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Le cause di fallimento più comuni

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“Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio.” S.Beckett

Secondo autorevoli ricercatori quali Robert Sternberg, conosciuto dai più per la sua teoria triarchica dell’amore , possedere buone abilità in generale non vuol dire non commettere mai errori, ma riuscire ad imparare dagli errori compiuti in passato in modo da non ripeterli nel futuro.

Fra le cause dei nostri fallimenti, una delle più comuni consiste nella incapacità di tradurre il pensiero in azioni concrete. La cultura occidentale di cui facciamo parte accetta come un dato ormai acquisito la separazione tra il pensiero e l’azione; nel tentativo di migliorarci oppure per timore di sbagliare, tendiamo a riflettere sulle azioni commesse ieri e a pensare in anticipo alle azioni che faremo domani.

Potremmo chiamarla la strada dei rimpianti e delle occasioni perdute, poiché in questo modo non si fa altro che pensare a cosa avremmo fatto se ci fosse stata offerta un’altra opportunità, cadendo non di rado in dilemmi dal sapore amletico.

Nonostante le buone intenzioni le idee generate in questo modo si rivelano alquanto improduttive, dato che difficilmente si tradurranno in azioni efficaci: si tratta dell’esatto contrario del “cogliere l’attimo fuggente”, poiché a forza di chiedersi quale sia l’occasione giusta non si riesce a raggiungere alcuno scopo importante nella vita.

Strettamente legato a questo troviamo la mancanza di motivazione che affligge quanti non riescono a dare forza alle loro scelte che finiscono per rimanere solo proiezioni in un tempo indeterminato che prima o poi verrà quando tutte le congiunzioni astrali saranno al posto giusto.

Chi si affida solo a motivazioni esterne, come ad esempio l’approvazione dei genitori, per perseguire i propri obiettivi, alla lunga perde di vista il significato delle proprie azioni e tende anche ad arrendersi prima del tempo, mentre chi riesce a motivarsi all’interno prova un interesse reale e sincero per quello che fa.

Anche il rimandare continuamente l’inizio di un’attività rientra tra i fattori in grado di diminuire fortemente il coinvolgimento della persona, la quale appare impaurita di fronte alle responsabilità richieste per portare avanti un compito.

Consideriamo ad esempio il caso di uno studente universitario che non riesce a terminare gli studi perché si è arenato al momento di dover elaborare la tesi conclusiva. Piuttosto che prendersi l’impegno di scrivere la tesi, preferisce rimandare il suo incontro con le responsabilità tipiche dell’essere adulto, come trovare un lavoro e il non essere più dipendente economicamente dai genitori.

Sul piano interpersonale, la paura di cominciare una relazione pienamente coinvolgente, fatta anche di impegno, attanaglia tutti quelli che non riescono oppure non vogliono andare oltre una conoscenza superficiale del partner di turno e che sono abituati a terminare le relazioni prima che queste diventino qualcosa di più serio.

A questi ostacoli Sternberg ne aggiunge un altro, forse più subdolo dei precedenti ma altrettanto frequente: l’eccessiva fiducia riposta nelle proprie abilità  cognitive ed emotive, oppure al contrario la totale mancanza di essa.

Mentre sembra intuitivamente corrispondete al vero che chi non possieda almeno un minimo di fiducia nelle proprie abilità soltanto con estrema difficoltà potrà raggiungere degli obiettivi concreti nella vita, meno comprensibili ci appaiono i danni che un eccesso di fiducia in se stessi possono provocare.

In realtà, la mancanza di umiltà impedisce di prendere atto degli errori compiuti, svolgendo così la funzione di freno al raggiungimento dei risultati che ci aspettiamo.

In ultima analisi il fallimento è qualcosa che fa parte della vita, l’importante è sapersi rialzare, prendersi le proprie responsabilità non avendo paura di mettersi in gioco.

“Fear of failure must never be a reason not to try something.” Frederick Smith

Esercizio “per essere positivi”

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“Conta i fiori del tuo giardino, mai le foglie che cadono” Romano Battaglia

Spesso l’infelicità è provocata da una bassa fiducia in noi stessi, e il mio blog è pieno di post che trattano questo argomento. Essa trae origine da un bilancio poco obiettivo e dalla sopravvalutazione degli episodi in cui non siamo stati all’altezza della situazione o delle aspettative o per entrambi i motivi.

