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La paura del rifiuto e i suoi slittamenti

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“Il rifiuto ci turba, l’approvazione ci confonde.”  Nicolás Gómez Dávila

Riflessioni sparse dopo una sessione di Counseling ……

Il bisogno di legami, di appartenenza e di accettazione, è probabilmente uno tra i più importanti per l’essere umano. Forse è un retaggio del nostro passato genetico di primati privi di difese, quando solo unendoci potevamo far fronte ai predatori: essere rifiutati, in questo caso, significava essere condannati.

Di qui l’importanza del legame per la nostra autostima; la necessità di saperlo suscitare e assaporare. E anche la diffidenza che occorre nutrire quando questo bisogno di legame e la relativa capacità di individuare un rifiuto non funzionano più regolarmente,facendo di noi persone ipersensibili a qualsiasi forma di allontanamento.

Quando si lavora sulla propria autostima è essenziale riflettere a fondo sul problema del rifiuto, delle conseguenze che ha su di noi e del modo in cui noi stessi contribuiamo a tali conseguenze attraverso l’eccesso di sensibilità. Quindi è importare prestare attenzione non più soltanto al rifiuto, ma anche al nostro sistema di rilevazione del rifiuto che, se non funziona bene, può farci soffrire molto e metterci in situazioni destinate al fallimento. Infatti sentirsi rifiutati non significa sempre che lo si è veramente. Se in passato siamo stati spesso vittime di autentiche esperienze di rifiuto, a quel punto ereditiamo un sistema di rilevamento del rifiuto che è diventato ipersensibile, anche se l’ambiente che ci circonda al momento ora è più accogliente.

Si tratta di una sorta di allarme guasto. Questo sistema di allarme ci è stato tramandato dall’evoluzione: poiché eravamo animali sociali e potevamo vivere solo al’interno di gruppi solidali, la nostra sopravvivenza dipendeva dalla nostra capacità di mantenere il nostro posto nel gruppo. Ritrovarsi soli equivaleva ad una condanna a morte. Ma quel che si giustifica in una situazione di pericolo oggettivo può sfuggire alla nostra volontà nelle situazioni in cui sappiamo che, in teoria, non esiste un pericolo così grande.

Il timore del giudizio negativo da parte degli altri è di fatto legato alle sue possibili conseguenze negative: essere giudicati, se il giudizio è negativo, equivale a rischiare di essere rifiutati.

Visto che , di solito, se non ci stimiamo, ci giudichiamo negativamente, allora ci immaginiamo che il giudizio altrui sarà impietoso e severo quanto lo è il nostro. A quel punto ci allontaniamo da quello che riteniamo sia un pericolo e, in questo modo, inconsciamente confermiamo la possibilità di tale pericolo. Tale ipersensibilità al giudizio altro non è che la parte emersa della paura del rifiuto.

Tutto allora diventa difficile, perché l’autostima fa fatica a stabilire una differenza tra l’essere realmente rifiutati e pensare di esserlo. Nel dubbio , è più propensa a dar credito all’intuizione: “Se mi senti rifiutato o non amato, è perché lo sono.”

Questo genere di distorsione del ragionamento si riscontra nelle persone in preda ad una forte attivazione emozionale: dal momento che ci sentiamo in difficoltà, siamo convinti di essere in difficoltà. E che tutti ci vedano  che siamo in difficoltà. Non consideriamo più le nostre emozioni come un avvertimento della possibilità di un problema, ma come una certezza della sua realtà e della sua gravità.

La forza di tale convinzione comporta una modificazione del nostro comportamento che andrà nella direzione di quel che temiamo. Occorre pertanto fare molta attenzione a questa tendenza a leggere il pensiero ed auto intossicarsi con le erronee convinzioni del ragionamento emozionale. Uno sguardo, un sorriso, un silenzio, una parola sussurrata all’orecchio di qualcuno mentre stiamo parlando, rischiano di essere interpretati in modo erroneo sotto l’effetto della nostra difficoltà.

Occorre quindi stare attenti alla proiezione dei propri processi mentali: dal momento che dubitiamo di noi e del fatto di essere accettati socialmente, ci sorvegliamo; e pensiamo che gli altri facciano altrettanto; allora abbiamo la sensazione sgradevole, e spesso sbagliata, di essere al centro della loro attenzione.

