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Cambiamento

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“ Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va …” Eraclito

Non è possibile dunque bagnarsi due volte nello stesso fiume, dice Eraclito, perché né l’acqua del fiume né l’uomo sono immutabili.

Tutto cambia in continuazione. Eppure, la maggior parte di noi, di fronte alla sola idea del cambiamento, reagisce opponendo resistenza. A volte, le persone fanno perfino fatica ad uscire dalle situazioni penose, proprio per la paura dell’ignoto, come se dovessero fare un salto nel buio.

Il fatto è che, per pigrizia, finiamo spesso con l’aggrapparci a quella che in inglese si chiama “comfort bubble”, una specie di bolla che ci contiene e ci dà sicurezza, versione aggiornata del grembo materno che ci avvolgeva prima che nascessimo.

Il primo drammatico cambiamento avviene infatti nell’istante stesso in cui veniamo al mondo. Ovviamente, non ce lo ricordiamo a livello cosciente, ma è impresso nella parte più antica del cervello: il passaggio da un ambiente caldo e rassicurante, anche se buio, ad un ambiente completamente diverso, luminoso, ma anche freddo e inquietante, dove non ci possiamo più affidare totalmente all’organismo materno per sopravvivere.

E’ questo il trauma primordiale per cui, fin da subito, ci viene preannunciato il nostro destino: affrontare la vita contando sulle nostre forze.

Il grido che accompagna la nascita segna il primo importante cambiamento della nostra vita. Anche se ormai dovremmo esserci abituati, ogni volta che lo scenario cambia, riviviamo quell’antico trauma da separazione ed è come se, ogni volta, volessimo far riesplodere quel vagito ancestrale.

Il cambiamento è un fenomeno continuo e naturale, e la capacità di adattamento consiste nel saper essere flessibili nell’assecondare il flusso della vita.

Il cambiamento è una rinascita. Ciò presuppone che, prima, qualcosa in noi debba morire, ed è proprio questo morire ad incutere timore. Per godere appieno del nuovo, è invece essenziale saper accettare la perdita di quello che non possiamo più portare con noi.

La resistenza al cambiamento è un fatto normale: l’idea di perdere le certezze, belle o brutte che siano, ci disorienta, la sola ipotesi di fare un salto nell’ignoto ci fa paura. Non si spiegherebbe il successo che riscuotono maghi e astrologi, che vengono consultati con l’illusione di poter evitare il timore di ciò che il futuro potrà riservarci. E’ come se, in qualche modo, volessimo fermare il tempo, cristallizzarci in un presente senza fine e, soprattutto, senza sorprese.

Si dice spesso che le sorprese sono gradite. In realtà noi amiamo solo quelle piacevoli, quelle cose e quelle sole che noi vogliamo o che crediamo di volere. Siamo disposti a provare solo emozioni positive, rifiutando tutto ciò che temiamo possa farci male. Piuttosto di rischiare di soffrire, ecco che rinunciamo a qualunque tipo di innovazione, precludendoci così la possibilità di apprezzare una gioia autentica.

Esiste il “rischio di vivere”, che non possiamo negare. Perfino le emozioni negative sono necessarie per la nostra crescita. Quasi sempre, infatti, i cambiamenti importanti sono preceduti da una crisi. Si dice che il momento più buio sia quello che precede l’alba.

Per vivere con pienezza la nostra esistenza, occorre sviluppare il coraggio di affrontare e superare la cosiddetta ansia da separazione, la paura di perdere qualcosa che avevamo e che credevamo potesse durare per sempre.

Il coraggio, tuttavia, non significa assenza di paura. Anzi, è vero esattamente il contrario. Coraggioso è chi prova paura ed è capace di superarla. Il coraggio infatti consiste nella consapevolezza degli ostacoli e dei nostri inevitabili timori, nella capacità di convogliare l’energia a nostro vantaggio. Solo essendone pienamente consapevoli, possiamo affrontare efficacemente gli eventuali ostacoli che si presentano sul nostro cammino.

La parola che più si sente in questo periodo è “crisi” . La crisi è essenzialmente resistenza al cambiamento; perché ciò avvenga non possiamo rimanere ancorati agli schemi del passato. Non ci servono più. Questa è la crisi. La nostra difficoltà di risolvere i problemi, di cercare soluzioni nuove, di abbandonare antichi percorsi. Ma, attenzione, nessun antico percorso può essere utile per risolvere nuovi problemi, il pensiero innovativo è l’unico antidoto alla crisi. C’è un sacco di gente che, tutti i giorni, anche nei periodi più neri, trova soluzioni, inventa nuovi prodotti, si rifà una vita.

Basta volerlo!!

E’ importante soprattutto essere sinceri con se stessi. Riconoscendo e accettando i nostri limiti, poniamo le basi per il cambiamento.

Cambiare significa soprattutto fare qualcosa di diverso, che possa avvicinarci di più al raggiungimento dei nostri obiettivi e a quella parte di noi che “lì e allora” siamo stati costretti a modificare , a disconoscere per poter essere riconosciuti. Significa, anche, essere addirittura così flessibili da saper cogliere i segnali, anche quelli più deboli, ed eventualmente tenersi pronti ad aggiornare, se non a modificare, gli obiettivi stessi. Viceversa, restare rigidamente ancorati a vecchi schemi, magari solo per una questione di principio, è cocciutaggine, decisamente improduttiva e autolesionista.

La strada maestra per gestire il cambiamento è la consapevolezza. Conoscere i processi mentali è di grande aiuto . Il passo successivo consiste nell’ascoltare i pensieri e le emozioni, prendendone atto per ciò che sono, senza giudicarli: esistono e basta. Se ci vergogniamo dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e li ignoriamo, questi finiscono per scivolare nell’inconscio e lì si radicheranno, acquistando un potere immenso. Solo accettando ciò che pensiamo e proviamo, lasciando che tutto venga a galla, possiamo decidere di tenere ciò che è utile e abbandonare ciò che, viceversa, è dannoso e improduttivo.

Quasi paradossalmente, perfino la tendenza ad aggrapparsi a quello che abbiamo è da accettare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale; è vero che cristallizzarsi nelle vecchie abitudini per paura di abbandonarle è un modo nevrotico di fermare il tempo. Fa soffrire, ma il senso di minaccia inconscia legato all’allontanamento dai binari familiari e noti (magari anche odiati) è molto forte. Anche i bambini, prima di uno scatto evolutivo, sembrano regredire, esitano: poi di colpo spiccano un salto come i canguri.

La capacità di cambiare consiste proprio nel dare spazio alla paura, nel permetterle di esprimersi, nel comprenderla fino a lasciarla andare, consapevolmente, perché, ormai, non serve più.

Ho detto prima che il  momento più buio è quello prima dell’alba. E’ bene saperlo, aiuta ricordarselo. Forse in futuro si ringrazierà quella crisi che ci ha permesso di cambiare. L’alba è sempre una sorpresa, ogni volta appare come una rinascita. E’ così che costruiamo la speranza, la fiducia e l’energia necessarie per affrontare al meglio tutte le crisi che si presenteranno in futuro.

