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Che cosa voglio?

 

COSAVOGLIO

Sarebbe da stupidi, non credi? Passare una vita intera a desiderare qualcosa senza mai agire. (Dal film Blow)

In molti post di questo blog c’è il rimando a questa amletica domanda “Che cosa voglio?” che è il punto di partenza da cui iniziare per poi raggiungere quei famosi obiettivi nati proprio dall’ascolto dei nostri bisogni. Mai però ho dedicato un intero post alla domanda in questione, sollecitata dal week end di formazione che ho condotto,  vediamo un po’ dove mi porta la riflessione ….

Per molte persone è difficile rispondere a questa domanda. Questo è dovuto al fatto che , oltre non tenere in considerazione la nostra voce interiore, viviamo anche in tempi in cui abbiamo a disposizione una scelta pressoché sterminata di modalità di configurare la nostra vita.

Esiste una massima buddista che dice che i problemi dell’uomo dipendono in gran parte da tre tipologie di difficoltà che hanno tutte a che fare con la volontà:

  1. L’uomo vuole cose che non può ottenere
  2. L’uomo ottiene cose che non vuole avere
  3. L’uomo spesso non sa neppure di preciso che cosa vuole o non vuole avere!

Per risolvere questi problemi è consigliabile liberarsi di molte illusioni a cui ci siamo affezionati o di cui non ci siamo resi conto fino ad oggi.

Il famoso primo passo consiste nel rivolgere uno sguardo spassionato e realistico alla realtà della nostra vita, che viene quasi sempre alterata da quattro situazioni: desideri non ponderati, sogni irrealistici, aspettative inadeguate, traumi del passato irrisolti.

Spesso mi capita di sentire dai miei clienti: “Sento che nella mia vita dovrei cambiare qualcosa , ma non so esattamente che cosa. Tutto sommato sto bene e ho tutto quello di cui ho bisogno. Ma in realtà non è ciò che voglio veramente!”

Questa situazione porta di regola ad uno stato di confusione interiore che può rapidamente crescere e trasformarsi in una sorta di disperazione. Il che genera poi insicurezze ancora maggiori e delusioni riguardo all’”ingiustizia della vita”. Se si osservano queste dinamiche da una prospettiva interiore ci si rende facilmente conto di quanta energia la singola persona disperda in un simile processo. Un’energia di cui di fatto avrebbe bisogno per imboccare un cammino costruttivo.

La chiave per risolvere questa situazione consiste nella capacità di distinguere nettamente la propria realtà interiore dal quella prestabilita dall’esterno. Solo nel momento in cui si riconosce la modalità con cui i propri progetti interiori si distinguono dalle direttive provenienti dalla famiglia o dalla società può avere inizio il cambiamento.

Senza dubbio questo potrebbe significare anche liberarsi dall’idea che: se tutti lo fanno, sarà pure giusto. Non necessariamente!!! E’ vero che può essere giusto per alcuni o addirittura per molti, ma magari non per me! E se così fosse proviamo a domandarci: avremo il coraggio di opporci ad una travolgente maggioranza di familiari, amici, colleghi??? Ricordiamoci che è in gioco nientemeno che la NOSTRA VITA!!!!

Ecco un esercizio: cominciamo ad esaminare quelle concezioni o attività che possedete o avete eseguito da sempre. Scrivetele su un foglio e integratele con un commento: “va bene per me” o “non va bene per me”. Potete anche scegliere la formula: “è frutto di una mia convinzione” oppure “è solo l’opinione di …. ma non la mia”.

Di sicuro in una società sovrabbondante di stimoli non è sempre facile percepire la flebile “voce interiore” che parla alla propri anima. Quindi sarebbe assolutamente necessario concedersi ogni giorno alcuni minuti di silenzio. Per farlo, poi sarebbe utili trovare un posto adatto, tutto nostro. Fermare tutto …. Respirare …. e Ascoltare …. In modo da poter distinguere nel caos informe delle voci di sottofondo, la voce solista che piano piano affiora.

