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Aspettative. Ciò che alimenta le reazioni e le pretese.

ASPETTATIVA 3

“le aspettative”  un argomento che mi ha sempre toccata da vicino e che ora “vedo”, nel mio lavoro di Counselor e di Mediatore Familiare , come esse siano la base di molti dei disagi intrapsichici e relazionali.

Stamattina sfogliando il libro di Krishnananda “a tu per tu con la paura” , sono incappata in un capitoletto, il cui titolo ha dato il nome a questo post, che mi sembra perfetto per chiarire alcuni punti.

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La fonte e l’alimento del nostro reagire e pretendere proviene dalle aspettative. Tutti noi nutriamo aspettative reciproche che, se rimangono inconsce, possono distruggere qualsiasi tipo di armonia e intimità desideriamo creare. Perché le aspettative trasformano l’altra persona in un oggetto per i nostri voleri..E poniamo le stesse aspettative sulle situazioni e sulla vita in generale….. Invece di sentire le nostre paure, noi entriamo nel “bambino che pretende” e ci sentiamo vittime della gente, delle situazioni e della vita.

Per conseguire una maggiore consapevolezza del nostro “pretendere”, dobbiamo esaminare le nostre aspettative.

E’ più facile a dirsi che a farsi….. come facciamo a riconoscere le nostre aspettative??

  1. Uno dei modi è notare quando ci sentiamo delusi e reagiamo, sia colpevolizzando e arrabbiandoci che isolandoci con rassegnazione. A seconda del nostro temperamento. Possiamo scagliare la rabbia e la delusione sull’altra persona perché non soddisfa i nostri bisogni, oppure possiamo trattenerle dentro di noi e cuocere nel nostro brodo. … E’ imbarazzante vedere quanto ci aspettiamo dagli altri. Per questo non abbiamo voglia di analizzare questa parte di  noi. Ogni qualvolta sentiamo frustrazione o rabbia, un’aspettativa è stata delusa.
  2. Un altro modo per scoprire un’aspettativa è esaminare cosa si nasconde sotto il nostro giudizio. Spesso proprio dietro ad un giudizio c’è qualcosa che vogliamo o ci aspettiamo da qualcuno.
  3. Un terzo modo per cominciare a riconoscere le nostre aspettative è quello di prendere qualcuno che ci è molto vicino – la nostra relazione fondamentale è l’esempio migliore – e vedere tutti i modi in cui possiamo incolpare questa persona. Incolpiamola per tutto quello che non va in lei, per tutto ciò che non ci dà, per tutto ciò che vorremmo cambiasse. Sotto ognuna di queste colpe c’è una aspettativa.

Quando un’aspettativa non è soddisfatta possiamo avere una reazione esplosiva o implosiva. Le aspettative che provocano il primo tipo di reazione sono positive e si trovano appena sotto lo stato di rabbia e di giudizio. Esse hanno una energia che le sorregge e sono accompagnate dalla sensazione, nella mente del nostro bambino, che meritiamo di vederle soddisfatte. Le definisco positive perché c’è almeno un po’ di energia con cui possiamo connetterci. Quando c’è energia è più facile riconoscere le aspettative e cercare il bisogno insoddisfatto, il buco della nostra vita che esse ricoprono. Le aspettative sono i coperchi dei buchi interiori. Invece di sentire la paura e il dolore che questi buchi provocano, trasformiamo l’energia nell’aspettativa che qualcuno, o la vita stessa, li colmino.

Le aspettative negative sono convinzioni che tratteniamo e che ci impediscono di ammettere che in realtà vogliamo o ci aspettiamo qualcosa. Quando neghiamo di avere bisogni e desideri o quando ci sentiamo così indegni che non pensiamo di meritare nulla, le nostre aspettative vengono sepolte in profondità. Ovviamente sono ancora lì, ma sono più difficili da raggiungere. Per esempio, alcuni di noi vivono nell’illusione che non abbiamo bisogno di niente e di nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di malignità, di aggressione passiva.

