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Nati per evitare la sofferenza

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“Chi teme di soffrire, soffre già di ciò che teme” M. de Montaigne

Continuando il discorso iniziato con il post precedente andando avanti nella riflessione ….

Quando nasciamo siamo incapaci di vivere in modo autonomo; abbiamo bisogno di costante protezione e amore incondizionato, uniti all’essere considerati e visti.

Quando questi bisogni vengono soddisfatti, la nostra esperienza del mondo è positiva, di completa fiducia così da poter accedere alla nostra vera natura.

Siamo curiosi di conoscere il mondo intorno a noi, accettando le piccole sfide che esso ci propone per imparare a gestire noi stessi e quello che sta fuori di noi.

Da bambini non esiste la concezione del tempo; passato e futuro non esistono, viviamo immersi in un “infinito” momento presente, dove quello che conta è ciò che si fa nel momento.

Da bambini abbiamo anche un’incredibile capacità di sentire le nostre emozioni e di viverle appieno; magari ci manca la capacità di contenerle, ma esprimiamo tutto quello che passa dentro di noi senza filtri. Siamo completamente autentici!

E così senza filtri cominciamo a ad accogliere i messaggi che provengono dall’ambiente intorno a noi, prima di tutto quelli che arrivano dai nostri genitori. E prima ancora di decifrare il linguaggio verbale, siamo bravissimi a “leggere” le emozioni e le reazioni degli adulti, decodificando i significati e le conseguenze per noi e a comprendere quello che li fa felici o scontenti e di conseguenza impariamo a rispondere in modo adeguato.

Quando l’esperienza è dolorosa, impariamo a reagire attraverso schemi protettivi basati sulla paura che si manifestano con i comportamenti di “combattimento – fuga – immobilizzazione” esattamente come fanno gli animali.

Tra i 2 e i 4 anni, iniziamo a sviluppare il “cervello limbico”, responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni, insieme alla capacità di verbalizzare quello che pensiamo e proviamo. Cominciamo a capire e apprendere dalle persone che ci circondano chi siamo o chi dovremmo essere e invece non siamo. Siamo ancora piccoli e quello che ci viene detto per noi è legge, abbiamo fiducia di mamma e papà! Dobbiamo per forza crederci, altrimenti come potremmo sopravvivere?

E se loro dicono che siamo belli ci crediamo, ma crediamo anche quando ci dicono che siamo stupidi e non valiamo nulla. Comprendiamo anche quello che ci manca per poter essere degni di quell’amore che per noi è vita. Capiamo che se non siamo buoni, ci sarà un castigo e che se non facciamo quello che ci viene detto verrà l’uomo nero o la polizia a portarci via……

Impariamo la triste verità che non possiamo essere amati così come siamo, ma lo saremo solo a certe condizioni. E questa paura di non essere amati incondizionatamente può dominare la nostra esistenza per tutta la vita.

Da piccoli, però, abbiamo bisogno dei genitori per sopravvivere e quindi faremo di tutto per ottenere il loro amore e la loro approvazione, rinunciando a tutte quelle parti di noi non “gradite”, infilandole in quel famoso “sacco” che ci trascineremo sulle spalle, dando vita alla nostra “Ombra”.

Con il linguaggio impariamo anche ad assimilare i paradigmi della nostra famiglia come se fossero verità assolute, ingurgitandole senza masticarle … “un uomo vero non piange” …. “il mondo è pericoloso” ….. “i soldi sono sporchi” … etc…

Dopodichè iniziamo a costruire le nostre “verità”, in modo da sentirci al sicuro, sviluppando valori, credenze,pensieri, emozioni e comportamenti associati a tutte le esperienze vissute, positive e negative, incluse quelle in cui i nostri bisogni insoddisfatti nell’infanzia o negli anni successivi continuano a non essere esauditi.

Ad esempio abbiamo paura di non essere apprezzati, allora la carriera e il successo professionale sarà l’altare su cui sacrificheremo tutta la nostra vita per dimostrare in ogni modo possibile che siamo all’altezza.

Oppure abbiamo imparato che per essere amati è necessario essere perfetti, così dedicheremo tutta la nostra esistenza all’arduo compito di raggiungere quella perfezione ideale che però non è mai abbastanza. Ecco la necessità di sviluppare quel controllo su tutto e tutti, compresi noi stessi, per assicurarci quel risultato finale che tanto non ci soddisferà mai!

O ancora il bisogno fallito di amore incondizionato può averci reso particolarmente attenti a mettere i bisogni degli altri prima di noi stessi, perché se riusciamo a far felici gli altri, forse quelli ci ameranno. Ci mettiamo quindi infaticabilmente al servizio altrui, senza renderci conto che, per prima cosa, non stiamo rispettando noi stessi.

I nostri valori, quello che per noi è veramente importante, rischiano di essere anche la giustificazione per i nostri comportamenti non funzionali.

Ad esempio una smaniosa richiesta di libertà in una relazione, sbandierata sotto il vessillo “l’indipendenza è necessaria e giusta”, può coprire la paura dell’intimità, proteggendoci dal rischio del rifiuto: do valore all’indipendenza, quindi non mi lego completamente aprendomi totalmente all’altro e così non sarò rifiutato o abbandonato.

Più forte sentiamo un valore, più siamo pronti a difenderlo con le unghie e con i denti, e maggiore sono le possibilità che sia stato sviluppato come mezzo di protezione per evitare l’ennesima insoddisfazione del bisogno.

Con questo non voglio dire che non è bello raggiungere buoni risultati nel proprio lavoro, o che non è bene aiutare gli altri, o ancora non bisogna mantenere spazi di autonomia all’interno di una relazione. Dico solo che quando questi comportamenti sono guidati da un meccanismo di protezione che non ci permette di calibrarli e gestirli, allora ne diventiamo schiavi perché l’obiettivo sotteso ad essi sarà solo il tentare di soddisfare quell’antico bisogno disatteso.

I bisogni insoddisfatti dell’infanzia, con gli anni, si sviluppano e prendono strade più o meno tortuose a seconda delle nostre esperienze.

Di certo tutti i nostri bisogni insoddisfatti possono risalire a uno dei quattro bisogni di base, che vedremo meglio nel prossimo post, con i quali nasciamo:

  • Amore e Appartenenza
  • Autoespressione
  • Sicurezza – Prevedibilità
  • Varietà – Imprevedibilità

E poiché tutto l’apparato funzioni, dobbiamo anche credere che la soddisfazione dei nostri bisogni arrivi dall’esterno. Quando questo non accade, ci comportiamo come vittime. Se le cose non vanno come vogliamo la responsabilità non è nostra.

