alto è un ottimo modo per riuscire, puntare troppo in alto diventa un meccanismo diabolico.

La persona disfunzionale esige realismo, ma è lei la prima a non averlo: vede il bicchiere mezzo vuoto mentre in realtà è anche mezzo pieno. E per di più, lo vorrebbe pieno del tutto !!! ….

….. e forse non abbiamo ancora finito, se ti va continua a seguirmi 🙂

Perfezionisti …. perchè?

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“Il più vicino alla perfezione è colui che riconosce consapevolmente i propri limiti” Goethe

Il “Perfezionismo” argomento gettonato in questo tempo dove “l’aurea mediocritas” ossia “l’aurea moderazione” di oraziana memoria e il “sufficientemente buono” di Winnicott sembrano sparire in un universo scintillante di esseri ossessionati dalla perfezione e in preda a sensi di colpa se non riescono a raggiungerla.

da qui l’idea di alcuni post per andare a vedere la “perfezione” nei suoi versanti realistico/funzionale e irrealistico/ disfunzionale più da vicino …..

Non nasciamo perfezionisti, lo diventiamo. Il perfezionismo plasma la nostra personalità. Se ci sviluppiamo così e continuiamo ad esserlo nonostante gli inconvenienti vuol dire che ci sono dei validi motivi.

Il perfezionista continua a spingersi oltre e non riesce ad apprezzare l’istante presente, perché si proietta continuamente in un futuro nel quale conclude tutto ciò che ancora non ha concluso. Così facendo, egli, raggiunge un confine che, una volta varcato, lo porta ad arretrare. E’ come se si spingesse troppo oltre: raggiunge il bene, ma invece di fermarsi vuole il meglio e consegue così il meno bene e continuando ad insistere finisce per ottenere il peggio.

Questa rincorsa all’Io Ideale si conclude con il fallimento di chi, non conoscendo i propri limiti li oltrepassa. Ne è un esempio il fenomeno del “burn-out”: a furia di volere sempre di più, si arriva ad uno stadio in cui si “crolla”, per ritrovarsi “bruciati dentro”, senza riuscire a fare più niente

La storia personale del perfezionista è caratterizzata, spesso, da un’infanzia vissuta all’insegna delle critiche. Quasi sempre criticato per i propri sbagli e raramente premiato per le proprie conquiste. Questa continua esposizione alla critica porta anche alla creazione del  “dialogo interno negativo”: una vocina dal tono giudicante e cinico che, durante la giornata, ci recita lunghi elenchi di fallimenti, che ci spinge ad essere spietati con noi stessi e a pretendere l’impossibile dagli altri con il conseguente altissimo livello di stress e tensione che ne deriva.

Perché quindi insistere a queste condizioni?  A parte il fatto che cambiare non è facile e richiede un modo di pensare decisamente diverso, il motivo risiede nel fatto che questo comportamento risponde ad imperativi che riprendono i tratti essenziali dei tre tipi di perfezionisti descritti nel post precedente. Come i suddetti tipi, anche tali ragioni possono coesistere a varie intensità nella stessa persona oppure prevalere una sull’altra.

Vi è innanzitutto una componente narcisistica che risponde ad un bisogno di valorizzazione. Nell’amore condizionato si ha il seguente discorso: “Non esisto e non mi amo fintanto che non divento perfetto o che non raggiungo un livello che reputo perfetto”. Per contrastare questa introiezioni è necessario imparare sia ad amarsi senza dipendere completamente da ciò che si compie, sia distinguere tra l’essere e il fare.

Il perfezionista prova anche un eccessivo bisogno di placare la propria ansia. Prevedere i minimi dettagli e stanare gli errori gli permette di lasciare meno spazio possibile agli imprevisti, così da far fronte ad ogni situazione e calmare la paura dell’ignoto che lo domina.

Il terzo motivo è il timore del rifiuto, secondo il principio “sono amato e accettato se risulto perfetto e mi comporto perfettamente”. Il meccanismo è sempre quello dell’amore condizionato e a comandare ancora una volta è la paura. Più del fatto di essere amati e accettati, a prevalere è la paura del rifiuto, che si cerca di placare diventando perfetti.