Il cambiamento fa parte della vita, è la vita stessa. Esiste una ciclicità, una circolarità nel cambiamento, per cui nulla muore davvero, ma si trasforma, dando origine ad una nuova vita, a un nuovo essere ed è proprio la circolarità del cambiamento a essere in sé rassicurante, solo che spesso, per fretta e superficialità, nemmeno ce ne accorgiamo.

Comportandoci in questo modo, generiamo sofferenza, soprattutto a noi stessi, perché ci neghiamo il privilegio di apprezzare la vita nella sua interezza, di godere pienamente di essa, con i suoi chiaroscuri, in cui, come dice un proverbio zen: “ogni cosa perde continuamente il suo equilibrio in un quadro di perfetto equilibrio “

Litania della vittima

VITTIMA

Puoi smettere di fare la vittima in qualunque momento. Dipende solo da te. Dunque datti una mossa . E tanto per cominciare leggi questo post ….. (dalla quarta di copertina di “come smettere di fare la vittima e non diventare carnefice” di Giulio Cesare Giacobbe).

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Non è giusto, ogni volta è la stessa cosa!

Non possono farlo!

E’ sempre così, non cambierà mai, è sicuro!

E comunque non è colpa mia, ce l’ho messa tutta!

E’ così!

E’ stata colpa di mamma, di papà, di mio marito o dei miei figli … ora è colpa degli altri … presto sarà colpa del governo, dell’inquinamento, del buco dell’ozono!

Sono la vittima assoluta, generale, ed ho paura, ho paura!

Oh sì, ho paura:

  • paura di stare da sola, paura di essere respinta dagli altri;
  • paura di amare, paura di non essere amata;
  • paura di amare troppo, paura di non amare abbastanza;
  • paura di parlare, paura di tacere;
  • paura di agire, paura di non fare nulla;
  • paura di dire di sì, paura di dire di no;
  • paura di avanzare, paura di indietreggiare, paura di restare ferma;
  • paura di ballare, cantare, ridere;
  • paura di piangere, paura di arrabbiarmi;
  • paura di prendere il mio spazio, paura di non prenderlo;
  • paura che l’altro si prenda il suo spazio, paura che l’altro non lo prenda;
  • paura di morire, paura di vivere ….

Ma nascondo bene la mia paura: mi fa troppa paura!

In fondo, credo di aver soprattutto paura di avere paura.

Per provare ad evitarla proverò a meditare, a ritirarmi, a diventare zen ….

Oppure posso contrattare, posso impuntarmi sulle parole, per non guardare in faccia la mia paura. Sono una maestra con le parole, le uso come fossero sentimenti, così mi permettono di dare agli altri la colpa di quello che vivo: “Mi sento manipolata, abbandonata, sfruttata, tradita, rifiutata, esclusa, attaccata, ignorata, disprezzata…”

Così aspetto che gli altri cambino per fare andare meglio e cose.

Quando gli altri, tutto gli altri, saranno cambiati, finalmente le cose andranno meglio.

Sì, ho paura della mia paura e se ci entro dentro rischio di uscirne. E se esco, perdo in un colpo solo, la mia comoda sofferenza e il mio ruolo preferito: il mio potere di monopolizzare l’attenzione di tutti, il mio potere di far girare tutto intorno a me, tutto questo è stato fino ad ora il modo di ritagliarmi il  mio spazio.

E’ questo che mi blocca: ho paura di non aver paura perché fino ad ora questo mi ha fornito una identità e un modo di essere!!!! …..

Abbattere i muri …..

abbattere muri

Cominciamo con una metafora …

Immaginate di esservi trovati nel bel mezzo di un campo aperto sul quale splendeva sempre il sole. Era un luogo bellissimo di gran luce ed apertura. Era talmente bello che avete deciso di viverci.

Quindi avete comprato il terreno e avete cominciato a progettare e a costruire la casa dei vostri sogni.

Avete gettato solide fondamenta, avete costruito la casa servendovi di blocchi di cemento per non avere problemi di decadimento ed infiltrazioni.

Avete costruito ampie finestre ed un tetto sporgente. Dopo aver installato le finestre vi siete resi conto che entrava parecchio calore ; quindi avete installato delle persiane di protezione che potevano anche essere chiuse a chiave per motivi di sicurezza.

Si trattava di una casa molto ampia capace di immagazzinare provviste sufficienti a garantire una completa autosufficienza. Avete perfino costruito un’ala separata per una persona tranquilla di vostra conoscenza che avrebbe tenuto in ordine la casa e vi avrebbe lasciato liberi di vivere in solitudine. E di solitudine si sarebbe trattato, poiché la vostra romantica ricerca includeva l’impegno a fare meno del telefono, radio, televisione o connessione Internet.

La vostra casa era finalmente finita e voi eravate molto entusiasti di viverci. Amavate il senso di apertura del campo e tutta la luce e la bellezza della natura. Ma più di ogni latra cosa, eravate innamorati della casa. Avevate riversato tutto il cuore e l’anima in ogni aspetto della sua progettazione , e si vedeva: esprimeva realmente “voi”. Infatti con il passare dei giorni avete finito per passare sempre più tempo in casa.

Poi vi siete resi conto che con le persiane e le porte ben sprangate, la casa aveva cominciato a prendere l’aspetto di una fortezza. E questo non presentava alcun problema per voi … anzi!

Quindi, poco a poco vi siete abituati a vivere in sicurezza all’interno dei confini della casa. Vi siete dedicati felicemente alle vostre attività di lettura e scrittura, tutto quello che avevate sempre voluto. In realtà la vostra vita lì era proprio comoda perché l’ambiente era completamente climatizzato e un moderno sistema di illuminazione vi procurava tanta luce quasi come quella del sole.

Trovavate la vostra casa talmente confortevole, gradevole e sicura che avete smesso del tutto di pensare al mondo esterno. Dopo tutto, l’interno risultava familiare, prevedibile e assolutamente controllabile. L’esterno invece era sconosciuto, imprevedibile e completamente fuori dal vostro controllo.

Tuttavia poiché non spegnevate mai le luci, ad un certo punto le lampadine , sfinite dall’usura, hanno cominciato a fulminarsi. Ed è stato allora che vi siete accorti del problema : nessuno vi aveva lasciato in dotazione delle lampadine di scorta.

Da quel momento in poi la sola luce che avevate a disposizione proveniva dalle poche candele che avevate tenuto per le emergenze. Ma ce n’erano molto poche, quindi le risparmiavate con cura. Poiché per indole amavate la luce, questo vi riusciva molto difficile; ma non abbastanza da costringervi a superare le paure che avevate sviluppato riguardo al lasciare la sicurezza rappresentata dalla vostra casa.

Alla fine, lo stress di vivere in quella oscurità ha finito per ripercuotersi sulla vostra salute fisica e mentale.

Avete cominciato a preoccuparvi molto di tenere la casa illuminata. La sola luce di cui eravate a conoscenza , visto che la memoria del meraviglioso campo di grano inondato di sole ha cominciato via via a svanire dalla vostra mente, era quella che creavate nell’oscurità grazie alle vostre preziose candele. Eravate tagliati fuori da tutto e il solo conforto che avevate era il senso di protezione che vi garantiva la vostra casa.