Ciò che è utile ricordare sempre è che tutta questa costruzione, paradigmi e sistemi reattivi di protezione, è composta da strati in cui ci avvolgiamo come una cipolla per proteggerci ma che alla lunga diventano muri che nascondono a noi stessi e agli altri la nostra vera natura.

Quella che noi chiamiamo personalità, spesso non è altro che la nostra corazza sotto la quale ci siamo ancora noi, unici, meravigliosi e amabili come quando siamo nati. Solo che l’armatura è talmente dura, e denudarci ci fa così paura, che ci convinciamo di essere l’armatura e non colei o colui che c’è dentro.

Quando costruiamo un modo di essere e di agire basato sull’eludere il dolore, e qui finalmente vengo al titolo del post, forniamo agli altri uno strumento per ottenere quello che vogliono da noi. Infatti i meccanismi che mettiamo in atto per proteggerci vengono immediatamente percepiti dagli altri. E’ come avere una pulsantiera sulle spalle, noi non la vediamo, ma gli altri si e possono premere un bottone per scatenare una risposta prevedibile.

Ad esempio se ci portiamo dietro il bisogno insoddisfatto di riconoscimento e vogliamo affrontare il nostro capo per chiedergli un aumento di stipendio, potremmo ritrovarci a ricevere molti complimenti che ci faranno sentire così apprezzati da passare sopra a quel ”no” che il capo fa scivolare nella conversazione, lasciando il suo ufficio perfino soddisfatti.

Più cerchiamo di evitare di soffrire, più rendiamo visibile la nostra pulsantiera e più facilmente ci predisponiamo a farci manipolare.

Senza rendercene conto, creiamo dei fili ai quali ci leghiamo e li mettiamo a disposizione di chi diventerà il nostro burattinaio.

Anziché cercare di vivere la vita senza soffrire, chiusi dentro una corazza che il più delle volte invece di proteggerci ci rende più vulnerabili,  dovremmo imparare a vivere la sofferenza in modo diverso, usandola per crescere e accettandola come un capitolo in più della storia della nostra vita, che ha contribuito a farci arrivare dove siamo.

Che cosa frena il processo di cambiamento

trapezista

“Il trapezista

            s’immerge sulle funi in volo,

                      d’equilibrio assorto a governar se stesso,

                            sempre in bilico fra verità ed errore,

                                 cercando, volendo

                                    il suo giusto ritmo”

Ritama

Ben Ri-trovati dopo una lunga pausa estiva per raccogliere pensieri e forze, dedicandomi a nuove progettualità, eccomi di ritorno con le mie riflessioni settimanali.

Risistemando la libreria del mio studio, mi è ricapitato tra le mani un libro comprato qualche anno fa “Il potere di cambiare” di Giovanna D’Alessio, una dei pionieri del Coaching in Italia, ricco di spunti pratici per agevolare il lettore nella consapevolezza di sé guardandosi in modo nuovo.

Oggi vorrei quindi soffermarmi su un paragrafo che ci parla di ciò che inibisce la nostra trasformazione frenando gli slanci pro-attivi, lasciandoci così nella stagnazione perenne.

Partiamo dal presupposto che tutti noi abbiamo il potere e le capacità per trasformare i nostri pensieri e gestire le nostre emozioni, il problema è che non sempre lo facciamo. E’ molto più facile che questo accada quando nella vita ci capita veramente qualcosa di “grosso”, piuttosto che rimboccarci le maniche nella quotidianità del nostro sopravvivere.

Cambiare, come più volte descritto in questo blog, include una scelta, una de-cisione, lasciare andare qualcosa per rivolgersi ad altro.

Ognuno di noi ha la possibilità di incamminarsi verso la soddisfazione dei propri bisogni di autorealizzazione assumendosi la responsabilità del proprio grado di evoluzione.

Ognuno, infatti, può scegliere se limitarsi ad esistere secondo un programma naturale, costruitosi nel corso di milioni di generazioni, oppure cercare un grado di consapevolezza sempre maggiore per determinare il corso della propria vita evitando di vivere innestando il pilota automatico.

Tra queste due possibilità non è che una è meglio e l’altra è peggio, si tratta essenzialmente di una scelta personale che impatta soprattutto nella vita di chi sceglie.

Chi decide di togliere l’ancora e salpare per terre sconosciute, osando e magari trovando durante la navigazione mari in tempesta che necessitano la sua messa in gioco totale per raggiungere un approdo, non può dirsi migliore o peggiore di chi, invece, sceglie di muoversi solo in territori conosciuti e già esplorati: ad ognuno andrà il frutto delle sue ricerche il cui grado di soddisfazione dipenderà da quello che la persona cercava.

Tutti noi facciamo scelte, e anche non scegliere è una scelta, vivendone tutte le conseguenze.

Poco importa da quale terra partiamo, quale sia il nostro sistema di valori, che mappa del mondo abbiamo; qualunque sia il punto di partenza siamo noi che facciamo la differenza e su questo possiamo misurare i kilometri percorsi guardando indietro soddisfatti, trovando ancora nuovi stimoli per continuare il viaggio.

Per intraprendere tutto questo cammino c’è bisogno di coraggio, la virtù che i latini denominavano “fortitudo”, che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, non si abbatta per il dolore e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e l’intimidazione. E tutto ciò significa, impegno e continuo lavoro interiore correndo il rischio di uscir fuori dagli spazi protetti delle nostre sicurezze per incamminarci verso mappe inesplorate.

Molto spesso “uscir fuori dal guscio” è troppo per il nostro coraggio; preferiamo non mettere in discussione i nostri paradigmi preferendo al mondo inesplorato la nostra piccola “zona di confort” dove ci sentiamo al sicuro, capaci di gestire quello che incontriamo. Meglio la monotonia dell’assenza di stimoli piuttosto che l’ignoto brivido dell’esplorazione.

Al di là della zona di confort c’è l’immenso “Nuovo Mondo” che potrebbe aprirci a nuovi modi di essere, spalancandoci finestre di nuove possibilità.

