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Counseling o Psicoterapia “pit stop” per ritrovare la gioia di vivere ….

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Vivere la vita cento per cento. Spesso si vive a metà perché o non si oltrepassano i limiti minimi oppure perché si vuole vivere mentalmente nell’infanzia. E’ come vivere addormentati. Il lungo sonno inizia nell’infanzia, prosegue a tinte forti nell’adolescenza e prosegue in alcuni casi per tutta la vita. Si diventa così esseri incompleti: per metà adulti e per metà bambini. Fino a che questa ambiguità diventa insopportabile.

E’ la crisi esistenziale per eccellenza, quella che di solito viene fuori fra i trenta e i quarant’anni, dal cui esito si definisce il destino della propria vita.

Che fare???? O si va avanti nel segno della confusione o si decide i fermarsi per ritrovare la propria unità. In questo senso un percorso di counseling o, in alcuni casi, una psicoterapia possono considerarsi strumenti per risvegliarsi e riprendere in mano il controllo della propria esistenza.

Una via di cambiamento, decidere di accorgersi di se stessi : una scoperta formidabile!

Ma al di là di qualsiasi percorso si voglia intraprendere tutti dovrebbero accorgersi ad un certo punto come esista un modo qualsiasi per partecipare di più alla propria vita, non sottovalutarla mai, prenderla in considerazione una volta per tutte, non bruciarla rapidamente come se fosse un bene di consumo.

La vita va assaporata lentamente. Se ci si accorge che si corre troppo, occorre fermarsi per andare a recuperare quello che si credeva perso.

Cambiare è accettarsi per come si è, accorciare la distanza fra sé e sé e accorgersi di essere diventati adulti. In quanto adulti, poi, abbiamo la necessità di prendere atto con serenità e obiettività di questi cambiamenti. Pesare bene i cambiamenti concreti, imparare a metterli sulla bilancia e misurarli oggettivamente.

Bisogna poi avvicinarsi al counseling o alla psicoterapia senza l’illusione infantile che tutto possa essere risolto con un colpo di bacchetta magica altrimenti arriva matematica la delusione, bisogna avvicinarsi con realismo e spirito di avventura. Il viaggio alla scoperta di noi stessi e un cammino affascinante che richiede tuttavia impegno e coraggio, la “guarigione” non è un punto d’arrivo ma uno stato.

Si “guarisce” tante volte, il percorso per ri-trovare se stessi è costellato da combattimenti contro un drago dalle tante teste; ogni volta si abbatte una testa e si va avanti con la prossima. Jung parla di percorso a spirale: la sensazione è di essere sempre nello stesso cerchio, ogni volta che torniamo sul problema originario, attraverso le cadute o il regredire, tipico di ogni percorso di crescita. In realtà invece ci troviamo su  di una spirale e ogni volta siamo un po’ più su, ogni volta ci ritroviamo ad un livello più alto anche se crediamo di essere tornati indietro.

Quindi le cadute che sperimentiamo nel nostro cammino di consapevolezza sono occasioni importanti per acquisire una nuova energia. Meglio ancora, le cadute sono necessarie per evolverci!

Personalmente considero la nostra evoluzione come un percorso a tappe. Ogni volta, tappa dopo tappa, bisogna riconoscere a noi stessi i cambiamenti che sono tanti, veramente tanti.

Tuttavia è necessario anche sapere che per il bambino che vive dentro di noi i cambiamenti non sono mai abbastanza perché il bambino vuole il paradiso, non c’è misura che lo soddisfi. Come tutti i bambini se gli dai 100 vuole 110. Esagera, semplicemente esagera. Così quando diventiamo adulti cresciuti possiamo percepire la portata di queste esagerazioni e sentirle presenti nell’anima.

Solo lavorando sul dolore, sul vero dolore sottostante il vittimismo, il bisogno di lamentarsi sempre, potremo capire che in fondo volevamo molto di più, molto di più di quanto i nostri genitori ci potevano dare.

Molti problemi e conflitti hanno la loro radice nelle “esagerazioni”. L’equilibrio e l’armonia vengono fuori dalla fine della dipendenza dalle esagerazioni puerili. Superare un problema significa renderlo inattuale, lasciarlo indietro. Essere finalmente consapevoli di vivere nel presente adulto. Comprendere che oggi c’è una via d’uscita che non potevamo vedere un tempo.

Il lavoro con noi stessi non è una corsa sfrenata verso un punto d’arrivo per poi avere quella liberazione catartica che sogniamo da quando eravamo piccoli; bensì un lavoro paziente che va oltre l’obiettivo, un po’ come superare i problemi significa renderli inattuali più che risolverli.

Per me non esiste la persona “risolta” ma la persona che fa del lavoro onesto con se stessa per ripristinare la fiducia in quella che è fondamentalmente al fine di ri-trovare la gioia di vivere. Un lavoro di pulizia e di superamento di tutti gli ostacoli veri o presunti che abbiamo messo davanti alla nostra anima per non soffrire più e di conseguenza per imparare a rivederla nel suo splendore e nella sua ricchezza.

Io credo tantissimo nell’aspetto evolutivo della vita. Se ho vissuto di slancio e forse anche un po’ di corsa i primi 40 anni della mia vita, devo dire che gli ultimi 20 sono trascorsi nel segno di una grande evoluzione. Questo mi fa pensare che se abbiamo il coraggio di fermarci per “mettere le mani” nel nostro motore interno possiamo fare progressi indescrivibili ad ogni età, sfruttando funzionalmente ogni “caduta”, ogni “crisi” che la vita inevitabilmente ci propone …..