Chi si abitua ad ascoltare la sua voce interiore verrà a conoscenza di quello che vuole veramente. Acquisirà una chiarezza che avrà effetti positivi in due direzioni: in primo luogo eliminerà ogni dubbio sulle proprie intenzioni e secondo trasmetterà una forza che permetterà di attuare in maniera mirata quanto riconosciuto come personale verità……

 

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Martha Medeiros

Sulla consapevolezza dei nostri bisogni e desideri (II parte)

CONTROLLO EMOZIONI

Come si sviluppa questa non-consapevolezza nel sentire le emozioni?

A livello psicologico le persone riescono più o meno ad automatizzare il processo di spostamento della propria attenzione mentale dalle emozioni vissute come destabilizzanti.

A livello fisico questa mancanza di consapevolezza si può indurre in due modi.

Uno di questi è restringendo il respiro, cioè riducendo l’inspirazione. Ad esempio se qualcosa ci spaventa all’improvviso in genere inspiriamo bruscamente e poi ci paralizziamo, rimanendo in apnea. Possiamo bloccare l’inspirazione o l’espirazione a seconda della emozione che stiamo combattendo in quel momento. Quando reprimiamo la collera tendiamo a bloccare l’espirazione. Tutti i genitori sanno che i bambini si impediscono di piangere trattenendo il fiato. Anche queste reazioni, a lungo andare, possono essere automatizzate: in questo modo la persona finisce per non esserne più consapevole.

Il secondo modo per reprimere fisicamente la consapevolezza consiste nel contrarre i muscoli che sarebbero mobilizzati se l’emozione venisse lasciata affiorare e fosse espressa. Per esempio, chi spesso blocca la collera in genere ha gli avambracci contratti, perché sono quelli che userebbe per sferrare il colpo se si permettesse di sfogarsi fisicamente. I muscoli che vengono tesi ripetutamente per bloccare le emozioni finiscono per rimanere cronicamente contratti, al punto che la contrazione diventa parte della struttura fisica. Questa è l’ “armatura” corporea di cui parlava Wilhelm Reich .

Quando nasce la non-consapevolezza?

Quando i genitori trasmettono l’impressione che certe emozioni siano “inaccettabili”, insegnano al bambino che per conservare il loro amore e la loro approvazione deve pagare il prezzo della non-consapevolezza.

Provo a fare alcuni esempi: un bambino cade, si fa male, e il padre gli dice:” gli uomini veri non piangono”. Come prima cosa il bambino impara a non far vedere quando sente male e poi, quando la repressione si fa più profonda, a non accorgersi di avere male. Una bambina è arrabbiata con il fratello e la mamma dice:” quello che senti è molto brutto. Non devi avere questi sentimenti”. Nella bambina, la capacità di provare collera non è estinta, ma semplicemente sepolta sotto il livello di consapevolezza, pronta a causare danni inimmaginabili più tardi nella vita, quando eromperà in apparenza senza giustificazione nei contesti più disparati.

I genitori emotivamente inibiti, del tutto estraniati dalla propria vita interiore, tendono a produrre figli emotivamente inibiti. Non è una regola, ma nella maggioranza dei casi è così.

Se i genitori sono convinti che certi pensieri ed emozioni siano “cattivi” e contagiano con questa idea i loro figli, questi ultimi possono legare la propria stima di sé all’idea di avere i pensieri e le emozioni “giuste”. Questo è un modo sicuro per indurre il terrore della propria vita interiore e delle proprie motivazioni e per imparare a censurare quello che “non va”, cioè proteggersi con una corazza di non-consapevolezza.