Ma per arrivare al Nuovo Mondo bisogna attraversare il confine, una zona di transizione dove si annidano le nostre paure più profonde, dove, da una parte, non abbiamo più contatto con quel posto in cui ci sentivamo sicuri, e dall’altra non abbiamo ancora raggiunto la destinazione finale.

Siamo come trapezisti che si dondolano attaccati alla propria sbarra e che vedono avvicinarsi davanti a sé un’altra sbarra …. Capiamo che per poterla raggiungere dobbiamo buttarci così da completare l’esercizio e crescere professionalmente. Ma c’è un momento in cui, durante il salto, si apre sotto di noi il vuoto, tra quello che abbiamo lasciato e quello che troveremo. Ed è proprio in quello spazio che avviene la trasformazione e questo richiede tutto il nostro coraggio!

La paura, quindi, è il nostro principale freno! E’ importante riconoscere e accogliere le nostre paure, per poter essere consapevoli che quello che temiamo non è la realtà, ma è solo una storia che ci raccontiamo basata sulla storia emotiva dalla quale proveniamo.

Gettare luce, quindi, su quello che ci impedisce di portare un cambiamento nella nostra vita è molto importante per identificare i modi in cui potremmo sabotare noi stessi e più in generale per apprendere quando e come emerge la nostra paura così da poterla gestire con maggiore efficacia.

Se l’argomento ti interessa seguimi nei prossimi post ……

Liberamente tratto da:

G.D’Alessio  – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

Danzare sul filo del rasoio …

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Riflessioni dopo una sessione di counseling …..

Il grande paradosso dell’amore è che ci stimola ad essere pienamente noi stessi e a rispettare la nostra verità individuale, e al tempo stesso anche ad abbandonarci senza riserve. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi avvicinandoci al partner, cominciamo a perderci, se però ci tratteniamo e rimaniamo troppo autosufficienti, non è possibile un contatto profondo.

Se una relazione vogliamo che vada avanti non è possibile restare aggrappati ad una posizione unilaterale. Momento per momento è necessario essere capaci di mantenere le nostre posizioni, ma anche di lasciarci andare e modificare la nostra prospettiva se cambia la situazione. Non possiamo aggrapparci a nessuna delle situazioni sicure e abituali, sia di separatezza che di fusione, sia di dipendenza che di indipendenza, sia di attaccamento che di distacco.

Ecco perché vivere in genuina presenza e intimità con un’altra persona ci costringe a vivere sul margine dell’ignoto.

Un confine o un margine, come punto di incontro di due mondi differenti, è un luogo di enorme potere. Sulla riva, dove si incontrano mare e terra, si sprigionano energie poderose e tumultuose. La nostra pelle è elettrica, perché in essa si riconciliano l’interno e l’esterno, il sentimento e il mondo.

L’essenza di una relazione è di riunire gli opposti, pertanto ci fornisce continuamente l’opportunità di passare dall’una all’altra parte di noi: maschile e femminile, noto e ignoto, amore e paura, condizionato e incondizionato, cielo e terra. L’alchimia dell’amore fiorisce in questo gioco, perché il calore e il contrasto delle differenze fra due persone spingono ad esplorare nuovi modi di essere. Tuttavia, la nostra paura dell’ignoto, spesso, ci induce a chiuderci e tirarci indietro dal margine vibrante dove i nostri opposti si incontrano e a volte si scontrano.

Così, se ci teniamo a usare le grandi occasioni che le relazioni ci offrono, dobbiamo imparare a restare vigili e aperti rispetto alla paura, alla tensione e all’ambiguità che esse fanno nascere.

Il confine dove gli opposti si incontrano è affilato come il filo del rasoio, poiché incide attraverso la serie di abitudini e routine comode e familiari che identifichiamo con “me”, “come sono io”. Riconosciamo questo filo sensibile ogniqualvolta sentiamo l’acutezza del contatto, l’intensità dell’essere toccati, colpiti e trafitti da un altro.

Nell’aprirci all’altro incontriamo l’ignoto; ci sentiamo vulnerabili, incerti sul da fare. Aprirci? Proteggerci? Un po’ di ciascuna cosa? Che ne sarà di noi se non ci aggrappiamo alle vecchie strategie? Dove ci porterà? Che fare? … Ci gira la testa ….

Nessuna di queste domande può portarci ad una soluzione soddisfacente ma solo a distoglierci dal filo del rasoi dove ci sentiamo trafitti dal nostro amore e dalla nostra vulnerabilità. Perché sentiamo il bisogno di essere trafitti in questo modo, ci sentiamo più pienamente svegli e vivi.

Qui sul filo del rasoio, scopriamo l’essenziale precarietà dell’amore. Qui possiamo anche imparare a danzare con il flusso e l’incertezza che si presentano continuamente in una relazione. Un acrobata non mantiene la sua posizione su una corda tesa tentando di tenersi in perfetto equilibrio. Piuttosto lascia che il suo equilibrio lo faccia muovere avanti e indietro, trovando così nuovi equilibri.

Aprirsi a un altro, inevitabilmente, mette alla prova anche il nostro equilibrio interiore, smuovendo parti di noi da cui ci siamo da tempo distaccati. Perciò, in una relazione, ogni momento di incertezza indica diversi lati di noi stessi o quei lati che cercano di raggiungere un nuovo equilibrio tra di loro. Possiamo scoprire come procedere, in questi momenti, soltanto osando sentire e riconoscere entrambi i lati e vedere dove ci portano.

Così, invece di attenerci a un qualche stato di ideale armonia, possiamo imparare a far uso dell’azione stessa di cadere da un estremo all’altro per risvegliarci e vedere dove siamo e, nel risveglio, trovare un nuovo equilibrio.

Naturalmente può fare abbastanza paura mantenersi in equilibrio sul filo del rasoi, esplorando cosa significa essere presenti rispetto ad un’altra persona, senza contare più sulle vecchie strategie e formule. In questo caso la paura è un richiamo perché ci stiamo muovendo da un territorio noto ad uno ignoto e più vasto che sta davanti e intorno a noi. Ci mette in guardia dal non dare nulla per scontato restando svegli rispetto a quanto ci sta succedendo e rispetto a quello che la situazione richiede.

La paura e la vulnerabilità che sentiamo, quando non abbiamo niente di concreto in mano, ci indica che stiamo evolvendo. Così, sebbene qualcuno abbia detto “l’amore è abbandonare la paura”, questa visione appare semplicistica e visto che la paura è la compagna dell’intimità, potremmo piuttosto dire che “l’amore è fare amicizia con la paura “ ….

