La fame dell’altro

mani unite 2

“Là siamo stati,

ma non so dire dove..”

Thomas S.Eliot

Continuando il viaggio nella terra dell’innamoramento arriviamo alla tappa dell’esaltante incontro tra i corpi.

Quando si ama si patisce la fame. La fame è fame dell’altro, è desiderio, passione pura. La fame degli inizi è devastante, atavica, è una fame primordiale, che si fa sentire violentemente e chiede continuamente di essere saziata :”ti mangio di baci”. Si dice:”sentire i morsi del desiderio”, così come “sentire i morsi della fame”. Si parla di sesso e d’amore come si parla di cibo. Si vuole magiare l’altro, sempre.

Mangiare e fare l’amore sono parenti stretti, per molti motivi. Condividere il pasto, mangiare insieme, è un atto molto intimo. Quando si mangia con una persona la si sta accogliendo, si crea una comunicabilità particolare.

Quelli che si amano si divorano, sono l’uno il pasto dell’altro. Si mangiano per mischiarsi, per fondersi, per legarsi definitivamente (“voglio diventare te e voglio che tu diventi me, almeno per un momento”). Il sesso è la via. Da lì si passa per forza: nell’incontro amoroso ci si va a sciogliere l’uno nell’altro, si perde, temporaneamente, il proprio confine.

Divorare l’altro e farsi divorare. E’ qui che si gioca la partita: la pelle non mente. E’ qui che si ri-conosce reciprocamente un’altra volta, una volta per tutte.

E’ in questa fame che il segreto, l’enigma custodito dall’altro, quel qualcosa che sempre ci sfugge, si costituisce come una continua sfida. Vuoi andare continuamente a vedere, vuoi afferrare l’inafferrabile, vuoi frugare oltre il confine della pelle, vuoi scovare il vero dove il corpo non può mentire.

Il sesso è banchetto gioioso, è una festa. Il tempo degli inizi è tempo di grandi scorpacciate. Non sei mai stanco, scopri energie insospettate. Scopri anche un sottile patimento: mangi, mangi ma non sei mai sazio.

C’è una tensione continua nel desiderio. Uno stare sulla corda che fa patire. Si soffre l’altro. Perché tanto più gli andiamo vicino, tanto più sentiamo che non potremo mai, davvero, afferrarlo.

“Trovare”, scrive Aldo Carotenuto, “significa poter perdere”. Aver paura della perdita, sperimentare continuamente l’angoscia del distacco sono il corredo inevitabile del desiderio, della passione.

Sempre, anche quando l’altro c’è, è lì per noi, anche negli amori felici che durano una vita. Il fantasma del distacco ci tocca in dote, fa parte del pacchetto tutto compreso. D’altronde la posta in gioco è altissima; sul piatto c’è il nostro stesso esistere.

Nell’amore, ha detto qualcuno, “siamo fatti vivi da un’altra persona”. Nell’amore noi esistiamo perché siamo visti, perché l’altro ci vede, perché ci crea con il suo sguardo.

Nell’incontro fisico, poi, il corpo di chi amiamo ci fa incontrare e trovare il nostro stesso corpo, ci rivela che abbiamo carne, sangue e cuore.

La passione ci concede felicità, ci fa scorazzare liberi in un giardino di delizie, ma ci fa anche affacciare sull’orlo di un abisso. Necessariamente. E’ il suo risvolto, il corollario inevitabile.

Nessuno, a questo punto della storia, ci dice che faremmo meglio a godere di questa perenne inarrivabilità, di questo appetito mai sazio. Nessuno ce lo dice, e anche se ce lo dicessero, siamo sinceri, non servirebbe a molto.

Su quell’attimo perfetto, per alcuni è inevitabile, ci si vorrà ad un certo punto costruire sopra la vita intera. Si sentirà la forza sconsiderata di scommetterci, di cercare di annullare completamente la distanza che ci separa dall’altro, di chiudere il cerchio e saziare la fame.

Molto probabilmente si andrà dritti a schiantarsi contro le cose del mondo, poi. Quando lontano è questo poi dipende da molte, moltissime cose …..

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