Scegliere di dire la verità

dire la verità

Vignetta di Cavez (Massimo Cavezzali)

Scegliere di dire la verità è una scelta molto personale e impegnativa, si tratta infatti di essere sinceri (per prima cosa verso se stessi) intorno a come ci sentiamo, di dire la nostra verità. Ossia dire il nostro modo di vedere e vivere le situazioni sottolineando che è nostro e che ci prendiamo la responsabilità di tutto quello che diciamo.

Questo comporta inoltre consapevolizzare che ci muoviamo entro due livelli di realtà: quella misurabile e condivisibile e quella in cui viviamo esattamente così come noi ci sentiamo, assegnando alle cose l’importanza che crediamo abbiano in sé.

Chi ci ascolta, spesso, o meglio sempre, cerca di farsi un’idea di quel che ci passa per la mente, ne produce una sua “teoria” e non abbiamo alcun controllo sulle ipotesi nei nostri riguardi.

Ad esempio noi possiamo comportarci gentilmente senza nessun secondo fine, ma l’altro può vederne uno, interpretandoci sulla base di sue esperienze passate. In questo caso l’altro risponde con le sue mosse a queste sue interpretazioni delle nostre intenzioni e non alle nostre intenzioni.

Essere chiari il più possibile, rispetto a quello che intendiamo, può essere allora un nostro contributo importante nel semplificare la nostra vita di relazione.

La nostra verità è legata al bisogno di veder riconosciuta la nostra identità. E’ vivere dalla parte delle nostre preferenze, di come ci sentiamo, di poter osservare il nostro stato mentale e come lo realizziamo. E’ un verità che prima di tutto va scandagliata dentro di noi e in un secondo tempo nella comunicazione verso gli altri.

Dire la verità, nel rapporto con gli altri, può essere difficile quando la nostra verità si traduce, per l’altro, in una critica all’idea di sé, quando ne abbiamo paura o temiamo di ferirlo irritarlo. In questo caso abbiamo una sovrapposizione di più bisogni: ad esempio da una parte vogliamo mantenere un rapporto di amicizia con la collega, dall’altra magari è importante per noi che un certo lavoro venga svolto meglio, secondo standard più elevati rispetto a quelli che ci sembrano i suoi.

Come dire allora in questo caso la nostra verità?

Prima di tutto descrivendo la nostra verità, quella delle nostre aspettative, descrivendo cioè il livello di realtà che è alla base del nostro (e soltanto nostro) vissuto.

Per fare ciò evitiamo di scusarci di avere le nostre aspettative: se lo facciamo la nostra verità è che sentiamo il bisogno di risultare simpatici. Insomma, la nostra verità è , ribadisco, come noi stessi ci sentiamo e ha a che fare con il nostro modo di porci nelle situazioni.

Scegliere di dire la nostra verità è essere fedeli a noi stessi, a quel principio di correttezza verso di noi che ci permette di vivere in sintonia con i nostri bisogni/desideri.

Esplicitare le nostre aspettative e la conseguente delusione che proviamo quando non vengono attese, vuol dire anche sentire la verità-per me del mio dolore, della mia delusione, nascoste dietro la mia rabbia.

E vedere come la mia delusione, che sento così vera e fisicamente palpabile, è costruita sulle fondamenta di quelle aspettative.

Dire la verità è allora in questo caso parlare con me stessa della mia avversione verso chi-è-come è e non come preferirei che fosse e questo dialogo può diventare il preludio per una successiva e totale presa in carico delle proprie responsabilità.

Non più quindi delegare all’altro la soddisfazione dei miei bisogni “aspettandomi che …..” bensì, attraverso la mia verità, nata da un ascolto profondo e consapevole, andare verso la piena realizzazione del mio essere al mondo.

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