Fare Pulizia …..

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“Come il contadino passa al setaccio i semi per togliere le impurità, noi dobbiamo imparare a passare al setaccio la nostra vita, cosìfacendo spesso pulizia, manteniamo la chiarezza che ci serve per attirare nuove esperienze”

Risonanze del week-end …..

Siamo esseri che adorano riempire ogni cosa con i propri ricordi, con i propri cimeli di famiglia; ogni spazio a disposizione continene tantissime coseche sono appartenute ad un passato lontano, che non servono più, ma di cui non riusciamo a disfarci.

Conclusione? Esse occupano spazio, uno spazio che, se liberato e pulito, potrebbe contenere cose nuove.

Quante volte ci lamentiamo perchè la vita tradisce le nostre aspettative? Tantissime.

Tuttavia non possiamo permettere che le novità entrino nella nostra vita, se prima non prepariamo per loro lo spazio necessario per collocarsi.

Ora è arrivato il momento!

Liberiamoci dai tanti fardelli che ci portiamo dietro da chissà quanle passato, da chissà quale persona o storia, da chissà quale paura …. il passato è andato!

Noi e il mondo intorno a noi sta cambiando, tutto cambia costntemente, in noi  e fuori di noi, ad ogni nostro respiro, ad ogni nostro battito di cuore.

Prendiamoci il tempo di svuotare tutti gli armadi, di mettere da una parte quello che serve e di lasciare andare quello che non serve più.

E se prima pensavamo di non avere abbastanza spazio, ora, dopo aver fatto pulizia, ci stupiremo quanto vuoto sia rimasto in quegli stessi armadi.

La chiarezzza arriva sempre eliminando ciò che non va o che non serve.Ogni scelta, ogni decisione è necessario che nasca dalla chiarezza, altrimenti il rischio sarà di prendere ancora una volta cose che non ci servono, o peggio ancora, ci fanno male …..

Perfezionisti …. perchè?

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“Il più vicino alla perfezione è colui che riconosce consapevolmente i propri limiti” Goethe

Il “Perfezionismo” argomento gettonato in questo tempo dove “l’aurea mediocritas” ossia “l’aurea moderazione” di oraziana memoria e il “sufficientemente buono” di Winnicott sembrano sparire in un universo scintillante di esseri ossessionati dalla perfezione e in preda a sensi di colpa se non riescono a raggiungerla.

da qui l’idea di alcuni post per andare a vedere la “perfezione” nei suoi versanti realistico/funzionale e irrealistico/ disfunzionale più da vicino …..

Non nasciamo perfezionisti, lo diventiamo. Il perfezionismo plasma la nostra personalità. Se ci sviluppiamo così e continuiamo ad esserlo nonostante gli inconvenienti vuol dire che ci sono dei validi motivi.

Il perfezionista continua a spingersi oltre e non riesce ad apprezzare l’istante presente, perché si proietta continuamente in un futuro nel quale conclude tutto ciò che ancora non ha concluso. Così facendo, egli, raggiunge un confine che, una volta varcato, lo porta ad arretrare. E’ come se si spingesse troppo oltre: raggiunge il bene, ma invece di fermarsi vuole il meglio e consegue così il meno bene e continuando ad insistere finisce per ottenere il peggio.

Questa rincorsa all’Io Ideale si conclude con il fallimento di chi, non conoscendo i propri limiti li oltrepassa. Ne è un esempio il fenomeno del “burn-out”: a furia di volere sempre di più, si arriva ad uno stadio in cui si “crolla”, per ritrovarsi “bruciati dentro”, senza riuscire a fare più niente

La storia personale del perfezionista è caratterizzata, spesso, da un’infanzia vissuta all’insegna delle critiche. Quasi sempre criticato per i propri sbagli e raramente premiato per le proprie conquiste. Questa continua esposizione alla critica porta anche alla creazione del  “dialogo interno negativo”: una vocina dal tono giudicante e cinico che, durante la giornata, ci recita lunghi elenchi di fallimenti, che ci spinge ad essere spietati con noi stessi e a pretendere l’impossibile dagli altri con il conseguente altissimo livello di stress e tensione che ne deriva.

Perché quindi insistere a queste condizioni?  A parte il fatto che cambiare non è facile e richiede un modo di pensare decisamente diverso, il motivo risiede nel fatto che questo comportamento risponde ad imperativi che riprendono i tratti essenziali dei tre tipi di perfezionisti descritti nel post precedente. Come i suddetti tipi, anche tali ragioni possono coesistere a varie intensità nella stessa persona oppure prevalere una sull’altra.

Vi è innanzitutto una componente narcisistica che risponde ad un bisogno di valorizzazione. Nell’amore condizionato si ha il seguente discorso: “Non esisto e non mi amo fintanto che non divento perfetto o che non raggiungo un livello che reputo perfetto”. Per contrastare questa introiezioni è necessario imparare sia ad amarsi senza dipendere completamente da ciò che si compie, sia distinguere tra l’essere e il fare.

Il perfezionista prova anche un eccessivo bisogno di placare la propria ansia. Prevedere i minimi dettagli e stanare gli errori gli permette di lasciare meno spazio possibile agli imprevisti, così da far fronte ad ogni situazione e calmare la paura dell’ignoto che lo domina.

Il terzo motivo è il timore del rifiuto, secondo il principio “sono amato e accettato se risulto perfetto e mi comporto perfettamente”. Il meccanismo è sempre quello dell’amore condizionato e a comandare ancora una volta è la paura. Più del fatto di essere amati e accettati, a prevalere è la paura del rifiuto, che si cerca di placare diventando perfetti.

Insomma possiamo dire che un perfezionista rimane tale perché non ha trovato nulla di meglio per calmare la sua paura.

Ha bisogno di esistere ai propri occhi e agli occhi degli altri; la risposta a questo bisogno è ESSERE PERFETTO . Essere eccellente non è sufficiente, bisogna fare di più.

Esistono tuttavia dei casi in cui questo meccanismo permette davvero di dare il massimo e non arrivare al peggio. Sarebbe interessante scoprire dove si trova il confine e che cosa differenzia il sano perfezionismo dal perfezionismo “malato” o addirittura patologico …

….. continua a seguirmi ….

Il pensiero degli altri (I parte)

pensieri altri

Quanti dei nostri pensieri sono davvero nostri e quanti sono invece frutto di condizionamenti?