Se cominciamo con il domandarci se siamo incapaci o falliti, è naturale che andremo in cerca proprio dei casi in cui abbiamo fallito. Ovviamente ne scopriremo molti. Questa scoperta, e il conseguente inevitabile pessimismo sono facilme nte evitabili.

Prendete un foglio di carta e provate a scrivere la soluzione per come poter evitare di pensare ai “fallimenti” e poi continuate a leggere ……

C’è una strategia cognitiva molto efficace che dice: cerca, basandoti solo sui casi positivi.

Sbagli approccio se la tua domanda parte dal chiederti dove hai fallito.

Parti sempre pensando dove hai vinto o dove sei stato all’altezza delle tue aspettative, ricordandoti che siamo comunque esseri limitati.

Quando una persona inizia a domandarsi se la sua vita è un fiasco, comincia a riandare al suoi passato e a scoprire una sequenza sterminata di “fallimenti” (che io preferisco chiamare “errori di percorso”). Si autoconvince che è più o meno un fallito, abbassa la sua autoimmagine e tende ad etichettarsi come un incapace.

A questo punto tutti gli episodi della sua vita presenti e futuri che sembrano dargli ragione, rinforzeranno la sua autodiagnosi e andrà avanti così di “profezia” in “profezia”.

Tutti gli episodi che invece gli darebbero torto non vengono nemmeno presi in considerazione, perchè non è di questo che si parla.

Prova ora a stilare una lista di tutte le volte che ce l’hai fatta, tienila a portata di mano e quando senti di cadere nel circolo vizioso del “io sono una fallito” rileggila ……

“Non guardare se il tuo bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Guarda quanta luce c’è nel vetro.” Fabrizio Caramagna

Sul perfezionismo “normale” e “patologico”

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“ La felicità non sta nella ricerca della perfezione Bensì nella tolleranza dell’imperfezione ..” Yacine Bellik

La nostra società usa regolarmente i termini “eccellenza” e “rendimento”, certamente utili per progredire e affrontare le sfide che ci vengono incontro: sviluppare una struttura, evolvere sul piano personale o collettivo. Questi termini puntano ad un miglioramento, il quale ha inizio da una visione … ci ciò che possibile. A mettere il bastone tra le ruote , a questo processo di per sé naturale, è la comparsa di un effetto perversi e il fatto che il rendimento cessi di essere un mezzo per diventare un fine in sé.

Il rendimento serve a conseguire un successo, a raggiungere un obiettivo magari difficile, ma realizzabile e concreto. Ne nasce allora un’intensa soddisfazione, visto che il desiderio era quello di svolgere responsabilmente un’attività ed evitare, per quanto possibile, errori. Se tale obiettivo non viene raggiunto una personalità “sana” e funzionale si rallegra comunque della strada percorsa e della minore distanza tra ciò che è stato ottenuto e ciò che si desiderava. Puntare all’eccellenza permette dunque di fare il meglio, avendo ben chiari i limiti e sapendo dire basta al momento giusto.

Al contrario, il perfezionista presuppone un livello intangibile: la perfezione! E poiché questo livello va oltre una “sana” volontà di riuscire, la distanza citata sopra diventa sinonimo di fallimento.

Il perfezionista cura i minimi dettagli fino all’eccesso per fare sempre meglio e, in questo modo, dichiara inaccettabile qualunque errore. Per di più, anche se tale livello viene raggiunto, lui reputa con una logica assai specifica e un ragionamento del tutto particolare che è possibile (necessario? .. obbligatorio? ..) conseguire un livello superiore. Prova dunque solo insoddisfazione, qualunque sia il risultato ottenuto.

Il problema, in ultima analisi, come ho sottolineato nei post precedenti, sta nel concetto di obiettivo da raggiungere.

  • L’obiettivo non è realistico, è indefinito. Stabilendolo troppo in alto, si crea confusione tra possibile e impossibile. In mancanza di precisione non è possibile raggiungere l’obiettivo.

