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Parlando di Mandala ….

MANDALA DI TARA

Mandala di Tara

“Che lo sguardo di infinita compassione di Tara possa poggiarsi su ogni essere,
Possa la luce essere in tutti noi”

 

In occasione dell’inizio del piccolo corso formativo che Ri-trovarsi propone in modalità FAD, “pillole mandaliche: primi passi nell’Universo Mandala”, vorrei spendere qualche parola su questo strumento sacro e millenario che negli ultimi anni ha incontrato l’interesse di molte persone, più, però ahimè, a fini commerciali che non nel suo significato e utilizzazione originari.

Se proviamo a cercare il termine “Mandala” digitando su google oppure ci mettiamo ad esplorare un vocabolario specialistico, noteremo quanto sia difficile trovare una breve e completa definizione del suo significato.

Nella maggior parte dei casi il Mandala viene descritto come un “cerchio”, un “diagramma simbolico”, “uno schema rituale geometrico” o ancora in modo più semplicistico “un cerchio contenente un quadrato con un simbolo centrale”.

Oltre a questo potremo anche trovare ulteriori presentazioni che descrivono i Mandala come “simboli degli elementi cosmici utilizzati per supporto alla meditazione”, “modelli per particolari visualizzazioni” o ancora “strumenti per la scoperta di se stessi e per la meditazione del trascendente”.

Tutte queste definizioni che ho elencato contengono sì una parte di verità ma non sono sufficientemente esatte.

In linea di massima un Mandala (Kyil-khor) è un diagramma simmetrico, organizzato intorno ad un centro, e generalmente diviso in quattro quadrati uguali, esso è costituito da centri concentrici (Khor) e quadrati che hanno lo stesso centro (Kyil); in effetti una grande quantità di tracciati mandalici sono anche aiuti per la meditazione, la visualizzazione e l’iniziazione.

Il termine Mandala viene dal sanscrito e in tibetano è tradotta con Kyil-khor e letteralmente è una rappresentazione simbolica della “Dimora celeste di una divinità meditativa.”

Una importante fonte tibetana, menziona 4 tipi di mandala:

I Mandala esterni

  • Composti con polvere colorata
  • Dipinti su stoffa (Thangka)

Poi i Mandala prodotti durante la meditazione e infine il corpo inteso come mandala.

Essi sono una manifestazione del Buddhismo Tantrico e rappresentano il processo secondo cui il cosmo si è formato dal suo centro; attraverso un articolato simbolismo consentono una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente.

Come ausilio visivo alla meditazione, il Mandala viene usato dal discepolo per visualizzare in modo simbolico i diversi piani della realtà e le loro reciproche relazioni durante la cerimonia di iniziazione.

Il fine ultimo di tale cerimonia è la discesa della forza divina nel neofita che così trasfigurato si può aprire all’auto-rivelazione della deità che alberga dentro di lui facendolo diventare non più spettatore, bensì attore dell’eterno e ciclico movimento di emanazione e riassorbimento, espansione e contrazione del cosmo.

Da questo si evince come la sacralità sia elemento imprescindibile del diagramma mandalico. Sacralità che si dispiega nel riflettere, attraverso le sue geometrie, la parte più intima e profonda di noi stessi ove regna la nostra deità.

Affascinato da questa tradizione antichissima fu anche Carl Jung, il grande analista svizzero, che, sull’argomento ha scritto 4 saggi dopo aver studiato i Mandala per oltre venti anni.

“Ogni mattina schizzavo in un taccuino un piccolo disegno circolare, un Mandala che sembrava corrispondere alla mia condizione intima di quel periodo[…] Con l’aiuto di questi disegni potevo di giorno in giorno osservare le mie trasformazioni psichiche. […] Solo un  po’ per volta scoprii che cos’è veramente il Mandala : formazione, trasformazione della mente eterna e questo è il Sè, la personalità nella sua interezza”. C.Jung

Secondo Jung durante i periodi di tensione psichica figure mandaliche possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore.