Amore incondizionato, amore condizionato…. e percorso di counseling….

mamma e bambino

Raramente un bambino è accolto e amato per quello che è, quasi sempre si tende, consapevolmente o meno, a desiderarlo diverso e di conseguenza a cercare di plasmarlo secondo un qualche modello ideale.

La situazione non è, ovviamente, uguale per tutti: alcuni genitori sono più rigidi, altri più amorevoli e più disposti ad accettare e sostenere il bambino in modo incondizionato.

Incondizionato vuol dire:” accettarlo ed amarlo a prescindere dal fatto che assomigli o meno al proprio ideale e a prescindere dal fatto che si comporti come noi adulti desideriamo”. Se invece l’amore e il sostegno dipendono dal come diventerà nostro figlio relativamente al nostro “modello di bambino” si avrà un amore condizionato, in quanto  pone una condizione: “Se sei buono e bravo (nel modo in cui io intendo tali termini) allora ti amerò, altrimenti no”.

Questa seconda specie di “amore”, che molto spesso prevale sull’altra, è in realtà una pericolosa deformazione sentimentale, responsabile in gran parte dei disagi e delle sofferenze psicologiche ed esistenziali delle persone: deformazione perché viene chiamato amore quello che dovrebbe essere chiamato approvazione, pericolosa perchè getta le basi di una profonda insicurezza e confusione affettiva che porterà il bambino prima l’adulto poi ad un eterna ricerca di approvazione da parte degli altri.

Il fondamento erroneo su cui si basa questa ricerca senza fine è che insieme all’approvazione egli riceverà anche l’amore, ma in realtà non è così e non può essere così: l’amore è per definizione spontaneo e gratuito cioè incondizionato.

L’approvazione , che ha anch’essa una sua importanza nella vita sociale e nello sviluppo del bambino purchè sia data e ricevuta per quello che realmente è, può nutrire altri bisogni ma non quello di essere amato.

Quindi per quanto ci si dia da fare per soddisfare le aspettative degli altri non si riceverà mai l’amore che si cerca anzi ci si allontanerà sempre di più andando a nutrire quella voragine di amore che segnerà le nostre scelte future e si getteranno le basi per diventare quello che non siamo , tradendo il nostro vero Sé per diventare quello che vogliono gli altri.

Il nostro bambino diverrà un bambino adattato o sottomesso perdendo così tutta la spontaneità, la curiosità  e la gioia di vivere del bambino libero.

L’amore incondizionato (l’accettazione) è spesso associato alla figura materna ideale , sia in quanto manifestazione del donare gratuito, sia in quanto simbolo dell’energia femminile passiva e ricettiva (saper essere).

L’approvazione (il riconoscimento) invece si collega alla figura paterna, sia in quanto espressione di autorità, sia in quanto espressione dell’energia maschile, attiva e dinamica, tendente ad agire, ad esplorare, a trasformare (il sapere e il saper fare).

Entrambi, sia l’amore incondizionato che l’approvazione, sono imprescindibili  per la crescita del bambino in quanto rappresentazione di due principi  basilari dell’esistenza umana: l’essere e il fare.

L’amore incondizionato è il fondamento della fiducia , è quello che ci dà la sensazione rassicurante di protezione e nutrimento, il senso di dignità in quanto essere umani a prescindere dalla posizione sociale, dalla bellezza o ricchezza.

L’approvazione è tutto ciò che stimola all’azione, a fare del nostro meglio; è la base della nostra energia creativa, del nostro desiderio di evolverci e migliorarci cercando di raggiungere sempre nuovi traguardi.

E’ una energia positiva e utile, che però quando predomina sull’amore , può portare sofferenza e distruzione nel senso di perdita e alienazione da noi stessi.

Per mantenere l’amore delle persone importanti si interiorizzano norme che possono essere contrarie ai propri desideri ed esperienze. Nasce così una dissociazione fra quello che ci sforziamo di raggiungere consciamente ed il vero sè: così ci alieniamo dal nostro nucleo più profondo sviluppando una falsa personalità, che non rispecchia la nostra più vera e intima essenza, ma solo le aspettative dell’ambiente sociale in cui siamo cresciuti. Si comincia così ad indossare quelle maschere che se da un lato ci garantiscono una certa considerazione sociale e ci proteggono, a volte,  dal rischio di essere feriti, dall’altro attutiscono o bloccano del tutto ciò che di bello il mondo esterno e gli altri possono darci.

Chiudersi al dolore significa inevitabilmente anche chiudersi al piacere.

Il punto nodale per poter essere davvero se stessi, per ri-trovarsi, è riuscire a percepire che c’è una grande differenza tra il vero sé, e le maschere che indossiamo ; prendere consapevolezza che noi siamo molto di più di tali maschere ed imparare ad esprimere questo “di più”.

Un percorso di Counseling può aiutarci in questo viaggio alla ricerca di noi stessi.

Il Counseling può diventare allora quella “base sicura” da cui ripartire per andare ad esplorare quegli anfratti di noi che per paura della non approvazione abbiamo chiuso e coperto.

Caratteristica fondamentale di un Counselor, infatti, è l’accettazione positiva incondizionata del Cliente, cioè la capacità del Counselor  di accettare il cliente nella sua interezza, senza giudicarlo, rispettandolo come persona a prescindere da ciò che manifesta. Si accetta la persona per quello che è, senza “se” e non per ciò che fa, in maniera positiva valorizzando e credendo nelle sue potenzialità.

Inoltre la “centratura sul cliente” presuppone l’accostarsi del Counselor al Cliente come ad una persona unica ed indipendente, con il diritto di vivere secondo il suo punto di vista.