Per molti bambini i primi anni di vita sono pieni di esperienza spaventevoli e dolorose. Un bambino può avere genitori che non soddisfano mai il suo bisogno di essere toccato, abbracciato, coccolato, che litigano in continuazione, che evocano deliberatamente la paura e il senso di colpa come mezzo per esercitare il controllo, che oscillano tra una sollecitudine eccessiva e il disinteresse più totale, che lo trascurano, che lo criticano e rimproverano in continuazione, che lo sommergono di affermazioni strambe e contraddittorie, che si aspettano da lui cose in netto contrasto con le sue conoscenze o necessità, che lo sottopongono a violenza fisica, che scoraggiano i suoi sforzi per affermare se stesso. Il bambino può quindi vivere la propria paura, collera o sofferenza come mutilante e così, per sopravvivere e poter funzionare, impara l’intorpidimento fisico. Il contatto diretto con il proprio stato interiore è vissuto come insopportabile e pericoloso. La consapevolezza è vissuta come insopportabile e pericolosa.

Paura, dolore e collera non vengono riconosciuti, vissuti, espressi e quindi nemmeno abbandonati. Rimangono congelati nel corpo, barricati dietro mura di tensione fisica e psicologica. E si installa uno schema che andrà ripetendosi ogni volta che la persona è minacciata da un’emozione in grado di intaccare l’equilibrio dell’intorpidimento.

Tuttavia non reprimiamo solo i sentimenti negativi. Quando si viene anestetizzati in preparazione ad un intervento chirurgico, non è solo la capacità di sentire dolore a venire sospesa, ma anche quella di provare piacere. Lo stesso accade con la repressione emotiva.

Ovviamente la repressione si può attuare in vari gradi a seconda di quello che vogliamo sotterrare. Ma una cosa vale per tutti, e cioè che diminuire la capacità di sentire il dolore vuol dire anche la capacità di provare piacere …..

se ti va continua a seguirmi …..

Sperare è potere …..

speranza 1

La mia autostima alimenta la speranza. Solo se mi riconosco, se mi considero di valore, se mi reputo degno di felicità, se sono consapevole delle mie potenzialità e della forza che posso esprimere, sono anche in grado di desiderare.

La speranza è desiderio e configura un futuro auspicato, ma incerto nella sua realizzazione. La speranza può assumere le forme immaginarie di uno scrittore, la visione di un leader, la strategia di un giocatore, i sospiri di un innamorato. In tutti i casi è movenza attiva e non semplice attesa.

Per scatenare le migliori energie, la speranza deve fare i conti con il principio di realtà, ovvero è necessario ancorare i desideri al possibile e al potenziale. La speranza è tale solo se configura un’utopia possibile, un luogo che non è presente, ma è realisticamente raggiungibile.

E’ la speranza di Colombo, armato di centinaia di mappe, di infiniti giorni di calcolo, di equipaggi professionali, di navi forti e capaci di solcare tempeste, e soprattutto delle sue capacità di navigatore.

Colombo è stato protagonista di un incredibile fallimento: doveva cercare la strada più breve per le indie, ha trovato quella più lunga ……  Ma anche nel fallire possiamo ottenere risultati inaspettati!

E’ il principio di realtà che trasforma l’utopia in programma, obiettivi, strategie di azione. In questo senso la speranza è un fatto di prassi, si azione di iniziativa, di espressione concreta dei propri sogni, di analisi attenta del reale.

Ma l’analisi del reale non è mai soggettiva. La speranza permette all’osservatore di avere una visione attiva della realtà, dal punto di vista del suo possibile cambiamento.

Colui che spera cerca nella realtà le leve che possano permettere di realizzare quello che desidera. La fondazione pratica della speranza dipende dal numero di alleati che riesce a mobilitare intorno a sé. La presenza o assenza di alleati rappresenta l’ecologia della speranza.

Come il pessimista non farà altro che cercare conferme alla sua impotenza, colui che spera cerca indizi che lo conducano alla meta. Mosso dalla volontà di realizzarsi, cercherà nella realtà tutte le opportunità per farlo.