Prendiamo il caso di numerose persone che desiderano un mondo perfetto pur vivendo in uno nel quale esistono guerre, carestie, malattie, sofferenze,ingiustizie … Se il mio è un perfezionismo “sano” e funzionale contribuirò come meglio posso ad eliminare in parte questa imperfezione. Così facendo servo un in ideale, una causa morale o un valore umano e agisco consapevole dei miei limiti.

Se però punto ad un risultato assoluto, posso soltanto constatare l’impossibilità del compito e cadere in depressione, perché non funziona nulla. Lo stesso dicasi se sono dogmatico, settario, fanatico o iper-controllante: “Dovrebbe essere così”, ma risultati … zero !

Magari, come un Don Chisciotte all’ennesima potenza, intraprendo una crociata e dedico la mia vita a raggiungere questo ideale, costantemente fedele a me stesso e alla mia causa, senza mai cedere ad alcuna pressione esterna, intransigente al massimo. Oppure non faccio più niente, mi arrendo, me ne lavo le mani. Si può passare da zero all’infinito e viceversa.

  •  L’obiettivo è accessibile, ma rappresenta un obbligo in tutto e per tutto: “Non lo faccio per me, bensì perché devo”. Vi sono casi in cui le sollecitazioni esterne rappresentano un meccanismo di scatto quando viene data troppa attenzione ai messaggi sociali che richiedono perfezione.

Lo sport fornisce numerosi esempi di questo passaggio dal “desiderio di fare meglio” al “dover fare meglio”. Oggi la performance sportiva viene incoraggiata, in quanto vista come valore positivo. Tutti i record sono costantemente da battere; è questa la bellezza dello sport e la grandezza data dal superare se stessi. Il pericolo, tuttavia, nasce quando il successo diventa ossessivo e le prestazioni un culto, per cui per essere il migliore in assoluto si ricorre al consumo delle sostanze dopanti. Tuttavia, infrangere le regole fondamentali dello sport barando e minando la propria integrità fisica non è più lo stesso obiettivo. Ci giochiamo la permanenza del nostro essere in cambio di una gloria effimera. Se la otteniamo,puntiamo a spingerci oltre, se non la otteniamo crolliamo, perché non valiamo nulla.

Se volere sempre il meglio finisce con il generare il peggio come riuscire a sapere quando fermarsi? Direi che anzitutto è una questione di dosi.

Da un lato c’è infatti quello che vogliamo diventare e conseguire, l’obiettivo prefissato, e dall’altro quello che siamo e che facciamo. Se il divario è troppo lieve manca la motivazione, perché non c’è sfida. Nel momento in cui siamo in grado di affrontarla, una sfida è eccitante e dà la motivazione. Ma se il divario è molto, troppo, grande si profilano varie soluzioni:

  1. Rifiutare la sfida perché ci si sente scoraggiati in partenza
  2. Ricondurre l’obiettivo da raggiungere a proporzioni più ragionevoli
  3. Lanciarsi all’avventura avendo cura di segmentare l’obiettivo per raggiungerlo a tappe successive, ognuna delle quali sia accessibile, dicendosi però che non conseguirlo non sarà un dramma e che almeno otterremo la soddisfazione di averci provato.

Chiaramente tutto è soggettivo, ma per ogni sfida che ci viene incontro o che ci poniamo è importante riuscire a stabilire quanto fattibile sia la strada da percorrere.

Questo approccio è indice di un perfezionismo “sano”: si cerca di fare meglio e questo è stimolante perché viene mantenuto un atteggiamento pragmatico , pronto ad accettare all’occorrenza la “non riuscita” piuttosto che l’”insuccesso”.

Di contro il perfezionismo è “patologico” e non funzionale quando ci si intestardisce su un obiettivo che non è accessibile e che si trasforma in una questione d’”onore” oppure “di vita e di morte”; in altre parole raggiungerlo ci costa continue sofferenze e patiamo le pende dell’inferno se non lo otteniamo.

Quando si svolge un compito, effettuare dei controlli e delle verifiche è normale e auspicabile. Tuttavia diventare troppo puntigliosi è un handicap, perché lo spreco di energia risulta esagerato. Da qui l’insoddisfazione e il senso di fallimento.