Poi un giorno la governante, che condivideva con voi il bisogno di restare nell’ambiente sicuro della casa, vi ha chiamati giù in cantina. Siete rimasti senza parole davanti a ciò che avete visto: era stata trovata una intera riserva di torce elettriche, che potevano essere accese semplicemente agitandole.

Vi siete messi all’opera entrambi cercando di creare luce, bellezza e felicità all’interno dei confini della vostra casa. Avete addobbato ogni stanza facendo in modo che la luce continuasse a risplendere finchè non era tempo di andare a dormire.

Avete ricominciato a leggere e a scrivere, tutte attività che nel buio avevate abbandonato e sembrava fosse ritornato il paradiso.

Un giorno vi è capitato di trovare un libro nella vostra biblioteca. Ha suscitato il vostro interesse perché parlava della luce naturale che esiste all’esterno, il cui ricordo era scomparso dalla vostra mente. Parlava perfino di immergersi in quella luce. Ma si riferiva a molta più luce di quanta riusciste mai a immaginare, senza che qualcuno dovesse far nulla per crearla. Questo vi ha confuso. Dopo tutto, la sola luce di cui eravate a conoscenza era quella artificiale, prodotta dalle candele e dalle torce elettriche. Tutta la luce che eravate in grado di sperimentare si limitava a quanta riuscivate a crearne all’interno della casa. Ci avevate talmente a lungo che tutte le vostre speranze, i vostri sogni, la vostra filosofia e le credenze che avevate si fondavano sul fatto di trovarvi all’interno di quella casa buia.

Continuando la lettura di quel libro avete rintracciato la descrizione di una luce autonoma che risplendeva ovunque, che cadeva su tutto con costanza. Sebbene non aveste alcun punto di riferimento per comprenderlo, questo toccava qualcosa di profondo in voi.

Il libro poi affrontava il tema di uscire all’esterno, cioè di andare oltre le pareti del mondo che vi siete creati. In effetti, il libro affermava che, sebbene proviate attaccamento verso il mondo che avete creato per evitare l’oscurità e ne siate invaghiti, non conoscerete mai l’abbondanza della luce naturale che si trova oltre i confini della vostra casa…..

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Come è possibile uscire all’esterno?

L’allegoria sopra descritta di vivere all’interno di questa casa illustra come spesso ci imprigioniamo dentro i nostri pensieri e le nostre emozioni.

La nostra casa sono tutte le nostre esperienze passate, tutti i nostri pensieri, ogni concetto, punto di vista, opinione, credenza, speranza e sogno che abbiamo raccolto intorno a noi.

Abbiamo intessuto tutto questo facendone il mondo concettuale in cui viviamo. Questa struttura mentale blocca completamente qualunque luce naturale . Abbiamo i muri di pensiero tanto spessi e chiusi da far sì che all’interno di quella struttura non ci sia niente altro che buio.

Siamo talmente tanto assorbiti dal prestare attenzione ai nostri pensieri da non superare mai i confini che ci creiamo.

Quando ci avviciniamo alle nostre zone di confine mentale, provando a far fluire l’emozione abbiamo la sensazione di dirigerci verso un abisso, una oscurità profonda.

Tuttavia se proviamo a considerare il muro non come qualcosa che ci protegge ma come qualcosa che impedisce l’ingresso alla luce, vorremo andare lì e toglierlo di mezzo. E’ necessario oltrepassare queste mura per tornare a vedere il sole.

In realtà, se ci pensiamo bene, non è  poi così difficile. Più volte, ogni giorno, il flusso naturale della vita si scontra con le mura che abbiamo eretto e cerca di abbatterle. Ma noi continuiamo a difenderle. Se avviene qualcosa che pone una sfida alle mura della nostra psiche, diventiamo estremamente difensivi.

Abbiamo costruito un concetto di noi stessi, ci siamo calati dentro e ora difendiamo quella dimora con tutto quello che abbiamo a disposizione.

Ma se riflettiamo, cosa crea quella dimora interiore, se non le mura dei nostri pensieri, credenze, rimuginii? Pensieri ed emozioni spesso legate a situazioni che non esistono più; ma persistono al nostro interno e formano le mura entro cui viviamo.

E se qualcosa dall’esterno penetra dentro cercando di aprire una falla , ecco che paura e agitazione si impadroniscono di noi , mettendoci sottosopra poiché sfida l’edificio di pensieri in cui viviamo. Allora, per mettere le cose a posto cominciamo a fare le nostre razionalizzazioni che diventano toppe per quella falla e ritorniamo dietro le nostre barricate.

Proprio come quella persona, nella metafora, che piena di paura si è asserragliata nella casa buia in mezzo ad un campo illuminato dal sole, e che poi ha lottato per creare un po’ di luce, anche noi lavoriamo sodo per costruire entro i confini delle nostre muraglie un mondo migliore del nostro buio interiore. Decoriamo le pareti con i ricordi delle nostre esperienze passate e con i nostri sogni per il futuro. Ma, proprio come l’abitante della casa che era potenzialmente in grado di lasciare il suo mondo, auto-edificato e artificiale per uscire nella bellezza della luce naturale, anche noi possiamo uscire dalla nostra casa di pensieri in un mondo senza limiti.

La nostra consapevolezza si può espandere fino ad inglobare la vastità dello spazio … la vera liberazione si trova semplicemente dall’altro lato delle nostre mura. Possiamo uscire fuori lasciando semplicemente che sia la nostra vita quotidiana a smantellare le mura di cui ci circondiamo. Possiamo farlo anche solo evitando di fornire sostegno, manutenzione e difese alla nostra fortezza.

Immaginiamo che siano le mura a crollare aprendo davanti a noi un paesaggio di luce , dove finalmente ESSERE , lasciando che le emozioni tracimino per poi imparare a scorrere fluide nel loro letto come un fiume che trova da solo la strada verso il mare …..

Camminando verso l’acquisizione del nostro potere

empowerment

Molto spesso durante un percorso di Counseling capita di portare le  persone a riflettere su cosa, nella loro vita, le fa sentire più nel proprio potere.

Il più delle volte le loro risposte sono:

“Sento di acquisire potere quando mi sento centrata”

“Sento di acquisire potere quando metto dei limiti”

“Sento di acquisire potere quando mi prendo la responsabilità di me stessa”

“Sento di acquisire potere quando mi accorgo di quanto mi sono impegnat nella mia crescita e di quanto fino ad ora ho realizzato”

“Sento di acquisire potere quando ho successo”

Senti di acquisire potere quando sono connessa al mio corpo e mi sento radicata a terra”.

Da queste affermazioni si evince che sentiamo di acquisire potere, soprattutto, quando siamo nella nostra energia, mentre ci sentiamo privati di potere quando ci sentiamo indifesi, confusi e sopraffatti dalla vita o da qualcuno.

Tuttavia siamo ingiusti verso noi stessi se basiamo il nostro potere solo sul sentirci centrati, forti, assertivi. Quando veniamo colpiti nella nostra autostima siamo spesso in uno stato di choc che ci rende incapaci di sentire noi stessi e di rispondere, quindi, in un modo appropriato. E spesso siamo così lontani da un contatto con ciò che vogliamo, desideriamo, sentiamo e pensiamo, che solo più tardi scopriamo di aver tradito noi stessi.