Colui che non ha desiderio, cercherà nella realtà chi gli offre prima un lavoro, qualunque esso sia. Il pensiero caricato dalla speranza, non può contemplare l’esistente, non può fermarsi e osservare; è carico di azione potenziale.

Viviamo in uno dei paesi più ricchi del mondo, eppure sembra che non ce ne accorgiamo …. Se alziamo lo sguardo in cerca di modelli, possiamo vedere centinaia di migliaia se non milioni di uomini e donne che si muovono sul pianeta mossi dalla speranza di una vita migliore. Sfidano stati canaglia, mafiosi senza scrupoli, mari in tempesta, popoli pregni di razzismo, perché animati dalla speranza. Invece di averne paura dovremmo imparare da loro …

La speranza è vita attiva !!!!!

I sogni son desideri …..

SOGNI 3

Ognuno di noi racchiude dentro di sé la persona che è, che è orgogliosa di essere, consapevole delle proprie capacità ma. Soprattutto, dei propri limiti.

La sfida quotidiana è essere ciò che siamo senza vergognarsi di non sapere, di non potere o di non volere. Detto così sembrerebbe il compito di un supereroe ma non lo è.

L’”essere o non essere” di ciascuno consiste nel riuscire a rispondere, a se stessi e agli altri, su quanto fatto con i nostri sogni.

La nostra vita è piena di sogni, sogni propri, presi in prestito, umili, di grandezza, imposti, dimenticati, terribili o incantevoli. Ma una cosa è sognare e un’altra rendersi conto di ciò che facciamo con i nostri sogni.

I sogni sono la visione di qualche cosa che non esiste ancora, che ci sembra invitante e che ci chiede di farla diventare realtà. Se mi lascio affascinare dal sogno e comincio a pensare “come sarebbe bello …”, tutto questo potrebbe trasformarsi in una fantasia, ovvero in un sogno ad occhi aperti del quale sono cosciente, che posso evocare, pensare e persino condividere.

Poter affermare “come sarebbe bello …” significa che il sogno è diventato qualcosa di più vicino.

Se poi mi provo questa fantasia, se la indosso come se fosse una giacca e vedo che mi sta bene, allora si può trasformare in un’illusione. A questo punto, dopo averla provata e aver fatto mia l’immagine sognata, non solo la penso in termini di “come sarebbe bello ..”, ma anche “come mi piacerebbe …”. Illudersi significa proprio questo: impadronirsi di una fantasia.

Ma l’illusione è come un seme. Se l’innaffio, la curo e la faccio crescere, è probabile diventi un desiderio. E’ così che il “come sarebbe bello…” diventa “voglio”.

I nostri sogni sono dunque in grado di evolversi dall’incoscienza iniziale, fino alla pretesa di trasformarsi in desiderio cosciente, senza perdere il contenuto con il quale sono nati.

Fortunatamente la storia non finisce qui; al contrario, è proprio dal desiderio che comincia la parte migliore. Questi ultimi infatti non fanno altro che accumulare l’energia necessaria per intraprendere l’azione.

Cosa ci succederebbe se i desideri non si trasformassero mai in un comportamento concreto? Fondamentalmente due cose; accumuleremmo sempre più energia che, senza via d’uscita, finirebbe prima o poi, per esplodere in una qualche azione sostitutiva o bloccheremmo i nostri interessi e i nostri bisogni per non continuare a sovraccaricare il sistema intimo di armonia psichica. Tutto questo potrebbe spiegare perché se un sogno rimane nascosto e represso può finire per diventare un desiderio che ci fa ammalare, trasformandosi in un sintomo.

Il desiderio altro non è se non la batteria, il nutrimento, il combustibile di ognuno dei miei comportamenti, e acquista senso solamente quando riesco a trasformarlo in azione.

Il desiderio da solo svolge una funzione effettiva se incanala il mio comportamento verso l’azione che lo soddisfa e, per questo, la nostra mente adulta lavora (o sarebbe meglio che lavorasse) in modo costante per trasformare ogni desiderio in azione.