Ecco quindi alcune strategie per affrontare la paura del rifiuto:

  • Conoscere a fondo le situazioni che danno l’avvio alla nostra ansia si valutazione. In genere esse sono tutte occasioni in cui ci troviamo in una situazione di osservazione, di competizione, di prestazione . Sapere che in momenti del genere tenderemo a sopravvalutare i giudizi rivolti a noi rappresenta una prima tappa. Quando ci troviamo in queste situazioni, tenderemo a sorvegliarci, a bistrattarci, a interessartci di più delle nostre manchevolezze anziché godere dei talenti degli altri, o ridere del loro desiderio di esibirli.
  • Ricordare che anche gli altri pensano soprattutto a se stessi. E sì, non siamo l’ombelico del mondo, come a volte le nostre difficoltà tendono a farci credere. “E se gli altri non ti stessero osservando e giudicando? Gli altri pensano a se stessi, come te …..”
  • Accettare la possibilità di essere giudicati. Piuttosto che voler evitare ad ogni costo questo giudizio, accettiamolo, poi consideriamo con calma come modificarlo, sempre nella visione di un sé globale e non focalizzato sui propri limiti e difetti. Accettare anche l’idea che effettivamente ci sono persone che ci giudicheranno dall’aspetto, la conversazione, le buone maniere o altri stupidi marcatori sociali. E’ vero, esistono. Ma è altrettanto vero che queste persone non sono la maggioranza. Perché quindi dedicare la maggior parte della nostra energia a proteggerci da persone che potrebbero essere critiche, con il risultato di impedirci di godere degli scambi con persone più accoglienti e interessanti?
  • Adottare comportamenti sociali che privilegiano l’azione, vale a dire andare verso la gente. E’ fondamentale non stare ad aspettare che ci vengano rivolti segnali di apertura, non aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo. So che spesso ci si comporta in questo modo perché ci si dice, come in una specie di test: “Se le persone si avvicinano per parlarmi, vuol dire che ne hanno veramente voglia. Se invece sono io ad avvicinarmi, in qualche modo le costringo”. Così, è più forte la paura del rifiuto, più si sopravvaluta la visibilità dei segnali di apertura e più si aspetta che siano gli altri a percepirli e decodificarli, nella speranza che capiscano il nostro imbarazzo e facciano il primo passo … Ma questi segnali di apertura, che noi pensiamo chiari e manifesti, spesso sono invisibili all’altro. E siccome pensiamo di aver mostrato abbastanza, restiamo lì, speriamo e aspettiamo…..

Un suggerimento per concludere cerchiamo di essere più chiari!!! Bisogna scegliere tra due rischi: quello di un eventuale ed episodico rifiuto, o quello dei rimpianti e vi assicuro che il peso dei rimpianti a volte è molto più difficile da reggere a lungo termine che non quello di un rifiuto …..

Se anche tu ti senti in questa situazione ed hai voglia di fare un po’ di chiarezza, compila questo form, ti contatterò nel più breve tempo possibile per una chiacchierata GRATUITA informativa.

 

L’importanza di avere aspettative realistiche

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Foto:  Salvatore Insana

“Prendere quello che c’è e usarlo, senza attendere eternamente invano ciò che è stato prefissato; scavare a fondo nel presente e tirarne fuori qualcosa: questo è indubbiamente il modo giusto di vivere”. Henry James

Il modo più saggio di vivere è quello di godere di ciò che è disponibile al momento. Esercitando la mente si impara a scorgere un mondo di abbondanza senza limiti. Ogni volta che ci fissiamo sull’esito, su un risultato finale che abbiamo anticipato, ci priviamo dell’esperienza della gioia.

Proviamo a scegliere di essere felici per ciò che abbiamo e non per quello che non c’è!

Quando accettiamo la realtà, senza fissarci su come vorremmo fossero le cose, si prova meno dispiacere nei confronti di noi stessi, degli altri e della vita se poi gli avvenimenti prendono una piega diversa da quella che avremmo voluto.

Fare con una certa regolarità un esame realistico per determinare se le circostanze o le aspettative sono conformi realmente a quello che succede è fondamentale per una buona vita.

Quando si affronta serenamente il vero, il concreto, si riesce ad abbandonare il mito e l’utopia che spesso albergano costantemente dentro di noi facendoci perseguire ostinatamente strade senza via d’uscita.

Perché dovremmo aspettarci più di quanto non sia letteralmente possibile? Nessun di noi va incontro all’insuccesso a cuor leggero, ma spesso ci creiamo da soli le condizioni per rimanere delusi quanto pretendiamo o ci aspettiamo più di quanto non sia realistico.

Molti stimati filosofi ritengono che sia importante scoprire e venire a patti con i propri limiti, patrimonio del nostro essere umani.

Siamo tutti bravissimi a fare tantissime cose, ma non possiamo essere bravi in tutto e soprattutto non possiamo aspettarci che le cose siano sempre come vogliamo.

Attendiamoci l’inaspettato senza ansia o paura sempre con un piano “B” in tasca. Tutto ciò che ci accade ci offre una nuova opportunità per schiudere il cuore ad una prospettiva più ampia.

Un gruppo di psicologi americani, Ed Diener, Daniel Kahneman e Norbert Schwarz, hanno portato avanti diversi studi per dimostrare che quando le persone nutrono aspettative non realistiche aumentano proporzionalmente le cause di infelicità e depressione. Essi evidenziano come tutte le nostre esperienze riguardino gli opposti e il contrasto, motivi di quasi tutti i nostri conflitti interiori.