Lo scopo principale di un percorso di counseling può essere descritto come il tentativo di rimettere in moto il processo esperienziale del cliente aiutandolo a funzionare in maniera più ricca e flessibile e a vivere con maggiore pienezza integrando gli elementi dell’esperienza che non è riuscito finora a fronteggiare, raggiungere, cioè, una più ampia unità con se stesso, divenire “congruente”.

Come risultato dell’accettazione incondizionata ,il cliente, poco a poco, inizia a sentirsi abbastanza sicuro da esplorare se stesso più profondamente, da affrontare aspetti che fino a quel momento erano stati troppo temibili o imbarazzanti. Allo stesso modo l’accettazione da parte del counselor facilita l’auto-accettazione ed il conseguente cambiamento. Quando sperimenta un sufficiente grado di sicurezza interpersonale, il cliente trova il coraggio di abbandonare il suo atteggiamento di difesa e riesce ad instaurare un più stretto contatto con se stesso. Infine un atteggiamento di accettazione rende possibile l’evoluzione di quegli aspetti del cliente che erano, per cosi dire, ‘congelati’ , favorendo una sorta di “contro-condizionamento” rispetto all’amore condizionato, facilitando, in tal modo,  l’azione ripartiva del percorso.

La crescita ed il cambiamento divengono possibili nella misura in cui siamo capaci di accettare noi stessi come siamo.

Allo stesso tempo, questa assenza di giudizio, ricreando in certo qual modo la primaria esperienza di “cura” mancata al cliente, lo stimola verso una maggiore indipendenza ed autoresponsabilità: non ciò che gli altri pensano o si aspettano ma l’esperienza stessa dell’individuo diviene la base prevalente delle sue scelte e delle sue decisioni.

I sogni son desideri …..

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Ognuno di noi racchiude dentro di sé la persona che è, che è orgogliosa di essere, consapevole delle proprie capacità ma. Soprattutto, dei propri limiti.

La sfida quotidiana è essere ciò che siamo senza vergognarsi di non sapere, di non potere o di non volere. Detto così sembrerebbe il compito di un supereroe ma non lo è.

L’”essere o non essere” di ciascuno consiste nel riuscire a rispondere, a se stessi e agli altri, su quanto fatto con i nostri sogni.

La nostra vita è piena di sogni, sogni propri, presi in prestito, umili, di grandezza, imposti, dimenticati, terribili o incantevoli. Ma una cosa è sognare e un’altra rendersi conto di ciò che facciamo con i nostri sogni.

I sogni sono la visione di qualche cosa che non esiste ancora, che ci sembra invitante e che ci chiede di farla diventare realtà. Se mi lascio affascinare dal sogno e comincio a pensare “come sarebbe bello …”, tutto questo potrebbe trasformarsi in una fantasia, ovvero in un sogno ad occhi aperti del quale sono cosciente, che posso evocare, pensare e persino condividere.

Poter affermare “come sarebbe bello …” significa che il sogno è diventato qualcosa di più vicino.

Se poi mi provo questa fantasia, se la indosso come se fosse una giacca e vedo che mi sta bene, allora si può trasformare in un’illusione. A questo punto, dopo averla provata e aver fatto mia l’immagine sognata, non solo la penso in termini di “come sarebbe bello ..”, ma anche “come mi piacerebbe …”. Illudersi significa proprio questo: impadronirsi di una fantasia.

Ma l’illusione è come un seme. Se l’innaffio, la curo e la faccio crescere, è probabile diventi un desiderio. E’ così che il “come sarebbe bello…” diventa “voglio”.

I nostri sogni sono dunque in grado di evolversi dall’incoscienza iniziale, fino alla pretesa di trasformarsi in desiderio cosciente, senza perdere il contenuto con il quale sono nati.

Fortunatamente la storia non finisce qui; al contrario, è proprio dal desiderio che comincia la parte migliore. Questi ultimi infatti non fanno altro che accumulare l’energia necessaria per intraprendere l’azione.

Cosa ci succederebbe se i desideri non si trasformassero mai in un comportamento concreto? Fondamentalmente due cose; accumuleremmo sempre più energia che, senza via d’uscita, finirebbe prima o poi, per esplodere in una qualche azione sostitutiva o bloccheremmo i nostri interessi e i nostri bisogni per non continuare a sovraccaricare il sistema intimo di armonia psichica. Tutto questo potrebbe spiegare perché se un sogno rimane nascosto e represso può finire per diventare un desiderio che ci fa ammalare, trasformandosi in un sintomo.

Il desiderio altro non è se non la batteria, il nutrimento, il combustibile di ognuno dei miei comportamenti, e acquista senso solamente quando riesco a trasformarlo in azione.

Il desiderio da solo svolge una funzione effettiva se incanala il mio comportamento verso l’azione che lo soddisfa e, per questo, la nostra mente adulta lavora (o sarebbe meglio che lavorasse) in modo costante per trasformare ogni desiderio in azione.

Per essere più incisivi: ogni cosa che faccio e ogni azione che decido di fare è motivata da un desiderio sia che io riesca a identificarli o meno.

Essere più consapevoli di questo processo è uno degli obiettivi di un percorso di Counseling. Costruire azioni coerenti con questi sogni convertiti in desideri, ne è un altro.

Essere capace di scegliere consapevolmente e responsabilmente fra due desideri contraddittori, è l’ultimo e spesso il più difficile.

Molti disagi della nostra vita nascono proprio da desideri repressi e insoddisfatti; sciogliere il nodo , ri-trovare il bandolo della matassa, senza vergognarsi di chiedere aiuto, può farci trovare il cammino che i nostri sogni ci avevano promesso…….