Il simbolo del Mandala, quindi, per Jung, non è solo un’affascinante forma espressiva ma, agendo a ritroso, esercita anche un’azione su chi lo disegna perché in questo simbolo si nasconde un effetto contenitivo molto potente: l’immagine ha lo scopo di tracciare un “magico” solco intorno al centro, un recinto sacro della personalità più intima, un cerchio protettivo che evita la “dispersione” e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall’esterno.

Ecco che il Mandala diventa così il “contenitore dell’essenza” più profonda di chi lo pratica che entro i suoi confini può depositare tutto ciò che crea mal-essere e disordine trasformandone il caos attorno ad un centro aggregatore e unificatore.

Ma c’è di più; oltre ad operare al fine di restaurare un ordinamento precedentemente in vigore, un mandala persegue anche la finalità creativa di dare espressione e forma a qualche cosa che tuttora non esiste, a qualcosa di nuovo e di unico.

La psicologia analitica junghiana considera il Mandala una forma archetipica dell’inconscio, presente in tutte le culture e nella psiche individuale, dove rappresenta l’immagine simbolica del raggiunto equilibrio con il Sé, in una globalità interiore armonica ed equilibrata.

Il Mandala non basta dunque guardarlo e non è sufficiente neppure capirlo. Per essere “compreso”, deve essere praticato. Bisogna attraversarlo e lasciarsi attraversare.

E’ visibile ma rimanda all’invisibile, intessendo un’infinita rete di collegamenti e relazioni tra il manifesto e l’immanifesto, il conscio e l’inconscio, il particolare e l’universale.

Il Mandala è costruzione sintetica e dinamica volta a realizzare la convergenza dei piani dell’essere: dimensione cosmica, umana e divina trovano in esso la loro ricomposizione.

Poiché è l’integrazione dell’uomo nell’universo e dell’universo nell’uomo, psicogramma e cosmogramma che meravigliosamente si uniscono senza confondersi bensì mantenendo la loro unicità in un tutt’uno Indiviso.

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Crediti immagine: http://www.suryayoga.it/it/creazione-mandala-tara-prato.html

Materiali d’arte, elementi di vita.

PITTURA MANI

“Nella materia sono i grandi germi della vita e i germi delle opere d’arte” G.Bachelard

In latino il termine “materia” rimanda a “mater” cioè alle origini, a quello o al luogo da cui si deriva. Il termine “materiali” allora, proprio perché derivante da materia, è maggiormente legato ad un oggetto o ad un’opera e ne indica la materialità fisica, la struttura e anche il “significante” che veicola significati.

I materiali, infatti, non sono presenze prive di significato: essi hanno un’importanza fondamentale nella realizzazione di un’opera ed in quello che esprime. I materiali non sono elementi neutri, muti, fanno parte dell’oggetto ed entrano in un rapporto empatico con ciascuno di noi: quante volte, ad esempio, ci succede di cambiare sedia perché quella di plastica non ci piace.

Cambiando i materiali cambiano i sistemi percettivi ed emotivi e si attua una diversa comunicazione ed un diverso scambio simbolico.

“Nella materia sono i grandi germi della vita e i germi delle opere d’arte”, scrive Bachelard (http://it.wikipedia.org/wiki/Gaston_Bachelard ), e ciò è vero nella misura in cui ciascuno di noi porta dentro di sé un sentire cosmico, un universo fatto prioritariamente di materia, il corpo, e di elementi, quelli della natura, che rimandano ad un immaginario in perenne trasformazione, così come lo è la vita di ogni singola persona.

L’integrazione dell’Io nel tempo e nello spazio (noi siamo spazio, lo spazio del corpo e tempo, i ritmi e i bisogni del corpo), dipende dal modo in cui la madre “tiene” il neonato; la personalizzazione dell’Io dipende dal modo in cui il bambino viene “manipolato” e l’instaurazione della relazione d’oggetto da parte dell’Io dipende dalla presentazione degli oggetti (seno, biberon ..) grazie ai quali il bambino può trovare la soddisfazione ai suoi bisogni che sono prioritariamente fisici.

L’Io quindi è basato su un Io corporeo e, quando tutto va bene, cioè quando vi è un ambiente sufficientemente buono, il bambino comincia a legarsi al corpo ed alle funzioni corporee e la pelle ne diviene la membrana limitante.