Insomma possiamo dire che un perfezionista rimane tale perché non ha trovato nulla di meglio per calmare la sua paura.

Ha bisogno di esistere ai propri occhi e agli occhi degli altri; la risposta a questo bisogno è ESSERE PERFETTO . Essere eccellente non è sufficiente, bisogna fare di più.

Esistono tuttavia dei casi in cui questo meccanismo permette davvero di dare il massimo e non arrivare al peggio. Sarebbe interessante scoprire dove si trova il confine e che cosa differenzia il sano perfezionismo dal perfezionismo “malato” o addirittura patologico …

….. continua a seguirmi ….

Cercare è vivere …..

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Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Socrate

Passiamo buona parte della vita a cercare. Molto spesso non sappiamo cosa, talvolta crediamo di saperlo,ma quando l’abbiamo trovato riprendiamo a cercare: altro, altro da noi, da quello che siamo e che abbiamo.

Questo incessante movimento appare a qualcuno come un impulso a crescere, a “realizzarsi”, come si dice con un termine abbastanza superficiale e formale.

A qualcun altro esso può sembrare il frutto della necessità di colmare una specie di assenza, di insoddisfazione perenne che non si placa mai, dovuta ad antiche carenze affettive e relazionali che ci hanno lasciato un segno indelebile nel cuore.

Comunque ci appaia, cercare è vivere, perché nel flusso inarrestabile di ciò che è, cresce, cambi e muore intorno a noi è necessario trovare un senso, un’origine, una prospettiva.

Per cominciare a cercare non abbiamo bisogno di molti strumenti: ci basta ascoltare il senso di leggero vuoto che la nostra anima ci suggerisce.

Cercare è un esercizio per la mente e per gli affetti, ci sottrae alla banalità delle abitudini, ci aiuta a guardare oltre il nostro naso e ci costringe a non dare per scontate le nostre opinioni. In poche parole, ci rende persone più aperte e curiose, sensibili alla bellezza del mondo e un po’ meno influenzabili dalla paura e meno inclini, quindi, alla pigrizia.

Quando incontro persone che “cercano” e nel mio lavoro ne incontro molte, vivo una felicità dell’anima, perché so che il risultato di questo cercare è sempre la scoperta di una verità, il ritrovamento di un filo apparentemente perso che ci porta più vicino alla meta: darci un senso ….

Uno degli atteggiamenti più belli di questo atteggiamento aperto alla ricerca, è quello di arricchire la nostra identità. Se ci difendiamo troppo da quello che è diverso da noi, tendiamo infatti a vivere per tutta la vita nella stessa stanza, ad alimentare la convinzione che quello in cui crediamo, quello a cui siamo abituati e quello che ci fa comodo siano, in sostanza, il vero universo, quello giusto, quello migliore.

Immaginiamo, ora, che la nostra visione del mondo si trasformi in un paesaggio, in un panorama che contiene tutto quello che vogliamo: case, città, campagna , montagne etc.

Ora saliamo su un elicottero e prendiamo il volo: più ci alziamo da terra e più il panorama tende a sfuocare nei dettagli, ma ci appaiono altre cose, altre valli e latri mari, altre regioni della vita che, chiusi nel nostro piccolo paesello, mai avremmo sospettato potessero esistere.

Possiamo decidere di atterrare, conoscere nuovi dettagli. Per esempio possiamo mangiare nuovi cibi e cercarne la bontà, anziché paragonarli a quelli a cui siamo abituati, possiamo accettare il punto di vista di una persona che la pensa diversamente da noi e cercare di sentirlo come vero, possiamo cioè sentire che allargare la nostra identità non ci fa “perdere”, ma arricchire e crescere.

Certo, l’esplorazione fa un po’ paura. All’inizio è necessario stare attenti a non mangiare funghi velenosi, a non accoppiarci con il nemico. Ma poi si diventa bravi, si impara ad essere prudenti e si diventa via via più forti ed esperti.

Quando si comincia si sa che per tutta la vita non si potrà smettere, perché l’esplorazione ci fa incontrare abissi profondi e meravigliosi, spesso nascosti dietro un’apparenza del tutto quotidiana che diamo per scontata ….