Il perfezionista funzionale ha un atteggiamento creativo: “Opero perché sia migliore”, mentre quello disfunzionale e “patologico” è rigido “Raggiungo il limite e rendo le cose impossibili”. In questo passaggio dal bene al meglio e infine al peggio, entriamo nel paradosso di ottenere il contrario di ciò che vogliamo.

E’ quindi decisamente questione di dosi, ma anche di lungimiranza e lucidità nei confronti di ciò che attualmente è e di ciò che si vuole. Avere un ideale o alti principi non è di per sé sufficiente a bollare qualcuno come perfezionista. E’ invece importante andare ad esaminare la tolleranza che si ha verso se stessi e gli altri.

Che cosa desideriamo di preciso e a cosa vogliamo mirare, quale risultato ci preme ottenere? Quale è la reale utilità di quello che facciamo?

Puntare in alto è un ottimo modo per riuscire, puntare troppo in alto diventa un meccanismo diabolico.

La persona disfunzionale esige realismo, ma è lei la prima a non averlo: vede il bicchiere mezzo vuoto mentre in realtà è anche mezzo pieno. E per di più, lo vorrebbe pieno del tutto !!! ….

….. e forse non abbiamo ancora finito, se ti va continua a seguirmi 🙂

La fine di una relazione: sconfitta od opportunità di crescita?

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Oggi, sempre più coppie si costituiscono e si costruiscono sui … pezzi di una coppia precedente.

Ciascuno dei partner annientato o deluso, scottato o entusiasta, tenta una nuova alleanza, con un desiderio di riuscire secondo le delusioni o le scoperte precedenti.

E’ interessante il fatto che, per potersi legare, ci si sciolga da un attaccamento non soltanto ad una persona, ma anche ad un sistema relazionale. E’ indispensabile essere vigili nei confronti del rischio di ripetizioni o di illusioni che portiamo con noi.

Dalla maggior parte delle persone, un divorzio, una separazione, una rottura sono vissuti per lo più come una sconfitta dolorosa. Inscrivono profondamente il dubbio sul nostro valore, sulla nostra capacità di essere amati, feriscono a volte irrimediabilmente le nostre speranze di impegnarci in una nuova relazione sentimentale.

E questo non soltanto da chi si sente l’oggetto del rifiuto o dell’abbandono, ma anche da parte di chi lascia.

Una verità su cui porre l’attenzione è che non sono i sentimenti che tengono unite due persone, bensì la qualità della relazione che esse si possono reciprocamente offrire.

Al di là dell’incontro basato sull’attrazione, su sentimenti ed emozioni riconosciute o su scelte inconsce, costruire una relazione che duri si dimostra un compito superiore alle possibilità di molti. Perché siamo  troppo spesso degli infermi della relazione.

Bisogna dirlo e a maggior ragione soprattutto in questo periodo urlarlo: a volte esiste un tale terrorismo relazionale, una vera e propria violenza endemica in certe relazioni amorose e di coppia , da indurre (purtroppo ancora troppo spesso non si trova il coraggio …) l’uno o l’altro dei partner a “salvarsi la pelle”, a rinunciare o a fuggire una relazione che lo distrugge o lo divora.

Mi racconta una cliente: “non ne potevo più, diventavo pazza a sopportare tutti i giorni le sue critiche, le sue osservazioni e le sue accuse. Nulla di quello che facevo gli andava bene. Mi aggrappavo alle mie convinzioni, speravo in un miracolo. Ricevevo il più piccolo regalo di non aggressione come un regalo, una carezza, ma quasi subito arrivava la doccia fredda … Era tempo che mi rispettassi ..”

E un’altra: “Non ridevo più, mi sentivo vecchia e logorata, soprattutto logorata. Non si riusciva a trovare un accordo su nulla, desideri, bisogni, progetti, tutto sembrava in opposizione. Avevo la sensazione di passare accanto alla vita. I miei obiettivi erano modesti, non cercavo la felicità, ma soltanto di potermi guardare al mattino senza disperazione …”

Se la decisione è stata presa e non esiste speranza di un possibile accordo, chi chiede la separazione e si mobilita a questo scopo dovrà definirsi chiaramente, impedire all’altro di aprlare su di lui/lei e confermare la sua scelta di fronte ai tentativi di colpevolizzare, di aggredire moralmente, di screditare … da parte dell’altro.