Didier Anzieu (http://it.wikipedia.org/wiki/Didier_Anzieu ), nel suo libro “l’Io pelle”, sottolinea al’importanza che per il bambino ha la superficie dell’insieme del proprio corpo e di quello della madre, superficie che diventa oggetto di esperienze molto importanti per le qualità emozionali, per la stimolazione della fiducia, del piacere e del pensiero.

Non solo la pelle assume una funzione fondamentale costitutiva dell’Io, ma tutti i sensi partecipano a questa incredibile realizzazione dell’opera “persona”, creazione che, proprio a partire dalla sua fisicità, può assumere un posto nel mondo ed interagire con esso e con se stessa.

Il corpo rappresenta quindi il nostro primo materiale, quello con cui ciascun individuo crea, trasforma, realizza se stesso: esso è il medium con cui costruiamo e modifichiamo il mondo e da esso siamo costruiti.

Non solo attraverso i sensi noi entriamo in contatto con il mondo ed al contempo espandiamo l’area, la superficie, lo spazio di esplorazione del nostro corpo, di noi: ci impossessiamo anche di quello che ci circonda.

Noi possediamo e siamo posseduti attraverso i sensi, attraverso di essi il mondo entra dentro di noi, ci pervade a volte contro il nostro volere, evocando sensazioni e vissuti: è il mondo dei colori, delle forme, degli odori, dei suoni, dei sapori, del duro e del morbido, del liscio e del ruvido, del freddo e del caldo. E l’esperienza prima di ogni essere umano quella che viene evocata dai sensi attraverso l’esperienza con i materiali d’arte.

L’esperienza sensoriale rappresenta quindi il punto di partenza di ogni relazione con l’altro da sé e con l’ambiente che circonda ogni persona con la sua storia e i suoi vissuti.

Ed è proprio attraverso un’esperienza sensoriale che ogni soggetto può tornare ai propri vissuti ed elaborarli.

Questo è ciò che succede attraverso la pratica con i materiali d’arte: la possibilità di ritorno ad un livello affettivo e di trasformazione di quello che è avvenuto in funzione di un cambiamento di sé, anche nel mondo reale.

I materiali artistici inseriscono il cliente in un mondo dominato da processi corporei (toccare – accarezzare – manipolare – etc…) e proprio perché essi evocano un’esperienza particolare connessa al sentire psicocorporeo, ogni materiale genera una diversa reazione, istintiva e, a volte, inconsapevole, di piacere o disgusto, di desiderio o di paura a seconda che questa vada a toccare antiche risonanze e la maniera in cui queste sono state integrate nella vita adulta.

Ogni volta che i nostri sensi entrano in contatto con una spugna intrisa di colore, con un gessetto che si sbriciola, con l’angolo duro di una tela, con la brillantezza di un colore, con il rumore della matita su di una superficie ruvida o con l’odore della creta o della plastilina, siamo ricondotti ad esperienze sensoriali che evocano memorie corporee primitive.

Un materiale risulta adeguato quando evoca qualità sensoriali buone, quando può diventare sostituto di una relazione rassicurante, quando può colmare una mancanza e infine quando funge da attivatore del desiderio di sperimentazione e di conoscenza.

Ma le esperienze sensoriali possono anche essere collegate a situazioni negative da cui la persona cerca di tenersi lontana.

Se nella vita quotidiana la consapevolezza di quello che succede al suo corpo viene ignorata, nell’incontrarsi con il materiale artistico il cliente può far emergere la paura di sporcarsi, che diventa esprimibile e, a poco a poco, affrontabile.

A volte è compito dell’ARTcounselor trovare un modo attraverso cui le persone possono avvicinarsi piano piano ai materiali che temono.

Il materiale proposto, quindi, terrà conto delle necessità del cliente accogliendole e dando loro la possibilità di emergere, essere espresse e comunicate.

I materiali provvedono una giusta distanza dall’esperienza corporea stessa ma allo stesso tempo la veicolano; attraverso di essi ci si può avvicinare o allontanare da quello che preoccupa.