Camminando verso l’acquisizione del nostro potere

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Molto spesso durante un percorso di Counseling capita di portare le  persone a riflettere su cosa, nella loro vita, le fa sentire più nel proprio potere.

Il più delle volte le loro risposte sono:

“Sento di acquisire potere quando mi sento centrata”

“Sento di acquisire potere quando metto dei limiti”

“Sento di acquisire potere quando mi prendo la responsabilità di me stessa”

“Sento di acquisire potere quando mi accorgo di quanto mi sono impegnat nella mia crescita e di quanto fino ad ora ho realizzato”

“Sento di acquisire potere quando ho successo”

Senti di acquisire potere quando sono connessa al mio corpo e mi sento radicata a terra”.

Da queste affermazioni si evince che sentiamo di acquisire potere, soprattutto, quando siamo nella nostra energia, mentre ci sentiamo privati di potere quando ci sentiamo indifesi, confusi e sopraffatti dalla vita o da qualcuno.

Tuttavia siamo ingiusti verso noi stessi se basiamo il nostro potere solo sul sentirci centrati, forti, assertivi. Quando veniamo colpiti nella nostra autostima siamo spesso in uno stato di choc che ci rende incapaci di sentire noi stessi e di rispondere, quindi, in un modo appropriato. E spesso siamo così lontani da un contatto con ciò che vogliamo, desideriamo, sentiamo e pensiamo, che solo più tardi scopriamo di aver tradito noi stessi.

La nostra esperienza è che impariamo a darci potere dicendo un “sì” a noi stessi a un livello profondo. Cioè sentendo noi stessi con un senso di compassione e accettando quello che si presenta , momento per momento.

La strada verso l’acquisizione di potere ha due poli: uno femminile e l’altro maschile.

L’aspetto femminile include l’osservare e il sentire da vicino noi stessi in quei momenti in cui ci sentiamo minacciati, indifesi, senza potere, confusi, paralizzati, spaventati, insicuri.

Un osservare e un sentire senza la pressione o l’aspettativa che saremo capaci di rispondere con potere o semplicemente che sapremo in qualche modo rispondere. Lo choc può essere così profondo che quello che nel momento possiamo fare è solo osservare l’intera situazione.

Questo significa diventare consapevoli e sentire la paura, in particolare quando qualcuno vuole qualcosa da noi o quando ci sentiamo sopraffatti dalle sfide della vita. Normalmente, in queste situazioni, non siamo presenti, ci distraiamo e ci allontaniamo in un modo o nell’altro: compiacendo, isolandoci o dissociandoci. Ci vuole molto coraggio per essere presenti e sentire quello che ci accade dentro.

L’acquisizione di potere viene dal trovare il coraggio e la determinazione a rimanere presenti e a sentire la paura e le sottili sensazioni fisiche associate alla paura.

Lentamente, con il tempo e con molta pazienza, possiamo imparare a riconoscere che non siamo solo un bambino in panico, ma che abbiamo anche la forza e la determinazione per sentire noi stessi piuttosto che distrarci in qualunque modo.

Attraverso tentativi ed errori e senza il dovere di “fare la cosa giusta”, se ci impegniamo a d essere presenti e a sentire cominciamo a scoprire che cosa va bene per noi.

L’aspetto maschile dell’acquisire potere include, invece, correre piccoli rischi, dicendo di che cosa abbiamo bisogno e che cosa vogliamo, anche se questo può farci incorrere nella disapprovazione.

L’aspetto maschile comprende anche l’impegnarsi a fare piccoli passi per non permettere che le nostra pure ci facciano continuamente affondare in un continuo rimandare e nel ritirarsi.

Anche in questo caso non si tratta di fare o dire la cosa giusta, ma semplicemente correre il rischio di comportarsi in un modo nuovo, diverso, più vicino al nostro cuore.

Il correre piccoli rischi ha una grande forza trasformativa e produce un profondo cambiamento interiore. Questo cambiamento conferisce potere, gradatamente le paure diminuiscono e ritorna il senso di sé.

liberametne tratto da:

Krishnananda,Amana – “Fiducia e sfiducia” – Ed.Feltrinelli

La comunicazione dell’anima: simpatia, compassione empatia …

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“Ogni relazione significa definire se stessi attraverso l’altro e definire l’altro attraverso se stessi” Robert Laing

Vorrei soffermarmi questa mattina su un importante aspetto della comunicazione: l’arte di percepire le somiglianze con l’altro vibrando all’unisono con quanto ci viene detto.

La comunicazione umana si svolge su vari livelli: intellettuale,emozionale, corporeo e a ciascun livello prevale un particolare tipo di codice.

Il linguaggio verbale è il più distaccato dei codici ed è utile soprattutto per comunicare a livello intellettuale riguardo a fatti e situazioni esteriori, esso si occupa principalmente del contenuto della comunicazione : certo, può anche essere usato per parlare di emozioni, tuttavia dire “ti amo” non è mai come sorridere, abbracciare o baciare la persona amata ….

Il linguaggio non verbale, come abbiamo visto nell’esempio sopra, è molto più partecipe e comunica con molta più intensità della parola. Esso si occupa della parte relazionale della comunicazione, esprime la nostra personalità e le nostre emozioni, parla prevalentemente di noi stessi e dei nostri stati interiori e ci avvicina all’altro.

Proseguendo nel nostro viaggio verso l’altro a mano a mano che la distanza si riduce entriamo in una dimensione sempre più intima e profonda che è quella del con-tatto. Toccarsi, abbracciarsi o guardarsi intensamente negli occhi sono forme di comunicazione che non solo suscitano particolari sensazioni fisiche ma stimolano anche parti più profonde del proprio essere mettendole in risonanza con le rispettive parti dell’altro.