La separazione, le perdite, gli abbandoni, se non si inscrivono nel risentimento, nel rancore o nell’accusa contro l’altro o nella disistima di se stessi, possono permettere ad un uomo e ad una donna di accedere ad un nuovo modo di vita, di essere uomo o donna in modo diverso.

Vedersi di nuovo individui interi. Rinnovare il contatto con la parte migliore di sé. Trovare nuove risorse e una maggiore capacità di stare meglio con se stessi.

Ogni separazione contiene il rischio di una ferita narcisistica, che rovina o distrugge l’immagine che uno ha di se stesso.

Ma possiamo anche comprendere che l’altro ci lasci, la maggior parte delle volte, per se stesso. Chi chiude una relazione lo fa in funzione di quello che è, di quello che è diventato, anche se si dà l’alibi che tutto è successo “a causa dell’altro”.

Possiamo liberarci dall’immaginazione onnipotente (di origine infantile) per cui tutti i comportamenti, i sentimenti o le decisioni di una persona, anche vicina, dipendano da noi.

Ciò che concorre poi a trasformare quella che appare in un primo tempo come una sconfitta, è la capacità che abbiamo o non abbiamo di “prenderci cura” di due elementi, l’uno affettivo, l’altro relazionale, che ci legano alla persona che se ne va.

Prenderci cura dei sentimenti , talvolta profondi, che proviamo ancora per la persona che ci lascia o che noi lasciamo. La relazione in ciò che ha avuto di buono, di stimolante, di vivo prima che si rovinasse.

Dobbiamo riconoscere, in effetti, che siamo incredibilmente abili nel maltrattare e sminuire i sentimenti che continuano ad esistere in noi anche quando non corrispondono più a quelli dell’altro.

Trasformare quello che appare a prima vista una sconfitta in esperienza di vita, è un segno di tenerezza nei confrontii di noi stessi.

Facendo questo, il terreno è a volte sufficientemente libero, lavorato e seminato per accogliere la possibilità di un nuovo incontro, per tentare l’avventura di una coppia, non più soltanto da sognare, ma da costruire in due.

Autostime vulnerabili: quelle basse e quelle false

autostima alta bassa

Immagine: Simon Howden / FreeDigitalPhotos.net

“Lo spirito del dubbio sospeso

sopra la mia testa, veniva a instillarmi

nelle vene una goccia di veleno..”

A.de Musset

Molti di noi soffrono di una forte sensazione di vulnerabilità. In questo caso ci sentiamo minacciati dal semplice svolgersi della vita quotidiana e delle sue vicissitudini: i piccoli rischi ai quali ci si espone (sbagliare, fallire, avere torto, trovarsi coinvolti in una situazione competitiva ..) evocheranno per noi altrettante minacce.

Questa sensazione di fragilità può portarci a compiere mille errori: il primo è quello di porre l’immagine e l’autostima al centro delle nostre preoccupazioni e dei nostri sforzi, dal quale deriva la segreta ossessione di sé. Il secondo risiede nella tentazione di difendere a ogni costo la propria autostima e di ricorrere in modo sistematico ad un atteggiamento offensivo (per promuoverla) oppure difensivo (per proteggerla).

Queste due strategie differiscono esteriormente, ma in realtà poggiano sulle stesse basi: una sensazione di vulnerabilità, consapevole nel primo caso, che è quella delle forme di basa autostima, e meno consapevole, se non addirittura totalmente inconscia, nell’altro caso, che è quello delle forme di alta autostima fragile.

Che siano autostime alte e fragili o basse, questi due profili di autostima sono così vicini che a volte si può assistere ad un passaggio dall’uno alla’altro a seconda dei periodi della vita.

D’altro canto questi due profili possono anche coesistere nello stesso momento nella medesima persona secondo le situazioni: ci si può comportare in base alle regole di un’autostima con i familiari (vantarsi, sputare sentenze, pavoneggiarsi) ma adottare i riflessi di una bassa autostima con gli sconosciuti o con persone che incutono soggezione.