La nostra esperienza è che impariamo a darci potere dicendo un “sì” a noi stessi a un livello profondo. Cioè sentendo noi stessi con un senso di compassione e accettando quello che si presenta , momento per momento.

La strada verso l’acquisizione di potere ha due poli: uno femminile e l’altro maschile.

L’aspetto femminile include l’osservare e il sentire da vicino noi stessi in quei momenti in cui ci sentiamo minacciati, indifesi, senza potere, confusi, paralizzati, spaventati, insicuri.

Un osservare e un sentire senza la pressione o l’aspettativa che saremo capaci di rispondere con potere o semplicemente che sapremo in qualche modo rispondere. Lo choc può essere così profondo che quello che nel momento possiamo fare è solo osservare l’intera situazione.

Questo significa diventare consapevoli e sentire la paura, in particolare quando qualcuno vuole qualcosa da noi o quando ci sentiamo sopraffatti dalle sfide della vita. Normalmente, in queste situazioni, non siamo presenti, ci distraiamo e ci allontaniamo in un modo o nell’altro: compiacendo, isolandoci o dissociandoci. Ci vuole molto coraggio per essere presenti e sentire quello che ci accade dentro.

L’acquisizione di potere viene dal trovare il coraggio e la determinazione a rimanere presenti e a sentire la paura e le sottili sensazioni fisiche associate alla paura.

Lentamente, con il tempo e con molta pazienza, possiamo imparare a riconoscere che non siamo solo un bambino in panico, ma che abbiamo anche la forza e la determinazione per sentire noi stessi piuttosto che distrarci in qualunque modo.

Attraverso tentativi ed errori e senza il dovere di “fare la cosa giusta”, se ci impegniamo a d essere presenti e a sentire cominciamo a scoprire che cosa va bene per noi.

L’aspetto maschile dell’acquisire potere include, invece, correre piccoli rischi, dicendo di che cosa abbiamo bisogno e che cosa vogliamo, anche se questo può farci incorrere nella disapprovazione.

L’aspetto maschile comprende anche l’impegnarsi a fare piccoli passi per non permettere che le nostra pure ci facciano continuamente affondare in un continuo rimandare e nel ritirarsi.

Anche in questo caso non si tratta di fare o dire la cosa giusta, ma semplicemente correre il rischio di comportarsi in un modo nuovo, diverso, più vicino al nostro cuore.

Il correre piccoli rischi ha una grande forza trasformativa e produce un profondo cambiamento interiore. Questo cambiamento conferisce potere, gradatamente le paure diminuiscono e ritorna il senso di sé.

liberametne tratto da:

Krishnananda,Amana – “Fiducia e sfiducia” – Ed.Feltrinelli

Accettare i propri sentimenti….

accettare i propri sentimenti

Proseguendo nel cammino per ri-trovarsi un’altra tappa fondamentale è l’accettazione dei propri sentimenti qualunque essi siano.

Molto spesso le persone tendono a nascondere aspetti di sé di cui non vanno fiere e che hanno a che fare con l’esperienza di alcune emozioni quali il dolore, la rabbia, la paura, la gelosia, la sofferenza…

Come ha sottolineato Jung queste parti di noi tenute nascoste vanno a costituire la nostra “Ombra” e sono condizionate dal timore profondo che la loro manifestazione sarebbe criticata o avrebbe conseguenze terribili e spaventose.

Fin da bambini ci viene insegnato che è bene nascondere alcune emozioni e che esprimere le proprie “debolezze” emotive ci può esporre al rischio di essere vulnerabili.

I messaggi che abbiamo ricevuti sottesi a questa credenza sono:

  •  Non mostrare i tuoi sentimenti
  • I tuoi sentimenti possono spaventare gli altri
  • E’ pericoloso manifestare le tue emozioni

La paura di esprimere le proprie emozioni è ancora più netta, poi, se si è cresciuti in quei contesti familiari in cui sentimenti come odio e rabbia sono stati banditi. Ne consegue, quindi, che fin dall’infanzia si radica la convinzione di essere persone diverse da tutte le altre per cui sbagliate proprio perché si hanno fantasie o sentimenti negativi e inaccettabili.

 Una delle esperienze di cui le persone hanno più paura è quella del dolore.

Accettare se stessi significa accettare anche il dolore che può esserci dentro di noi e che spesso ha radici molto antiche. A volte ci rifugiamo nell’evitamento e nella negazione come difese che ci consentono di non far emergere i sentimenti dolorosi.

Quando proviamo un dolore intenso, fisico o psicologico questo prende tutta la nostra attenzione, rendendo difficile ricordare quando la sofferenza non c’era e immaginare di poter di nuovo sperimentare sensazioni positive.. E’ come se il dolore cancellasse tutto il passato e il possibile futuro. Siamo talmente presi nel gorgo del dolore e della paura che non ci rendiamo conto che esso viene ad ondate ed il nostro unico pensiero è rivolto a: quanto sarà forte? Quanto durerà? Sopravviverò?

Siamo davanti ad una scelta : cogliere l’opportunità di ri-conoscere la propria sofferenza attraverso i vissuti dolorosi, com-prenderne il significato integrandoli nella propria vita oppure ripiegare ancora una volta nella fuga lasciando questi aspetti nell’Ombra.

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A questo punto ti invito a provare il seguente esercizio: se ti trovi in un momento della tua vita in cui stai sentendo dolore e sofferenza per qualcuno o qualcosa prova a farti queste domande:

  • In quale parte del tuo corpo senti il tuo dolore e la tua sofferenza?
  • Se le tue lacrime potrebbero parlare cosa direbbero?
  • Cosa ti impedisce ti accettare questo dolore?
  • Cosa ti impedisce di superare questo dolore?

Prendi un foglio di carta e senza pensare troppo inizia a scrivere per almeno 15 minuti, non rileggere subito quello che hai scritto….

Prendi un altro foglio, sceglie un colore che senti in questo momento ti appartiene e prova a dare una forma al tuo dolore…..

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 Se si ha paura di soffrire, si finisce per soffrire di paura. Solo accettando il dolore possiamo verificare che l’onda fa il suo corso, alternandosi ad intervalli meno intensi che permettono il recupero dell’energia e del coraggio e che  ci ricordano “che passerà…” E’ d’aiuto in questi momenti usare affermazioni positive come : “quello che sento non è quello che sono…” piuttosto che concentrarsi su pensieri negativi come “durerà per sempre…”.

Per concludere: è fondamentale non negare i propri sentimenti, non rimproverarsi ed essere punitivi con se stessi, piuttosto cerchiamo di ascoltare i loro messaggi domandandosi se esiste un modo per soddisfare i propri bisogni senza entrare in conflitto con i propri valori. Dare la priorità al nostro bisogno più importante, senza giudicarsi per i nostri desideri contraddittori, significa riappropriarci della nostra interezza.

Anche quando abbiamo difficoltà ad accettare le nostre emozioni è comunque importante riconoscere le nostre resistenze: il primo passo per uscire da una situazione comincia proprio da dove ci troviamo.