Il con-tatto è comunicazione dell’anima, ci permette di entrare in relazione con l’essenza più profonda di chi ci sta di fronte: sentire noi stessi nell’altro e l’altro in noi.

Il primo livello del con-tatto è la simpatia intesa nel suo significato etimologico dal greco syn=stesso e pathos= sentire,soffrire => “stesso sentire”, “stesso soffrire”, la simpatia nasce quando i sentimenti o le emozioni di una persona provocano simili sentimenti anche in un’altra, creando uno stato di “sentimento condiviso”,cominciamo a sentirci attratti da quella persona perché troviamo tante affinità con noi stessi. La capacità di condividere emozioni, di rendersi scambievolmente partecipi del sentire dell’altro, è un elemento insostituibile per la piacevolezza delle relazioni e per quell’intima e indicibile sensazione del “sentirsi accolti e capiti”.

Un’altra dimensione del contatto si esplica nella compassione intesa anch’essa nel suo significato etimologico cum=con e pathos= sentire, soffrire => sentire assieme, soffrire assieme cioè la capacità di entrare in contatto con il sentire dell’altro a prescindere dalla somiglianza e affinità. Molto usata in ambito religioso la compassione ha assunto con l’andare del tempo l’accezione di “aver pena per la sofferenza dell’altro” , distaccandosi così dal suo significato originario. Anche per questo motivo gli psicologi hanno avvertito il bisogno , per descrivere determinati processi, di usare un concetto più neutro libero da connotazioni religiose: l’empatia dal greco empatheia “sentire dentro”.

L’empatia è un sentire l’altro senza confonderlo con il sé; è un processo volontario e consapevole in cui dopo aver sospeso ogni giudizio ci si immedesima nell’altro, ci si mette nei suoi panni, si avvertono eventuali risonanze con le proprie emozioni, mantenendo però la necessaria consapevolezza dei confini tra la propria identità personale e quella dell’altro.

E’ necessario distinguere l’empatia tout court che descrive una esperienza spontanea di immedesimazione con l’altro, dall’empatia usata dal Counselor nel suo lavoro con il cliente. Attraverso questo tipo di empatia, fondamentale per l’instaurarsi dell’alleanza, non ci si perde nell’altro, pur sentendolo dentro di sé, compartecipando del suo sentire; si è aperti ma nello stesso tempo centrati in se stessi in modo che in qualsiasi momento è possibile distinguere cosa è l’altro e cosa siamo noi . In questo modo non si rischia di affogare nelle emozioni dell’altro, è possibile sentirle vestendo i suoi panni ma anche staccare in qualsiasi momento l’interruttore e tornare in noi stessi.

Possiamo definire questa modalità di empatia un cocktail di compassione + comprensione + non identificazione , una esperienza di condivisione emotiva abbinata ad una raffinata mediazione cognitiva. Una relazione in cui non solo si sentono dentro di sé le emozioni di un’altra persona, ma se ne ha anche una profonda comprensione, senza peraltro perdersi nella identificazione con l’altro.

Questa unione di compassione, comprensione e non identificazione è una “conditio sine qua non” per comprendere davvero le opinioni, i punti di vista, i vissuti, le motivazioni, gli atteggiamenti dell’altro, senza sovrapporre il proprio punto di vista soggettivo né interpretare alla luce dei propri valori.

Questo in una “relazione d’aiuto”, come può essere un percorso di counseling favorisce l’autoesplorazione, la fiducia e il desiderio di comunicare del cliente che sentendosi compreso e accolto incondizionatamente potrà iniziare a sviluppare quella sicurezza necessaria per spiccare il volo….

Ben-Essere e Counseling

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Con il termine benessere soggettivo si intende il giudizio che l’individuo dà sul valore della propria esistenza, con valenze sia cognitive che affettive.

Secondo alcuni ricercatori che hanno condotto studi sul benessere soggettivo, le componenti principali di tale costrutto sono:

  • Livello elevato di soddisfazione globale;
  • Livello elevato di soddisfazione in più ambiti definiti;
  • Livelli alti di emozioni positive;
  • Livelli bassi di emozioni negative.

Il fattore principale che interviene nella percezione di benessere soggettivo è l’adattamento, un processo importante perché con esso ed in esso si modificano le nostre aspettative e i nostri obiettivi.

Un secondo fattore che incide sulla percezione di benessere soggettivo è il temperamento. Diversi studi hanno rivelato che la felicità dipende tanto dagli eventi di vita quanto dal temperamento dell’individuo; si reagisce ad uno stesso stimolo con modalità differenti, in base alle caratteristiche della propria personalità.

Ultimo fattore che influenza il benessere soggettivo sono le variabili sociali, in particolare l’appartenenza ad una cultura individualistica versus una cultura collettivista. I soggetti appartenenti alla prima ricercano il benessere soggettivo sulla base dei loro sentimenti ed emozioni, mentre individui appartenenti alla seconda tendono ad avere come parametri di riferimento norme che stabiliscono cosa è soddisfacente e cosa non lo è. Ne consegue che si hanno maggiori livelli di soddisfazione nei soggetti di cultura individualistica, ma come risvolto si hanno anche tassi di suicidio e divorzio più elevati, in quanto in tali culture è consentita una più alta possibilità di cambiamento rispetto alle società collettiviste.

Negli anni 60 e 70 numerosi studi sulle illusioni positive hanno dimostrato che in tutti gli individui c’è una distorsione verso il positivo (tranne che nelle persone ansiose e in quelle depresse), e che tali distorsioni sono il segnale di un benessere mentale, determinando un totale spostamento in una prospettiva di salute mentale completamente cambiata, rivalutando e rimodellando così anche il concetto di saluto genesi.