Un esempio di questa mescolanza talvolta stupefacente: i timidi, nei quali comportamenti i bassa autostima in un contesto sociale possono coesistere con un’alta autostima nelle fantasticherie. A volte presentano anche dei soprassalti di rivolta o di incoscienza, soprassalti che alla fine lo spingono ad osare, dotati come sono di quella leggendaria “audacia dei timidi”, che purtroppo per loro è rara e imprevedibile.

Uno dei comportamenti più comuni di chi è dotato di poca autostima è l’arte di “sottrarsi”: lo sminuirsi.

Mi diceva E. all’inizio del suo percorso:

“Sono assolutamente convinta di valere meno degli altri. In tutti i campi fisico e psicologico. E’ semplice: se qualcuno mi fa dei complimenti, in me si scatena un disagio fisico. Un desiderio di fuggire o di mettermi a piangere. Se qualcuno si interessa a me, mi dico che è per sbaglio, perché la persona in questione non sa ancora chi sono in realtà. E passato il primo momento di riconoscenza vengo sopraffatta dall’angoscia: che cosa farò di quella stima che sembra tributarmi?Quanto tempo ci vorrà perché la deluda e ricada quindi nell’anonimato?”

Quanto espresso è un esempio esemplificativo di come le persone con una bassa autostima  sono cieche a tutto quello che di buono e di bello e degno di stima vi è in loro. Non si tratta di un delirio, non si inventano i propri difetti, non li creano di sana pianta: sono proprio lì tutte quelle manchevolezze e limitazioni. Ma sono quelle di tutti, più o meno. Solo che nelle persone con bassa autostima, manca la capacità di relativizzare, nessuna distanza, nessuna clemenza nei confronti di queste incrinature.

E gli altri vengono osservati e sorvegliati, ma non per vedere come facciano a vivere bene con i loro difetti. Li si sorveglia perché ci si dedica costantemente al gioco malsano dei confronti sociali: non solo malsano, ma anche obliquo, perché si guarda e si vede negli altri solo il meglio. Di conseguenza il confronto è più doloroso.

In che modo vivere dunque? Innanzitutto è necessario evitare i rischi. Unica parola d’ordine: la protezione dell’autostima. Se si osa cercare un qualche riconoscimento del proprio valore, lo si fa con prudenza, evitando qualsiasi rischio di fallire. Si agisce con cautela, senza assumersi il minimo rischio. Si cerca l’accettazione ad ogni costo, si cerca di farsi accogliere e apprezzare, piuttosto che dimostrarsi combattivi o intraprendenti. Si evitano i conflitti, e tutto quello che potrebbe provocare un rifiuto: esprimere il proprio parere, chiedere qualcosa che potrebbe disturbare. Insomma si dipende molto dalla benevolenza altrui e a forza di pensare a che cosa pensano gli altri di noi, ci si dimentica di pensare a se stessi.

La bassa autostima è una forma di alienazione: non c’è da stupirsi se alla fine si ha la sensazione di essere vuoti e noiosi. In fondo si passa la vita a forza di impedirsi di esistere, obbedendo alla logica del “soprattutto non farmi notare né rifiutare”.

La loro scelta è quella della “rinuncia”, sottrarsi e posizionarsi al di sotto delle loro capacità è il loro pane quotidiano. Queste persone hanno sviluppato una vera e propria arte di evitare il rischio del giudizio sociale: quello che conta è restare incollati al gruppo, non cercare di smarcarsi, o di farsi sganciare. La loro mancanza di fiducia consiste in questo:agire il meno possibile, per paura non solo di fallire, ma anche delle conseguenze sociali del fallimento.

A forza di evitare i fallimenti, però, si evita di agire. E in questo modo si evita anche il successo con una conseguente reale svalutazione, lave a dire non solo una sensazione, ma una vita oggettivamente meno ricca e intensa.

Un altro rischio precipitare nella frustrazione e nell’amarezza, a forza di rinunce, a forza di vedere che gli altri, non migliori di noi, ci superano, ce la fanno, riescono, assaporano ed esibiscono il loro successo ……

 

…. Seguimi nel prossimo post parleremo del sovra posizionamento delle persone con un alta (apparente) autostima ….

 

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