Ri-conoscendo le nostre resistenze aumentiamo la consapevolezza e questo è un passo fondamentale verso l’integrazione.

L’ostinazione nel proseguire un relazione ormai esaurita ….

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Molto spesso i rapporti “alla deriva” continuano a causa del senso di conforto e di sicurezza che la familiarità offre unita alla paura di stare da soli. Ciò detto accade sovente che, quando la persona osa interrompere un rapporto ormai esaurito, si renda conto dell’infondatezza dei suoi timori provando, invece, un alleggerimento e un n uovo senso di vitalità ed energia.

Altri, invece, perseverano nella relazione sperando di poterla migliorare. Eppure, troppo spesso il torpore erode la forza vitale stessa del rapporto, facendo affievolire ogni speranza di cambiamento.

Altri ancora un giorno si accorgono all’improvviso che stanno vivendo e dormendo accanto a qualcuno che non amano più, e riescono a trovare dentro di sé, nell’esigenza di difendere la propria energia vitale, il coraggio di andarsene.

Il fatto di perseverare in relazioni ormai esaurite può essere il risultato di un rapporto genitore-figlio debole, impersonale o formale, segnato da una repressione dell’amore genitoriale. Questo tipo di inibizione comprende di solito uno o più dei seguenti aspetti:

  • Cultura familiare che privilegia le buone maniere e la forma
  • Repressione delle manifestazioni d’amore e mancanza di spontaneità al riguardo: il genitore non dice mai al bambino “ti voglio bene” o “sei un amore”, o lo fa molto di rado
  • L’amore è limitato a piccoli gesti affettuosi, come ad esempio l’offerta di cibo
  • Il bambino non si sente adeguatamente aiutato quando è angosciato
  • Il bambino sente che i genitori non condividono la sua gioia o addirittura viene criticato per essersi sovraeccitato

Il messaggio implicito che arriva al bambino è che, nel caso in cui dovesse provare grandi emozioni, come rabbia, angoscia o cocente delusione, i suoi genitori non sarebbero in grado di rispondere adeguatamente. Spesso per effetto di come sono stati trattati da bambini, questi genitori non sono in grado di affrontare le emozioni più intense dei figli, e pertanto si allontanano da loro (fuga) o li criticano (attacco). Come risultato, il bambino impara che le forti emozioni sono pericolose e minacciose e devono essere bloccate.

Non stupisce quindi che bambini educati in questo modo crescendo riescano ad instaurare solo rapporti emotivi superficiali. Da adulti potranno sposarsi, avere dei bambini, un buon lavoro, ma non riusciranno mai ad arricchire il loro rapporto con una intimità spontanea e/o condividendo con il partner le loro sensazioni più profonde riguardo a se stessi, la vita e il partner stesso.

Alcune persone, invece, mantengono rapporti ormai in via d’esaurimento in età adulta sempre per motivi che affondano nell’infanzia, ma di tenore ben diverso. Queste persone hanno assistito a troppi spaventosi sfoghi vulcanici di una figura genitoriale. Da questo hanno anch’esse imparato che le emozioni forti sono pericolose. Pertanto, le reprimono in se stessi privilegiando rapporti caratterizzati da un blando investimento emotivo perché vi si sentono più al sicuro. Tuttavia, come abbiamo visto nel post precedente, ironicamente è proprio questa “sicurezza” a privare una relazione della sua forza vitale.

Un altro esempio di relazione che può trascinarsi per forza d’inerzia è la relazione simbiotica dove entrambi i partner hanno una tale fobia del conflitto da “concordare” di avere gli stessi punti di vista sulla vita, le stesse sensazioni sulle persone che li circondano, le stesse opinioni su politica, società, cultura. Ciò significa poter tener ben lontana dalla loro relazione quella cosa pericolosa che risponde al nome di “conflitto”.

In una relazione simbiotica i due partner si fondono sotto molti aspetti in una persona sola. Possono persino cominciare a dire cose come “noi pensiamo”, “noi sentiamo” etc … Alcune coppie simbiotiche hanno anche, letteralmente o metaforicamente, un qualche “rifugio” cui possono accedere solo loro, sbarrando la porta ad ogni altra avventura o esplorazione.

Alcune relazioni simbiotiche sopravvivono a lungo perché entrambi i partner amano trascorrere un sacco di tempo a lagnarsi degli altri, trasferendo in tal modo sugli altri tutte le sensazioni di rabbia, rancore e amarezza che provano l’uno nei riguardi dell’altro, collusi a giocare a “tu e io contro il mondo”.

Nel caso in cui , però, uno dei due dovesse mai  rompere il tacito accordo di non concordare su tutto, e osasse comportarsi in modo diverso o esprimere un’opinione diversa, potrebbe suscitare l’indignazione della’altro. Quest’ultimo potrebbe prorompere in un “Come osi dire/pensare questo? Hai infranto il nostro patto!”. Sarebbe come far esplodere una bomba nel rapporto. La ricaduta potrebbe essere tanto esplosiva e violenta da distruggere la relazione stessa.

Concludendo, spesso è difficile valutare la qualità di una relazione importante. Di conseguenza, è arduo decidere se convenga mantenerla e lavorarci su o chiuderla e passare oltre. Da una parte c’è il rischio di allontanarsi da un rapporto fondamentalmente arricchente perché non corrisponde ad una immagine fiabesca e idealizzata di come dovrebbe essere una relazione intima. Dall’altro, quello di perseverare in un rapporto sempre più povero di emozioni soltanto perché sicuro e confortevole.

Ricordiamoci, tuttavia, che per vivere pienamente è necessario osare e il coraggio di lasciare andare quello che ci accorgiamo essere diventato una zavorra è la condizione necessaria per poter godere del cammino ……

“Aprendo la porta di servizio, Colin rabbrividì alla ventata

di aria fresca proveniente dal mondo esterno …” Cook

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liberamente tratto da:

M.Sunderland – Disegnare le relazioni – ED.Erickson

Cura di sè e ostacoli

cura di sè

Dobbiamo imparare a curare noi stesse, anche se vi sono tanti ostacoli.

Noi donne, per tradizione le principali curatrici dei bambini, abbiamo ricevuto anni di addestramento per accudire gli altri ma non noi stesse.

La saggezza del curare se stesse è antica. Gesù ha detto: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, una dichiarazione che implica rispetto di sé e consapevolezza del proprio merito.

Lo sviluppo di questi tratti comincia presto: quando il bambino sorride e chi lo sta accudendo gli risponde con il sorriso. Questo rispecchiamento è vissuto dal bambino come esperienza di attaccamento. Quando il piccolo piange, chi se ne occupa cerca di capire il perché e di soddisfare il bisogno che ha provocato il pianto. Sufficienti esperienze di questo tipo creano la fiducia di base nelle relazioni , la capacità di gestire l’ansia e anche la percezione del proprio valore.

Dopo questa fase il bambino che comincia a camminare, sperimenta la perdita del paradiso e scopre che la realtà esterna richiede il suo autocontrollo interno. A questo punto il bambino può reagire con rabbia. Un genitore sufficientemente buono rispetta e mostra empatia con la rabbia fisiologica del bambino e gli insegna ad usarla in modo costruttivo e tollerabile con atteggiamenti di accadimento e di accoglienza.