L’uomo comprende la felicità solo perché ha sperimentato l’infelicità, conosce la pace interiore perché ha vissuto l’angoscia.

“Quando una persona si riconcilia pacatamente con tutte le contraddizioni che la vita presenta e riesce a stare a cavallo o a navigare tra le sponde del piacere e del dolore, sperimentandole entrambe ma senza rimanere intrappolata in nessuna delle due, allora quella persona ha raggiunto la libertà” Deepak Chopra

Capire e accettare il significato della coesistenza di valori opposti è la chiave della libertà.

E’ possibile che accadano delle cose terribili per noi,che sfuggono al nostro potere di scelta; in tal caso, la scelta è quella di sfruttare al meglio le circostanze. Abbiamo comunque sempre la facoltà di scegliere il bene più grande in ogni accadimento.

“Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso mutare e la saggezza di cogliere la differenza” Reinhold Niebhur

Le aspettative poco realistiche sono sempre un’arma a doppio taglio. Un atteggiamento realistico ci rende liberi di lavorare solo per cambiare le cose che possiamo realmente cambiare, proviamo, quindi, ad allenare la nostra mente a desiderare quello che la situazione richiede senza ostinarci a proseguire in un sogno che potrebbe diventare un incubo.

Sull’autoefficacia

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“Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità hanno un profondo effetto su queste ultime. Chi è dotato di self-efficacy si riprende dai fallimenti; costoro si accostano alle situazioni pensando a come fare per gestirle, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe eventualmente andare storto”. Albert Bandura

Dopo la prova finale sulla gestione del colloquio avvenuta ieri nella scuola di Counseling che dirigo, una breve riflessione sull’autoefficacia intimamente legata all’accettazione e alla fiducia che riponiamo in noi stessi e alle convinzioni che abbiamo sulle nostre capacità di farcela.

Sì perchè l’efficacia personale non è l’insieme delle abilità e competenze che ci rendono capaci o meno di fare qualcosa. È ciò che noi pensiamo riguardo le nostre possibilità di riuscire.

Prova ad immaginare un albero. Di che tipo di albero si tratta? Una quercia poderosa, un cipresso che svetta nel cielo, un pacifico olivo o un timido arbusto? Ognuno di essi ha la sua bellezza, così come ognuno di noi è unico ed irripetibile, nel suo insieme complesso di fattori biologici, psicologici e sociali.

Un po’ come nel caso dell’albero, anche noi siamo l’incredibile risultato del corredo genetico (il seme dell’albero), fattori ambientali (il terreno, la temperatura, altitudine) e fattori storici (eventi climatici, talvolta eventi traumatici). Come sono le radici di questo albero? Salde, possenti, sicure… o forse delicate, insicure, lacerate? Quando le radici sono vigorose e vitali, neppure un vento forte riuscirà a sradicare il nostro albero. Al di là dei nostri sforzi, quanto ci sentiamo realmente sicuri di noi stessi e delle nostre capacità?

L’Autoefficacia è la “convinzione della propria capacità di fornire una certa prestazione… …organizzando ed eseguendo le sequenze di azioni necessarie per gestire adeguatamente le situazioni che si incontreranno”. (A.Bandura)

“Sono capace di…” o “Riuscirò a …”

L’autoefficacia è la percezione della propria abilità di raggiungere un obiettivo. E’ una costruzione soggettiva esposta a distorsioni, è l’autoesame che ciascuno fa per verificare le sue probabilità di riuscire in un compito.

Per compiere un’azione, quindi, non basta volerlo, è necessario anche credere nelle proprie capacità, o meglio saperle valutare bene prima di agire.

Il livello di autoefficacia,  può essere considerato come la variabile più importante nel determinare i nostri comportamenti, perché prima di mettere in atto qualcosa noi ci immaginiamo tutto lo scenario che incontreremo (ostacoli, difficoltà, vantaggi, energie da impiegare eccetera), e questa rappresentazione mentale ci fa decidere se agire oppure no. Ma è proprio questa rappresentazione che viene determinata dal grado di autoefficacia.

 La percezione delle nostre abilità si basa su un processo di autovalutazione che chiama in causa la nostra storia personale di successi e insuccessi, rispetto al superamento dei compiti incontrati fino a quel momento.

Una valutazione ragionevolmente accurata delle proprie capacità svolge un ruolo importante nel funzionamento del successo. Tali autovalutazioni conducono le persone ad intraprendere compiti realisticamente stimolanti e forniscono la motivazione per il progressivo auto sviluppo delle proprie capacità. Un’accurata autovalutazione è sostenuta dal promuovere scelte d’azione con un ampia probabilità di successo. Se non sono irrealisticamente esagerate, tali credenze sul Sé incoraggiano lo sforzo perseverante necessario per raggiungere risultati personali e sociali.