L’obiettivo è trovare un materiale che contenga il bisogno di esprimere anche la paura di ciò con cui si viene a contatto.

Ecco perché è così importante conoscere quale processo si attiva quando proponiamo l’uso di un certo materiale.

La seguente successione di eventi può favorire qualche spunto di riflessione:

  • Esperienza sensoriale del “qui e ora” => provocata dalle varie caratteristiche oggettive di ogni materiale.
  • Evocazione di esperienze sensoriali del “lì e allora” => collegate al mondo dei sensi e al vissuto infantile
  • Reazioni affettive-emotive, di cui la più basilare è “mi piace/non mi piace”
  • Evocazione di ricordi => che possono essere positivi o negativi.

La possibilità di passaggio da un’esperienza all’altra della sequenza è attivata dall’uso delle tre modalità di approccio del cliente al materiale artistico:

  • Modalità corporea => dove prevale il coinvolgimento dei sensi portando così la persona ad una esplorazione prettamente sensoriale.
  • Modalità formale => dove avviene un distanziamento da ogni esperienza sensoriale e in seguito simbolica. In questa modalità il cliente tratta il lavoro come se fosse un oggetto a sé son i suoi propri bisogni. L’obiettivo della persona in questa modalità è quella di dare una buona forma al suo prodotto.
  • Modalità narrativa-simbolica => in cui il cliente finalmente può raccontare il suo prodotto dandogli una valenza simbolica, qualcosa che va oltre la semplice forma, collegando i vari passaggi del processo con il malessere o l’empasse che stra provando in quel momento.

Può succedere che durante il lavoro il nostro cliente non riesca ad andare più in là della “modalità corporea”, sarà quindi il Counselor che cercherà, solo se sarà il caso e con molta delicatezza, di stimolare il passaggio alla modalità “formale” e/o narrativa-simbolica, per raggiungere i diversi livelli di esperienza del cliente in un tentativo di integrazione e confronto tra tutti e tre.

Lavorare quindi con i materiali rappresenta, quindi, un importante dialogo e scambio tra mondo interiore ed esteriore nonché la possibilità di testimoniare a sé e al mondo quello che è avvenuto andando a creare una narrazione materica della propria storia.

Attraverso l’opera creata si compongono, così, i frammenti della realtà percepita con la possibilità di intervenire su di essi per elaborarli.

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Liberamente tratto da:
M.G.Cocconi, L.Salzillo, A.Zanolli – Il bambino Creatore – Ed. FrancoAngeli
M.Della Cagnoletta – Arteterapia – Ed.Carocci

 

L’Artcounseling dal “come se” al “come é”

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Lavoro fatto durante un laboratorio di “pittura dell’Anima”

“ … uscire dallo spazio interno a quello esterno, affermare, estendere in esso la propria forma, è il primo atto di comunicazione involontario che diventa consapevole nella verifica della propria impronta: segno di sé che, nel compiacimento della traccia, si trasforma in segnale comunicativo della propria presenza …” Stefania Guerra Lisi

Riprendendo i vari post sulla creatività e i suoi benefici nel percorso evolutivo di ogni persona, ribadisco che nel momento creativo, in cui interiorità ed ambiente trovano un rinnovato singolare incontro, siamo immersi in uno stato psicofisico ove il pensiero, l’emozione, la corporeità, l’azione fluiscono in modo congruo, infondendo un profondo stato di ben-essere.

Almeno inizialmente è infatti più importante l’atto del produrre un’impronta creativa, che il suo impatto con un esterno (ArtCounselor) che solo poi potrà accompagnare l’utente nella decodifica del suo modo di incontrare e vivere la realtà.

Un percorso di ArtCounseling è rivolto verso la salutogenesi focalizzandosi sugli aspetti personali positivi di chi ci sta di fronte e sull’individuazione delle risorse disponibili, perseguendo il paradosso (e il risanamento da un mal-essere) come un “diventare ciò che si è”, attraversando i propri territori interni sperimentandoli, agendoli metaforicamente, piuttosto che cercando di liberarsene.