La sproporzione è impressionante: sin dalla più tenera età ci vengono proposti modelli e schemi, e sostanzialmente questo continua per il resto della nostra vita. Certo, impariamo a leggere, a scrivere, a fare i conti, storia, geografia e tante cose ancora, e impariamo a come usare il computer o come guidare l’automobile. Impariamo soprattutto a copiare esattamente, mentre viene poco o per nulla favorito il pensiero autonomo.

Anzi, spesso, questo viene vissuto come scomodo e potenzialmente pericoloso. Le rivoluzione non sono forse nate tutte da pensieri fuori dagli schemi imposti?

Questo pensiero condizionato è particolarmente nefasto per quanto riguarda l’opinione degli altri su di noi: perché senza neppure accorgerci l’abbiamo fatta nostra ogni giorno della nostra vita.

Il più potente freno al cambiamento da parte nostra è proprio l’opinione ormai preformata degli altri e il nostro accordo, consapevole o più spesso inconsapevole, su di essa.

Come mai restiamo poco soddisfatti dalla maggior parte delle nostre fotografie e dei nostri video? Una delle ragioni è certamente che noi ci vediamo in modo diverso da quello che può essere un punto di vista esterno. Eppure finiamo con il fare nostre, senza accorgercene, le opinioni che gli altri hanno su di noi, a partire dai genitori.

Per modificare questo stato di cose e decidere davvero noi stessi come vogliamo essere, può essere utile un primo esame: capire come davvero ci vedono gli altri.

Non è facile, perché le emozioni, i sentimenti di discrezione, di timore, di rivalsa e molti altri ancora rischiano di inficiare i giudizi espressi anche dalle persone più vicine a noi.

Un piccolo trucco è la compilazione di un elenco, volutamente neutro e piuttosto lungo, di caratteristiche, in cui si dà il meno possibile una valenza ai singoli aspetti del carattere e degli atteggiamenti personali; ad esempio:

  • Comprensione dei problemi degli altri,
  • obiettività di giudizio,
  • modestia,
  • cura della propria persona,
  • memoria,
  • modo di dare collaborazione,
  • modo di ascoltare,
  • modo di parlare,
  • atteggiamenti,
  • abitudini,
  • preferenze,
  • piccole manie,
  • senso di responsabilità,
  • disponibilità,
  • ospitalità,
  • generosità,
  • modo di reagire in situazioni di stress, situazioni affettive, situazioni quotidiane.

Allungate l’elenco a piacere; potete mescolare le voci oppure raggrupparle.

Poi pregate diverse persone di leggerlo attentamente e di sottolineare con una matita verde quegli aspetti di voi che a loro piacciono e che magari vorrebbero rinforzare; e con una matita rossa gli aspetti critici, cioè quelli che non condividono.

Questo esercizio ha il vantaggio di non mettere in imbarazzo la persona intervistata e di causarvi minore coinvolgimento emotivo alla lettura; e al tempo stesso, specie se confrontate i risultati di diverse “interviste”, potete formarvi un’idea abbastanza chiara circa l’opinione degli altri sul vostro conto.

Non piacete a tutti? Pazienza! In fondo, a voi piacciono proprio tutti?

Inoltre siete d’accordo con quanto gli altri dichiarano di pensare su di voi? Attenzione, non è affatto detto che loro vi vedano nel modo più giusto, ma sarà comunque difficile togliere quella etichetta che ormai, nella loro mente, vi hanno messo.

E il vostro problema sta non nel convincerli che si sbagliano ma nel vedervi per quello che realmente siete e soprattutto per quello che potete diventare avendo fiducia nel vostro potenziale….

…. Segue nel prossimo post

 

Sull’integrazione ….

integrazione

L’integrazione  avviene quando c’è una profonda accettazione di quello che siamo, dei nostri lati oscuri, delle nostre imperfezioni e di tutto ciò che nel passato ci ha procurato paura e dolore.

Integrazione non significa smettere di crescere, significa invece che cominciamo a smettere di sforzarci di essere diversi, accettando quello che intimamente siamo.

Accettando quello che siamo, aprendoci avendo più fiducia in noi stessi,diventiamo più umani, più raggiungibili.

Tuttavia lungo il viaggio per diventare “in-dividuo” ci possono essere momenti in cui è difficile apprezzare i cambiamenti che stanno avvenendo, spesso manca quella distanza necessaria a vedere le cose in modo chiaro. E in questi momenti di ristagno, quando la sfiducia torna a prendere il sopravvento, il nostro giudice interiore diventa fortemente critico e severo soprattutto se pretendiamo di vivere in base a standard elevati in cui il vecchio e mai soddisfatto ideale dell’io torna a bussare.

Quando veniamo colpiti da un attacco di vergogna, da un rifiuto o da una perdita, quando ci accorgiamo di agire in modi che non ci piacciono o quando siamo presi da emozioni “scomode”, possiamo facilmente avere la sensazione che niente sia cambiato. Allora ci sembra di essere tanto negativi, collerici, frustrati, inutili, inquieti quanto siamo sempre stati.

Per lo più i cambiamenti nella consapevolezza e nella fiducia in sé avvengono a piccoli passi e se ci focalizziamo solo sulle mete finiremo per mancarle e per scoraggiarci. E’ importante, quindi, essere consapevoli dei piccoli cambiamenti e accettare che a volte regrediremo e ci ritroveremo a sentirci in modo simile a come ci sentivamo nel passato . Niente paura … il passo successivo sarà un ulteriore cammino più consapevole del precedente.

Abbracciare le nostre ferite può sembrare facile se paragonato all’abbracciare le  nostre parti oscure. Teniamo ben presente che queste parti non sono fondamentalmente difetti del nostro essere , bensì provengono da una sfiducia profonda. Essi sono meccanismi di sopravvivenza nati dal panico e dalle ferite accumulate durante un lungo periodo di tempo.

Ci vollero anni per convincerci che quel modo era l’unico modo per sopravvivere e quando la nostra sopravvivenza viene minacciata ricorriamo ad ogni genere di strategie. Quando la ferita del tradimento viene provocata, per il bambino interiore è questione di vita o di morte.

E’ difficile non giudicare queste nostre parti. Ma quando giudichiamo qualcosa, ci viene a mancare lo spazio per essere presenti a noi stessi.