Secondo Albert Bandura, lo psicologo americano che nei primi anni del secolo scorso ha formulato il concetto di autoefficacia, la self efficacy è caratterizzata da tre aspetti :

  • Ampiezza: quanto si è competenti in un ambito; ordinando per difficoltà varie attività, troviamo che le aspettative di efficacia di alcune persone sono limitate alle più semplici, a differenza di altre persone: l’individuo perciò si cimenterà con certi compiti, non con altri più impegnativi.
  • Forza: capacità di risollevarsi dopo un insuccesso; aspettative forti sopravviveranno più a lungo a dei feedback negativi o all’assenza di risultati positivi, aspettative deboli verranno meno prematuramente e porteranno l’individuo a desistere in un compito o in un’attività.
  • Generalizzabilità: in quanti ambiti ci si sente competenti ; alcune esperienze positive (o negative) creano delle aspettative di efficacia strettamente circoscritte a quell’ambito particolare, altre inducono aspettative più generalizzate che investono ambiti che vanno al di là della situazione specifica in esame o in trattamento: ne risulteranno cambiamenti in più ambiti.

Dal livello di self-efficacy che una persona possiede derivano:

  • la modalità di reazione alle difficoltà della vita,
  • l’entità dello sforzo e la capacità di perseverare di fronte agli ostacoli e alle esperienze di fallimento,
  • la quantità di stress e depressione vissuta.

Sempre secondo Bandura, queste convinzioni influenzano il modo in cui le persone pensano, trovano le motivazioni personali ed agiscono.

  • Attribuire a se stessi sia i successi che gli insuccessi: consente di riconoscere i propri meriti senza insuperbire e di affrontare gli insuccessi senza abbattersi, perché essendo questi ultimi dipesi dal soggetto, egli può individuare gli errori e correggerli.
  • Attribuire a se stessi gli insuccessi, alle circostanze i successi: produce vittimismo (sincero o strategico) oppure ostentazione di umiltà
  • Attribuire a se stessi i successi, alle circostanze gli insuccessi: produce vanagloria, delirio di onnipotenza e attribuzione di meriti infondati
  • Attribuire alle circostanze sia i successi che gli insuccessi: la persona si sente in balia degli eventi, si rassegna passivamente a tutto quello che accade (“impotenza appresa”)

Ancora una volta il centro del discorso è sulla fiducia in noi stessi e su quanto ci aspettiamo dalle nostre azioni. Abbiamo già detto come queste aspettative possono essere a volte distorte, sia in senso negativo che positivo, in altre parole possiamo aspettarci troppo o troppo poco da noi stessi. L’importante è comunque essere sempre pronti a mettersi in discussione, perché partire con le aspettative sbagliate non vuol dire aver già fallito. Se nell’attuare un certo comportamento abbiamo sopravvalutato troppo le nostre capacità, oppure le abbiamo sottovalutate e quasi stiamo decidendo di lasciar perdere, è bene essere sempre disposti a cambiare idea, aggiustando le nostre aspettative man mano che le cose succedono. A questo scopo può essere utile dividere le nostre azioni e i nostri obiettivi in tanti piccoli segmenti, da affrontare uno alla volta ricordandoci sempre che i soli protagonisti della nostra vita siamo NOI!!!

La fiducia in se stessi non assicura il successo, ma la mancanza di fiducia origina sicuramente il fallimento. A.Bandura

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Bibliografia:

A.Bandura, Autoefficacia, Ed.Erickson

A.Bandura, Il senso di autoefficacia, Ed. Erickson

E.Giusti-A.testi, L’Autoefficacia, Ed.Sovera

Il pensiero degli altri (II parte)

pensiero altri

Un altro argomento è: come vedono i vostri problemi le persone intorno a  voi? Ovviamente, conoscerne le cause è molto importante, e a volte noi non siamo in grado di raggiungere un distacco sufficiente a vederle.

Purtroppo tendiamo a chiedere consiglio agli altri per ricevere conforto e conferma della nostra presunzione di essere nel giusto; ma questo ha mai risolto qualche cosa?

Più spesso abbiamo già le soluzioni dentro di noi, ma è doloroso vederle; quindi speriamo che gli altri possano offrirci soluzioni alternative meno traumatiche.

Spesso per farci accettare dagli altri arriviamo ad ogni sorta di sotterfugio. Come quello di parlare in “negativo”. Quindi di finire con il pensare in negativo.

Un po’ per abitudine, un po’ come giustificazione per piccoli o grandi errori o ancora per (falsa) modestia, arriviamo a dire e a ripetere cose come: “Non sono dotato per le lingue”, “la matematica non è il mio forte”, “non ho memoria per le date”, “non riesco a capire” … e così via.