Qui emerge il valore che l’azione e l’esperienza diretta rivestono nel percorso di ArtCounseling, in cui la “scoperta” la formulazione e/o la risoluzione di un problema e quindi il cambiamento, derivano dal FARE (in questo caso artistico-espressivo) e da un processo di apprendimento esperienziale.

Il sistema-ambiente di vita in cui siamo inserito ci pone costantemente di fronte alla sfida del tempo e alla transitorietà dei confini, delle convenzioni e convinzioni ideologiche, sociali, culturali e affettive.

Cercare di promuovere il ben-essere e la qualità della vita individuale e collettiva intervenendo direttamente sui fattori coinvolti nella salutogenesi o su quelli legati alla genesi del malessere, in un sistema così fortemente connotato dalla complessità oltre che dalla fugacità delle certezze, o dalla tempestività dei cambiamenti, risulta un’impresa oltremodo faticosa.

La strada più fruttuosa sembra allora quella del potenziamento delle risorse e delle abilità nella soluzione di problemi complessi. In questo la riattivazione dell’espressione globale di sé attraverso il processo creativo può diventare la chiave di volta che consente al potere intrinseco individuale di manifestarsi appieno nella sua efficacia.

La comprensione del mondo e dell’altro passa necessariamente attraverso la conoscenza, la consapevolezza di sé e l’autosvelamento. La costruzione del Sé nel continuo oscillare, fluire, distruggere, trasformare dati esterni e contenuti interni, ritrova ripetutamente il segno della sua presenza, della definizione del suo confine, il compiacimento del suo esserci nella ES-PRESSIONE, nella traccia manifesta, il Sé si rende progressivamente visibile, nello spazio e nel tempo, a se stesso e agli altri.

E’ un diritto naturale quello di produrre, esprimere-imprimere nell’ambiente, il segno esclusivo dell’affermazione “IO SONO!” “IO SONO IN QUESTO MIO MODO!”, è un diritto naturale che però va riconquistato.

La vitale permeabilità dentro-fuori, la costante pulsazione aperto-chiuso, costituiscono il motore dell’esistenza, garantiscono il senso di pienezza e soddisfacimento quando ci si abbandona al movimento naturale impresso dal loro ritmo.

Altrettanto il semplice fluire può essere interrotto, il delicato confine può essere oltraggiato, deformato da ispessimenti difensivi, frammentato da buchi, da angoscia, da vuoti, vanificato dalla confusione tra un dentro che non si distingue più da un fuori, da una dolorosa assenza di collocazione spazio-temporale, o ancora fiaccato dall’estenuante combattimento con una “piccola grande ombra”.

Il processo artistico-espressivo attinge alla fantasia, alla ricchezza dell’analogia che consente di vivere “come se”, dando la possibilità di sperimentare personalmente qualcosa di nuovo, o da un nuovo punto di vista guardare una situazione conosciuta immersi in una dimensione spazio-temporale in cui il “severo guardiano del sé” per un momento chiude gli occhi, sta al gioco e ci consente poi di stupirci di essere stati proprio noi ad aver vissuto l’esperienza.

Questo ci offre l’opportunità di assumere un rischio, senza però dover rischiare troppo, con il vantaggio di poter poi trasferire il risultato dell’esperienza alla vita “come è”.

L’ArtCouseling come spazio del possibile

RED GALLERY GIOVANNA LENTINI

Giovanna Lentini – Red Gallery –

” … tutte le arti che pratichiamo sono un apprendistato di un’arte più grande: la nostra vita …”M.C.Richards

Sono almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo creativo nella produzione artistica possano avere una funzione di “therapeia”, intesa come “cura di sè”:

  •  La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
  • La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
  • La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.

Tutti e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.

Nel Counseling Espressivo la presenza di “oggetti” e il ruolo che questi assumono nel processo appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor e cliente e i processi di regolazione emozionale.

Quando si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, gesti, movimenti, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti sono più vicini a quello che la nostra attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare emergere in altro modo, un alter-ego della persona ed in quanto tale a tutti gli effetti ulteriore “soggetto” nel setting.

Simbolo, nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.

Nello sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.