In un certo senso le nostre relazioni sono uno specchio fedele del nostro livello di maturità e fiducia, e sono una palestra in cui possiamo veramente allenarci.

Nelle aree del lavoro è più facile nascondere la nostra mancanza di integrazione dietro l’energia dell’ambizione e della determinazione. E se la nostra vita è fondata sul compiacere, non è difficile eccellere in certi settori senza accorgerci di quanto poco integrati siano gli aspetti più profondi del nostro essere.

Nel lavoro e nelle nostre relazioni meno intime possiamo rimanere ancorati a vecchie identità, difese e modi di comportamento senza crearci grossi problemi.

Ma nella nostra vita sentimentale non possiamo aggrapparci alle vecchie abitudini e aspettarci di continuare a ricevere amore, fiducia e nutrimento. Niente è statico nella vita. L’energia vitale si muove e fluisce senza sosta.

L’integrazione si mostra nelle nostre relazioni quando cominciamo a prenderci la responsabilità di guardare dentro di noi e via via che lo spazio interiore cresce, possiamo lasciare andare cose alle quali invece in passato sentivamo di dover reagire.

Il nostro bambino “regresso” sarà probabilmente sempre reattivo e in difesa. Ma gradualmente diveniamo sempre più capaci di accorgerci delle nostre ferite e della nostra reattività con un certo distacco comprendendo la loro origine.

Con il tempo, quando qualcosa ci provoca, abbiamo sempre più possibilità di scelta tra reagire nel vecchio modo o trovare modi nuovi di essere con noi stessi. Se lo spazio interiore cresce, possiamo scegliere di stare con il disagio delle nostre emozioni invece di reagire ciecamente.

Forse i vecchi modi sono l’accusare, il tagliare ed isolarci, il soffrire in silenzio senza esprimerci … Ma con il tempo giungiamo a vedere che questi vecchi modelli sono vicoli ciechi che abbiamo imboccato infinite volte nella nostra vita e sappiamo non condurre ad altro che ad un più profondo isolamento e dolore. E anche se le vecchie reazioni non scompaiono così velocemente, integrandoci cominciamo ad adottare nuove risposte che nascono dall’accogliere tutte le nostre parti che ,come strumenti di una unica orchestra, concorrono a suonare la nostra sinfonia ….

La maschera

MASCHERA

I miti aborigeni sulla creazione della terra narrano di un Tempo del Sogno, durante il quale leggendarie creature percorsero in lungo e in largo il continente, cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano: uccelli, animali, piante, rocce, “ e con il loro canto avevano fatto esistere il mondo” (B.Chatwin – Le vie dei canti – )

Un’antica leggenda animata da creature fantastiche, ma che in realtà descrive quello stesso potere creativo che i bambini custodiscono da sempre come dote innata.

Semplicemente giocando, un bambino sa vedere in una pozzanghera un meraviglioso oceano e fare di una foglia un veliero. Sostenuto dalle sue emozioni può cogliere la vita in una pietra e trasformarla in una delle tante creature che la fantasia sa suggerirgli. Un potere creativo che ogni bambino sa esprimere, grazie alla capacità innata di emozionarsi ed emozionare, senza giudicare i sentimenti che prova, che siano rabbia, gioia o dolore.

Ma proprio da piccoli spesso siamo costretti a camuffare la nostra energia, imparando a mascherare tutte quelle emozioni non tollerate e considerate pericolose dal senso comune della morale. Man mano capita di chiuderci in una “non vita”, dove attraverso giochi raffinatissimi di simulazione ci esercitiamo a esprimere tutto quello che è utile per essere ben allineati e approvati, alienando i messaggi del nostro cuore.

Così iniziamo ad indossare le nostre prime maschere. Ma non c’è colpa in questo gesto. Siamo troppo piccoli e impauriti e vogliamo solo difenderci, sopravvivere, o più spesso preservare l’amore dei nostri genitori, mostrando loro un bambino tanto perfetto quanto irreale che per sopravvivere “deve” adattarsi alle richieste genitoriali.

Purtroppo contemporaneamente, come effetto collaterale, finiamo per sacrificare le nostre emozioni trasformandole e privandole dell’integrità originaria.

La paura del rifiuto ci spinge a negare le nostre debolezze, mascherando il nostro animo con un’ostentata sicurezza. In realtà temiamo l’amore e ogni sua espressione, come un dittatore che ha paura che il suo regime verrebbe sovvertito se la libertà dovesse prevalere. Così non permettiamo alle nostre emozioni di pronunciarsi liberamente, esiliandole nell’angolo più nascosto del nostro animo.

Spesso trasformiamo invece il senso di autostima che da piccoli nobilita e sostiene il nostro amore, tramutandolo in orgoglio. Ci mascheriamo così di presunzione e giudichiamo come sbagliato tutto quello che sfugge al nostro controllo. Una maschera pericolosa che spesso nasconde un profondo senso di vergogna interiore. Quella vergogna nata sin da piccoli, quando fummo educati a percepire come inappropriata ogni espressione spontanea d’amore, quasi come se bisognasse avere una giustificazione per esprimere le proprie emozioni.

Ma se la paura del rifiuto e l’orgoglio possono spingerci sin da piccoli a indossare le nostre prime maschere esiste un terzo cospiratore che alimenta le nostre simulazioni: la volontà distorta. Da piccoli abbiamo imparato a mascherarci per difenderci dal giudizio e dalle coercizioni, perché in gioco c’era la nostra sopravvivenza. Da adulti però siamo solo noi che scegliamo di mantenere ancora imprigionate le nostre emozioni e di credere alle menzogne apprese sin da piccoli.

Non siamo più vittime di nessuno e se ci ostiniamo a vivere ancora dietro una maschera, la responsabilità è solo nostra. Della nostra volontà distorta che ci induce ancora a dare credito a delle percezioni infondate, come l’idea di dover essere perfetti e privi di fragilità per essere amati.

“Uno è più autentico quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stesso” Almodovar – Tutto su mia madre

Forse proprio in questa frase sta il segreto per rompere la maschera di quei codici sociali tanto reali quanto artefatti, smettere di ossessionarci che la nostra vita sia necessariamente compresa e approvata da tutti coloro che ci circondano, dando nuovamente voce al potere creativo delle nostre emozioni.

Una voce capace di evocare non più una realtà rigida, relegata nella paura del comune consenso, ma che sa modificarsi e assumere le forme e i colori migliori che la vita sa suscitare.