D’accordo, è una convenzione sociale, è “solo” un’abitudine. Ma è nefasta. Perché il pensiero, come ben sappiamo, è il motore più forte che esista per mettere in moto reazioni e fatti; quindi, ogni volta che affermiamo una cosa, la rafforziamo ulteriormente.

Altrettanto diffusa è l’affermazione: “Si fa così”. Se per esempio cercate di comprendere perché vi suggeriscono (o impongono) di svolgere un lavoro in un dato modo, è facile sentire la questa risposta. Tuttavia è sempre lecito, anzi doveroso, chiedere “perché?” e “chi l’ha detto?”. Solo grazie a domande di questo tipo è stato possibile agli esseri umani progredire, inventare, cambiare.

Tutti vorremmo essere amati e apprezzati dagli altri ma spesso finiamo con il vivere in funzione di questo, o per dimostrare che abbiamo ragione, che siamo buoni, che abbiamo valore etc…

Tutti hanno aspettative su di noi, a partire dai genitori, fino agli amici e al datore di lavoro. Si potrebbe dire che tutti hanno nella mente un “programma” per noi: su come dovremmo agire, ragionare, comportarci.

Noi possiamo soddisfare o deludere queste persone, ma siamo qualcosa di diverso da quel programma.

Se per caso noi “deludiamo” queste persone, loro sopravvivono. E noi, nel tentativo di essere all’altezza delle loro aspettative? Noi rischiamo di identificarci totalmente con quello che produciamo o rappresentiamo o interpretiamo al punto di perdere la nostra identità e di diventare incapaci di creare qualche cosa di nostra volontà.

Identificarsi con un ruolo è sempre un affare ad alto rischio, sia che si tratti di un ruolo scelto da altri per noi, sia che riteniamo di averlo forgiato a nostra misura; in ogni cosa ci toglie la facoltà di osservare “da fuori” e di scegliere di cambiare liberamente.

Se noi non siamo (a ragion veduta e non per comodità) d’accordo su un giudizio negativo di un altro su di noi, il “problema” è dell’altro che non ha osservato bene o non ha compreso. Può dispiacere, ma non toglie nulla alle nostre qualità.

Se riusciamo a vederci senza illusioni, ma ugualmente con comprensione e amore, ci sono due possibilità: l’altra persona si convincerà da sola, osservando meglio; oppure non si convincerà e allora noi non abbiamo perso granchè.

Non fare agli altri … quello che non vorresti fosse fatto a te. E non pensare degli altri … quello che non vorresti che loro pensassero di te.

Vi propongo un esercizio. Prendete cinque fogli e scrivete su ognuno il nome di cinque persone che conoscete. A sinistra scrivete le cose di loro che ritenete positive, a destra quelle che pensate siano negative. Datevi due minuti per compilare ognuno dei cinque fogli.

Ora esaminate il risultato. Credete che piacerebbe alle persone esaminate? E a voi piacerebbe se gli stessi giudizi fossero stati espressi sul vostro conto?

Se la seconda risposta è “no” può darsi che vi siate attorniati di persone non particolarmente positive. Se anche la prima è “no”, la situazione potrebbe essere ancor più critica: forse siete più severi con gli altri che con voi stessi.

Quello che pensiamo degli altri ci torna indietro. I pensieri sono vibrazioni che vengono decodificate dal cervello. Le vibrazioni simili vengono riconosciute e riattivate più facilmente. Quindi nonostante un nostro sorriso di circostanza, un pensiero poco gentile viene registrato e riconosciuto dall’altra persona, e sotto una forma o l’altra riceveremo pan per focaccia.

Se per esempio diamo per scontato che “non cambieranno mai”, rafforziamo questa eventualità  avendo poi a che fare con persone che davvero non cambiano.

Goethe disse “Tratta le persone come se fossero già quello che dovrebbero essere; aiutale a svilupparsi al massimo della loro potenzialità”. Questo significa credere negli altri. Non ciecamente bensì tenendo conto delle loro possibilità, come vorremmo che facessero loro con noi.

E significa anche evitare di giudicare le persone in modo utilitaristico, in funzione di quanto possano essere utili a noi, bensì semplicemente accettarle nella loro unicità e complessità …..

Scegliere di dire la verità

dire la verità

Vignetta di Cavez (Massimo Cavezzali)

Scegliere di dire la verità è una scelta molto personale e impegnativa, si tratta infatti di essere sinceri (per prima cosa verso se stessi) intorno a come ci sentiamo, di dire la nostra verità. Ossia dire il nostro modo di vedere e vivere le situazioni sottolineando che è nostro e che ci prendiamo la responsabilità di tutto quello che diciamo.

Questo comporta inoltre consapevolizzare che ci muoviamo entro due livelli di realtà: quella misurabile e condivisibile e quella in cui viviamo esattamente così come noi ci sentiamo, assegnando alle cose l’importanza che crediamo abbiano in sé.