Per essere più incisivi: ogni cosa che faccio e ogni azione che decido di fare è motivata da un desiderio sia che io riesca a identificarli o meno.

Essere più consapevoli di questo processo è uno degli obiettivi di un percorso di Counseling. Costruire azioni coerenti con questi sogni convertiti in desideri, ne è un altro.

Essere capace di scegliere consapevolmente e responsabilmente fra due desideri contraddittori, è l’ultimo e spesso il più difficile.

Molti disagi della nostra vita nascono proprio da desideri repressi e insoddisfatti; sciogliere il nodo , ri-trovare il bandolo della matassa, senza vergognarsi di chiedere aiuto, può farci trovare il cammino che i nostri sogni ci avevano promesso…….

A proposito di focus

focus

“Accadono sempre le cose in cui crediamo veramente

ed è la nostra fedea rendere possibile

ciò in cui crediamo”. F.Lloyd Wright

 

Se vi è capitato di desiderare un’auto nuova, molto probabilmente, dal momento in cui avete deciso di focalizzarvi su quel pensiero, avete cominciato a vedere la “vostra” auto dappertutto: sui cartelloni pubblicitari, sui quotidiani, sulle riviste.

Questo fenomeno non avviene per caso, capita frequentemente, in diverse occasioni.

Le donne che attendono un bambino, una volta accertato il proprio stato, si accorgono improvvisamente che sull’autobus, in metropolitana, ovunque si spostino, ci sono molte più mamme in attesa di quanto lascerebbero credere le statistiche.

Non si tratta di una semplice coincidenza. Il fatto è che l’Universo comprende una moltitudine di segnali. Quei segnali, che ora ci sembra di cogliere la prima volta con tanta nitidezza, sono stati sempre presenti, nulla è cambiato in loro. L’unica cosa che è cambiata è il nostro “focus”. Adesso che la questione ci tocca da vicino, ecco che, improvvisamente, abbiamo polarizzato la nostra attenzione verso qualcosa di specifico e , come se fossimo diventati un potente magnete, incominciamo ad attrarre verso di noi proprio ciò su cui ci siamo concentrati.

Da tutto questo possiamo quindi imparare che è molto più efficace concentrarci su quello che desideriamo piuttosto che su quello che volgiamo evitare. Se guidiamo per una strada di montagna, sarà sicuramente meglio concentrarci sulla strada piuttosto che sul burrone. Detto così sembra ovvio,ma non è sempre così che vanno le cose.

La saggezza popolare è tutta racchiusa nel proverbio “Chi cerca trova”. Potendo scegliere, scelgo di cercare cose belle, così le troverò.

Abbiamo già visto in post precedenti l’importanza del dialogo interno nel trasformare le nostre credenze limitanti in convinzioni potenzianti le nostre risorse per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, la base di questo è costituito dalle immagini mentali.

“L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima della attrazioni che la vita ci riserva”. A,Einstein

Per concentrarci su qualcosa, normalmente utilizziamo la nostra fantasia attraverso immagini e parole. Queste ultime costituiscono quell’incessante chiacchiericcio della mente che abbiamo chiamato appunto “dialogo interno”.

I buddhisti paragonano la mente ad una scimmia chiassosa, che si lancia continuamente da un ramo (pensiero) all’altro, senza mai darsi tregua. Provate a fermare il corso dei vostri pensieri anche solo per qualche istante. Sembra quasi impossibile.

Il successo che, in Occidente, sta riscuotendo la meditazione orientale deriva per l’appunto dalle condizioni di stress in cui tipicamente viviamo. Lo stress è l’effetto, la causa è la “scimmia chiassosa” che è andata fuori controllo. Da qui l’esigenza di svuotare la mente per poi riempirla solo di quello che ci serve. E’ come se volessimo fare le grandi pulizie e riordinando la nostra casa. Il tipo di immagini e pensieri che scegliamo determina, infatti, ciò che alla fine otteniamo.