Ritornare a vivere emozionati, senza sentirci in colpa per questo, perché se, per timore della vita, viviamo senza emozioni, significa che la nostra vita è già finita.

La strada per liberarci dalle nostre maschere è senza dubbio lunga e difficile. Potremmo però affrontarla con la fiducia che la nostra bellezza interiore non smetterà mai nenache per un attimo di esprimersi per rendersi libera.

E’ necessario “sfondare il muro del dolore” per liberarci dalle tante falsità che ci siamo e abbiamo raccontato, quel dolore risanatore che guarisce tante anime in pena …..

Contro la consapevolezza: strategie elusive e motivi di fuga

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“ Se scegliamo di vivere alla cieca, abbiamo buoni motivi per avere paura ….”  N.Branden

Diverse sono le strategie elusive che mettiamo in atto per sfuggire alla consapevolezza; la più semplice consiste nel non sforzarsi di dirigere il flusso della consapevolezza. Gettiamo le armi decidendo di lasciarci trasportare passivamente dalle associazioni mentali. La nostra mente diventa una nave senza nessun timone che vaga passivamente trasportata dalla corrente.

Un’altra forma di elusione della consapevolezza è la resa passiva alle emozioni : paura, dolore, rabbia diventano più grandi di noi e ci imprigionano. Questo è molto diverso dall’essere testimoni consapevoli di quello che proviamo cercando di vivere con chiarezza le emozioni che proviamo momento per momento senza lasciarci sommergere. E’ possibile provare emozioni intense e nello stesso tempo conservare una totale chiarezza di pensiero, stare nel “qui e ora” consapevoli di quello che si sta provando.

Senza voler suggerire una dicotomia intrinseca tra emozioni e coscienza è facile, spesso, osservare che per molti i sentimenti e le emozioni rappresentano un rifugio dalla realtà. Queste persone agiscono partendo dal presupposto che, fino a quando restano assorbite dalla paura, dal dolore, dalla rabbia , eviteranno di pensare, connettere e agire responsabilmente.

“Ho paura – fermate il  mondo”, “soffro – qualcuno faccia qualcosa”, “sono furiosa- che nessuno osi sfidarmi”. In questo stato mentale, sentimenti ed emozioni equivalgono alla non consapevolezza, al volersi nascondere per evitare di prendersi la responsabilità del sentire.

Esercitare una consapevolezza mirata è un lavoro che richiede fatica; d’altro canto esiste una cosa molto semplice che si chiama avversione per la fatica. La conosciamo tutti molto bene, perché ciascuno di noi vi soccombe almeno una volta ogni tanto. Se permettiamo a noi stessi di soccombervi spesso, sia come legittima forma di riposo, sia come indulgenza temporanea verso noi stessi, ma senza intenzione di evitare per sempre quello che sappiamo di dover affrontare, in genere non ci crea nessun danno. Ma se adottata come stile di vita, o reazione abituale, questa politica è autodistruttiva.

La politica della passività ci lascia addosso la sensazione di essere impreparati di fronte a molte sfide e occasioni della vita, e soprattutto non ci permette di coltivare la nostra autonomia.

La paura è un altro dei motivi che rallentano la presa di consapevolezza. Esistono molte cose di cui si può teoricamente aver paura, ad esempio:

  • Paura della nostra fallibilità. Teniamo presente tuttavia che arrendersi alla paura di scegliere o prendere decisioni è essa stessa una scelta o una decisione e come tale avrà delle conseguenze.
  • Paura di assumersi delle responsabilità. Se la nostra priorità più alta non è raggiungere degli obiettivi, ma evitare di essere ritenuti colpevoli o responsabili di qualcosa, nella vita non realizzeremo mai nulla. Il timore che non osiamo sfidare diventerà la nostra prigione e determinerà i limiti della nostra esistenza.
  • Paura di affrontare la verità sui nostri pensieri, emozioni e comportamenti. Chiunque abbia fatto con successo percorsi di crescita conosce sicuramente l’importanza dell’accettazione di sé. Quando accettiamo e facciamo nostro ciò che siamo; quando digeriamo il fatto che i nostri pensieri, emozioni e comportamenti sono, almeno nel momento in cui hanno luogo, espressioni di noi stessi; quando ci apriamo all’autoconsapevolezza; quando smettiamo di giudicare e cominciamo a vedere; allora diventiamo più forti e diventiamo più integri.
  • Paura di essere sopraffatti dal proprio mondo interiore. La paura di restare sommersi e di perdere la capacità di funzionare se permettiamo a noi stessi di essere “troppo consapevoli” non ha nessun fondamento nella realtà. Questa è una preoccupazione che ho sentito molto spesso da clienti spaventate dalla loro stessa rabbia. A volte, quando questa rabbia non riconosciuta comincia ad affiorare, si chiedono se non stanno “impazzando”. Quando, e se, permettono a se stesse di guardare in faccia le loro emozioni, senza agire contro di esse in maniera distruttiva, ma cercando vere soluzioni alla loro frustrazione, di solito finiscono per sentirsi più padrone di se stesse e più equilibrate. Ogniqualvolta riusciamo ad integrare una parte di noi che si era in qualche modo separata, il risultato è una sensazione di maggior interezza.

Se viviamo consapevolmente non voltiamo le spalle alla vita: l’abbracciamo. E vedremo che, così facendo sarà naturale per noi abbracciare anche la continua evoluzione della consapevolezza stessa. Perché la vita è crescita, movimento, espansione, spiegamento, slancio dinamico.

La paura di aver paura ….

PAURA E CORAGGIO

La PAURA , solo la parola ci mette già ansia, il cuore inizia a battere , i pensieri si confondono e alla paura si aggiunge “la paura di aver paura” dandoci il definitivo colpo di grazia …

Di seguito una riflessione di Rossella Panigatti estratta dal suo libro “La paura della paura”

Perché abbiamo paura se abbiamo un tetto sulla testa e di che sfamarci, un lavoro soddisfacente e degli affetti? Che ragione c’è? Sì, magari il nostro partner si lamenta perché la casa è piccola, il capoufficio non è proprio simpatico e a volte fa delle sfuriate inutili, ci vediamo invecchiare … ma da questo ad avere paura, bè , ce ne passa!

Siamo proprio sicuri che sia così, o ci stiamo raccontando la favola del “vissero tutti felici e contenti”? Quante volte ci diciamo che “va tutto bene”, sapendo perfettamente che non va bene per nulla? Vogliamo, almeno con noi stessi, essere sinceri?