La salute diviene, così la capacità di affrontare e risolvere problemi in modo flessibile e soddisfacente all’interno del contesto familiare e sociale.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sviluppato il concetto di promozione della salute: il processo attraverso cui le persone migliorano la gestione e il controllo diretto delle proprie condizioni di benessere. Si passa così da un’ottica in cui l’eziologia era attribuita a caratteri ereditari, agenti patogeni e problemi relazionali nel corso della fase evolutiva, ad una prospettiva in cui per la malattia sono determinanti il comportamento e lo stile di vita dell’individuo.

Si pone l’accento, oltre che sull’assenza di malattia, sugli aspetti positivi della crisi, ritenute opportunità di cambiamento, piuttosto che elementi di danno.

Tale prospettiva si coniuga perfettamente con quanto sostenuto dagli psicologi umanisti come Maslow, Rogers e May, i quali, ribaltando le posizioni della psicoanalisi e del comportamentismo, mettono in evidenza le componenti sane della persona, la sua capacità di auto-organizzarsi, auto-regolarsi e di espandersi. Soprattutto Rogers ha sempre riposto un’estrema fiducia nella tendenza attualizzante dell’individuo; la capacità umana di raggiungere, fermo restando certe condizioni, la realizzazione delle proprie potenzialità.

E’ qui che si inserisce la relazione d’aiuto, in seguito conosciuta come Counseling, concepita principalmente come strumento di libertà, per ricreare intorno alla persona condizioni favorevoli alla sua crescita e consapevolezza.  Il fulcro è l’aspetto positivo ed evolutivo dell’uomo, che tende alla soddisfazione dei propri bisogni e al controllo attivo delle proprie condizioni di vita.

Il Counseling diventa, quindi, il mezzo più idoneo alla promozione della salute, proponendosi come finalità principe la restituzione di un maggior senso di dignità, autonomia ed autostima alla persona permettendogli di vivere la propria vita, piuttosto di farsi vivere da essa.

Esso viene utilizzato allo scopo di affrontare e risolvere problemi specifici, superare crisi contingenti, agevolare lo sviluppo e l’evoluzione personale, prendere decisioni, ottimizzare i rapporti con gli altri e con se stessi, accrescere la consapevolezza e la conoscenza di sé.

Il cliente, attore principale nel processo di counseling, viene posto nelle condizioni di sperimentare, già nel corso del processo di aiuto, un adeguato ed autentico clima di responsabilizzazione, autodeterminazione e valorizzazione. L’agevolazione deve essere intesa come un allenamento all’autonomia, che la persona potrà conquistare attraverso la stessa relazione d’aiuto.

Si ha una relazione d’aiuto valida ed autentica , quando vi è un incontro tra due persone, di cui una si trovi in condizione di malessere,confusione, stress, rispetto ad una determinata area della vita o ad un determinato problema, con un’altra persona che abbia un grado di adattamento, creatività, competenza, abilità e consapevolezza “superiori” alla persona in difficoltà, e che si riesca a stabilire un contatto che agevoli il cliente che ha bisogno di aiuto a compiere movimenti di chiarificazione, apprendimento e maturazione, che lo portino a scegliere e ad acquisire uno stile di vita più consapevole e responsabile, o comunque a rispondere in modo più soddisfacente al proprio ambiente e alle proprie esigenze, abilitando il cliente ad un agire efficace.

Il counselor professionale è un operatore che promuove il benessere dell’individuo. Il suo preminente compito è quello di mobilitare o rimobilitare le energie sopite o latenti, riconoscendo le risorse utili della persona, per usarle come punti di forza per un suo migliore evolversi e divenire.

Il counseling è la grande novità di fine millennio: la prevenzione, l’aiuto psicologico e la promozione del benessere personale, vengono quindi favoriti dal counseling, il quale permette di creare punti di accoglienza per le persone che vogliono sviluppare le proprie attitudini e potenzialità e la propria identità.

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Liberamente tratto da:

E.Giusti – E.Perfetti

Ricerche sulla felicità

Ed.Sovera

 

Il Counseling un’ arte maieutica

COUNSELING

” Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore per aiutarla non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di indirizzarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, la responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per autocomprendersi e per modificare il loro concetto di sè” Carl Rogers

Autoefficacia,coping,resilienza tutte caratteristiche che sono dentro di noi ma che spesso sono ricoperte da tonnellate di detriti che ne impediscono l’attivazione. Come fare??? Dove andare per essere aiutato ad aiutarsi???

nel grande bacino delle “relazioni d’aiuto” si colloca il Counseling, un modo nuovo di affrontare problemi che coinvolgono l’individuo, di impostare la relazione di aiuto in sintonia con l’esigenza di valorizzare le risorse personali di ognuno.

Il Counseling può essere definito come la conduzione di colloqui che coinvolgono temi personali privati ed emotivamente significativi per l’interlocutore, in cui questo viene “aiutato ad aiutarsi”, a gestire, cioè, i suoi problemi utilizzando le proprie risorse personali senza dipendere da interpretazioni, consigli o direttive fornite da un altro, per quanto esperto possa essere.

E’ un’arte maieutica che non si propone di addestrare, né di curare: il suo obiettivo è quello di tirare fuori le potenzialità presenti in ciascuno. Il presupposto è che una persona abbia già in sé le potenzialità necessarie, deve solo imparare a riconoscerle e usarle.