Copriamo i nostri bisogni con convinzioni del tipo:

  • Avere bisogno degli altri non va bene; dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi;
  • è inutile desiderare o avere bisogno di qualcosa perché in ogni caso non verremo soddisfatti;
  • esprimere un bisogno porta solo alla frustrazione.

E’ possibile che non riconosciamo assolutamente il fatto di avere bisogni. Li abbiamo rinnegati così a lungo che è diventato quasi impossibile averne la consapevolezza. Le nostre aspettative negative si trovano nel profondo delle nostre ferite interiori. E creano una grande disperazione: non saremo mai amati, accettati o compresi.

Sia che le nostre aspettative si manifestino sotto forma di rabbia, delusione o accusa (è il caso delle aspettative positive) sia che possano essere identificate come una convinzione negativa che copre i nostri desideri e bisogni (è così per le aspettative negative), esse continuano a coprire una parte dentro di noi profondamente ferita e affamata. Il nostro bambino interiore proietta le sue vecchie esperienze sul presente con tutta la paura e la diffidenza che quelle esperienze gli hanno insegnato. Il presente può anche essere più amorevole di quanto crediamo ma noi non ce ne possiamo accorgere. Continuiamo a reagire come farebbe un bambino.

Senza consapevolezza e comprensione è facile sentirsi vittimizzati dall’esistenza per quello che succede piuttosto che vedere che siamo noi stessi a crearlo. Identificando lo schema con profonda compassione possiamo cominciare a modificarlo. La mente del nostro bambino ha formato delle convinzioni e ripete degli schemi basati sulle esperienze della prima infanzia, e noi dobbiamo trovare un modo per risvegliarci dal film che sta distorcendo la mnostra realtà presente con proiezioni del nostro passato.

 

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Krishnananda

“A tu per tu con la paura”

Ed.Universale Economica Feltrinelli

 

Quale paura per quale ferita ….. istruzioni per l’uso

paura 1

Per un bambino che è impotente, innocente e totalmente dipendente, ogni abuso, ogni intolleranza, ogni mancanza di attenzione è un’esperienza di abbandono. Noi proviamo che lì con noi non c’è nessuno che si prenda cura dei nostri bisogni. Questa sensazione provoca il panico.

Anche se ora siamo adulti e possiamo realisticamente provvedere di persona alle necessità, quando la ferita si apre il nostro bambino interiore riesce soltanto a ricordare una situazione precedente in cui la paura era devastante. Perciò evitiamo di aprire questa ferita.

E’ spesso difficile risalire alle fonti di questa ferita. Per quelli che sono stati di fatto abbandonati da uno o da entrambi i genitori, o per coloro che hanno subito un abuso fisico o sessuale, la causa è più ovvia. Ma può non essere altrettanto chiaro per altri.

Allo scopo di “guarire” il nostro bambino ferito, non è così importante scoprire perché ciò si è verificato. Ma è importante riconoscere che è successo e riconoscere le ramificazioni di questo evento nella nostra vita quotidiana, particolarmente nelle nostre relazioni. Alcuni di noi possono aver trovato sistemi più efficaci per coprire, negare o “compensare” la ferita, ma tutti quanti ce la portiamo addosso.

Sentirla invece che fuggirla richiede un coraggio immenso.

Come, quindi, affrontare la ferita?