La ricerca non è soltanto funzionale a ciò che si sta cercando; la ricerca contiene in se stessa la ricompensa della sua fatica. Dacia Maraini

Esercizio per diventare una “rosa”

rosa con ape

Attraverso la poesia si possono creare immagini di sé molto suggestive. Immagini che illuminano una parte di noi, quella creativa, magari tenuta sopita per troppo tempo o poco utilizzata.

Vorrei oggi proporvi un “gioco” con le parole, che come un pennello intinto nel colore tratteggeranno il nostro sentirci simile a ..….

La poetessa Emily Dickinson scrisse una poesia intitolata semplicemente Rosa dove nei versi utilizza alcuni accorgimenti che potremmo prendere a prestito per il nostro gioco:

Rosa …

Un sépalo e un petalo e una spina

In un comune mattino d’estate,

un fiasco di rugiada, un’ape o due,

una brezza,

un frullo in mezzo agli alberi.

E io sono una rosa!

Il sépalo del primo verso è la parte della rosa in cui ci sono le foglioline che formano il calice del fiore.

Come potete vedere ci sono sei versi. Questi sei versi però rimandano a immagini precise:

Primo verso => parti di cui è costituita la rosa

Secondo verso => momento in cui viene osservata

Terzo verso => elementi diversi vicini e nei dintorni della rosa

Quarto verso => elementi vicini alla rosa

Quinto verso => elementi vicini alla rosa in cui è coinvolto l’udito

Sesto verso => identificazione con la rosa

Se proviamo a seguire le “istruzioni” che ci dà Emily potremmo comporre anche noi una poesia identificandoci con ciò che vorremmo essere o che sentiamo in questo momento o ancora che ci piace e ci procura felicità … il vento … il mare … un colore …. una nuvola ….

Procediamo così:

  • Pensa a quale elemento della natura, oggetto, animale potresti assomigliare e descrivine le caratteristiche
  • Fissalo in un momento della giornata
  • Descrivi ciò che sta attorno alla cosa che descrivi, se ad esempio parli di acqua ci saranno pesci o la battigia o i gabbiani o un rubinetto ….
  • Infine dichiara cosa sei diventato …… e ascoltati …

 

Ecco la mia … Acqua

Acqua

Un po’ d’azzurro pennellato, trasparenze

in un mattino al sorgere del sole

Una calma distesa che brilla,

un tremolio leggero,

un pesce guizza, la sua pinna si specchia, luccica.

E io sono l’acqua!

mare alba

Polarità e conflitti

polarità

I conflitti interiori più insanabili non nascono dalla contrapposizione tra cuore e cervello, ma dal contrasto del cuore con sé stesso. Giovanni Soriano

Ritengo che una delle condizioni indispensabili della conoscenza, della felicità, del ri-trovare se stessi amandoci così come siamo e vivere finalmente una vita piena sia da ritrovare nell’idea del ricongiungimento delle differenze, ossia nella integrazione delle nostre polarità e nell’accettazione del conflitto come strumento di crescita.

Il conflitto può essere sano e creativo oppure confluente e sterile. Quest’ultimo si ha quando non si capisce se stessi e si accusano gli altri di qualcosa di cui siamo colpevoli mettendo in atto il meccanismo della proiezione: attribuisco a te parti di me che “non voglio” riconoscere.

Il conflitto sano si ha quando ognuno di noi è una persona integrata con una certa autoconsapevolezza e un chiaro senso di differenziazione.

Il conflitto nasce quando c’è un chiaro senso di disaccordo su qualcosa che tra di noi rappresenta un problema reale; non è il risultato della proiezione sull’altro di ciò che non siamo in grado di affrontare dentro di noi. Il conflitto sano, se gestito abilmente, produce dei buoni sentimenti tra le persone; è una situazione vincente-vincente e non vincente-perdente.

Inoltre il conflitto dà la possibilità di differenziare noi stessi dai confini di altre personalità. Molto spesso coloro che hanno profondi legami tendono anche a perdersi l’uno nei confini dell’altro, al punto da sembrare simili. Quando, invece, due confini chiaramente differenziati entrano in attrito, le persone vivono un felice senso di contatto.