Lo spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono appartenere all’esperienza artistica.

Il setting di ArtCounseling diventa, quindi,  uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato contenitore.

Il processo creativo si esplica in un vivere pieno di significati, in un adattamento alla realtà attivo. Non è l’espressione artistica che trasforma la realtà o che cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’”arte” che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma porta con sè uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.

Attraverso la regolazione delle emozioni è possibile così arrivare a nuove forme espressive che conducono alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che prima era impossibile cogliere.

L’energia vitale di Eros

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“La verità è come il sole, intorno al quale girano tutti i pianeti. Esso rimane sempre luminoso, anche se è spesso coperto dalle nuvole. Le nuvole sono il vostro orgoglio, la vostra ostinazione, la vostra paura, la vostra ignoranza, la vostra speranza di poter lottare contro il tempo. Ma nel momento in cui percepite la vostra verità, le nubi si disperdono e il caldo sole della vostra coscienza vi rigenera con la forza del benessere, con la gioia e con la pace …” Eva Pierrakos

 “ Simile ad un uccello dalle immense ali nere regnava la notte. Il suo grembo di tenebre si gonfiò all’alito fecondatore del vento, e così nel vuoto venne deposto un uovo d’argento. D’oro erano invece le ali di colui che, in virtù del suo essere collegato al vento, balzò presto fuori dall’Uovo e fu Eros, ‘ colui che rende manifesto ‘, il dio dell’amore, il più vecchio tra gli dei, ma nello stesso tempo sempre bambino, perché in grado di attingere eterna giovinezza dalla forza di ogni cuore che sperimenta l’impulso amoroso’. da Miti

Eros è la forza di creazione dell’universo. E’ l’energia primaria da cui tre origine ogni azione.

Può essere percepito come desiderio di espansione verso altre persone, e anche come desiderio di unione ed espansione dentro se stessi. Una crescita di sé genera invariabilmente il piacere. Imparare qualcosa, creare qualcosa, generare un’idea, un gesto, un modo originale di fare qualunque cosa, genera una corrente di piacere e di motivazione.

Vivere portando nella propria esperienza la forza di espansione di Eros è vitalizzante.

Eros significa osare, spingersi verso l’esterno. Significa anche godere di quello che c’è, chiudere il cerchio soddisfatti, un’alternanza di espansione e contrazione: la direzione verso l’esterno, con un movimento considerato maschile, di curiosità, di allargamento, di novità e la direzione verso l’interno, la notte, la riflessione, la conservazione dell’energia, il movimento femminile.

L’equilibrio tra questi due principi genera una vita sempre piena di eccitazione e contemporaneamente di pace e riposo.

Lasciar fluire la ricchezza della vita imparando ad inspirare ed espirare. Inspirare essendo grati dell’abbondanza dell’aria e della forza vitale che essa ci porta, sentirla scorrere dentro di sé, espirare ed essere felici di offrire la propria energia all’esterno, e infine riposarsi prima di ricominciare il ciclo della vita.

Dare, offrire la propria attenzione, la propria empatia, il proprio sostegno, la propria competenza lasciando liberi gli altri di accettare o meno, di gradire o meno.

Aprirsi per ricevere l’empatia, l’attenzione, il sostegno, la competenza, restando liberi di accettarla o meno, di gradire o meno, in una danza in cui i limiti personali restano chiari a livello della personalità e diventano rispetto per se stessi e per gli altri, senso di individuazione.

E, nella stessa danza, tutti i limiti si annullano, a livello delle essenze profonde, che si nutrono l’un l’altra e contribuiscono alla creazione dell’energia del Tutto ….

Desiderio inteso come guida per l’anima, sintonizzata non verso il nord di tutti, ma verso i desideri autentici, quelli che il conscio non sa riconoscere, ma che possono essere facilmente rintracciati da un’azione congiunta di conscio e inconscio.

Lasciarsi liberi di stupirsi di sé e degli altri ogni giorno: credo che questo sia anche l’Eros. La curiosità del nuovo che nasce dall’esperienza quotidiana. In fondo basta guardare la vita con occhi diversi, e la vita cambia. Smettere di incasellare gli altri nelle possibilità che ci hanno manifestato fino ad oggi, permettere loro di sentire la voglia di svelarsi, di rinnovarsi. E così fare anche con noi stessi.