  • Riconoscere che le nostre pretese coprono le nostre paure dell’abbandono e della privazione => la nostra reattività e le nostre pretese, le nostre strategie, i nostri sforzi di controllare, dominare, manipolare l’altro, non sono altro che una copertura per la nostra ferita dell’abbandono. In maniera inconscia il nostro bambino interiore spera che troverà, alla fine, qualcuno che soddisfi tutti i bisogni insoddisfatti della sua infanzia. Il nostro adulto può riconoscere razionalmente che ciò non è possibile, ma il nostro bambino non abbandona mai questa speranza. E questa speranza viene quindi proiettata, per lo più inconsciamente, sulla persona che amiamo o sulla vita, in generale. La nostra ferita dell’abbandono viene stuzzicata nel momento in cui cominciamo a sentire che i nostri bisogni non sono soddisfatti. Perciò il primo passo è riconoscere che la ferita dell’abbandono è stata stuzzicata. Per il nostro bambino quello che sta accadendo nel momento presente è un reale abbandono.. Non riesce a distinguere il fattore scatenante dalla fonte originale. Quando l’evento originante si è verificato era troppo devastante da sentire. E ora che il dolore viene provocato, al nostro bambino interiore sembra che abbia la stessa intensità.
  • Accettare la paura e il dolore e dare loro spazio => più siamo disponibili ad affrontare la ferita quando arriva, più facilmente la supereremo. Se usiamo la relazione per evitare di sentire questo vuoto, non funzionerà mai, stiamo usando la relazione per fuggire da noi stessi. La nostra mente non vuole entrare nel vuoto. Per attitudine preferiremmo essere felici. Ma con una tale attitudine non è possibile attraversare il dolore, quando essi si presenta. Questo stato di cose si acuisce nella relazione perché, condizionati dalla convinzione romantica, crediamo, che il nostro partner ci darà ciò che da bambini non abbiamo ricevuto. Quando poi la nostra relazione ha superato il periodo di “luna di miele”, in cui tutto è meraviglioso e il nostro amato incarna tutti i bisogni e desideri più grandi, ci dirigiamo inevitabilmente verso la delusione, è qui che iniziano i problemi. Per un certo periodo possiamo vivere nella negazione dei sentimenti oppure adattarci, ma in realtà stiamo covando del risentimento. Questo risentimento può essere espresso in molti modi indiretti: sarcasmo, atteggiamento di critica e di giudizio etc.. Nel frattempo la relazione si fa sempre più amara e probabilmente alla fine abbandoneremo la relazione, assolutamente convinti che era necessario perché l’altra persona non era in grado di soddisfare i nostri bisogni. Stiamo omettendo di riconoscere che ogni relazione provocherà, in qualche modo, la nostra privazione e il nostro abbandono. Mentre è proprio provando questi dolori con consapevolezza che possiamo lentamente riempire i nostri vuoti. Questo può aiutarci ad accettare il nostro essere soli. Solo quando abbiamo la volontà di affrontare questo processo in maniera completa possiamo cominciare a trovare un po’ di armonia nella nostra vita amorosa e un po’ di grazia nella traversata della nostra vita.
  • Andare in cerca di sostegno => quando la ferita è aperta ci può essere un’ansia tremenda. Talvolta l’oscurità e la solitudine sembrano senza fondo, interminabili e pensiamo di impazzire. Possiamo sentirci profondamente depressi, diventare pesantemente autocritici e una generale negatività e perdita di fiducia oscura tutte le nostre giornate. In queste occasioni il primo passo è rischiare e chiedere aiuto all’esterno, senza aspettarsi che qualcuno faccia sparire il dolore. Molti di noi sopportano questo dolore nell’isolamento, rafforzando la convinzione che dobbiamo affrontare da soli il dolore. Questo è un falso modo di essere soli, basato più sulla contrazione che sull’espansione, sulla diffidenza e la paura piuttosto che sulla fiducia. C’è una voce interiore che dice: “Nessuno può starmi vicino quando mi sento così”, oppure, ” Sono un peso”. Ma la nostra “guarigione” arriva proprio rivolgendoci a qualcuno quando soffriamo. Quando ho trovato il coraggio di rivolgermi a qualcuno, molta della paura è svanita.

 

In conclusione il maggior aiuto per superare la ferita è proprio la VOLONTA’ di sentirla. Una volta che rivolgiamo verso l’interno l’energia e cominciamo ad assumerci le nostre responsabilità per il dolore, le cose sembrano cambiare radicalmente. Quando il dolore è stato stimolato e la rabbia o la delusione si presentano, in quel momento ci stiamo permettendo di sentire la paurae prorpio da quel momento inizia la risalita …..

 

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