Fermiamoci a fare qualche considerazione.

Da quando abbiamo la capacità di comprendere siamo nutriti dalla paura. Per primi ereditiamo i timori derivanti dai disequilibri dei nostri genitori, che, a fin di bene, tendono a proiettare su di noi le loro paure senza rendersi conto del danno che provocano.

Frasi come quelle che seguono sono esempi banali, ma tristemente comuni: “Se non stai buono viene l’uomo nero che ti porta via!”, oppure “Finisci tutto, o chiamo l’orco che mangia i bambini …”, o ancora “Non vorrai andare in giro vestita così Non sai che hanno violentato due ragazze proprio in questo quartiere?”.

E’ vero che abbiamo sempre la capacità di decidere, scegliendo quello che è meglio per noi, accettando o meno quello che ci propongono, ma si tratta dei nostri genitori, come non fidarsi? E se per caso stavamo cominciando a costruirci dei punti di riferimento che ci permettevano di sentirci al sicuro e protetti in un mondo bello e accogliente, e che ci sostiene comunque, ecco che questi si scontrano con i loro timori e si sgretolano senza speranza.

Ci sono poi le paure indotte dalla società in cui viviamo, che le produce sistematicamente per auto perpetuarsi e proteggersi e per indirizzarci a fare ciò che è “giusto”.

Per non parlare infine delle nostre paure personali, determinate dalle decisioni che di volta in volta prendiamo in merito a quello che ci accade intorno, sia che ci riguardi direttamente o che sia un fatto che leggiamo sui giornali.

Perché temiamo di ammettere che la paura fa parte della nostra vita? Si tratta di un’emozione comune molto primitiva.

Agli albori dell’umanità, quando ci reggevamo a stento sulle due gambe, è stata proprio questa emozione istintiva che ha permesso all’animale-uomo di individuare in tempo il pericolo di mettersi in salvo. La modalità di allarme, infatti , è propria di quella che chiamerei la “paura sana”, quella che ci fa fare un balzo indietro quando una macchina sta per investirci o che ci permette di reagire ad un malintenzionato.

Questo campanello d’allarme può addirittura salvarci la vita e rappresenta una reazione energetica corretta allo stimolo => reazione: c’è un reale pericolo, il nostro sistema energetico lo recepisce e manda l’informazione che si traduce in adattamento fisiologico, mettendo in allerta e potenziando i sistemi e gli organi del nostro corpo in modo da permetterci di sopravvivere.

In questi casi , la paura svolge egregiamente il suo compito. Poi, c’è un’altra manifestazione della paura, che, da semplice e lineare informazione che a volte si rivela vitale, si trasforma in un sentimento oscuro, strisciante, in un’ansia immotivata che ci assale senza ragione e ci strangola, non lasciandoci vivere.

Se ci guardiamo intorno possiamo vedere come la seconda modalità oggi sia molto più diffusa di quanto non appaia, una pandemia i cui segni scorgiamo sui volti di chi ci passa accanto e, spesso, anche sul nostro quando, gettando un’occhiata distratta ad una vetrina, ci specchiamo involontariamente.

Questa paura ha una causa diversa poiché non è generata da minacce reali, concrete, ma da un’indicibile molteplicità di stress, più o meno evidenti, più o meno sommersi, davanti ai quali rischiamo di soccombere.

Abbiamo paura di quello che non conosciamo, l’ignoto, anche se potrebbe essere migliore, ma anche della troppa intimità, della vera vicinanza. Abbiamo paura di non essere più sani o giovani, o potenti, di perdere il controllo, di essere condizionati o “invasi”, di essere respinti, paventiamo le troppe responsabilità o il fallimento. Soprattutto, abbiamo paura di non essere visti e mati per quello che siamo.

Questa paura è una presenza costante nella nostra vita e, visto che è una emozione comune a tutti, come la rabbia o l’amore, come la solitudine , perché negarla?

Perché abbiamo paura della paura? Perché non ammettiamo semplicemente di aver paura, senza comportarci come se non esistesse?

La ragione principale è di origine culturale: nella nostra società non è bello aver paura. Ci hano insegnato che è vergognoso provare paura, essere insicuri, o provare qualsiasi altra sfumatura di questa emozione. E non è tutto. Se il fatto di avere paura è considerato altamente inopportuno, c’è una cosa che anche peggio: mostrarla.

Molto presto quindi impariamo a mascherarla con il controllo, riducendo la voce della paura ad un sussurro sempre più flebile;diventiamo maestri a simulare un coraggio senza tentennamenti. All’inizio la recita è fatta a beneficio degli altri, così che non percepiscano il nostro timore di non farcela, o di non essere amati, o il terrore di essere abbandonati. Tale pantomima a furia di essere rappresentata ha alla fine effetti drammatici su di noi: non soltanto finiamo per persuaderci che non proviamo paura nel momento presente, ma che non l’abbiamo mai provata.

Così facendo ci neghiamo la possibilità di modificare quello che determina la nostra paura che finisce per crearci problemi molto più grandi. Infatti, la paura, anche se negata e ignorata lavora sotto la superficie frenando il nostro cammino verso una vita piena.

Se in questi momenti in cui tutto diventa pesante e lento ci fermassimo un attimo ad ascoltarci, ci renderemmo conto che l’ostacolo più grosso è, appunto, la paura della paura. E’ proprio lei che riesce a trasformare una semplice indicazione di qualcosa fuori equilibrio in un freno che ci immobilizza.

Far finta di non aver paura significa non fare le cose, rinunciare, accampare delle scuse, oppure agire con tensione. Vuol dire pesare ogni parola e ogni gesto, anche quando agiamo, e temere il fallimento.

Ne vale la pena?

La via che è necessario imboccare, dunque, è quella , prima di tutto, di smettere di demonizzare la paura. Poi, imparare a trasformare questa energia stagnante in energia in movimento: per dinamizzare la paura e procedere nella vita sgravati da questo fardello, pronti ad ascoltarla quando si presenterà di nuovo.

Questo ovviamente non significa che non avremo più paura; vuol dire solo che vivremo la paura nel suo giusto contesto, come messaggio di un disequilibrio che, una volta risolto, può tornare a essere qualcosa di armonioso…….

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liberamente tratto da:

R.Panigatti – “La paura della paura” – ed. TEA

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