Chi ci ascolta, spesso, o meglio sempre, cerca di farsi un’idea di quel che ci passa per la mente, ne produce una sua “teoria” e non abbiamo alcun controllo sulle ipotesi nei nostri riguardi.

Ad esempio noi possiamo comportarci gentilmente senza nessun secondo fine, ma l’altro può vederne uno, interpretandoci sulla base di sue esperienze passate. In questo caso l’altro risponde con le sue mosse a queste sue interpretazioni delle nostre intenzioni e non alle nostre intenzioni.

Essere chiari il più possibile, rispetto a quello che intendiamo, può essere allora un nostro contributo importante nel semplificare la nostra vita di relazione.

La nostra verità è legata al bisogno di veder riconosciuta la nostra identità. E’ vivere dalla parte delle nostre preferenze, di come ci sentiamo, di poter osservare il nostro stato mentale e come lo realizziamo. E’ un verità che prima di tutto va scandagliata dentro di noi e in un secondo tempo nella comunicazione verso gli altri.

Dire la verità, nel rapporto con gli altri, può essere difficile quando la nostra verità si traduce, per l’altro, in una critica all’idea di sé, quando ne abbiamo paura o temiamo di ferirlo irritarlo. In questo caso abbiamo una sovrapposizione di più bisogni: ad esempio da una parte vogliamo mantenere un rapporto di amicizia con la collega, dall’altra magari è importante per noi che un certo lavoro venga svolto meglio, secondo standard più elevati rispetto a quelli che ci sembrano i suoi.

Come dire allora in questo caso la nostra verità?

Prima di tutto descrivendo la nostra verità, quella delle nostre aspettative, descrivendo cioè il livello di realtà che è alla base del nostro (e soltanto nostro) vissuto.

Per fare ciò evitiamo di scusarci di avere le nostre aspettative: se lo facciamo la nostra verità è che sentiamo il bisogno di risultare simpatici. Insomma, la nostra verità è , ribadisco, come noi stessi ci sentiamo e ha a che fare con il nostro modo di porci nelle situazioni.

Scegliere di dire la nostra verità è essere fedeli a noi stessi, a quel principio di correttezza verso di noi che ci permette di vivere in sintonia con i nostri bisogni/desideri.

Esplicitare le nostre aspettative e la conseguente delusione che proviamo quando non vengono attese, vuol dire anche sentire la verità-per me del mio dolore, della mia delusione, nascoste dietro la mia rabbia.

E vedere come la mia delusione, che sento così vera e fisicamente palpabile, è costruita sulle fondamenta di quelle aspettative.

Dire la verità è allora in questo caso parlare con me stessa della mia avversione verso chi-è-come è e non come preferirei che fosse e questo dialogo può diventare il preludio per una successiva e totale presa in carico delle proprie responsabilità.

Non più quindi delegare all’altro la soddisfazione dei miei bisogni “aspettandomi che …..” bensì, attraverso la mia verità, nata da un ascolto profondo e consapevole, andare verso la piena realizzazione del mio essere al mondo.

A proposito del lamento …..

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Foto dal sito del Dott. Salvo Noé www.noecom.it

Un altro post che ci porta a riflettere sulla nostra abitudine al lamento, al vittimismo; al focalizzarci sempre su ciò che non abbiamo piuttosto che vedere quello che c’è e trovare in quello che c’è soddisfazione e gioia.

Di chi ci lamentiamo? Tendenzialmente di tutti: a trecentosessanta gradi. Non ci sono limiti, se non quelli dello spazio e del tempo, che ci impediscono di inondare, nello stesso istante e nello stesso luogo, con tutti i lamenti di cui siamo capaci tutte le persone che ci stanno intorno e che secondo noi lo meritano.

Ci lamentiamo al mattino, prima di iniziare la giornata, come alla sera, dopo averla terminata, sulla macchina privata come sui mezzi pubblici, in casa come sul posto di lavoro, nel corso di una faticosa attività professionale come nelle pause necessarie a riprendere fiato.

Ci lamentiamo segretamente, nell’insondabile rapporto che intratteniamo con noi stessi, e ci lamentiamo platealmente con chi riteniamo ci abbia fatto un torto, anche se poi magari scopriamo di essere tutti quanti vittime di un’incomprensione o di un equivoco.

I nostri lamenti li esprimiamo volentieri davanti agli altri, coinvolgendoli loro malgrado, in tempo reale come in differita, anche se questi altri sono soltanto ignari passanti, neutrali osservatori o inconsapevoli accompagnatori.

Ci lamentiamo in modo diretto e indiretto, esplicito e implicito, nei rapporti personali e parentali, intimi e ravvicinati, come in quelli pubblici e professionali, occasionali o prolungati.