Alcuni genitori danno però dei messaggi contradditori. Per esempio dicono:” Non c’è bisogno di piangere, smettila di piangere”, non accettando così il sentimento che ha provocato il pianto. Oppure:” Non devi picchiare tua sorella, ora te lo insegno io” e schiaffeggiano il bambino, dimostrando che gli adulti hanno il permesso di comportarsi male mentre i bambini devono sapersi controllare. O ancora:” Se non la smetti la mamma ti lascia sola”, minacciando di abbandonarla.

Infliggere la paura dell’abbandono un senso di colpa in tenera età è avvilente. I bambini piccoli non sono ancora in grado di gestire la colpa e reagiscono provando vergogna e disprezzo verso se stessi.

I bambini inoltre sono molto bravi ad intuire ciò che i genitori desiderano. E cercano di soddisfarli. Così facendo sperano di apparire agli occhi di papà e mamma proprio come loro vorrebbero: amabili.

Alcune di noi da grandi continuano a cercare di soddisfare gli altri nella speranza di ottenere in cambio quel tipo di amore: l’eccesso di cura verso gli altri evidenzia questa speranza.

Alcune cercano nel partner qualcuno che ripari, con conferme costanti, la mancanza di autostima. Il problema sorge quando entrambi cercano nel partner l’amore che non hanno ricevuto dai genitori, quando cioè sono due adulti che si amano ma che, a livello inconscio, sono rimasti bambini.

Entrambi sono innamorati della parte genitoriale forte, amorevole e ammirante dell’altro, ma nessuno dei due tiene conto dei bisogni del bambino interno dell’altro.

Tuttavia è la parte bambina in ciascuno di loro che ha iniziato il gioco dell’innamoramento, lottando con il bisogno universale di essere al centro del mondo di genitori che amino incondizionatamente e che guardino pieni di ammirazione i propri figli.

Per aver cura di sé bisogna riconoscere i propri bisogni, sapere cosa fare e a chi chiedere aiuto. Ed essere consapevoli che la posizione centrale avuta nell’infanzia è persa per sempre, che sia stata sufficientemente buona o no.

Il bambino “emozionale”

bambino emozionale

“ il vero nettare della vita è dentro di te. Proprio in questo momento puoi ritornare in te, guardare dentro di te. Non c’è bisogno né di preghiere né di adorazioni. Tutto ciò che serve è un viaggio silenzioso verso il tuo essere. E quando trovi il tuo proprio centro, hai trovato il centro dell’intera esistenza.” Osho

Ieri durante una sessione con una cliente abbiamo lavorato sulla “paura” , il terrore paralizzante che ci annienta sovrastandoci e impedendo ogni movimento. Quel sentirsi piccoli e indifesi in balia degli eventi. Quel sentirsi traditi e calpestati senza più alcuna fiducia da dare , nemmeno a se stessi. Emozione che come un torrente impetuoso ci investe e travolge , facendo emergere la parte più fragile, e piccola di noi. E’ lo stato mentale del “bambino emozionale”  che  prende il sopravvento facendoci identificare totalmente con l’emozione che proviamo, senza la capacità di distanziarcene per esplorarla. Che fare dunque?

Accogliere, accettare e com-prendere, osservando il nostro bambino “ferito” senza giudizio , senza allontanarlo ……

[…] Immaginate che un bambino entri nel vostra camera e vi chieda di uscire a giocare con lui. Comincia a fare i capricci. Voi vorreste che capisse che potrete giocare con  lui domani, che oggi non è proprio possibile. Ma “domani” non significa nulla per lui. Si mette a pestare i piedi: “No! Adesso!” dice. Finchè, pieno di rabbia scoppia a piangere.

Dentro di noi abbiamo una parte che è esattamente come quel bambino: non ha alcuna nozione del domani, non sopporta di aspettare né di venire contrariata, non sa posporre la gratificazione e il piacere a un altro momento perché non crede che ci sia “un altro momento”, non ha uno spazio dentro di sé dove contenere il dolore o la frustrazione. […]

[…] Possiamo chiamarlo “stato mentale del bambino ferito” o spazio interiore del “bambino emozionale”.

In questo stato di coscienza siamo incapaci di stare con ciò che c’è, di essere presenti e contenere l’esperienza, siamo spaventati, diffidenti e molto insicuri. E queste paure ci rendono impulsivi, reattivi e costantemente inquieti.

Quando ci troviamo in questa struttura mentale non siamo di solito consapevoli di niente altro in noi se non di questo spazio, ci identifichiamo totalmente col bambino emozionale, incapaci di vedere che non è ciò che siamo. Molti, a causa di ferite subite nell’infanzia, ferite profonde e non ancora guarite, sono sempre pieni di paura, vergogna e sfiducia, finendo con il crearsi un’identità basata su quel bambino emozionale. Ma quelle qualità sono parte della nostra natura, ci sono state instillate come risultato del condizionamento e delle esperienze su cui non avevamo controllo.

La mancanza di comprensione e di spazio per le paure, i bisogni e i comportamenti del bambino emozionale, crea infelicità nella nostra vita ed è causa di molti dei nostri problemi soprattutto relazionali.[…]

Quando penetriamo nello stato del bambino emozionale […] ci sono due aspetti. Il primo, ciò che è manifesto, è costituito dai comportamenti che condizionano la nostra vita:

  • Reazione e controllo
  • Aspettative e pretese
  • Compromesso
  • Assuefazione
  • Pensiero magico

Queste sono le cinque facciate che l’altro si trova davanti quando si relaziona con noi.

Dietro questi comportamenti c’è un’altra parte, più profonda, costituita dalle emozioni:

  • Paura e choc
  • Vergogna e insicurezza
  • Bisogno e vuoto
  • Angoscia
  • Sfiducia e rabbia

Quando siamo nello stato del bambino reagiamo in modo automatico agli eventi della vita. Le reazioni sono determinate dalla paura che se non reagiamo ci accadrà qualcosa di brutto o non riusciremo a ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Dallo stimolo passiamo automaticamente alla reazione, senza alcuna consapevolezza di cosa stia succedendo e perché. Reagiamo così velocemente e automaticamente perché sentiamo che è questione di vita o di morte.[…]

[…] Il bambino interiore ha delle aspettative, sugli altri e sulla vita. Si aspetta che i suoi bisogni saranno soddisfatti e che sarà liberato dalle paure che lo affliggono. E’ naturale che un bambino senta così, perché trovandosi in uno stato di impotenza e insicurezza cosa altro potrebbe sperare per sentirsi al sicuro? In certi casi sono state vissute talmente tante delusioni che le aspettative sono state seppellite sotto uno stato di rassegnazione, ma sono ancora lì .[…]