L’aiuto non consiste tanto nel proporre soluzioni e nell’eseguire complicati riaggiusta menti “terapeutici”, quanto piuttosto nel togliere gli ostacoli che non permettono alle energie che la persona possiede di manifestarsi.

Compito del Counseling è quello di dare al cliente un’opportunità di esplorare, scoprire e chiarire dei modi di vivere più fruttuosi e miranti ad un più elevato stato di Ben-Essere.

Il Counseling è:

  • Ascolto
  • Orientamento
  • Prevenzione
  • Crescita
  • Migliora le tue Relazioni
  • Libera le tue potenzialità
  • Ti aiuta ad affrontare gli ostacoli
  • Ti aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi
  • Ti aiuta a ri-trovare le tue risorse

E’ utile per tutte quelle persone che si trovano in qualche momento della vita a “vacillare” e sentono il bisogno di essere ASCOLTATE, ACCOLTE; di ESPRIMERE  loro stessi e le loro EMOZIONI accrescendo la CONSAPEVOLEZZA e l’ACCETTAZIONE di sé in un ambiente protetto e non giudicante per CONTATTARE e RICONCILIARE conflitti emotivi, imparando ad AMARSI e avere così una sempre migliore qualità di vita.

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In parte liberamente tratto da:

M.Danon – Counseling – Ed.RED

Life skills … emozioni e Counseling

LIFE SKILLS

Keith Haring

“Credi in te stesso e in tutto ciò che sei… sappi che c’è qualcosa dentro di te che è più grande di ogni ostacolo …” C.D.Larson

Dagli studi sulle difficoltà psicologiche e sociali e dalla conseguente analisi dei fattori che concorrono a favorirne l’insorgenza, sono emerse alcune linee guida utili per gli interventi di prevenzione. Tra queste è stata ormai unanimemente accettata l’indicazione suggerita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ad educare alle “life skills” (abilità per la vita) ossia, tutte quelle abilità che insieme ai fattori protettivi e rinforzanti, contribuiscono a creare comportamenti favorevoli alla salute.

Il “nucleo fondamentale” delle life skills è costituito dalle seguenti abilità e competenze:

  1. Decision making (capacità di prendere decisioni): competenza che aiuta ad affrontare in maniera costruttiva le decisioni nei vari momenti della vita. La capacità di elaborare attivamente il processo decisionale, valutando le differenti opzioni e le conseguenze delle scelte possibili, può avere effetti positivi sul piano della salute, intesa nella sua eccezione più ampia.
  2. Problem Solving (capacità di risolvere i problemi): questa capacità, permette di affrontare i problemi della vita in modo costruttivo.
  3. Pensiero Creativo: agisce in modo sinergico rispetto alle due competenze sopracitate, mettendo in grado di esplorare le alternative possibili e le conseguenze che derivano dal fare e dal non fare determinate azioni. Aiuta a guardare oltre le esperienze dirette, può aiutare a rispondere in maniera adattiva e flessibile alle situazioni di vita quotidiana.
  4. Pensiero Critico: è l’abilità ad analizzare le informazioni e le esperienze in maniera obiettiva. Può contribuire alla promozione della salute, aiutando a riconoscere e valutare i fattori che influenzano gli atteggiamenti e i comportamenti.
  5. Comunicazione Efficace: sapersi esprimere, sia sul piano verbale che non verbale , con modalità appropriate rispetto alla cultura e alle situazioni. Questo significa essere capaci di manifestare opinioni e desideri, bisogni e paure, esser capaci, in caso di necessità, di chiedere consiglio e aiuto.
  6. Capacità di relazioni interpersonali: aiuta a mettersi in relazione e a interagire con gli altri in maniera positiva, riuscire a creare e mantenere relazioni amichevoli che possono avere forte rilievo sul benessere mentale e sociale. Tale capacità può esprimersi sul piano delle relazioni con i membri della propria famiglia, favorendo il mantenimento di un importante fonte di sostegno sociale; può inoltre voler dire essere capaci, se opportuno, di porre fine alle relazioni in maniera costruttiva.
  7. Autoconsapevolezza: ovvero sia riconoscimento di sé, del proprio carattere, delle proprie forze e debolezze, dei propri desideri e delle proprie insofferenze. Sviluppare l’autoconsapevolezza può aiutare a riconoscere quando si è stressati o quando ci si sente sotto pressione. Si tratta di un prerequisito di base per la comunicazione efficace, per instaurare relazioni interpersonali, per sviluppare empatia nei confronti degli altri.
  8. Empatia: è la capacità di immaginare come possa essere la vita per un’altra persona anche in situazioni con le quali non si ha familiarità. Provare empatia può aiutare a capire e accettare i “diversi”; questo può aiutare a migliorare le Interazioni sociali per es. in situazioni di differenze culturali o etniche. La capacità empatica può inoltre essere di sensibile aiuto per offrire sostegno alle persone che hanno bisogno di cure e di assistenza, o di tolleranza, come nel caso dei sofferenti di AIDS, o di disordini mentali.
  9. Gestione delle emozioni: implica il riconoscimento delle emozioni in noi stessi e negli altri; la consapevolezza di quanto le emozioni influenzino i comportamento e la capacità di rispondere alle medesime in maniera appropriata.
  10. Gestione dello stress: consiste nel riconoscere le fonti di stress nella vita quotidiana, nel comprendere come queste ci “tocchino” e nell’agire in modo da controllare i diversi livelli di stress.

 

In sintesi l’OMS, con la promozione nelle scuole e nelle istituzioni formative non istituzionali, delle life skills, avvia una strategia di prevenzione attraverso processi di istruzione e di formazione, assumendone il concetto di salute del singolo come “stato di benessere psico-fisico e relazionale” in continuo divenire.