In realtà ci lamentiamo, forse inconsapevolmente o forse involontariamente. Forse soprattutto e forse sempre, con e di … noi stessi.

In particolare ci lamentiamo, giustamente o ingiustamente, di tutto ciò che non corrisponde, per difetto o a volte per eccesso, alle nostre aspettative ed ai nostri bisogni più nascosti. Ed essi, se non lo sono sempre, assai spesso sono espressione di quel Bambino onnipotente che, secondo l’analisi transazionale, è in ciascuno di noi e che molti, anche in età adulta, non riescono a governare adeguatamente.

Perciò ci lamentiamo del tempo troppo stabile e di quello troppo variabile, sui quali in realtà non possiamo esercitare alcun influsso diretto, dell’inquinamento atmosferico e del traffico urbano, che spesso invece contribuiamo in prima persona a creare, del lavoro, che non corrisponde alle nostre aspettative, e delle vacanze, che non ci bastano mai, dell’eccessivo rumore dell’aereo su cui viaggiamo, che in realtà ci permette di non  … precipitare, e dell’eccessiva diffusione dei telefoni cellulari, grazie ai quali tuttavia anche chi si lamenta quando è necessario può comunicare con persone altrimenti irraggiungibili, dei governi nazionali e della globalizzazione mondiale, anche se le persone impegnate a discuterne, magari senza nemmeno accorgersene, attribuiscono significati assai differenti a quella medesima parola …

Tutti questi lamenti, che in apparenza ci rendono un po’ più sollevati e contenti, sarebbero soltanto innocui se in realtà non ci rendessero sempre più … insoddisfatti e dipendenti.

Come resistere quindi alla diabolica tentazione della lamentazione??? “Accendendo il sole che è dentro di noi”; riuscire ogni mattina, appena svegli e per tutti i giorni della settimana, del mese e dell’anno, ad accendere il sole della fiducia, della considerazione e della stima di sé e degli altri.

C’è chi non sa resistere al bisogno di iniziare la mattinata con una bella sigaretta e, in forza di questo perverso rito propiziatorio, si prepara ad inquinare per il resto della giornata se stesso e le persone che gli stanno intorno. Allo stesso modo c’è chi quotidianamente si sveglia con la consapevole intenzione o con l’inconsapevole tentazione di danneggiare lamentosamente se stesso e gli altri. A questo punto perché non coniare uno slogan, come nel caso del fumo, anche contro il lamento? Potrebbe essere : “chi si lamenta inquina anche te, digli di smettere (ma senza lamentarti) …”

Al contrario possiamo imparare ad iniziare ogni nostra giornata, invece che con l’ennesimo lamento, con un radioso sorriso della mente e del cuore. Questo sorriso può non essere affatto ciò che appare: il sintomo di una superficiale evasione dai conflitti e dalla sofferenza  che sono intorno a noi. Un simile sorriso al contrario può essere uno stimolo potente per far emergere quotidianamente il meglio di noi stessi. Nel tempo esso può consentirci di rifuggire sistematicamente dalle risposte reattive, che in apparenza sono contrarie, ma in realtà sono del tutto simili alle azioni lamentose e proprio perciò finiscono inevitabilmente per cacciarci in un vicolo cieco.

Accendere il sole della fiducia, della stima e della considerazione verso se stessi ci permette di sostituire le risposte reattive in risposte propositive, abbandonando il lamento per la costruzione di possibili alternative.

Per essere davvero vincenti e VIVERE anziché sopravvivere dobbiamo imparare ad essere emotivamente intelligenti: dobbiamo imparare a fronteggiare istinti e impulsi reattivi per trasformarli in energia costruttiva, creativa e propositiva.

Perfino nelle più dure avversità conservare intatta la capacità di controllare gli impulsi nostri ed altrui ci consente di impiegarli in modo propositivo e risolutivo contro le difficoltà stesse, invece di permettere che vengano dispersi in modo improduttivo attraverso sterili lamentele

Aspettative. Ciò che alimenta le reazioni e le pretese.

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“le aspettative”  un argomento che mi ha sempre toccata da vicino e che ora “vedo”, nel mio lavoro di Counselor e di Mediatore Familiare , come esse siano la base di molti dei disagi intrapsichici e relazionali.

Stamattina sfogliando il libro di Krishnananda “a tu per tu con la paura” , sono incappata in un capitoletto, il cui titolo ha dato il nome a questo post, che mi sembra perfetto per chiarire alcuni punti.

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La fonte e l’alimento del nostro reagire e pretendere proviene dalle aspettative. Tutti noi nutriamo aspettative reciproche che, se rimangono inconsce, possono distruggere qualsiasi tipo di armonia e intimità desideriamo creare. Perché le aspettative trasformano l’altra persona in un oggetto per i nostri voleri..E poniamo le stesse aspettative sulle situazioni e sulla vita in generale….. Invece di sentire le nostre paure, noi entriamo nel “bambino che pretende” e ci sentiamo vittime della gente, delle situazioni e della vita.