Riconoscere le difese, per smettere di usare fiumi di energia verso un falso obiettivo, aprirsi per scoprire la vera direzione, quella che ci fa ballare l’anima e il cuore, e poi avviarci verso di essa con tutti gli strumenti meravigliosi che la natura umana ci mette a disposizione: un corpo ricco di sensazioni, un sistema emotivo fluido, acuto, sensibile, una mente complessa che sa lavorare su infiniti livelli, un cuore aperto pronto a cogliere la musica e dare inizio alla danza ….

Percezione e filtri

OBBIETTIVO

photo by: http://www.flickr.com/photos/mbaia/3053533264/

Ovunque siate, siete “qui”. Siete dove sentite di essere.

Sono i pensieri, le emozioni e le convinzioni a creare il paesaggio nella vostra “psiche”. E’ questo il vero luogo dove abitate, indipendentemente dall’indirizzo fisico.

Questo posto è creato dalla vostra percezione. Vedete ciò che, pur senza rendervene conto appieno, vi aspettate di vedere. La mente è molto abile nel cercare di applicare lezioni o esperienze acquisite nel passato alle circostanze attuali. Essa è abituata a identificare segni di pericolo e potenziale sofferenza. Ecco perché è così difficile modificare modelli di pensiero e di comportamento che possono essere serviti per proteggerci ad un certo punto della vita ma che non sono più adatti al momento presente.

La nostra mente, come quella di chiunque altro, filtra sempre e scarta i fatti che contraddicono le nostre convinzioni.

Per evolvere e ri-trovare la parte più vera di noi, è necessario lasciarci alle spalle questa prospettiva limitata che applichiamo alla nostra vita: bisogna diventare consapevoli dei filtri e imparare a cambiarli.  In questo modo potremo essere in grado di operare scelte diverse, di creare nuovi comportamenti, nuove vicende …

La percezione funziona così: il cervello impone significato e ordine a tutto quello che vediamo per renderlo comprensibile e per classificare, semplificandole, le molte informazioni confuse e contraddittorie che ci arrivano. La parte conscia della mente blocca molti dati sensoriali che colpiscono il cervello per un buon motivo: assorbendo tutto diventeremo folli. Non è possibile sperimentare tutto quello che ci circonda senza perdere del tutto l’orientamento.

Secondo gli scienziati   la mente umana è in grado di assimilare solo il 5% di ciò a cui è esposta, e questa percentuale è selezionata dal subconscio e organizzata dalla corteccia pre-frontale.

Da questo possiamo dedurre che i “filtri” sono utili tuttavia lasciare che siano solo loro a decidere quale sono le informazioni importanti e cosa può essere scartato significa fermarci in un punto, di riposo sì, dove però anche la nostra evoluzione si ferma.

Per poter crescere è necessario aprire la mente cambiandone i filtri per lasciare entrare nuove informazioni che portano nuove consapevolezze.

E’ attraverso i percorsi di crescita ed evoluzione che i clienti consapevolizzano i processi che li hanno spinti a certe scelte e come gli schemi che mettono in atto si ripetono e si rafforzano. Le persone, spesso, tendono a spostarsi da una situazione all’altra come in trance, negando la vera fonte della loro sofferenza, cioè le convinzioni distruttive e irrazionali che seminano il caos all’interno e influenzano la realtà esterna.

L’unico modo, quindi, per vederci così come siamo consiste nel prendere le distanze da quello che stiamo facendo all’esterno, focalizzando invece la nostra attenzione su quello che stiamo facendo a noi stessi.

Niente e nessuno se non la nostra mente ci trasporta nei campi tempestosi o nelle paludi melmose dove ci sentiamo sopraffatti. La nostra avventura si svolge sempre dietro l’obiettivo attraverso il quale la osserviamo.

Proviamo a fare un passo indietro fidandoci di noi stessi e prendendo il coraggio per vedere quello che è necessario vedere ….

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