Eppure, la maggior parte di noi trova difficile scegliere su che cosa sia meglio focalizzarsi. Addirittura, a volte, crediamo di essere concentrati sul nostro obiettivo e di aver lavorato per ottenerlo, ma, alla fine, ci ritroviamo delusi. Perché???

Immaginiamo che i pensieri e le emozioni che attraversano il nostro cervello siano come i rami e le foglie di un albero. Le radici altro non sono che un groviglio di credenze e di fantasie. Molte di queste sono negative e si sono formate in seguito a ciò che gli altri, specialmente le persone per noi più importanti, ci hanno detto o fatto nel corso della vita.

Queste storie, queste convinzioni si sono intrecciate fra loro, in modo da formare una sorta di sceneggiatura, che ha finito per determinare il modo in cui ora noi pensiamo ed agiamo. Il più delle volte non siamo nemmeno consapevoli di queste rappresentazioni mentali. Ciononostante, ci siamo così identificati in questa o quella rappresentazione da limitare le nostre potenzialità: “ormai sono fatto così e non c’è nulla da fare” è un’affermazione rivelatrice.

Oppure, a volte, potremmo affermare, in perfetta buona fede: “Ho provato a cambiare, ma non c’è verso. Con me non funziona”. In realtà spesso, pensiamo di migliorare, semplicemente potando i rami. Tuttavia, se non arriviamo a scalzare le radici, saremo sempre prigionieri della nostra vecchia storia.

Per questa ragione, è importante acquisire la piena consapevolezza del proprio dialogo interno, ed è ancora più importante convincersi che non dobbiamo necessariamente credere ai messaggi che noi stessi generiamo, anzi, possiamo ascoltarli e metterli in dubbio ogni volta che lo desideriamo.

La focalizzazione più efficace implica l’uso di immagini mentali e di un dialogo interno orientato verso ciò che desideriamo. L’ideale sarebbe sentirsi da subito “come se” l’obiettivo fosse già raggiunto. Questo non significa dare per scontato un successo senza impegno, anzi vuol dire esattamente il contrario. L’agire trova la propria motivazione nel sentirsi così vicini alla meta che vogliamo raggiungere. Se, viceversa, non riesco ad immaginare la fine del tunnel, non so dove sto andando, o addirittura penso che il successo sorrida a tutti meno che a me, è estremamente probabile che si avveri il mio progetto fallimentare.

Come sempre, per focalizzarsi efficacemente su qualcosa, occorre prima aprirsi, sospendere il giudizio e ascoltare. La difficoltà che incontriamo nel perseguire i nostri obiettivi deriva proprio dal fatto che siamo noi i primi a non credere di poterli raggiungere.

Ora per mettere un po’ in pratica quello che ho detto,se ti va, prova a fare questo esercizio.

  • Immagina di andare ad un colloquio di lavoro o ad una riunione importante e di essere un po’ nervosa. Quale stato emotivo potrebbe esserti utile?
  • Ora dì come vorresti sentirti, usando un linguaggio positivo (ad esempio: “Vorrei sentirmi sicura”.)
  • Adesso pensa ad una situazione in cui ti sei sentita così (o immagina come potrebbe essere).
  • Osserva tutte le sensazioni che avevi in quell’occasione (o che ti piacerebbe provare).
  • Ora utilizza la tecnica del “come se”, portando tutte quelle sensazioni positive nella situazione difficile che dovrai affrontare.

Se hai voglia di confrontarti mi puoi scrivere gabriella.costa.damore@gmail.com ed io sarò felice di risponderti.

La fame dell’altro

mani unite 2

“Là siamo stati,

ma non so dire dove..”

Thomas S.Eliot

Continuando il viaggio nella terra dell’innamoramento arriviamo alla tappa dell’esaltante incontro tra i corpi.