Lo stesso vale per i conflitti intrapsichici o interiori. Quando vengono portati alla consapevolezza con chiarezza, i conflitti permettono alla persona di avere il senso della propria differenziazione interiore e, a livello di creatività, danno la possibilità di un comportamento integrato, un comportamento che è nettamente adattivo perché spazia nell’intera gamma di risposte tra poli estremi. La persona, in questo caso, è in grado di rispondere con flessibilità ad una varietà di situazioni che non rientrano in quella gamma. Al contrario le risposte polari sono generalmente limitate, povere di immaginazione e hanno scarsa relazione con gli stress della vita quotidiana. Il conflitto che si ripete in maniera stereotipata, senza soluzioni uniche, senza che si impari nulla, porta alla confluenza invece che al contatto con le persone.

Non si può parlare di conflitti senza parlare di polarità: immaginiamo l’individuo come un conglomerato di forze polari che si intersecano fra di loro.

Con un esempio molto semplificato, potremmo dire che una persona ha dentro di sé la qualità della gentilezza e anche la crudeltà, la durezza ma anche la dolcezza. Inoltre una persona non possiede solo un opposto, ma diversi opposti correlati fra loro. Per esempio, la crudeltà può non essere l’unica polarità della gentilezza; un’altra potrebbe essere l’insensibilità, l’indifferenza verso i sentimenti di un’altra persona.

Tutto questo è ovviamente correlato al retroterra del singolo individuo e alla sua percezione della realtà interiore che è costituita da realtà accettabili o inaccettabili per il sé.

Spesso il concetto che abbiamo di noi stessi esclude la dolorosa consapevolezza delle forze polari dentro di noi. Preferisco pensare a me stessa come ad una persona brillante piuttosto che noiosa, aggraziata anziché goffa, tenera e non rude, gentile e non crudele.

In teoria, la persona “sana”, che vive il suo ben-essere,  è un cerchio intero che possiede migliaia di polarità integrate e interconnesse, tutte fuse insieme. Essa è consapevole delle molte polarità dentro di sé, compresi quei sentimenti e quei pensieri che la società disapprova, ed è in grado di accettarsi così come è.

Questa persona dice a se stessa:” qualche volta sono tenera, ma nelle situazioni in cui sono minacciato mi piace molto la mia durezza. Quando sono in fila e qualcuno deliberatamente cerca di passarmi davanti non mi sento tenera e va bene così”.

Una persona può essere in genere aggraziata e tuttavia goffa in certe situazioni. Una persona integrata può scontrarsi con un cameriere in un ristorante senza dover dire a se stessa “che disastro che sono”.

Ci possono essere comunque dei “punti ciechi” nella consapevolezza di questa persona. Può riconoscere la propria dolcezza ma non essere consapevole della durezza dentro di sé. Quando questa durezza viene portata alla sua attenzione, può provare sofferenza, ma comunque essere disposta ad incorporare questa nuova idea di se stessa. Essa non sempre approva tutte le sue polarità, ma il fatto che è pronta a soffrire per conoscerle è un aspetto significativo della sua forza interiore.

Al contrario la persona in difficoltà con se stessa, che vive il suo mal-essere, ha una visione rigida e stereotipata di sé e non è in grado di accettare molte parti di se stessa. Essa rinnega le cosiddette polarità negative, cioè quegli aspetti di sé che è stata condizionata a ritener inaccettabili e tendo invece a proiettare queste caratteristiche sugli altri. Il fatto di diventare consapevole di queste polarità inaccettabili la rende ansiosa. Il risultato sono i sintomi nevrotici, laddove la nevrosi rappresenta la sua incapacità a controllare l’ansia.

Prova ora, se ti va, a rispondere alle seguenti domande… lascia che le risposte affiorino senza porre barriere con la mente …. Ascoltati potrebbe essere l’occasione per mettere a fuoco i tuoi punti ciechi …

  • Quale sentimento ho difficoltà ad accettare? …
  • Perché è inaccettabile per me? …
  • Cosa nascondo di me? …
  • Quando lo faccio e con chi? …
  • Cosa succederebbe se non mi nascondessi? …
  • Cosa fingo di me? …
  • Quando lo faccio e con chi? …
  • Cosa succederebbe se non fingessi? …
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