[…] Le paure sono ben radicate nella nostra mente e si basano su esperienze passate, alcune delle quali sono state dimenticate; inoltre, siccome il bambino è ferito, quando ne siamo dominati non ci sentiamo liberi o spontanei, ma pieni di vergogna, inadeguatezza, senso di inferiorità, tristezza, rabbia e sfiducia. Non ci sentiamo autosufficienti, al contrario ci sentiamo vuoti e aneliamo disperatamente che qualcuno colmi quel vuoto. Normalmente siamo molto identificati con lo stato mentale del bambino. Quando cattura la nostra coscienza sembra essere totalmente ciò che siamo. Essendo persi nelle nostre reazioni, subissati dalle aspettative o sopraffatti dall’insicurezza e dalla paura, ci è difficile immaginare che ciò accade solo perché il bambino emozionale dentro di noi ha preso il comando.[…]

[…] Quando incontriamo lo stato del bambino emozionale …… non lo reprimiamo, non lo mandiamo via. Ciò creerebbe solo difficoltà, perché lui andrà altrove a sfogarsi, o potrebbe ripiegarsi su se stesso, nascondendo il suo entusiasmo e le sue doti ….. Quello che faremo è cercare di capire il suo comportamento e ciò che nasconde: daremo dunque il nostro amore e la nostra attenzione al bambino emozionale, osservandolo senza giudizio. Questo non lo fa scomparire, ma non sarà più quella potente forza nascosta nella nostra vita che, senza che ne siamo consapevoli, guida i nostri comportamenti e le nostre emozioni ….. Quei comportamenti, reazioni, aspettative, assuefazioni e compensazioni, sono sintomi di profonde emozioni nascoste, ma praticando pazientemente l’”essere con” queste emozioni quando sorgono, anziché giudicarle, impariamo a riconoscere e a contenere le sensazioni di sfiducia, paura, vuoto e insicurezza che stanno dietro a questi comportamenti. […]

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Liberamente tratto da:

Krishnananda – “Uscire dalla paura” – Ed. Feltrinelli

Sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono

cuore ferito 3

Eccoci forse alla parte più difficile del percorso verso la libertà dalla dipendenza affettiva: la paura dell’abbandono.

Una delle opinioni più diffuse in materia di dipendenza è che la causa profonda di quest’ultima affondi le radici nell’infanzia. Ogni dipendente affettivo ha seguito un suo percorso disseminato da insidie, che lo ha condotto a credere di non valere quanto gli altri, di dover fare i salti mortali per meritare di essere amato. Tuttavia il tipo di cammino che lo ha portato a convivere con il fardello dato dalla dipendenza affettiva non ha importanza; è tutta sua la responsabilità di liberarsi da questa morsa.

“Il senso di abbandono e le difficoltà che sopraggiungono in seguito alle separazioni sono inestricabilmente legate alla prima esperienza vissuta con la madre o con chi ne ha fatto le veci” (C.Rivest). Che si tratti di esperienze di rifiuto nel cortile della scuola, di umiliazioni subite dai compagni di un ambiente familiare carente, di esperienze reali o temute di abbandono, è chiaro che il bambino è un essere vulnerabile e permeabile a numerose ferite.

Quando accenniamo alla nostra paura dell’abbandono, non ne siamo mai fieri. Ci crediamo deboli, abbiamo paura di venire congedati dal nostro ruolo di amanti devoti. E’ tutto il contrario. Rivelare la nostra paura di essere abbandonati è un gesto che dimostra una buona conoscenza di sé e grande autenticità. E’ il primo passo per tenere a bada il fuggiasco che è in noi, che al primo segnale d’attacco si mette in salvo o si impegna anima e corpo a guardarsi bene le spalle.

Questa smisurata paura dell’abbandono, che paralizza il dipendente affettivo, si accompagna ad una collera repressa e a una rabbia che non ha mai potuto esprimersi. Probabilmente risale al giorno in cui i genitori si sono separati, secondo lui per colpa sua. Oppure al giorno in cui ha perduto qualcuno di così caro che tutto l’amore del mondo non è stato in grado di sostituire.

E’ possibile vivere con una perdita e sopravvivere a essa senza negarla. Non ritengo realistico cercare in qualcun altro quello che manca dentro di noi. E’ un esercizio di compensazione che non conduce da nessuna parte. Anche se abbiamo vissuto perdite importanti, c’è ancora posto per l’amore, per la tenerezza, per qualcosa di altro.

Tentando di compensare una perdita con una presenza, sprechiamo tempo ed energia. E’ più opportuno lasciare dentro di noi uno spazio per coloro che sono scomparsi e ancora più spazio per un nuovo amore o per un’amicizia che nasce. In questo modo viviamo il lutto di un mondo perfetto, una famiglia perfetta, e accettiamo che la vita abbia anche la sua parte di sofferenza.

Ripiegandoci su noi stessi e sviluppando una corazza così spessa che nessuno oserà avvicinarsi, non facciamo altro che privare il nostro essere del suo legittimo bisogno d’amore o di compagnia.

Per paura di essere rinnegati o abbandonati neghiamo noi stessi e ci abbandoniamo. Privarsi della tenerezza e dell’affetto di cui si ha tanto bisogno per paura di soffrire ancora è un po’ come mutilarsi il cuore. Sì il bambino che siamo stati avrebbe davvero avuto bisogno dell’adulto che non è mai tornato!

L’angoscia emotiva legata alla paura dell’abbandono è terribile e proprio perché fa così male usiamo tutti gli espedienti possibili per evitare di vivere questo strazio interiore così profondo.

Tuttavia, fintanto che la sfuggiremo, questa paura ci perseguiterà senza tregua. Per sopravviverle occorre affrontarla, analizzarla, guardarla bene in faccia a lungo. Quando urla dentro di noi, è la testa che parla al cuore.

Tutto il dolore che da così tanto tempo viene soffocato ha bisogno di essere evacuato attraverso le lacrime. Quando ce ne liberiamo, a liberarsi è un intero universo, disponibile ad un amore lucido e ad un’amicizia disinteressata.

Talvolta un buon pianto non è sufficiente, si tratta di un percorso che conduce all’accettazione; occorre lasciare la presa, abbandonare certe credenze sbagliate.

Prima di tutto questo, la tappa più importante è prendere coscienza di questa terribile paura dell’abbandono. Se la persona amata dovesse lasciarci, dopo che abbiamo dato tutto a questa relazione … Se la persona nella quale riponiamo più fiducia e con la quale condividiamo la vita dovrebbe esserci infedele … Se un giorno, senza aspettarcelo, al nostro ritorno dovessimo trovare la porta chiusa a chiave … Se lui non dovesse ritornare mai più …  Questi pensieri ci ossessionano giorno e notte, fino a quando non accettiamo la parte di rischio di una relazione.

Dopo aver preso coscienza, dopo esserci ricentrati su noi stessi invece di cercare di immobilizzare l’universo intero per placare la nostra insicurezza, c’è ancora qualcosa da fare. Dopo essere diventati più tolleranti nei confronti dell’imperfezione del mondo, dell’onnipresente rischio di perdere ad ogni secondo quello che credevamo nostro di diritto, c’è ancora qualcosa da fare.

ESSERE FIERI!  Fieri di quello che abbiamo compiuto fino a qui, nonostante la sofferenza, al di là delle umiliazioni, dell’angoscia e talvolta persino dell’abbandono vero e proprio. Abbiamo motivo di essere fieri: siamo cresciuti nonostante queste perdite, abbiamo preso forma, ci siamo rafforzati; siamo in vita, ci stiamo costruendo.