Dal mio punto di vista di “educatore” emotivo, assumono particolare importanza fra tutte: l’autoconsapevolezza, l’empatia e la capacità di gestire le emozioni.

Chiunque sia in contatto con il proprio mondo emotivo ha maggiore possibilità di utilizzare le emozioni per conoscersi e per “funzionare” meglio, può decidere se esprimerle, con quali modalità, per adattarsi alle situazioni invece che farsene dominare. Può inoltre, capire di più gli altri, tenere conto del loro stato emozionale gestendo quindi meglio le relazioni.

Al contrario chi non ha autoconsapevolezza rischia di “agire” le emozioni, mettendo in atto comportamenti a rischio per sè e per gli altri o di reprimerle e ignorarle, andando così incontro a nevrosi, malattie psicosomatiche etc. Le emozioni infatti fanno parte di noi e se ne impediamo l’espressione andiamo incontro alla sofferenza.

Un percorso di counseling può essere un ottimo strumento per apprendere “le competenze di vita”, scoprendo dentro se stessi tutte le risorse necessarie alla loro attuazione.

Counseling come “viaggio” di autoconoscenza all’interno di se stessi per ri-conoscere e sviluppare correttamente la propria emozionalità senza rimanerne imprigionati.

Avere consapevolezza emotiva si traduce dunque in una migliore opportunità di gestire le emozioni e i comportamenti conseguenti, il che influisce in modo notevole sulle relazioni. Quanto più siamo in grado di ascoltare,riconoscere ed accogliere le nostre emozioni , tanto più saremo in gradi di leggerle anche negli altri. Sapere decodificare le emozioni vissute dalle altre persone significa accoglierle in modo intimo e profondo, intuendo e capendo cosa stanno provando, cosa fa loro piacere o dispiacere….

Chi è più competente da un punto di vista emotivo è più probabile che sappia quando è il caso di parlare o tacere, di fare un gesto o stare a debita distanza, è più probabile che riesca ad andare oltre i comportamenti o le parole dell’altra persona quando è arrabbiata, che riesca a capirla e a darle empatia, a condividere con lei gioie e dolori….. Insomma ha maggiori chance di entrare in un rapporto di vicinanza autentica e profonda.

Il Counselor, “ascoltando attivamente” il cliente in maniera empatica, congruente, autentica, senza giudizio, inviandogli messaggi di rimando tali che la persona ha la certezza che il suo punto di vista è stato com-preso, diventa una sorta di “allenatore” dell’anima, una specie di “personal trainer” che agevola colui che gli si affida ad esprimere il suo vissuto prendendo con-tatto con il suo mondo interiore, assumendosi la responsabilità di ciò che prova per ri-trovare le capacità sopite e le risorse dimenticate.

Non puoi pretendere di cambiare ciò che ti rifiuti di affrontare ….

barca

Quante volte ascolto persone che mi raccontano che “basta! Così non ce la faccio più! Non è possibile che incorro sempre negli stessi sbagli, che le mie relazioni vadano sempre male, che il lavoro non decolli, che i miei sogni si dissolvano, che le mie amicizie spariscano. Voglio che qualcosa cambi!”

Fin qui tutto bene, poi alla mia domanda “cosa ti aspetti da questo percorso? ….. la risposta “che TU mi dica cosa e come devo fare per cambiare …. Tu sicuramente lo sai, fai questo mestiere … Io non lo so”

Beh, mi dispiace molto deludervi ma non funziona così …

Sarebbe bello poter andare da qualcuno che con un colpo di bacchetta magica e qualche incantesimo ci liberi dai nostri rigidi copioni che portano a reiterare sempre gli stessi comportamenti ingabbiandoci in stereotipie disfunzionali.

Per uscire fuori dai recinti che ci siamo costruiti con tanta maestria, bisogna tirarci su le maniche e affrontare i nostri mostri.

Stare con i piedi a mollo in quello che ci fa più male, per lasciarcelo finalmente alle spalle….

Fare pace con noi stessi accogliendo e accettando tutte le parti di noi che concorrono tutte insieme, nessuna esclusa, ad essere la persona unica che siamo ….. integrando i nostri opposti invece di farci continuamente guerra ….

Allora , qualcuno potrebbe obiettare:” ma tu che ci stai a fare se tutto il lavoro lo faccio io?”

Io ti accompagno in questo viaggio che ti farà ritrovare la parte più autentica di te stessa…

Ti accolgo incondizionatamente ….

Ti ascolto ….

Sono lì con te e per te ….

Ti aiuto a ritrovare le risorse che avevi momentaneamente perso sotto una tonnellata di detriti …

Ti agevolo nel riconoscere ed elaborare le emozioni difficili, fonte spesso, di quell’impantanamento che blocca il cammino evolutivo ….

Favorisco i tuoi atteggiamenti attivi e le tue potenzialità stimolando la tua capacità di scelta …

Il mio aiuto non è proporti facili soluzioni bensì accompagnarti nel togliere quegli ostacoli che impediscono ale tue energie di manifestarsi.

In una parola ti aiuto a Vivere anzichè farti vivere in modo che tu possa riprendere il comando della tua nave, offrendoti l’opportunità di esplorare altre rotte per rendere sempre più agevole la tua navigazione ….

Ricorda però che il timone è solo in mano tua e sta a te decidere dove portare la tua barca …. se lasciarla alla deriva su una secca o tentare una manovra per disincagliarla e riprendere il tuo viaggio verso nuove e verdeggianti terre …

Hai bisogno di uno spazio “tuo” , dove far chiarezza ed essere Ascoltata? Compila il modulo qui sotto …. io sono qui per Te.

 

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