Per conseguire una maggiore consapevolezza del nostro “pretendere”, dobbiamo esaminare le nostre aspettative.

E’ più facile a dirsi che a farsi….. come facciamo a riconoscere le nostre aspettative??

  1. Uno dei modi è notare quando ci sentiamo delusi e reagiamo, sia colpevolizzando e arrabbiandoci che isolandoci con rassegnazione. A seconda del nostro temperamento. Possiamo scagliare la rabbia e la delusione sull’altra persona perché non soddisfa i nostri bisogni, oppure possiamo trattenerle dentro di noi e cuocere nel nostro brodo. … E’ imbarazzante vedere quanto ci aspettiamo dagli altri. Per questo non abbiamo voglia di analizzare questa parte di  noi. Ogni qualvolta sentiamo frustrazione o rabbia, un’aspettativa è stata delusa.
  2. Un altro modo per scoprire un’aspettativa è esaminare cosa si nasconde sotto il nostro giudizio. Spesso proprio dietro ad un giudizio c’è qualcosa che vogliamo o ci aspettiamo da qualcuno.
  3. Un terzo modo per cominciare a riconoscere le nostre aspettative è quello di prendere qualcuno che ci è molto vicino – la nostra relazione fondamentale è l’esempio migliore – e vedere tutti i modi in cui possiamo incolpare questa persona. Incolpiamola per tutto quello che non va in lei, per tutto ciò che non ci dà, per tutto ciò che vorremmo cambiasse. Sotto ognuna di queste colpe c’è una aspettativa.

Quando un’aspettativa non è soddisfatta possiamo avere una reazione esplosiva o implosiva. Le aspettative che provocano il primo tipo di reazione sono positive e si trovano appena sotto lo stato di rabbia e di giudizio. Esse hanno una energia che le sorregge e sono accompagnate dalla sensazione, nella mente del nostro bambino, che meritiamo di vederle soddisfatte. Le definisco positive perché c’è almeno un po’ di energia con cui possiamo connetterci. Quando c’è energia è più facile riconoscere le aspettative e cercare il bisogno insoddisfatto, il buco della nostra vita che esse ricoprono. Le aspettative sono i coperchi dei buchi interiori. Invece di sentire la paura e il dolore che questi buchi provocano, trasformiamo l’energia nell’aspettativa che qualcuno, o la vita stessa, li colmino.

Le aspettative negative sono convinzioni che tratteniamo e che ci impediscono di ammettere che in realtà vogliamo o ci aspettiamo qualcosa. Quando neghiamo di avere bisogni e desideri o quando ci sentiamo così indegni che non pensiamo di meritare nulla, le nostre aspettative vengono sepolte in profondità. Ovviamente sono ancora lì, ma sono più difficili da raggiungere. Per esempio, alcuni di noi vivono nell’illusione che non abbiamo bisogno di niente e di nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di malignità, di aggressione passiva.

Copriamo i nostri bisogni con convinzioni del tipo:

  • Avere bisogno degli altri non va bene; dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi;
  • è inutile desiderare o avere bisogno di qualcosa perché in ogni caso non verremo soddisfatti;
  • esprimere un bisogno porta solo alla frustrazione.

E’ possibile che non riconosciamo assolutamente il fatto di avere bisogni. Li abbiamo rinnegati così a lungo che è diventato quasi impossibile averne la consapevolezza. Le nostre aspettative negative si trovano nel profondo delle nostre ferite interiori. E creano una grande disperazione: non saremo mai amati, accettati o compresi.

Sia che le nostre aspettative si manifestino sotto forma di rabbia, delusione o accusa (è il caso delle aspettative positive) sia che possano essere identificate come una convinzione negativa che copre i nostri desideri e bisogni (è così per le aspettative negative), esse continuano a coprire una parte dentro di noi profondamente ferita e affamata. Il nostro bambino interiore proietta le sue vecchie esperienze sul presente con tutta la paura e la diffidenza che quelle esperienze gli hanno insegnato. Il presente può anche essere più amorevole di quanto crediamo ma noi non ce ne possiamo accorgere. Continuiamo a reagire come farebbe un bambino.

Senza consapevolezza e comprensione è facile sentirsi vittimizzati dall’esistenza per quello che succede piuttosto che vedere che siamo noi stessi a crearlo. Identificando lo schema con profonda compassione possiamo cominciare a modificarlo. La mente del nostro bambino ha formato delle convinzioni e ripete degli schemi basati sulle esperienze della prima infanzia, e noi dobbiamo trovare un modo per risvegliarci dal film che sta distorcendo la mnostra realtà presente con proiezioni del nostro passato.

 

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Krishnananda

“A tu per tu con la paura”

Ed.Universale Economica Feltrinelli

 

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