Quando si ama si patisce la fame. La fame è fame dell’altro, è desiderio, passione pura. La fame degli inizi è devastante, atavica, è una fame primordiale, che si fa sentire violentemente e chiede continuamente di essere saziata :”ti mangio di baci”. Si dice:”sentire i morsi del desiderio”, così come “sentire i morsi della fame”. Si parla di sesso e d’amore come si parla di cibo. Si vuole magiare l’altro, sempre.

Mangiare e fare l’amore sono parenti stretti, per molti motivi. Condividere il pasto, mangiare insieme, è un atto molto intimo. Quando si mangia con una persona la si sta accogliendo, si crea una comunicabilità particolare.

Quelli che si amano si divorano, sono l’uno il pasto dell’altro. Si mangiano per mischiarsi, per fondersi, per legarsi definitivamente (“voglio diventare te e voglio che tu diventi me, almeno per un momento”). Il sesso è la via. Da lì si passa per forza: nell’incontro amoroso ci si va a sciogliere l’uno nell’altro, si perde, temporaneamente, il proprio confine.

Divorare l’altro e farsi divorare. E’ qui che si gioca la partita: la pelle non mente. E’ qui che si ri-conosce reciprocamente un’altra volta, una volta per tutte.

E’ in questa fame che il segreto, l’enigma custodito dall’altro, quel qualcosa che sempre ci sfugge, si costituisce come una continua sfida. Vuoi andare continuamente a vedere, vuoi afferrare l’inafferrabile, vuoi frugare oltre il confine della pelle, vuoi scovare il vero dove il corpo non può mentire.

Il sesso è banchetto gioioso, è una festa. Il tempo degli inizi è tempo di grandi scorpacciate. Non sei mai stanco, scopri energie insospettate. Scopri anche un sottile patimento: mangi, mangi ma non sei mai sazio.

C’è una tensione continua nel desiderio. Uno stare sulla corda che fa patire. Si soffre l’altro. Perché tanto più gli andiamo vicino, tanto più sentiamo che non potremo mai, davvero, afferrarlo.

“Trovare”, scrive Aldo Carotenuto, “significa poter perdere”. Aver paura della perdita, sperimentare continuamente l’angoscia del distacco sono il corredo inevitabile del desiderio, della passione.

Sempre, anche quando l’altro c’è, è lì per noi, anche negli amori felici che durano una vita. Il fantasma del distacco ci tocca in dote, fa parte del pacchetto tutto compreso. D’altronde la posta in gioco è altissima; sul piatto c’è il nostro stesso esistere.

Nell’amore, ha detto qualcuno, “siamo fatti vivi da un’altra persona”. Nell’amore noi esistiamo perché siamo visti, perché l’altro ci vede, perché ci crea con il suo sguardo.

Nell’incontro fisico, poi, il corpo di chi amiamo ci fa incontrare e trovare il nostro stesso corpo, ci rivela che abbiamo carne, sangue e cuore.

La passione ci concede felicità, ci fa scorazzare liberi in un giardino di delizie, ma ci fa anche affacciare sull’orlo di un abisso. Necessariamente. E’ il suo risvolto, il corollario inevitabile.

Nessuno, a questo punto della storia, ci dice che faremmo meglio a godere di questa perenne inarrivabilità, di questo appetito mai sazio. Nessuno ce lo dice, e anche se ce lo dicessero, siamo sinceri, non servirebbe a molto.

Su quell’attimo perfetto, per alcuni è inevitabile, ci si vorrà ad un certo punto costruire sopra la vita intera. Si sentirà la forza sconsiderata di scommetterci, di cercare di annullare completamente la distanza che ci separa dall’altro, di chiudere il cerchio e saziare la fame.

Molto probabilmente si andrà dritti a schiantarsi contro le cose del mondo, poi. Quando lontano è questo poi dipende da molte, moltissime cose …..

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