In ragione della sua paura dell’abbandono, il dipendente affettivo attraversa momenti di scoraggiamento e disperazione. Finisce con l’infliggersi sevizie affettive, ad esempio lasciare qualcuno che ama per paura di essere tradito. Nonostante tutta la sofferenza e l’angoscia emotiva che questo sentimento fa vivere, l’abbandono più penoso che si possa subire è quello di lasciarsi perdere da soli.

Non è facendo in modo che l’altro non si allontani di un millimetro che ci immunizziamo dall’abbandono, bensì assicurandoci che, qualunque cosa accada, come individui noi non ci abbandoneremo.

Sopravviviamo alle perdite, alla partenze e ai tradimenti sviluppando un amore incondizionato verso noi stessi, un amore verso il nostro essere imperfetti, affascinanti e coraggiosi. Attraverso queste prove, ci rendiamo conto di essere ancora lì a raccogliere i nostri cocci, a pulire le nostre zone sinistrate, ad aspettare giorni migliori. Nonostante tutte le sofferenze siamo ancora lì, vivi e vibranti animati da questo desiderio di vivere e i essere felici. Ne vale la pena! Abbiamo cercato ovunque l’amore perché sappiamo che ce lo meritiamo. Poi, incamminandoci, impariamo ad amarci di più. Diventiamo il nostro migliore amico, quello che c’è, che è presente persino nel cure della tempesta. Diventiamo il nostro genitore, quello che ricorda ogni tappa della nostra vita.

Siamo le persone meglio qualificate per coccolare il nostro bambino interiore, per acclamare il nostro coraggio e la nostra determinazione, per prometterci di prenderci cura di noi, qualunque cosa succeda. E’ così che generiamo l’amore di cui avremo tanto bisogno, agendo come un genitore pieno di tenerezza e capace di rispondere ai nostri bisogni. Siamo dunque pronti a tutto per farci piacere, siamo responsabili della nostra felicità.

Più prendiamo coscienza di avere il potere di agire e concretamente sulla nostra vita e di aiutare il bambino ferito in noi a ricostruire se stesso, meno ci lasciamo paralizzare dalla paura dell’abbandono, perché ora abbiamo il potere di prenderci un impegno verso noi stessi e di non abbandonarci più.

Adesso possiamo riporre fiducia nella vita. La nostra terribile paura dell’abbandono smetterà di incuterci timore. Progredendo, arriviamo ad averne abbastanza di essere ostaggio della paura; abbiamo solo voglia di stare bene ….

A proposito di gelosia

gelosia

“ come geloso io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia possa ferire l’altro perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri …” (R. Barthes – Frammenti di un discorso amoroso -)

 

Scorrendo questo blog ci sono vari post sull’amore , le sue gioie e i suoi tormenti  perchè quindi non soffermarsi a riflettere sulla gelosia…. Se ami conosci la gelosia. Se ami non puoi non conoscerla. La gelosia nasce con l’amore, si sa, anche senza scomodare Freud, Edipo, Elettra e il desiderio di volere tutto per sé il genitore dell’altro sesso.

Qualsiasi discorso o riflessione su questo sentimento potente e controverso non può che partire da questo dato di fatto: la gelosia c’è nell’amore, fa parte del pacchetto tutto compreso, e conviene farci pace con questa idea, da subito, perché tanto non si può proprio fare diversamente.

La gelosia nasce con l’amore per due grandi motivi. Il primo: due amanti appassionati costruiscono tra loro uno spazio sacro, delimitano una zona intoccabile, creano un santuario del e con il loro amore. Qualunque violazione dello spazio sacro è percepita per quello che in effetti è: in sacrilegio bello e buono. Secondo: la gelosia nasce dalla paura di perdere l’altro, l’oggetto di tutto il nostro amore, la persona che con la sua esistenza ci fa vivi. E’ la stessa profonda, antica paura, che chiunque ha provato da bambino, quando i fantasmi più brutti e orribili avevano il volto della disperazione provata per la solitudine,della paura di non essere protetti, di essere abbandonati.

Quella che poi tocca vivere da adulti, è una paura molto simile, una paura che è fatta della stessa cosa, della stessa sostanza: da una sete di amore illimitato ed esclusivo, e dal conseguente terrore di venire rifiutati.

La gelosia è di tutti quelli che amano. Essa non conosce il genere maschile e femminile, è di tutti maschi e femmine. Tradizionalmente si vuole un po’ più rivolta all’esclusività sessuale quella dei primi, un po’ più legata al tradimento affettivo quella delle donne.

La gelosia ha una storia antica, atavica. L’esclusività sessuale nasce, nella notte dei tempi, non era una questione d’amore ma qualcosa che serviva a garantire la stessa sopravvivenza. Qualcosa che aveva a che fare con quello che gli etologi chiamano “sorveglianza del partner”. In natura il senso del possesso è molto comune, e questo per ovvie ragioni evolutive: il maschio sorveglia e protegge la femmina che partorirà i suoi cuccioli, trasmettendo così i suoi geni al futuro. Nella nostra società è probabilmente servita per lo stesso scopo: al maschio per garantire la sua discendenza, alla femmina per assicurarsi protezione e sostentamento.

Più la società si è evoluta, più con il tempo la gelosia ha perso questa sua funzione stabilizzante, fino ad essere considerata, in tempi piuttosto recenti, un sentimento anacronistico, arretrato e gretto. Di essere gelosi un po’ ci si vergogna, perché, in fondo, ammettere di essere rosi da questo demone oscuro è un’aperta dichiarazione di debolezza e insicurezza.

Il geloso soffre moltissimo e non solo per i tormenti inflitti dal dubbio, per il rovello continuo, per i sospetti velenosi, per la paura di perdere chi ama, per la vergogna di sentirsi debole, ma anche perché la gelosia non sta bene, è poco elegante, poco dignitosa.

Ora, è vero che la gelosia da un lato, socialmente non è molto ben vista, ma dall’altro è anche vero che oggi esiste e prolifera ancora uno stereotipo popolare, molto diffuso che dice esattamente il contrario, e cioè: “più sono geloso, più sono passionale, più sono geloso più amo”.

Questa idea che se siamo molto gelosi allora vuol dire che siamo capaci di grandi sentimenti e di grandi passioni è un seme abbastanza insidioso. Naturalmente è un pensiero in cui si è indotti a cadere con una certa facilità, visto che, la gelosia e l’amore sono intimamente legati, che un po’ di gelosia è bene che ci sia nell’amore. Però è proprio su questo punto che si ingenerano equivoci spesso molto dolorosi.

Parecchie fra le donne che subiscono maltrattamenti e violenze da partner molto gelosi li giustificano con il malsano sottinteso che le aggressioni arrivano, è vero, e fanno male, però questo succede in realtà perché lui è tanto, tanto innamorato.

Le violenze, le angherie, i soprusi sono proporzionali all’amore, è una formula da cancellare, tanto quanto l’altra devastante equazione “più soffro, più amo”, della quale e stretta parente e complice.

( Non abbiamo ancora finito di parlare di gelosia … aspetta il prossimo post…)

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